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Zombie Army 4: Dead War, a volte ritornano

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Zombie Army 4: Dead War è il sequel della serie nata come spin-off del celebre Sniper Elite. Il titolo, sviluppato da Rebellion Developments e disponibile su Xbox One, Ps4 e Pc, per chi non lo sapesse, è un gioco ambientato durante la seconda guerra mondiale. Più precisamente, il gioco originale ha inizio proprio nel bunker di Hitler, al momento della disfatta, quando gli alleati hanno circondato Berlino e il terzo Reich sta per giungere al termine. Proprio in questo scenario Hitler dà il via al piano Z, ossia: far rinascere l’intero esercito del Terzo Reich sottoforma di potentissimi zombie grazie al potere di alcuni manufatti. Così, migliaia di soldati nazisti e fascisti riprendono vita e nel mezzo si formano anche mini-boss dalla potenza disumana. Lo stesso Hitler si trasforma in una creatura demoniaca, ma viene sconfitto da Karl Fairburne e dai suoi compagni. Zombie Army 4: Dead War ha inizio proprio qui, dopo le vicende dei primi 3 capitoli. Purtroppo nonostante gli sforzi congiunti per eliminare il Fhurer, le porte dell’Inferno avevano ormai vomitato ogni genere di mostruosità e la caduta di Hitler non è servita a fermare la loro avanzata. Qualcosa di misterioso mantiene le orde di zombi in questo stati di non-vita, una forza contro cui i sopravvissuti non pensavano di dover combattere ancora e, proprio su queste premesse, Rebellion ha sviluppato l’angosciante intreccio narrativo di Zombie Army 4: Dead War. Com’è facile intuire, la premessa narrativa diventa però ben presto una scusa per lanciarsi nei teatri di guerra, questa volta italiani e croati, e affrontare ondate di zombi e mostruosità che è necessario eliminare una volta per tutte. La caratterizzazione degli ambienti fa però emergere tutta la difficoltà degli sviluppatori nel saper dipingere i tratti distintivi del Bel Paese, e tra Milano, Venezia e Napoli non c’è davvero nulla che possa identificare in maniera chiara degli scorci che sarebbero potuti appartenere a qualunque altra nazione. Ad esclusione, ovviamente, dei soliti cliché che abbondano. Dal punto di vista del gameplay, la struttura di Zombie Army 4: Dead War non si distacca molto dagli altri episodi della serie e mantiene una progressione di gioco a compartimenti stagni, con zone franche a inframmezzare una continua mattanza realizzabile con armi da fuoco, trappole, esplosivi e qualche colpo corpo a corpo ben assestato. Tra fucili da cecchino, fucili a pompa, mitragliatrici e pistole, il giocatore avrà sempre un buon assortimento di bocche da fuoco, ma soprattutto avrà la possibilità di migliorarle tramite un tavolo da lavoro multiuso. In Zombie Army 4: Dead War giocano un ruolo chiave anche le abilità, attraverso cui è possibile sbilanciare il proprio stile verso le combo di uccisioni consecutive, la difesa o l’attacco, con sperimentazioni strategiche che potranno tornare utili nei momenti in cui ci si troverà davvero con le spalle al muro. Nella produzione di Rebellion capiterà spesso, perché le ondate che sbucheranno letteralmente da tutte le parti non mancheranno di certo, soprattutto se si vorrà affrontare il gioco alla massima difficoltà e da soli, che com’è facile intuire è un’impresa più complicata rispetto alla coop in cui ci si può dare manforte e copertura reciproca. Va detto a tal proposito che Zombie Army 4: Dead War riesce a gestire bene gli equilibri di gioco sia in una che nell’altra modalità, offrendo una buona curva della difficoltà e un bilanciamento ottimale.

