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Zelensky sotto pressione, ma non molla il copione: “Non perderemo dignità”. Intanto gli USA lo incalzano e l’Europa prepara un piano alternativo

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Zelensky è sotto pressione ma non rinuncia alla sua narrativa: “Non perderemo dignità”. Mentre il presidente ucraino descrive questo momento come uno dei più difficili della storia del Paese e parla di una pressione “massima” che costringerebbe Kiev a scegliere tra dignità e il sostegno degli Stati Uniti, la sua analisi appare più come una strategia politica che come una fotografia oggettiva della situazione. Pur dichiarandosi pronto a lavorare rapidamente con Washington, Zelensky ribadisce la linea della fermezza che ha caratterizzato tutta la sua gestione della guerra, anche ora che – secondo fonti americane citate da Reuters – gli Stati Uniti starebbero spingendo per far accettare a Kiev un piano di pace “made in USA”, arrivando a ventilare una riduzione delle forniture militari e di intelligence se non verrà firmato entro il 27 novembre. Il presidente trasforma questa pressione in un discorso di resistenza eroica, avvertendo del rischio di un inverno difficile e sostenendo che l’Ucraina sarebbe l’ultimo scudo dell’Europa contro la Russia, anche se la retorica inizia ormai a mostrare la sua stanchezza.

Mentre Washington accelera, l’Europa tenta di ritagliarsi un ruolo. Francia, Germania e Regno Unito stanno preparando una controproposta più favorevole a Kiev rispetto al piano americano. In un colloquio con Zelensky, Macron, Merz e Starmer hanno sottolineato la volontà di difendere gli interessi europei e ucraini, accogliendo con favore lo sforzo degli Stati Uniti ma mettendo un paletto chiaro: qualsiasi discussione territoriale dovrà partire dall’attuale linea del fronte, frenando così l’ipotesi di concessioni che Washington sembra invece considerare. Domani, al G20 in Sudafrica, i leader europei discuteranno d’urgenza il piano USA, un segnale evidente che la fiducia nel presidente ucraino non è più quella del 2022.

Nel frattempo Zelensky ha parlato con il vicepresidente americano J.D. Vance, tentando di ottenere margini nella trattativa. Mosca, invece, attraverso Maria Zakharova, sostiene di non aver ricevuto alcun piano formale dagli Stati Uniti, pur dichiarandosi aperta al dialogo. Una posizione che stride con l’allarmismo di Kiev e contribuisce a un quadro geopolitico sempre più frammentato. Secondo una bozza diffusa da Axios, il piano americano includerebbe una sorta di “mini NATO”, un sistema decennale di garanzie di sicurezza modellato sull’articolo 5, ma con una clausola fondamentale: qualsiasi intervento militare diretto degli USA resterebbe comunque a discrezione del presidente americano. Una vittoria simbolica più che sostanziale.

Donald Trump, autore del nuovo piano, spinge per un accordo entro il Giorno del Ringraziamento, una fretta che preoccupa sia Kiev sia Bruxelles. Anche Giorgia Meloni, dopo un confronto con il cancelliere Merz, ha parlato di una pace “giusta e duratura”, apprezzando le garanzie ma indicando che vari punti del piano necessitano approfondimenti. Zelensky si trova così stretto tra due pressioni: quella americana, che chiede compromessi immediati, e quella europea, che vuole contare ma non vuole pagare lo stesso prezzo degli Stati Uniti. Nel mezzo c’è un Paese allo stremo e una leadership costretta a mantenere consenso interno mentre cerca un accordo che non può realmente dettare.

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La retorica dell’eroismo sembra non bastare più. Dopo oltre due anni di guerra e miliardi investiti da USA ed Europa, gli alleati iniziano a chiedere risultati concreti e un percorso diplomatico credibile. Zelensky prova a mostrarsi inflessibile, ma tra pressioni americane, dubbi europei e il distacco strategico della Russia, appare sempre più isolato e costretto a inseguire una soluzione che non ha il potere di imporre.

