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L’ANCRI concorre alla campagna di comunicazione per la prevenzione dei rischi naturali che interessano il Paese

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Dalla pericolosità territoriale al concetto di rischio. L’Ing Paolo Ghezzi delegato ANCRI alla Protezione civile e all’ambiente e responsabile scientifico del Master Geca in economia circolare della Scuola superiore S. Anna ci offre una riflessione su cosa fare per limitare tragiche conseguenze delle alluvioni ed esondazioni mettendo a confronto sul piano operativo due gestioni emergenziali diverse di piene simili dell’Arno

Torna anche quest’anno l’iniziativa “Io non rischio – Buone pratiche di protezione civile”, campagna di comunicazione nazionale sui rischi naturali che interessano il nostro Paese. Promossa dal Dipartimento di Protezione Civile, l’iniziativa ha l’obiettivo di diffondere la cultura della prevenzione e le buone pratiche di protezione civile. In oltre 500 piazze del territorio nazionale saranno presenti punti informativi “Io non rischio” per sensibilizzare i cittadini sul rischio sismico e sul rischio alluvione.

In questo contesto di divulgazione di buone prassi ANCRI si è attivata per garantire il proprio contributo al dibattito e al confronto con una riflessione del proprio delegato nazionale alla Protezione Civile e all’ambiente – ing. Paolo Ghezzi. Oltre a individuare alcune tra le cause responsabili della fragilità del nostro territorio, Ghezzi richiama l’attenzione sulla necessità di costruire sistemi locali di protezione civile, efficaci e solidi, e in grado di interpretare le emergenze con spirito critico e capacità di lettura dei dati. Per questo viene proposto il confronto tra due eventi di piena del Fiume Arno, molto ravvicinati, del tutto simili ma gestiti in modo completamente diverso.

Ecco il suo contributo

I recenti eventi alluvionali che hanno colpito il nostro Paese inducono ad una riflessione sul livello di fragilità anche del territorio Toscano e sulla preparazione, più o meno diffusa, nell’affrontare con adeguata efficacia situazioni critiche se non di emergenza.

Eventi metereologici intensi e piogge di lunga durata hanno caratterizzato anche i secoli scorsi. Eppure i danni a persone e cose generati negli ultimi 70 anni non sembrano avere uguali e sono aumentati di pari passo con l’attesa, diciamo pure la giusta pretesa, della popolazione di avere risposte adeguate per prevenire l’emergenza e, se il caso, di intervenire tempestivamente.

Il concetto di rischio, associato alla probabilità di accadimento e alla magnitudo associata, è ormai chiaro a tutti. E’ quindi patrimonio comune che l’aggressione al territorio, anche quello fragile, perpetrata dal dopo guerra in poi, con picchi irresponsabili tra gli anni ’70 e ’90 ma con significativa evoluzione anche in tempi recenti, è la principale causa degli effetti disastrosi di eventi intensi.

Basta pensare che il 7,4% del territorio Toscano risulta in aree a pericolosità elevata di alluvione. Si tratta di oltre 1.400 km2, in cui vivono, esposte a rischio, oltre 270mila persone, quasi 70 mila edifici, 30 mila imprese e quasi 1.400 beni culturali anche di elevatissimo pregio. Il resto di Italia non va certo meglio ed è quindi logico aspettarsi che ad eventi particolarmente violenti, la cui probabilità di accadimento sembra aumentare, facciano seguito danni sempre crescenti: il concetto di magnitudo, appunto.

Ed è in questo quadro complesso e fragile, che si inseriscono la necessità di un modello predittivo e di un sistema efficace di prevenzione. Non è sufficiente disporre di un enorme patrimonio di dati, seppur informatizzati, per scongiurare eventi catastrofici e danni al territorio.