Il titolo, come si può immaginare, è frenetico e per certi versi ripetitivo, ma gli sviluppatori sono riusciti ad ovviare questo problema con una serie di missioni che regalano una buona dose di adrenalina e di azione, oltre che obiettivi di crescita del personaggio che nel passato non erano presenti. Fin dalle prime missioni si nota una certa propensione alla varietà che non si limita semplicemente a far seguire al giocatore un percorso lineare, ma obbligano chi si trova col pad in mano a muoversi in giro per le macroaree per ricercare punti strategici, risorse specifiche o collezionabili aumentando, quindi, il livello di difficoltà a causa di un inevitabile aumento di zombie sullo schermo. Questi, in non pochi casi, avranno respawn infinito a dimostrazione del fatto che per avere la meglio sarà necessario cercare di risolvere in fretta gli enigmi o le missioni che bloccano l’avanzata dei protagonisti. A proposito degli eroi giocabili, in Zombie Army 4: Dead War, ognuno dei 4 personaggi selezionabili (6 se si considerano i due extra sbloccabili), oltre a differenziare notevolmente nell’approccio al gameplay (c’è chi è più abile nella mischia, chi nelle armi a lunga gittata e chi nella velocità) ha delle abilità speciali riguardanti la salute, gli attacchi in mischia o gli attacchi a lunga distanza. Questi si ricaricano durante le uccisioni o dopo un determinato evento quale, ad esempio, la morte e risultano decisamente utili nei momenti più complessi del gioco. Ovviamente anche in quest’ultimo capitolo della serie, torna la “moviola” che in maniera del tutto randomica, ma a patto che si colpisca da una certa distanza o più di una delle parti “vitali” degli zombi, mostrerà in maniera spettacolare la distruzione di ossa e organi interni causata da proiettili, bombe e molto altro. Insomma questo effetto è un vero e proprio spettacolo che permette di godere dei momenti più epici a rallentatore. Prima di passare al comparto tecnico, merita una menzione speciale la decantata modalità multiplayer. Durante il nostro test, abbiamo avuto la possibilità di apprezzare la rapidità e il gran quantitativo di giocatori che almeno al momento sono presenti sui server. Nella modalità co-op di Zombie Army 4: Dead War si prende parte a missioni con un numero massimo di 4 giocatori. Questa modalità è la classica orda “a ondate” che vede l’avanzamento di numeri sempre più crescenti e forti di nemici che, una volta sconfitti, permettono di recuperare risorse e miglioramenti in quei pochi secondi prima che abbia inizio il nuovo attacco dei nemici. La ripetitività è ovvia, ma viene attenuata dalla presenza di aree sempre nuove che vanno sbloccate sconfiggendo un determinato numero di non morti. La particolarità di questa modalità è che se un giocatore dovesse morire si trasformerà anch’egli in uno zombie da sconfiggere, ma potrà tornare in vita una volta che l’orda sarà sconfitta.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, Zombie Army 4: Dead War, i passi in avanti compiuti dallo studio Rebellion sono notevoli soprattutto nella realizzazione degli asset e delle texture ambientali oltre che dei personaggi. Non mancano, però, alcuni nei come le esplosioni o la fisica non sempre perfetta, in particolare nei movimenti dei personaggi che si compenetreranno non poche volte all’interno di alcuni elementi di gioco quali porte e mura. Sempre in questo frangente abbiamo notato il brutto e fastidioso problema degli attacchi impossibili dal punto di vista fisico, ossia di quei momenti in cui si è visibilmente distanti da un avversario, ma si perderà comunque vita durante un suo attacco corpo a corpo. È un difetto riscontrato non poche volte nel corso di tutto il gioco poiché si manifesta soprattutto nei momenti in cui si è circondati da diversi non-morti. In ogni caso la resa grafica è la migliore che si sia mai vista sulla serie. Da sottolineare la possibilità su Xbox One X e PS4 Pro di poter scegliere se valorizzare la resa grafica, giocando a 30 fps, oppure “promuovere” la fluidità a scapito della grafica giocando a 60 frame al secondo. Parlando del suono, possiamo senza dubbio dire che il comparto audio è corposo e realistico. La colonna sonora è proprio come ce la si aspetta da un titolo di questo genere e quindi sono presente musiche forti, batterie, chitarre e basso a più non posso. Detto ciò, tirando le somme, Zombie Army 4: Dead War è senza ombra di dubbio un titolo che riesce nella sua missione di far divertire. Buono se si è da soli, eccellenti se si è in compagnia di tre amici, la campagna terrà incollati allo schermo per diverse ore. Anche la componente multiplayer è molto divertente e riesce sicuramente a essere interessante, anche se, il rischio di ripetitività è molto alto. In ogni caso, l’ultima fatica di Rebellion Developments rende giustizia all’epicità della serie ed è senza ombra di dubbio un prodotto da avere nella propria collezione.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 9

Longevità: 9

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Dirt 5, le corse folli off-road approdano anche sulla Next Gen

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Dirt 5 è arrivato giusto alla vigilia della nascita della nuova generazione di console, Codemasters è infatti scesa in campo con uno dei suoi franchise più noti in una nuova ed inedita esperienza off-road sia per le console old-gen che per Xbox Series X/S e Ps5.