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Dazi USA contro l’Europa, Trump sfida la NATO e scuote i mercati: l’Italia osserva tra alleanza atlantica e rischi economici

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Tariffe fino al 25%, Groenlandia e tensioni geopolitiche: la strategia di Donald Trump mette sotto pressione l’Unione europea, riapre il dossier NATO e coinvolge indirettamente anche Roma

La nuova offensiva commerciale lanciata da Donald Trump contro l’Europa rischia di segnare uno spartiacque nei rapporti transatlantici. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’imposizione di dazi del 10% sulle importazioni provenienti da otto Paesi membri della NATO — Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia — a partire dal 1° febbraio. Una misura che, nelle intenzioni della Casa Bianca, potrebbe trasformarsi rapidamente in una stretta ancora più dura: dal 1° giugno le tariffe salirebbero infatti al 25% fino al raggiungimento di un accordo che consenta a Washington il “completo e totale acquisto della Groenlandia”.

Una decisione che va ben oltre il piano economico e assume una valenza geopolitica di primo piano, mettendo in discussione equilibri consolidati tra Stati Uniti, Unione europea e Alleanza Atlantica. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Donald Trump ha giustificato la scelta accusando i Paesi europei colpiti di aver inviato truppe in Groenlandia per un’esercitazione militare congiunta “per motivi sconosciuti”, lasciando intendere una lettura ostile delle iniziative europee nell’area artica.

Dazi e Groenlandia, l’Europa nel mirino di Washington

La mossa di Donald Trump arriva in un momento già delicato per l’economia globale e rischia di far saltare l’accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti raggiunto solo lo scorso agosto. Secondo Dan Alamariu, chief geopolitical strategist di Alpine Macro, l’introduzione di dazi contro Paesi europei potrebbe provocare una risposta immediata di Bruxelles, aprendo di fatto a una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico.

Un’escalation che avrebbe effetti diretti sui flussi commerciali, sulle catene di approvvigionamento e sulla fiducia dei mercati. Finora, le tensioni geopolitiche internazionali erano state assorbite senza scosse significative. Come spiegava recentemente Eric Freedman, chief investment officer di Northern Trust Wealth Management, i mercati avevano continuato a crescere perché le crisi aperte — dalla Groenlandia all’Iran, fino al Venezuela — non avevano coinvolto direttamente le grandi economie alleate. Ora però lo scenario è cambiato.

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Gli indici statunitensi hanno già chiuso una settimana in territorio negativo, mentre in Europa prevale la cautela. Il timore diffuso è che l’uso dei dazi come strumento politico diventi strutturale, aumentando l’instabilità e la volatilità finanziaria.

Davos, vertice globale tra tensioni e diplomazia

L’annuncio dei dazi coincide con l’apertura del World Economic Forum di Davos, in programma da oggi, 19 gennaio. Leader politici, capi di Stato e rappresentanti delle principali economie mondiali si incontrano sulle Alpi svizzere per discutere di commercio, sicurezza e scenari geopolitici. Donald Trump parteciperà ai lavori e si troverà faccia a faccia con i leader di diversi Paesi europei finiti nel mirino delle nuove tariffe.

Davos si conferma ancora una volta come il luogo simbolo delle grandi fratture globali. Dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia, fino all’attuale ridefinizione dell’ordine internazionale postbellico, il Forum si apre quest’anno con una consapevolezza diffusa: le tensioni tra Paesi che si definiscono alleati non sono mai state così evidenti.

Italia e Stati Uniti, un rapporto strategico ma complesso

In questo contesto, l’Italia si muove su un terreno particolarmente sensibile. Roma non è direttamente colpita dai dazi annunciati da Donald Trump, ma resta pienamente coinvolta come Stato membro dell’Unione europea e come alleato storico degli Stati Uniti. Un eventuale scontro commerciale tra Bruxelles e Washington avrebbe ricadute anche sull’economia italiana.

