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GABRIELE PAOLINI: RINVIATO A GIUDIZIO PER PROSTITUZIONE MINORILE

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Il processo iniziara' il 7 gennaio prossimo davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale collegiale.

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Redazione

Roma – Rinviato a giudizio Gabriele Paolini, il disturbatore tv per eccellenza, al quale la procura contesta i reati di sfruttamento e induzione alla prostituzione minorile, di possesso di materiale pedopornografico, oltre a un episodio di tentata violenza sessuale. Paolini ha ribadito di non aver "mai indotto alcun minore alla prostituzione" e di avere a che fare "con accuse che non stanno ne' in cielo ne' in terra". Ma l'autodifesa non ha convinto il giudice Donatella Pavone che, al termine di una breve camera di consiglio, ha deciso di rinviarlo a giudizio.

Il processo iniziara' il 7 gennaio prossimo davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale collegiale. Paolini fu arrestato il 10 novembre scorso dai carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci e tenuto qualche giorno nel carcere di Regina Coeli, ha poi ottenuto gli arresti domiciliari a casa dei genitori. Fu sottoposto a indagini dopo la scoperta di alcuni video e fotografie.


  Secondo i militari dell'Arma, gli incontri proibiti di Paolini si svolgevano in una cantina nella zona di piazza Bologna a Roma. "Per mia natura sono un combattente – ha commentato Paolini a fine udienza – ma oggettivamente devo trovare un motivo per lottare e andare avanti. Questi capi di imputazione non mi appartengono e li respingo categoricamente. Una ragione per non mollare e' l'amore che provo per Daniel (uno dei cinque ragazzi che per il pm Claudia Terracina e' stato pagato per fare sesso con lui, ndr) che fra pochi giorni compira' 18 anni. Lui e' la persona piu' importante che esista per me dopo la mia famiglia".

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Cronaca

L’omaggio dell’ANCRI all’Ordine al Merito della Repubblica italiana (OMRI) in occasione del suo 70mo compleanno

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Intervista al socio onorario dell’ANCRI Commendatore Michele D’Andrea

Sono trascorsi 70 anni dalla legge n. 178 del 3 marzo 1851,con la quale è stato istituito l’Ordine al Merito della Repubblica Italisna (OMRI), il primo fra gli Ordini nazionali.

L’OMRI è stato istituito per «ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nell’impegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari» e comprende 5 diverse classi e gradi onorifici: Cavaliere di Gran Croce decorato  di Gran Cordone; Cavaliere di Gran Croce; Grande Ufficiale; Commendatore; Ufficiale; Cavaliere.
Le concessioni delle onorificenze hanno luogo il 2 giugno, ricorrenza della fondazione della Repubblica Italiana, e il 27 dicembre, ricorrenza della promulgazione della Costituzione italiana.

Alla Legge 3 marzo 1951, n. 178   ha fatto seguito il DPR   13 maggio 1952, n. 458 e il DPR 16 gennaio 2020, relativo alla determinazione numerica delle onorificenze.

Ecco l’intervista esclusiva a Michele D’Andrea


Quando Umberto II lasciò l’Italia, il 13 giugno 1946, cosa accadde dal punto di vista onorifico?

Per sei lunghi anni, dal 1946 al 1951, la Repubblica non conferì onorificenze cavalleresche ai propri cittadini. Esisteva, è vero, l’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana (oggi Ordine della Stella d’Italia), istituito nel gennaio nel 1947 con un decreto del Capo provvisorio dello Stato, ma era riservato agli italiani all’estero e agli stranieri che avessero «specialmente contribuito alla ricostruzione dell’Italia». E sempre nel 1947, fu cambiato il nome all’Ordine Militare di Savoia che divenne Ordine Militare d’Italia, riservato alle Forze Armate. Una platea ridotta ed estranea alla quotidianità di un popolo che doveva reinventarsi il futuro.


Immagino che gli italiani rimasero sconcertati, abituati com’erano agli ordini monarchici: l’Annunziata, i Santi Maurizio e Lazzaro, la Corona d’Italia…

Certo, e avvenne ciò che era facilmente intuibile: si fece di necessità virtù. L’appetito onorifico degli italiani, abituati all’ampio ventaglio di riconoscimenti monarchici che fungevano anche da ascensore sociale, fu allora saziato dai cosiddetti «ordini indipendenti», una vasta e ambigua palude nella quale proliferavano istituti cavallereschi di oscura origine e nessuna legittimazione, veri e propri opifici di patacche vendute a caro prezzo a sprovveduti cacciatori di cavalierati e gran croci. Qualcuno si prese la briga di fare un po’ di calcoli e giunse a contare almeno 173 ordini, fra noti e meno noti, per un totale di circa trecentomila insigniti.