Mi è sempre piaciuto parlare di Sistema di Protezione Civile non come codifica normativa avulsa dalla realtà, ma come gruppo di competenze e forza lavoro che e opera secondo procedure condivise mettendo a fattor comune competenze ed esperienze di Enti e Associazioni di Volontariato. Un Sistema capace di lavorare fianco a fianco nel tentativo di costruire un sistema efficace in cui, pur nel rispetto delle prerogative e delle competenze di ciascuno, le singole eccellenze sappiano lavorare in sinergia e armonia.

Le pianificazioni, pur essenziali per una corretta gestione dell’emergenza, finiscono per essere comunque una linea di indirizzo e di lavoro che mette alla prova le capacità decisionali nei momenti critici. Ogni emergenza deve essere inquadrata in un contesto diverso e la conoscenza dei punti di forza e dei limiti del proprio sistema di intervento devono indurre ad assumere la decisione giusta. Non sempre la stessa, anche se in condizioni apparentemente molto simili.

Il Prefetto Francesco Tagliente, alcuni giorni fa, richiamava sulla stampa un evento del 2014 vissuto insieme e che è emblematico di questa flessibilità che deve caratterizzare l’operato di chi, ai vertici della catena di comando, deve prendere decisioni impattanti sulla vita delle persone.

Fra gennaio e febbraio 2014, a distanza di poche settimane, vennero gestite due piene simili in maniera assolutamente diversa. Entrambi gli eventi transitarono alla stazione di Pisa Sostegno con un livello di circa 5.00 m.sl.m. ma le risposte del sistema di protezione civile furono diverse e conseguenti agli scenari prefigurati e ai dati disponibili. La popolazione e il patrimonio urbano vennero salvaguardati con un impatto sulla qualità di vita completamente diverso nei due eventi.

Il primo evento fu quello del 31 gennaio – Il giorno precedente, venne diramato un bollettino di allerta moderata per precipitazioni locali che non lasciava presagire una piena dell’Arno significativa come quella poi gestita. Il sistema di Protezione Civile si mise in moto nella notte del 30 gennaio solo grazie ad una intuizione della protezione civile del Comune di Pisa. La piena prevista dai modelli era variabile da 2500 mc/s fino a 3200 mc/s., e il tempo disponibile per la reazione e l’adozione delle contromisure non era superiore alle 10 ore.

Nel quadro evolutivo della piena, incerto e con valori di portata così importanti e non compatibili con la capacità di smaltimento del fiume in città, nella notte vennero adottate tutte le misure previste nella Fase più critica del Piano di Protezione civile, quella a ridosso della potenziale esondazione: attivate in extremis lo scolmatore, e l’installazione delle opere di difesa (panconcelli). La città venne chiusa in tutte le sue funzioni con grande impatto sulle normali attività della popolazione.

Il secondo evento fu quello del 12 febbraio – In questo secondo evento, era giunto in largo anticipo un avviso di allerta elevata su tutta la Regione. Uno di quegli avvisi molto rari. Fu possibile seguire passo dopo passo l’evoluzione della piena e fare tesoro dell’esperienza da poco maturata nell’evento precedente anche ai fini del confronto dei livelli lungo l’asta fluviale. Le previsioni di evoluzione della piena cambiarono più volte anche nel corso della notte. I livelli reali raggiunti nelle stazioni di monte erano tutti ampiamente superiori a quelli della piena precedente e solo alcuni importanti affluenti sembravano apportare un contributo inferiore. Verso le 6.30 della mattina del 12 febbraio venne però confermato uno scenario simile al precedente. Attraverso valutazioni e comparazioni con l’evento di dieci giorni prima, la città venne mantenuta aperta ed attiva assumendo le giuste cautele nelle due ore previste per il passaggio del colmo di piena dalla città al fine di monitorare i reali livelli di transito e ridurre il rischio.