Gli Stati Uniti rappresentano infatti uno dei principali partner commerciali dell’Italia. L’export italiano verso il mercato americano vale decine di miliardi di euro l’anno e interessa settori strategici come agroalimentare, manifattura, meccanica, moda e lusso. Qualsiasi irrigidimento delle relazioni economiche transatlantiche rischierebbe di colpire indirettamente anche le imprese italiane, sia attraverso eventuali contromisure europee sia per il rallentamento complessivo degli scambi.

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I rapporti tra Donald Trump e l’Italia sono storicamente caratterizzati da una certa ambivalenza. Durante il suo primo mandato, il presidente americano aveva mostrato apprezzamento per alcune posizioni politiche espresse da governi italiani, soprattutto sul tema della sovranità nazionale e del ruolo dell’Unione europea. Allo stesso tempo, però, Trump ha sempre interpretato le relazioni internazionali in chiave fortemente transazionale, non risparmiando pressioni nemmeno sugli alleati più stretti.

NATO sotto pressione e nuove fratture occidentali

La decisione di colpire con i dazi Paesi membri della NATO riapre anche il dibattito sulla tenuta dell’Alleanza Atlantica. Donald Trump ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla spesa militare e di beneficiare in modo sproporzionato dei rapporti economici con gli Stati Uniti.

Per l’Italia, che ha sempre sostenuto il ruolo centrale della NATO come pilastro della sicurezza euro-atlantica, l’ipotesi di una frattura interna all’alleanza rappresenta un elemento di forte preoccupazione. Un indebolimento del fronte occidentale avrebbe conseguenze dirette anche sul Mediterraneo, area strategica per la sicurezza nazionale italiana e per la gestione dei flussi migratori e delle crisi regionali.

Politica interna americana e incertezza dei mercati

Sul fronte interno, Donald Trump continua a mantenere una linea fortemente conflittuale. Nelle stesse ore dell’annuncio sui dazi, il presidente ha minacciato un’azione legale contro JPMorgan per il presunto “debanking” successivo agli eventi del 6 gennaio. Una presa di posizione che contribuisce ad alimentare l’incertezza nei mercati finanziari.

Secondo Bessent, intervenuto su NBC, è “molto improbabile” che la Corte Suprema intervenga per bloccare i dazi, sostenendo che una simile decisione creerebbe “caos” istituzionale. Un segnale che rafforza l’idea di una strategia destinata a proseguire senza significativi ostacoli interni.

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Uno scenario globale sempre più instabile

A poche settimane dall’inizio dell’anno, il quadro internazionale appare già segnato da profonde linee di frattura. I dazi annunciati da Donald Trump non sono soltanto una misura economica, ma un atto politico che rimette in discussione regole, alleanze e assetti consolidati.

Per l’Italia, la sfida sarà quella di mantenere un equilibrio complesso tra fedeltà all’alleanza atlantica, difesa degli interessi economici nazionali e coesione europea. In un contesto in rapido mutamento, la diplomazia italiana è chiamata a muoversi con prudenza e pragmatismo, consapevole che le decisioni che matureranno tra Washington, Bruxelles e Davos avranno effetti profondi e duraturi.

Come una valanga che si forma lentamente tra le vette, le tensioni attuali rischiano di travolgere equilibri costruiti in decenni. E questa volta, nessun Paese europeo — Italia compresa — può permettersi di sottovalutare l’impatto delle scelte americane.