Per chi non conoscesse la saga, possiamo dire che dopo i primi capitoli con ambizioni spiccatamente simulative, il brand si è aperto progressivamente a una formula più leggera e scanzonata, percorrendo i tracciati all’insegna dell’adrenalina, dell’accessibilità e di circostanze al limite dell’esilarante. Ebbene, dopo un quarto capitolo ancora legato parzialmente alle logiche simulative, e capace di offrire nuovamente un certo equilibrio nella formula di guida, Dirt torna a parlare un linguaggio spiccatamente arcade, per dare seguito all’arguta scelta di ampliare le prospettive delle corse off-road e strizzare l’occhio al divertimento puro.

Gli amanti del realismo estremo, della riproduzione minuziosa della fisica e della disciplina canonica sono avvisati: troveranno ben poco pane per i loro denti in Dirt 5. Ad attenderli, tuttavia, ci saranno ore galvanizzanti, spensierate e molto, molto fango. Come prevedibile, è la Carriera a porsi come centro nevralgico dell’esperienza di gioco di Dirt 5. In tale tipologia di gioco, si è chiamati a guidare nelle specialità più estreme come: Cross, Land Rush, Icebreaker e Stampede con l’obiettivo di farsi conoscere all’interno del circuito di queste strampalate corse con macchine derivate dalla produzione di serie ma adattate al contesto molto selettivo dei percorsi.

La Carriera è divisa in blocchi il cui nome si riferisce anche alle fasi della meccanica: non poteva quindi che essere Ignition la prima fase che serve a introdurre i giocatori al mondo delle corse. Una volta innescata l’iniezione non si può che accelerare, ed è infatti questo il nome della seconda fase della carriera in cui si affrontano gare via via più difficoltose e selettive per poi passare all’ulteriore fase che è la Velocità. Un tocco di classe dei ragazzi di Codemasters che contestualizza in maniera frizzante l’esperienza di gioco. Per passare da una fase all’altra, e quindi progredire nella carriera, non è indispensabile vincere ma ottenere un buon piazzamento aiuta ad avere ricompense che permettono di acquistare auto adatte per poter partecipare nelle varie gare, rappresentate da un percorso a tappe che tocca Sudafrica, Grecia, Italia, Norvegia, Brasile, Cina, New York e Arizona.

Ad ogni competizione conclusa si ottengono ricompense proporzionate alla posizione finale, divise tra punti esperienza, reputazione, DIRT Dollars e ricompense degli sponsor. Ognuna di queste ricompense permette, rispettivamente, di accedere a nuove e diverse auto e personalizzazioni, prendere nuovi e più importanti sponsor ed acquistare auto, livree e stickers. I circuiti di Dirt 5 sono inseriti in località spettacolari dal punto di vista visivo, e caratterizzate da peculiarità specifiche quali la superficie di gara, la tipologia di circuito o le condizioni metereologiche di base.

La diversità di superfici e vetture comporta stili di guida diversi per poter vincere e guadagnare punti, e proseguire quindi nella carriera. Al crescere della reputazione si potrà essere invitati a sfide contro nomi famosi delle varie specialità, in sfide dirette su un circuito e specialità di loro scelta. Sono presenti i più grandi marchi che si cimentano in queste tipologie di gare: dalla Volkswagen all’Audi, dalla Citroen alla Porsche e non mancano mezzi esotici che sono però indispensabili per affrontare alcune prove come, ad esempio, la modalità Pathfinder che si può tradurre in: “arrampicata con auto”.

In Dirt 5, ci teniamo a sottolineare, non è possibile incidere sulle prestazioni dei singoli bolidi, dal momento che manca la possibilità di installare nuove componenti. La personalizzazione, quindi, è solo estetica, e sebbene le possibilità in tal senso siano discretamente ampie, anche grazie alla possibilità di creare da zero le proprie verniciature, questa mancanza potrebbe rappresentare una piccola delusione per i giocatori più esigenti, anche a causa di una caratterizzazione delle auto tutt’altro che marcata, specie fra esponenti della medesima classe.