La gestione dei due eventi, in entrambi i casi condotta nell’ambito del Centro Coordinamento Servizi (CSS) convocato in piena notte in prefettura, mette in luce, con chiarezza, i diversi livelli di responsabilità decisionale e quel concetto di Sistema allenato che risulta indispensabile nella gestione preventiva di un’emergenza e in corso d’opera. Le decisioni a carico della città, pur se assunte nel CCS e condivise rientrarono nelle mie prerogative di rappresentante del Comune. A titolo di esempio, la chiusura o meno delle scuole, delle Università e degli esercizi commerciali; l’inibizione all’accesso alla città con l’attivazione dei 37 cancelli, il mantenimento dei servizi essenziali, l’evacuazione della popolazione e il soccorso alle persone non autosufficienti; la rimozione dei cassonetti, delle auto e di altri intralci. Pur con il conforto e con l’ascolto di ogni posizione rimane inalterata una chiara responsabilità personale: quella di assumere queste decisioni e di emanare per tempo le relative ordinanze, se necessarie, o pretenderne la formulazione da altri soggetti competenti.

Al Centro Funzionale della Regione, invece, spettò l’interpretazione dei dati che risultarono essenziali per assumere responsabilmente le scelte conseguenti nonché la gestione delle stazioni di misura (livelli e portate), dei modelli previsionali idraulici in base all’evoluzione meteo fornita dal Consorzio LAMMA. La Provincia di Pisa ebbe la responsabilità della gestione idraulica del fiume Arno con l’attivazione dello scolmatore e il montaggio dei panconcelli. Il Prefetto, infine, assunse la responsabilità della direzione unitaria dei servizi di emergenza a livello provinciale attivando l’esercito per il montaggio dei panconcelli e gestendo con perizia il CCS ed i contatti con i Sindaci o Assessori dei comuni vicini.

In sintesi, dunque, un efficace lavoro di squadra portato a termine in piena comunione di intenti. La gestione dei due eventi ha richiesto un sistema decisionale articolato e complesso che, allora funzionò. Non ci furono protagonismi. I volontari, gli operatori di protezione civile, i Vigili del Fuoco, le forze dell’ordine, l’esercito, la polizia municipale: tutti seppero lavorare al meglio mettendosi a disposizione della regia del coordinamento.

Ma non è certo sufficiente un efficace sistema di protezione civile per mettere al sicuro un territorio e una comunità. E’ una questione soprattutto infrastrutturale. La protezione civile, nei due eventi sopra richiamati, ha certamente fatto tutto quanto era nelle proprie possibilità e, credo, lo abbia fatto al meglio. Ma se, a parità di sforzo del sistema complessivo e di decisioni assunte, i livelli della piena avessero investito i panconcelli o un argine avesse ceduto e l’acqua fosse tracimata, quali sarebbero stati il giudizio della comunità e la valutazione dell’operato svolto? E soprattutto quali e quanti sarebbero stati i danni alla città?

Un sistema sano di Protezione civile va mantenuto a livelli di eccellenza e deve poter sopravvivere ai continui cambiamenti ai vertici degli Enti che ne fanno parte. Ma soprattutto è compito di un articolato sistema di competenze e responsabilità che assurgono ai livelli pianificatori e regolamentari che spetto il compito di ridurre la magnitudo e quindi i danni a cose e persone a parità di evento e di capacità di intervento. E questo sistema preventivo e proattivo in emergenza è quanto mai fondamentali ai giorni nostri in cui la fragilità del territorio si somma ad una esposizione eccessiva ai potenziali danni.