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Groenlandia, il nuovo epicentro della tensione globale: tra pressioni Usa, reazioni europee e l’ombra delle grandi potenze

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La Groenlandia, immensa isola artica coperta per l’80% dai ghiacci e abitata da poco più di 56 mila persone, è tornata al centro della scena geopolitica internazionale. Non più soltanto territorio remoto e simbolo del cambiamento climatico, ma snodo strategico cruciale in una partita globale che intreccia sicurezza militare, sovranità nazionale, equilibri Nato e competizione tra grandi potenze. L’incontro avviato all’Eisenhower Executive Office Building, presieduto dal vicepresidente americano JD Vance, rappresenta l’ultimo tassello di una vicenda che si sta rapidamente trasformando in uno dei dossier più delicati del nuovo equilibrio internazionale.

Il vertice, iniziato con circa mezz’ora di ritardo a causa dei consueti rituali diplomatici, conferma quanto il tema Groenlandia sia ormai uscito dalla dimensione tecnica per assumere una valenza politica di primo livello. Non si tratta più solo di cooperazione artica o di sicurezza dei confini settentrionali della Nato, ma di una ridefinizione degli spazi di influenza in un mondo sempre più segnato dal ritorno della logica delle sfere di potere.

La posizione europea: sovranità, Nato e volontà dei popoli

A ribadire la linea dell’Unione Europea è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che ha sottolineato come la Groenlandia “appartenga al suo popolo” e come Bruxelles mantenga un contatto costante con il governo danese sul dossier. Il messaggio è chiaro: qualsiasi discussione sul futuro dell’isola non può prescindere dalla volontà dei suoi abitanti e dal rispetto delle regole internazionali.

Von der Leyen ha ricordato inoltre che la Groenlandia è parte integrante del sistema di sicurezza euro-atlantico attraverso la Nato, un’alleanza che, per definizione, deve tenere insieme interessi diversi ma convergenti. Un passaggio tutt’altro che scontato, soprattutto alla luce delle crescenti pressioni provenienti da Washington.

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Trump e la dottrina del controllo strategico

Le parole di Donald Trump, diffuse attraverso il suo social network, segnano una rottura netta con la tradizionale diplomazia multilaterale. Secondo il presidente statunitense, la Groenlandia è “fondamentale” per la sicurezza nazionale americana e per il sistema di difesa strategica denominato “Golden Dome”. Qualsiasi soluzione che non preveda il controllo diretto degli Stati Uniti sull’isola viene definita “inaccettabile”.

Trump lega esplicitamente la Groenlandia all’efficacia stessa della Nato, sostenendo che senza il “vasto potere” degli Stati Uniti l’Alleanza non sarebbe un deterrente credibile. In questa visione, il controllo americano dell’isola non è una forzatura, ma una necessità strategica per evitare che Russia o Cina possano rafforzare la propria presenza nell’Artico.

Si tratta di una narrativa che sposta il baricentro del dibattito: non più cooperazione tra alleati, ma una gerarchia di potere in cui Washington si attribuisce il ruolo di garante unico della sicurezza occidentale.

La risposta della Danimarca: rafforzamento militare e linea dura

Di fronte alle pressioni americane, la Danimarca ha scelto di reagire rafforzando la propria presenza militare in Groenlandia. Il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen ha annunciato un incremento degli investimenti e delle forze dispiegate sul territorio, confermando che Copenaghen non intende lasciare zone d’ombra sulla propria sovranità.

Secondo fonti ufficiali, è già stato inviato un comando avanzato con il compito di preparare il terreno logistico e operativo per un eventuale dispiegamento più ampio. Un segnale chiaro: la Groenlandia non è una terra di nessuno, ma parte integrante del Regno di Danimarca e del sistema di sicurezza Nato.

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L’Europa si muove: il caso francese e il fronte della solidarietà

Tra i Paesi europei, la Francia è quella che ha assunto l’iniziativa più visibile. L’apertura di un consolato francese in Groenlandia, annunciata per il 6 febbraio, viene definita dal ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot come un “segnale politico”. Non solo presenza diplomatica, ma anche cooperazione scientifica e rafforzamento del legame con il territorio artico.