Incredibile. Un mondo onorifico parallelo, insomma.

Esatto, e i nomi erano tra i più fantasiosi. Agli italiani del secondo dopoguerra si offrivano dignità capitolari, militari e ospedaliere che andavano da Betlemme ad Antiochia, dall’Albania alla Normandia, dalla Carinzia all’Estremadura. Cogliendo fior da fiore, citiamo l’Ordine di S. Uberto di Lorena e Bar, l’Ordine della SS. Trinità, l’Ordine Militare e Ospedaliero di Santa Maria di Betlemme, l’Ordine della Concordia, l’Ordine Militare di San Giorgio di Antiochia e della Corona Normanna di Altavilla, i Cavalieri di Betlemme, l’Ordine di San Giorgio di Carinzia, gli Equites Pacis, l’Ordine Capitolare dei Cavalieri di Colombo, l’Ordine Militare dei Cavalieri del Soccorso, l’Ordine Capitolare dei Cavalieri della Concordia, l’Ordine dell’Infinito. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. E capitava pure che un certo Franco Segatino, professore in scienze occulte, veggenza e psicoterapia, e un tale Carlo Zimatore, Gran Maestro dell’Ordine della Bianca Croce e della Spada d’Argento, offrissero titoli cavallereschi a prezzi scontati rispetto alla concorrenza, un vero e proprio dumping che rischiava di far saltare il mercato.
Ma è l’Ordine di Gesù in Giappone, che ebbe vita breve ma ben remunerata, a lasciare letteralmente senza parole per la sua assurdità logica, degna di comparire in un episodio di «Totò truffa». Resta il mistero di come si sia potuto convincere centinaia di gonzi a pagare migliaia di lire per fregiarsi di una commenda che sapeva di farlocco lontano un chilometro.

Al di là dei risvolti di colore, però, c’erano anche aspetti sociologici da non sottovalutare.

Quella moltitudine di fonti onorifiche, insieme con l’ampio consenso popolare che le alimentava, era lo specchio di una nazione che non aveva mai smesso di identificare il titolo cavalleresco come una delle più efficaci legittimazioni sociali. Non a caso, infatti, il titolo s’intrecciava indissolubilmente con l’esistenza pubblica della persona, fondendosi con il cognome o addirittura assorbendolo, specie negli apparati ministeriali: il questore era sempre chiamato Commendatore, così come il cumenda designava, negli anni del boom economico, l’imprenditore di successo.

Si trattava, comunque, di una situazione imbarazzante per le stesse istituzioni…

L’assenza di un patrimonio cavalleresco repubblicano alla lunga si fece sentire, a cominciare dalle occasioni in cui la cortesia internazionale prevedeva lo scambio delle onorificenze con i capi di stato in visita in Italia. Fu così che Ranieri III di Monaco, ricevuto il 19 ottobre 1950 al Quirinale dal presidente Einaudi, in mancanza d’altro ebbe una Croce al merito di guerra (aveva combattuto nell’esercito francese come ufficiale d’artiglieria), che tenne sempre in gran conto riservandole un posto di riguardo sull’uniforme di rappresentanza. Fra parentesi, ricordiamo che il principe si sposò indossando il collare dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nella prima versione, quella priva di barrette, conferitogli il 30 maggio 1953.
Questo per dire quanto fosse stata forte, allora, la pressione per ripristinare un sistema premiale statuale fondato sui tradizionali segni onorifici. Il cammino legislativo prese avvio, su iniziativa del Governo, nel 1949 e nel 1951 venne promulgata la legge istituiva dell’OMRI e il riordino dell’intera materia cavalleresca.

Che tipo di ordine cavalleresco era l’OMRI?

Vincolati dalla necessità di escludere qualsiasi richiamo al recente passato, i legislatori modellarono il nuovo ordine sul profilo di quello che appariva, anche in dottrina, il meno compromesso da implicazioni dinastiche, l’Ordine della Corona d’Italia. Istituito nel 1868 per premiare i benemeriti dell’Unità, era diviso in cinque classi; ma, forse, pesò maggiormente il fatto che le proposte di conferimento erano demandate ai singoli ministeri e che il numero delle decorazioni da conferire annualmente fosse stabilito dal Capo del Governo, il quale provvedeva pure alla loro ripartizione fra i vari dicasteri. Al sovrano era riservata la facoltà residuale di avvalersi del motu proprio. Così conformato, l’O.M.R.I. sanciva la fine di quel principio plurisecolare che identificava la massima autorità dello Stato come la sola fonte dispensatrice di pubblici riconoscimenti. Non più Gran Maestro, il Presidente della Repubblica ne è, però, il Capo, essendosi mantenuto quel principio necessario alla dignità e al prestigio di un ordine nazionale, secondo cui tale carica spetta al Capo dello Stato.