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Google presenta MusicLm l’Intelligenza Artificiale che crea musica

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Google ha presentato i risultati di MusicLM, un sistema di Intelligenza Artificiale capace di generare musica di qualsiasi genere partendo da un testo scritto. Il suo funzionamento è simile a quello di piattaforme come Dall-E, che creano immagini e opere artistiche basandosi su esempi di parole e descrizioni. L’intelligenza di MusicLM è stata “addestrata” su 280.000 ore di musica, con Google che ha pubblicato alcuni esempi dei lavori composti, senza però permettere al mondo esterno di accedere allo strumento anche per via degli eventuali problemi di copyright che potrebbero esserci nel caso di un utilizzo allargato del software. E infatti negli Usa un collettivo di artisti ha già avviato una class action contro aziende che usano tecniche di intelligenza artificiale per creare immagini. L’intento dei ricercatori è però quello di dimostrare il livello a cui lo sviluppo degli algoritmi è arrivato. MusicLM può non solo assemblare brani completi ma anche convertire fischiettii e motivetti cantati in vari strumenti, a scelta tra un set di disponibili. Meno precisa e naturale è la riproduzione della voce umana, anche se progetti recenti di Microsoft hanno evidenziato l’opportunità per un’AI di mimare il tono e la cadenza di un interlocutore reale, dopo solo qualche secondo di esempio “ascoltato”. A settembre del 2016, i Sony Computer Science Laboratories hanno pubblicato “Daddy’s Car”, una traccia interamente composta da un’intelligenza artificiale e ispirata alle melodie dei Beatles. Ovviamente tale tecnologia ha provocato scalpore e giusto qualche giorno fa il cantante e compositore Nick Cave, riferendosi al software ChatGpt messo alla prova anche a fini artistici, ha detto che l’Intelligenza artificiale “fa schifo”, definendolo un esercizio di “replica e parodia”, mentre “scrivere una buona canzone non è imitazione, o replica, è il contrario”, ha aggiunto. Insomma, siamo destinati a vedere scomparire gradualmente i musicisti o l’Intelligenza Artificiale potrà essere utilizzata come supporto per gli artisti moderni.

F.P.L.

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Ambiente

Cambiamenti climatici, ANBI: “Il Piemonte la regione con i territori più aridi della Penisola”

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Gargano: “L’analisi dei dati idrologici della Penisola ribadisce la funzione fondamentale degli invasi”

Contraddicendo l’immagine consolidata, è il Piemonte la regione con i territori più aridi della Penisola: l’area centro-orientale segna un bilancio idrologico a 12 mesi, che può essere considerato ancora di siccità estrema. Ad evidenziarlo è il report settimanale dell’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche.

Le condizioni del fiume Po restano drammatiche con portate, che rimangono largamente deficitarie a monte e che peggiorano man mano che ci si sposta verso il delta (praticamente dimezzate rispetto alla media del periodo): i valori sono ovunque inferiori all’anno scorso (a Torino : – 46%) ed a Piacenza si registra il nuovo minimo storico (306,09 metri cubi al secondo contro il precedente record di mc/s 333).

In Piemonte, la situazione risulta maggiormente compromessa nei bacini idrografici sud-occidentali, dove i fiumi Maira e Pellice (ad Ovest) hanno portate, che si aggirano intorno al 50% rispetto al già deficitario 2022, mentre la Bormida (a Sud) registra valori, che si attestano intorno al 42% dello scorso anno ed all’Orba manca quasi il 30% della portata.

“Nel breve periodo climatologico – commenta Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – si ripete una tendenza, che continua a cogliere impreparato il territorio settentrionale del Paese: ci sono più risorse idriche al Centro- Sud Italia che al Nord. L’esempio arriva proprio dal Piemonte, dove oggi sono presenti solo 4 invasi mentre altri da anni aspettano scelte concrete e poi il Piano Laghetti che ne prevede, a breve, altri 10, i cui progetti definitivi ed esecutivi sono solo in attesa di finanziamento: permetterebbero di trattenere oltre 25 milioni di metri cubi d’acqua, garantendo irrigazione a quasi 17.000 ettari di campagne.”