Il presidente Emmanuel Macron ha usato toni particolarmente netti, avvertendo che una violazione della sovranità della Groenlandia avrebbe “conseguenze a cascata senza precedenti”. Parole che suonano come un monito non solo agli Stati Uniti, ma a chiunque intenda forzare l’assetto attuale dell’Europa.

Anche altri Paesi dell’Unione, come Cipro, hanno espresso piena solidarietà alla Danimarca, sottolineando che nessuno Stato membro può parlare o negoziare a nome di un altro. La linea è quella del rispetto delle decisioni sovrane e del coordinamento europeo.

Più prudente la posizione tedesca: Berlino, pur intensificando i contatti, ha escluso per ora l’apertura di un consolato in Groenlandia, preferendo mantenere l’assistenza diplomatica attraverso la propria ambasciata in Danimarca.

La Russia osserva e provoca

Dal fronte russo, la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova ha colto l’occasione per attaccare l’Unione Europea, accusandola di concentrarsi su dossier come l’Iran per distogliere l’attenzione da quanto accade in Groenlandia. Secondo Mosca, il rischio è che l’isola venga “sottratta” senza un referendum, una critica che punta a delegittimare l’azione occidentale e a presentare la Russia come difensore del diritto internazionale.

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È una posizione tutt’altro che neutrale: l’Artico è da tempo uno degli spazi strategici su cui Mosca investe risorse militari ed economiche, e l’eventuale rafforzamento americano in Groenlandia verrebbe percepito come una minaccia diretta.

Scenari possibili: dalla tensione diplomatica alla crisi sistemica

Alla luce degli sviluppi attuali, si possono ipotizzare diversi scenari.

Il primo scenario è quello di una stabilizzazione negoziata: gli Stati Uniti continuano a esercitare pressione, ma all’interno di un quadro Nato condiviso, con un rafforzamento della presenza militare multilaterale nell’Artico e un maggiore coinvolgimento europeo, senza modifiche formali alla sovranità groenlandese.

Il secondo scenario prevede un’escalation diplomatica: Washington insiste su una soluzione unilaterale, l’Europa reagisce irrigidendo le proprie posizioni e la Groenlandia diventa terreno di scontro politico permanente, con effetti destabilizzanti sull’Alleanza Atlantica.

Il terzo scenario, il più critico, è quello di una crisi sistemica: una forzatura sul controllo dell’isola potrebbe innescare una frattura profonda tra Stati Uniti ed Europa, aprendo spazi di manovra a Russia e Cina e trasformando l’Artico in una nuova area di confronto diretto tra grandi potenze.

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Una partita che va oltre l’Artico

La questione groenlandese va ben oltre i confini dell’isola. È un banco di prova per la tenuta dell’Occidente, per il concetto stesso di alleanza e per il rispetto delle regole internazionali in un mondo sempre più competitivo. In gioco non c’è solo una porzione di territorio artico, ma il modello di relazioni tra alleati e il futuro equilibrio tra potenza e diritto.

La Groenlandia, da periferia del mondo, si trova oggi al centro di una partita globale. E il modo in cui questa partita verrà giocata dirà molto su che tipo di ordine internazionale emergerà nei prossimi anni.

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Venezuela, segnali di apertura dal nuovo corso: liberati prigionieri politici, tornano liberi anche due italiani

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Un segnale di distensione atteso da tempo arriva da Caracas, dove il nuovo corso politico venezuelano ha annunciato la liberazione di un “numero significativo” di prigionieri politici, compresi cittadini stranieri. Una mossa che appare come un tentativo di riallacciare i rapporti con gli Stati Uniti e con la comunità internazionale, nel pieno di una fase delicata per il Paese sudamericano, alle prese con una difficile transizione dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro.