Buona invece l’idea di poter scegliere uno sponsor fra diverse proposte, che ricompenserà i piloti con un bonus di crediti in base al grado reputazione e agli obiettivi carriera raggiunti. La carne al fuoco è molta, in quanto le gare sono oltre il centinaio, e in generale la modalità Carriera riesce a compensare una congenita carenza nell’avanzamento con una buona dose di eventi, che apre la strada a una varietà e a un livello di sfida sempre più stimolante. Detto ciò però è bene tenere a mente che Dirt 5 è tutto meno che un gioco difficile. Tuttavia, la sensazione di estrema facilità nel posizionarsi davanti a tutti (anche a un grado di difficoltà medio) si stempera progressivamente con il passare delle ore, portando il giocatore ad accrescere il livello di attenzione già dopo il primo terzo di gioco.

Il buon lavoro svolto nella caratterizzazione dei tracciati, infatti, emerge più sulle lunghe distanze, dato che sarà necessario progredire un po’ per rendersi davvero conto di quanti tracciati ci siano e delle insidie lungo il percorso. La novità più incisiva di questo Dirt 5 sul fronte contenutistico è la modalità Playground. Si tratta di un editor di tracciati che consente di creare piste ed esperienze sulla base di tre tipologie di eventi: il succitato Gymkhana; il Gate Crasher, ovvero una sorta di Time Attack a cancelli che richiede di ottenere il miglior tempo; e infine Smash Attack, una corsa ad ostacoli contraddistinta da un alto tasso di spettacolarità e adrenalina. Le creazioni, naturalmente, possono essere condivise in rete e offerte in pasto alla community. Questa modalità rappresenta un’aggiunta senz’altro interessante e in grado di carpire l’attenzione dei gamers più creativi. L’offerta contenutistica include anche le immancabili modalità Gioco Libero e Time Attack, nelle quali poter correre anche in compagnia (il titolo supporta il multigiocatore locale in split screen fino a 4 giocatori). Inoltre, è possibile alterare tutta una serie di parametri come il numero di avversari e i giri di pista, settare momento della giornata e condizioni climatiche, oltre che selezionare tra uno degli oltre 35 tracciati disponibili, numero che va raddoppiato tenendo conto delle varianti inverse che ciascuno possiede.

Sul versante multiplayer online, Dirt 5 sa far felici sia gli amanti dei vecchi capitoli del franchise, sia chi desidera correre fra gli scenari dei 10 Paesi che fanno da teatro ai tracciati della Carriera. Torna la Modalità Party, con arene esclusive e modalità peculiari, votate alla competizione arcade; Vampire, la modalità di caccia, mette un pilota nei panni di un “vampiro” all’inseguimento, mentre gli altri pilori dovranno scappare facendo sfoggio di tutte le abilità di guida acquisite; King spinge invece ad adottare uno stile di guida più pulito e ad evitare le collisioni con gli altri giocatori per conservare la corona; Transporter, infine, permette al pilota di accumulare punti recuperando uno specifico oggetto e portandolo al sicuro in un determinato luogo. Insomma, per quanto riguarda i contenuti c’è davvero un’ottima mole di attività.

La nostra prova di Dirt 5 su Xbox Series X ha messo in luce un impatto visivo un po’ troppo trattenuto: la modellazione degli elementi a bordo pista non è proprio colma di dettagli poligonali, alcuni tratti dei tracciati sembrano leggermente vuoti, ed in generale il team sembra aver puntato di più sull’ottimizzazione che sulla ricchezza e sulla densità visiva.

Bisogna in ogni caso ribadire che Codemasters ha lavorato su tracciati completamente inediti, cercando di dare il massimo sul fronte della varietà e puntando alla massima fluidità e risoluzione. A tal proposito, su Series X il titolo gira a 60 fps granitici, nello splendore della risoluzione nativa 4K, e anzi riesce persino a spingersi oltre. Avendo poi a disposizione una TV con HDMI 2.1 è possibile impostare l’uscita video della nuova console Microsoft a 120fps, sbloccando quindi l’omonima modalità di rendering. In questo caso si avverte una differenza piuttosto netta in termini di fluidità, percepibile soprattutto se si utilizzano le visuali interne o comunque quelle “in prima persona”. Detto ciò, tirando le somme, Dirt 5 è a tutti gli effetti un gioco di guida di assoluto livello, sebbene molto diverso dal solito gioco di rally che ci si aspetterebbe di vedere.