In Valle d’Aosta lo spessore del manto nevoso, calato rispetto ad una settimana fa, è maggiore sui rilievi occidentali, dove mediamente si aggira sui 68 centimetri (record sulle Grandes Marailles con 125 centimetri), mentre si riduce a circa 47 centimetri sui territori al confine con il Piemonte fino ad arrivare a cm. 36 circa nella fascia centrale della regione. Le portate di Dora Baltea e torrente Lys sono in leggero aumento (fonte: Centro Funzionale Regionale Valle d’Aosta). 

Per quanto riguarda i grandi laghi, fatta eccezione per il Verbano, i cui livelli rimangono comunque inferiori di circa mezzo metro rispetto alla media storica, le percentuali di riempimento hanno valori in calo rispetto alla settimana scorsa e si attestano al 17,1% per il Sebino, al 36,4% per il Benaco (contro il 79,3% dell’anno scorso!), al 20,6% per il Lario (di poco superiore al 2022).

In Lombardia, i livelli del fiume Adda ristagnano ai minimi del precedente quinquennio e la portata scende  fino a toccare i 71 metri cubi al secondo. Rispetto alla settimana scorsa, le riserve idriche regionali segnano un incremento (+ 14,85% sull’anno scorso)dovuto alle precipitazioni nevose, che hanno interessato maggiormente i bacini di Brembo, Serio e Chiese-Eridio; nonostante ciò, però, il deficit rispetto alla media storica resta enorme: -42,3% (fonte: ARPA Lombardia), condizionato anche da un Dicembre 2022 con positivi scarti di temperatura fino a 3 gradi in pianura e neve inferiore alla media quasi dappertutto.

A Gennaio, in Veneto, la portata del fiume Adige è stata di oltre il 22% inferiore alla media calcolata dal 2004 al 2019 ed i livelli attuali sono tra i più bassi del recente decennio, pregiudicando la speranza di una ripresa nei livelli di falda. Calano anche gli altri fiumi della regione, con la Livenza ai livelli più bassi in anni recenti al pari con il siccitosissimo 2017.

In Emilia Romagna si riducono le portate di tutti i corsi d’acqua, che però mantengono valori superiori all’anno scorso. Fa eccezione la Secchia, la cui portata è fortemente condizionata dagli apporti pluviali, alternando picchi di portata a minimi storici, sotto i quali sta ora  ristagnando. Come un anno fa, gli invasi piacentini trattengono solamente 5.700.000 metri cubi d’acqua, pari al 25% della capacità dei bacini di Molato e Mignano.

Grazie alle precipitazioni invernali, è migliore la situazione nelle regioni del Centro Italia.

Seppur con molte differenze, le portate dei fiumi toscani si avvicinano alle medie storiche con l’unica eccezione del Serchio, che torna invece ad essere deficitario  (fonte: Centro Funzionale Regione Toscana).

Anche nelle Marche calano repentinamente i livelli dei corsi d’acqua, che però si mantengono sulle medie del recente passato; nei bacini artificiali continuano invece a confluire importanti apporti idrici (in una settimana: + 3 miliardi e 310 milioni di litri d’acqua). C’è da segnalare che, nelle Marche, il mese di dicembre è stato il secondo più caldo degli ultimi 60 anni, toccando + 6 gradi sulle medie del periodo. 

Pure in Abruzzo, le temperature di Dicembre sono state generalmente fuori norma, stazionando 5 gradi in più della media; sul fronte pluviometrico, si registra un bilancio positivo nelle aree interne, con record rilevati nella Marsica (Oricola +92,7%, Avezzano +82,6%); la fascia collinare litoranea permane, invece, in deficit con record negativo a Penne: -74,2% (fonte: Regione Abruzzo).

Il fiume Tevere cala sia nella sezione umbra che in quella laziale ed un significativo decremento di portata è stato registrato anche da Liri, Sacco ed Aniene, che però a monte si mantiene in linea con le medie storiche. Mentre i livelli dei laghi di  Bracciano e Nemi restano sostanzialmente invariati, molto positivi sono i dati rilevati all’invaso dell’Elvella, al confine con la Toscana, la cui quota, in un mese e mezzo, si è alzata di oltre 3 metri e che, rispetto all’anno scorso, trattiene 1.650.000 metri cubi d’acqua in più.