Come fu l’iter parlamentare?

Il percorso parlamentare dell’OMRI non fu una passeggiata. Sfoghi veementi, perle di erudizione, battibecchi e ironia punteggiarono il cammino di un disegno di legge meno spedito di quanto si potesse immaginare. L’opposizione di sinistra individuava nel nuovo ordine uno strumento fortissimo di adescamento politico ed elettorale.
La tesi del governo faceva leva, anzitutto, sull’articolo 87 della Costituzione da poco promulgata che, nel disciplinare i poteri del Capo dello Stato, gli attribuiva il conferimento delle «onorificenze della Repubblica». La portata della norma costituzionale, pur non essendo tale da imporre in maniera categorica l’istituzione di onorificenze repubblicane, costituiva indubbiamente la migliore riprova che nessuna incompatibilità esisteva tra la forma dello Stato, il suo indirizzo democratico e la possibilità di ordini cavallereschi nazionali. Anzi, a parere della maggioranza sarebbero stati proprio i principi democratici a essere esaltati dal nuovo istituto perché, nel solco di una tradizione consolidata, il riconoscimento sarebbe più largamente indirizzato alla valorizzazione «di modeste, ma probe esistenze, dedicate, in silenziosa umiltà ma con sentimento di laborioso sacrificio, al servizio del Paese in ogni settore della vita.»

Quanto tempo occorse per la promulgazione della legge?

Ci vollero due anni, dal maggio 1949 al marzo 1951, per giungere all’istituzione dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e alla disciplina in chiave repubblicana della materia cavalleresca.
Fu un percorso che si alternò fra le Commissioni di Camera e Senato con diverse pause e un dibattito sempre interessante, con qualche spunto curioso che vale la pena ricordare. Non sempre i resoconti d’aula sono noiosi, anzi, questo offre una lettura godibilissima anche per comprendere il paesaggio psicologico dell’Italia di quegli anni.

Qualche curiosità?

Sappiamo che la massima dignità dell’OMRI è Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone. Ebbene, là dove la legge definisce il collare «Gran Cordone» si aggiunge un nuovo errore a un vecchio errore. Quando era stato istituito l’Ordine della Corona d’Italia, fu mal tradotto dal francese il regolamento della Legione d’Onore, per cui si tradusse il termine cordon in «cordone», anziché nel più corretto «gran nastro, ossia la fascia». E fin qui passi, perché si utilizzava un termine improprio per definire il medesimo oggetto, ossia un nastro in seta. Ma cosa c’entra il cordone (di tessuto) con il collare (di metallo)? Nulla. Eppure, bastava rimanere in casa per usare il termine «collare», che l’Ordine della SS. Annunziata aveva trasformato in persone in carne e ossa: gli insigniti dell’ordine erano «i collari» e le loro consorti «le collaresse», anch’esse destinatarie di un particolare trattamento protocollare.

Qual è il senso più importante della Legge 3 marzo 1951 n. 178?

Certamente il ripristino, dopo cinque anni di vacanza, dell’esclusiva potestà dello Stato nel conferimento delle distinzioni cavalleresche, salvo il tradizionale riconoscimento di quelle straniere o di ordini riconosciuti dalla Repubblica. Solo lo Stato, infatti, può garantire una equa valutazione e la corretta distribuzione di onori e dignità ai propri cittadini: è dunque impensabile, anche in termini logici, che tale prerogativa possa essere delegata ad associazioni, enti o privati. Il divieto ai privati di conferire onorificenze cavalleresche si configurava, in tal modo, come una «protezione giuridica» non solo nei confronti dei cittadini, ma anche a tutela del prestigio delle distinzioni e della buona fede, così come avviene per i titoli accademici. Purtroppo, anche dopo l’entrata in vigore della legge, alcune discutibili sentenze di tribunali diedero a istituti pseudocavallereschi e a sedicenti gran maestri gli strumenti per esibire patenti di legittimazione che cozzano non solo contro il dato storico, ma anche contro il buon senso e la logica.