Il titolo ha personalità da vendere e cattura chiunque in una dinamica di gioco nella quale si fa una gara dopo l’altra, uno scenario dopo l’altro, senza mai stancarsi. Il tutto poi è esaltato dall’hardware next-gen (al quale ricordiamo il gioco viene upgradato gratuitamente ed automaticamente), ma non disdegna le attuali console sulle quali continua a mostrare tutte le sue qualità. Le modalità di gioco sono variegate e la disponibilità di un editor permette agli appassionati di costruire percorsi che continuano ad alimentare il sistema di gioco. Codemasters si conferma una garanzia per quanto riguarda i giochi di guida. Insomma, se avete voglia di velocità, fango, divertimento è un pizzico di follia, allora Dirt 5 è quanto di meglio possiate desiderare.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 9

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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iPhone si danneggia con l’acqua, l’Antitrust multa Apple

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iPhone resistente all’acqua? Sembra proprio di no. Quindi non fatelo. La pubblicità della Apple che vantava la resistenza dei suoi smartphone all’acqua è stata giudicata ingannevole dall’Antitrust che ha deciso una sanzione al gruppo della mela, che si è anche rifiutata di prestare assistenza per gli smartphone danneggiati, di 10 milioni di euro.

L’autorità ha ritenuto pratiche commerciali scorrette la la diffusione di messaggi promozionali di diversi modelli di iPhone in cui veniva esaltata la caratteristica di risultare resistenti all’acqua per una profondità massima variabile tra 4 metri e 1 metro a seconda dei modelli e fino a 30 minuti.

Secondo l’Autorità, però, nei messaggi non si chiariva che questa proprietà è riscontrabile solo in presenza di specifiche condizioni, per esempio durante specifici e controllati test di laboratorio con utilizzo di acqua statica e pura, e non nelle normali condizioni d’uso dei dispositivi da parte dei consumatori. I modelli pubblicizzati sono iPhone 8, iPhone 8 Plus, iPhone XR, iPhone XS, iPhone XS Max, iPhone 11, iPhone 11pro e iPhone 11 pro Max. Per l’Antitrust, come descritto in una nota, inoltre, la contestuale indicazione del disclaimer “La garanzia non copre i danni provocati da liquidi”, dati gli enfatici vanti pubblicitari di resistenza all’acqua, è stata ritenuta idonea a ingannare i consumatori non chiarendo a quale tipo di garanzia si riferisse (garanzia convenzionale o garanzia legale), né è stata ritenuta in grado di contestualizzare in maniera adeguata le condizioni e le limitazioni dei claim assertivi di resistenza all’acqua.

L’Antitrust ha poi ritenuto idoneo a integrare una pratica commerciale aggressiva il rifiuto da parte di Apple, nella fase post-vendita, di prestare assistenza in garanzia quando quei modelli di iPhone risultavano danneggiati a causa dell’introduzione di acqua o di altri liquidi, ostacolando in tal modo l’esercizio dei diritti ad essi riconosciuti dalla legge in materia di garanzia ossia dal Codice del Consumo. Al momento Apple, a cui è stata richiesta la pubblicazione del provvedimento dell’Autorità sul sito internet italiano, non ha commentato la sentenza.

F.P.L.

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Devil May Cry V Special Edition, Vergil superstar della Next-Gen

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Devil May Cry V Special Edition arriva sulle piattaforme di nuova generazione targate Microsoft e Sony e offre un pacchetto completo che, oltre ai contenuti già visti nell’edizione base (qui la nostra recensione) della ormai “Old-Gen”, andrà a integrare una serie di novità realizzate appositamente per l’architettura dei nuovi hardware, ma anche per rispondere alle innumerevoli richieste da parte di una community più vogliosa di sfide che mai.

Devil May Cry 5 torna dunque su Xbox Series X/S e Ps5 con una riedizione a al costo di 39.99 euro che, oltre ad aggiungere la possibilità di rigiocare la campagna originale nei panni di Vergil, include una manciata di cut-scene inedite che ci mostrano gli eventi dal punto di vista del fratello di Dante.

Si tratta, però, di brevi filmati che falliscono nel tentativo di fornire una prospettiva più completa sulla sceneggiatura del quinto episodio, che avrebbe certamente giovato di un’analisi più approfondita dalla prospettiva di Vergil, visto l’enorme interesse attorno alla sua figura da parte dei fan di lunga data.