In Campania, i fiumi tornano a livelli di normalità dopo gli exploit delle scorse settimane (fonte: Centro Funzionale Multirischi Protezione Civile Campania).

I bacini della Basilicata, nonostante un calo di circa 15 milioni di metri cubi, mantengono una netta sopreccedenza (+ 61,85 milioni di metri cubi) sui volumi già abbondanti, stoccati un anno fa; analoga situazione, infine, si verifica in Puglia con un surplus di 83,35 milioni di metri cubi d’acqua rispetto a quanto invasato un anno fa, accresciuto di oltre 42 milioni di metri cubi in una sola settimana.

“L’analisi dei dati idrologici della Penisola – conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – ribadisce la funzione fondamentale degli invasi. L’imprevedibilità dell’andamento meteorologico porta ad evidenti differenziazioni pluviometriche nel tempo e nello spazio, cui è necessario rispondere con la funzione calmieratrice di nuovi bacini. L’amara domanda, che riecheggerà nelle prossime settimane di prevedibile e complessa gestione idrica, sarà ancora una volta la stessa: quanta acqua stiamo lasciando scorrere inutilizzata verso il mare?”

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Ambiente

Mutamenti climatici, ANBI: “Continua il dramma del fiume Po. Nonostante le piogge, resta in secca”

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E’ il Piemonte, il paradigma della preoccupante sofferenza idrica, che permane nell’Italia settentrionale a dispetto di condizioni meteo, che inducono ad una diversa percezione, giustificata invece per l’Italia centro-meridionale: è quanto si evince dal settimanale report dell’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche.
 
Nella principale regione del NordOvest decrescono i livelli di tutti i corsi d’acqua (la Sesia registra un calo del 50% in una settimana), ma è il Po a meglio rappresentare l’immagine di una crisi idrologica, che pare senza fine: l’ex Grande Fiume ha attualmente una portata inferiore a quella dello scorso anno; a Torino, questo deficit si attesta attorno al 50%, ma in altre stazioni di rilevamento supera addirittura l’80%, prolungando tale condizione anche in Lombardia ed Emilia Romagna dove, a Piacenza, registra nuovi minimi storici!
 
“La critica condizione idrica del fiume Po si trascina da Dicembre 2020 e condiziona l’economia agricola, nonchè l’agroalimentare della principale food valley italiana e riconosciuta eccellenza mondiale: la Pianura Padana – evidenzia Francesco Vincenzi, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI) – E’ necessario un nuovo approccio nell’affrontare una situazione di crisi dall’accelerazione inattesa, che la caratterizza come ormai endemica: bisogna tesaurizzare ogni goccia d’acqua, aumentando la permanenza sul territorio di apporti idrici sempre minori. E’ indispensabile una nuova cultura, che metabolizzi come i cambiamenti climatici stiano determinando la fine dell’abbondanza idrica sul Nord Italia e quindi sia necessario creare le condizioni infrastrutturali per garantire omogenee riserve idriche al Paese, pena l’abbandono di qualsiasi prospettiva di autosufficienza alimentare.”
 
Al Nord continuano a soffrire anche i grandi laghi, i cui livelli permangono abbondantemente sotto media, seppur il Verbano superi, per la prima volta dopo molti mesi, lo zero idrometrico; i volumi trattenuti dagli altri bacini lacustri continuano a calare con Benaco e Sebino addirittura sotto le quote del 2022 (l’acqua presente nel lago di Garda è addirittura dimezzata rispetto ad un anno fa)!
 
Pure il fiume Adige ristagna a livelli più bassi dell’anno scorso in Veneto, dove è in calo la portata del Bacchiglione, ma è quella della Livenza a registrare il decremento più vistoso: -86 centimetri in una settimana.
 