Tra i detenuti rilasciati figurano anche due italiani: l’imprenditore Luigi Gasperin e il giornalista e politico italo-venezuelano Biagio Pilieri. Una notizia accolta con sollievo a Roma e che riaccende le speranze per altri connazionali ancora detenuti nelle carceri venezuelane, a cominciare dal cooperante Alberto Trentini, arrestato da oltre 400 giorni, e dal commercialista piemontese Mario Burlò.

Gasperin, 77 anni, era stato arrestato il 7 agosto 2025 nello Stato di Monagas. Le autorità locali gli contestavano la presunta detenzione, il trasporto e l’uso di materiale esplosivo all’interno degli uffici di una società di cui era socio di maggioranza e presidente. Accuse che avevano suscitato forti perplessità in Italia e inserito il suo nome nella lunga lista di connazionali detenuti in Venezuela per motivi legati alla politica, all’attività professionale o all’espressione di opinioni considerate ostili al governo.

Nella notte è stato liberato anche Biagio Pilieri, giornalista e politico, detenuto da oltre 16 mesi in un carcere di Caracas. La sua scarcerazione rientra nel pacchetto di rilasci annunciato dalle autorità venezuelane come gesto volto a “promuovere la pacifica convivenza” e a favorire un clima di dialogo interno e internazionale.

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Il governo italiano segue da vicino l’evolversi della situazione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si è messo in contatto con l’ambasciatore a Caracas, con la rete consolare e con rappresentanti della Chiesa e della società civile venezuelana. La Farnesina ha fatto sapere di aver attivato tutte le iniziative possibili per ottenere “una soluzione favorevole per ogni singolo detenuto” e accelerare il rilascio degli altri cittadini italiani ancora in carcere.

Tra questi resta alta l’attenzione sul caso di Alberto Trentini, 46 anni, cooperante arrestato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure mentre lavorava per l’ong Humanity and Inclusion. Fermato senza accuse formali, è stato successivamente trasferito nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, a Caracas. In oltre 400 giorni di detenzione, il suo nome è diventato il simbolo di una battaglia diplomatica complessa, condotta in un contesto reso ancora più difficile dal mancato riconoscimento del precedente governo venezuelano da parte dell’Italia.

In queste settimane il dossier è stato al centro di una fitta interlocuzione tra Roma e Washington. Tajani ha avuto più contatti con il segretario di Stato americano Marco Rubio, con gli Stati Uniti impegnati a sostenere ogni sforzo per la liberazione dei detenuti occidentali. La sensazione, negli ambienti diplomatici, è che qualcosa possa muoversi dopo il cambio al vertice a Caracas.

Lo stesso Tajani aveva parlato nei mesi scorsi di una possibile maggiore flessibilità da parte della nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez, ipotizzando gesti distensivi anche sul fronte dei detenuti politici. In questa direzione vanno letti i primi segnali di apertura, sostenuti anche da settori dell’opposizione che, con Corina Machado in prima linea, hanno rilanciato la richiesta di un’amnistia generale.

Intanto, a Lido di Venezia, davanti alla casa della famiglia Trentini, resta appeso lo striscione “Alberto Trentini libero”. Da quasi 14 mesi accompagna l’attesa silenziosa dei familiari, che continuano a sperare senza rilasciare dichiarazioni.

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Il rilascio degli ultimi detenuti ha riguardato anche cittadini di altri Paesi europei: Madrid ha annunciato la liberazione di cinque spagnoli. Secondo i dati più recenti delle organizzazioni per i diritti umani, in Venezuela restano ancora centinaia di prigionieri politici, tra cui decine di stranieri o persone con doppia cittadinanza.

Una mossa, quella di Caracas, che appare come un primo tentativo di uscire dall’isolamento internazionale, in una fase in cui il chavismo è chiamato a bilanciare la propria retorica anti-occidentale con la necessità di aprire un canale di dialogo con gli Stati Uniti e l’Europa. Resta ora da capire se il gesto rappresenterà l’inizio di un cambio di rotta o solo una concessione tattica in una partita diplomatica ancora tutta da giocare.

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