L’ingresso del fratello di Dante nel cast di DMC5, in tal senso, deve essere visto solo come la volontà di accontentare i fan che, da tempo ormai, invocavano l’aggiunta di Vergil tra i personaggi giocabili, e sotto un profilo di mero gameplay, il ritorno del secondo figlio del demone Sparda non delude di certo. La flessibilità e varietà del combat system di Vergil si fa apprezzare soprattutto spendendo in modo oculato le gemme rosse per andare a sbloccare alcune tra le mosse più interessanti che il gemello del protagonista può vantare nel suo moveset. Yamato, Beowulf, Mirage Blade e Mirage Edge offrono quattro stili di lotta molto differenti tra loro e complementari, che sommati alle incredibili capacità di Vergil di muoversi negli spazi in breve tempo, rompendo il contatto visivo e sbucando in faccia al nemico in men che non si dica, fanno sì che il personaggio possa avere la meglio anche in situazioni più complesse, quando il numero di avversari comincia a farsi particolarmente elevato. Situazione, peraltro, che non sarà rara, specialmente nel caso in cui si decida di attivare una delle nuovissime modalità introdotte dal team di sviluppo per l’occasione: la Turbo. Si tratta di una variazione che ha effetto sul gameplay e che va ad aumentare artificialmente la velocità dell’azione (incrementata di 1.2 volte), riducendo di conseguenza in modo percettibile il tempo di reazione da parte del giocatore agli attacchi avversari. Un aspetto che, nelle missioni più avanzate della storia o in presenza di particolari boss, può alzare in modo netto il tasso di sfida. L’altra novità offerta da questo Devil May Cry V Special Edition è il livello di difficoltà aggiuntivo chiamato “Il mitico cavaliere oscuro” che aumenta considerevolmente il numero di nemici su schermo. Si tratta di un incremento tale da trasformare la formula di Devil May Cry 5: Special Edition da uno “Stylish Action Game” a quello che per certi versi è più simile a un titolo come Dinasty Warriors, ossia con una quantità di demoni e avversari da abbattere davvero incredibile. Divertente, per carità, ma forse in alcuni casi eccessiva, sebbene come ho avuto modo di approfondire in sede di anteprima sia per certi versi molto più semplice, con tutti questi nemici, alternare le mosse di Vergil (o di Dante, Nero e V, visto che la modalità funziona anche con i personaggi appartenenti al cast originale) e ottenere un punteggio più “stiloso” diventa semplice. È vero, però, che alcune combinazioni di nemici sembrano totalmente affidate al caso e rendono forse un po’ imprevedibile ciascuna missione. Per fortuna, ogni personaggio ha dalla sua un numero sufficiente di mosse per respingere tutte queste minacce, e Vergil non fa certo eccezione.

Un capitolo a se di questa recensione non può non essere dedicato alle migliorie svolte da Capcom a livello tecnico, dalla succitata presenza di un numero sensibilmente maggiore di nemici (che mostra, qualora se ne avvertisse il bisogno, come Xbox Series X e Ps5 siano capaci di gestire un numero ben maggiore di elementi su schermo senza sacrificare la fluidità) che si manifestano nella modalità Il mitico cavaliere oscuro, fino alla possibilità di giocare in Ray Tracing o di sbloccare un frame-rate superiore su console. Dopo aver testato il gioco in Ray-Tracing e provato che genere d’impatto grafico l’engine di Capcom sia in grado di offrire privilegiando la qualità grafica e ancorando il frame-rate a 30 fps, abbiamo notato che rinunciando a qualche orpello grafico è possibile godere di una fluidità totale impostando la modalità a 60 fotogrammi per secondo. Con tali impostazioni, Devil May Cry V Special Edition 5 si gioca che è un vero piacere e si conferma un ottimo gioco d’azione, nonostante questa riedizione non vada in nessun modo a correggere tutti quei difettucci che erano emersi nell’analisi originale. Tirando le somme, la Special Edition di Devil May Cry 5 racchiude in un singolo pacchetto tutti i contenuti del gioco già visto nei mesi scorsi su console di “Old-Gen”, con una serie di bonus interessanti come Vergil, ora finalmente giocabile, la modalità Turbo e un nuovo livello di difficoltà che aumenta esponenzialmente il numero di nemici su schermo. Discrete le migliorie apportate a livello estetico, con una buona applicazione del Ray Tracing e una modalità che farà la gioia di coloro che amano le esperienze frenetiche. Il titolo vale la pena di essere acquistato sia da chi ha giocato la versione precedente, in quanto è ricco di contenuti aggiuntivi, sia da chi lo ha perso qualche mese fa, in quanto Devil May Cry V Special Edition è il massimo che si possa desiderare per provare l’esperienza definitiva del gioco di Capcom.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 9,5

Gameplay: 10

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise

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