In Lombardia, cala anche il fiume Adda, il cui livello è il più basso in anni recenti (siccitosissimo 2017 compreso). La neve caduta (ora sono calcolati 951,9 milioni di metri cubi contro una media di Mmc. 1644,7) ha lievemente rimpinguato le riserve idriche, cresciute di quasi il 6% sul 2022, ma inferiori alla media del periodo del 47,2% (fonte: ARPA Lombardia)!
 
A godere significativamente delle precipitazioni è invece la Valle d’Aosta (mediamente 55 centimetri di neve con punta in Valtournanche, dove ne sono caduti cm. 129), con la Dora Baltea che ha una portata quasi cinque volte superiore alla media storica di Gennaio (fonte: Centro Funzionale Regionale Valle d’Aosta).
 
In Emilia Romagna, l’area appenninica romagnola è una delle zone maggiormente colpite dall’ondata di gelo e neve, abbattutasi sull’Italia centro-meridionale. Cresce il fiume Reno, così come Savio e Lamone registrano portate sopra la media; i flussi negli alvei di Secchia, Enza e Trebbia segnano invece una netta battuta d’arresto.
 
In Toscana, nonostante significative piogge (mm.133 a Vagli di Sotto) e nevicate (60 centimetri sull’Abetone) calano sorprendentemente le portate del fiume Arno, ma soprattutto del Serchio, che si riduce di oltre il 60%.
 
Exploit pluviometrico (mm.130 a Senigallia) sulle Marche,  dove i fiumi si sono gonfiati, facendo temere nuovi eventi alluvionali: vistose e repentine crescite di livello negli alvei di Potenza, Esino e del suo affluente Sentino. In una settimana, i volumi trattenuti nei principali invasi marchigiani sono cresciuti di 7 milioni di metri cubi e nevicate abbondanti hanno interessato tutta la regione (monte Bove, cm. 115).
 
Anche in Umbria, neve e pioggia hanno fatto alzare i livelli dei fiumi e finalmente anche del lago Trasimeno, che dopo mesi si allontana dal livello di criticità.
 
Come la neve in Abruzzo (circa 1 metro su molte località), nel Lazio si sono registrate piogge, che hanno rivitalizzato i corpi idrici: in crescita i fiumi Tevere, Aniene (+ 40%), Liri e Garigliano, così come il lago di Nemi (+ 10 centimetri).
 
E’ stata una settimana difficile in Campania dove, a seguito di “bombe d’acqua” con circa 100 millimetri di pioggia in 24 ore, si sono verificate alluvioni nel Casertano e nel Beneventano con lo straripamento dei fiumi Calore, Sarno e Volturno, il cui livello è cresciuto di oltre 6 metri in 2 giorni! Da segnalare che l’altezza del Garigliano ha toccato m. 8,58, quando un anno fa era a m. 1,38).
 
“Il riapparire di eventi alluvionali che, seppur circoscritti, hanno comportato ingenti danni, ripropone l’altra faccia di una difficile gestione idraulica, cui si può dare risposta solo attraverso investimenti multifunzionali, trasformando una minaccia in risorsa – commenta Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI – I progetti per invasi, laghetti e bacini di espansione, previsti dai Consorzi di bonifica ed in attesa d finanziamento, rispondono a questa esigenza, contenendo l’acqua in eccesso per utilizzarla nei momenti di bisogno.”
 
Al proposito va segnalata la repentina crescita dei volumi trattenuti dalle dighe di Basilicata: + 114 milioni di metri cubi in 7 giorni (fonte: Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Meridionale); cospicuo infine è  tale  incremento (+ 48,39 milioni di metri cubi) anche nei bacini della Puglia dove, la settimana scorsa,  i livelli dei torrenti (Carapelle e Radicosa, ad esempio) sono saliti di 1 metro e mezzo in poche decine di minuti.
 



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