Un fenomeno che purtroppo dura ancora oggi…

Il malcostume in materia onorifica non è mai cessato, perché gli ordini fasulli prosperano ancora, soprattutto da quando il numero delle concessioni dell’OMRI è crollato drasticamente dalle circa 14.000 del 1990 siamo passati a circa 3.500 nell’ultima tornata. Basta fare un giro su internet per ammirare spadoni e mantelli, croci e investiture, dame e collari, discendenze e ascendenze. Intendiamoci, ognuno è libero di aderire a un’associazione che s’ispira alla cavalleria, che si riunisce periodicamente e prevede cariche, gradi e ritualità particolari. Tuttavia, è bene sapere che gli insigniti di tali associazioni non sono (e non saranno) autorizzati dallo Stato a indossare pubblicamente le relative decorazioni. In caso di dubbio è opportuno rivolgersi all’Ufficio Onorificenze e Araldica della Presidenza del Consiglio dei Ministri o all’Ufficio del Cerimoniale del Ministero degli Affari Esteri, ricordando che:
– un ordine cavalleresco serio, che opera secondo i principi dell’assistenzialismo, dell’altruismo e della religione, non fa campagna acquisti e non aggrega come se ci si iscrivesse a un club;

  • i Templari non esistono più dal 1312;
  • i Normanni, gli Angioini, gli Svevi, gli Aragonesi, la gran parte dei santi del calendario, i Teutonici, Bisanzio, l’Impero romano d’oriente e i vari sangiaccati sono belle pagine che appartengono a un lontano passato;
  • l’unico Ordine di Malta legittimo ha sede a Roma, in Via dei Condotti 68;
  • un prelato, una chiesa e una messa non sempre fanno un ordine legittimo.

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Salute

Covid-19, per Bertolaso l’Italia va verso la zona rossa. Bonaccini: “Rischiamo di essere travolti”

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 “A me sembra che tutta Italia, tranne la Sardegna, si stia avvicinando a passi lunghi verso la zona rossa. La Lombardia, per quello che ha passato nei mesi scorsi, è più vulnerabile rispetto ad altre regioni, ma non sono preoccupato per questa regione più che per altre. È fuori discussione che bisogna vaccinare. Si può fare molto di più rispetto a quello che già stiamo facendo rispetto a questa situazione. Bisogna andare a Bruxelles a battere i pugni”. Lo ha detto Guido Bertolaso, consulente del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana per il Piano Vaccinale, intervenendo in una conferenza stampa a Palazzo Pirelli.  

“Il contagio è partito molto più veloce di prima a causa delle varianti. Se questa crescita, avvenuta in 10-15 giorni, non trova un’accelerazione nella risposta rischiamo di essere travolti. Noi come altre parti d’Italia”. Così il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, dicendo che la variante inglese “pare quasi essere un nuovo virus per diffusione e categorie d’età”.

“Dobbiamo contrastare e circoscrivere il contagio con misure più restrittive su indicazioni che la sanità regionale ci dà. Senza misure la curva continuerebbe a crescere. Rispetto alle precedetti volte le limitazioni della zona arancione classica non bastano più, per come il virus corre rapidamente. Dobbiamo stringere oggi e farlo subito per augurarci di non farlo più dopo”. Così Bonaccini, facendo il punto sulle zone rosse”. “Sono decisioni difficili, me ne prendo tutta la responsabilità. Occorre agire adesso per un pericolo che ha rialzato la testa con le varianti”.

“I numeri del pre report arriveranno stasera. I valori sia sulle terapie intensive che ordinarie sono ancora sotto soglia, pur registrando un incremento. Quindi, nonostante non si siano ancora accese le spie dell’allarme, abbiamo una situazione che ci dice che quotidianamente le cose stanno peggiorando. Per questo, come abbiamo iniziato a fare con le zone rosse e faremo ancora nei prossimi giorni, dobbiamo essere pronti a intervenire chirurgicamente laddove necessario”. A dirlo, sull’ipotesi di un Piemonte in zona rossa, il presidente della Regione Alberto Cirio. “Siamo di fronte a dati che monitoriamo ormai da settimane – osserva -, per cui il sistema sanitario si è predisposto. Oggi però bisogna anche saper assumere le decisioni di contenimento che si rendono necessarie”. Quello che preoccupa, ribadisce il governatore piemontese è la variante inglese: “Ormai metà dei casi in Piemonte – ricorda – sono da variante inglese, che corre di più, è più veloce e quindi ti chiede di anticipare di più le misure che avresti adottato con un’altra tempistica parlando di Covid ‘tradizionale’. Per questo – conclude Cirio – ho chiesto un monitoraggio quotidiano e ogni due giorni facciamo il punto, pronti a intervenire con ordinanze o misure di carattere regionale, come le zone rosse predisposte in questi giorni che sono l’attuazione di questo monitoraggio”.

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Cronaca

Bologna, area metropolitana zona rossa fino al 21 marzo

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La preoccupazione dei Sindaci è molto alta ed è condivisa anche dai Primi Cittadini delle zone meno colpite del territorio, e per questo occorre intervenire con urgenza

BOLOGNA – In merito alla situazione della pandemia a Bologna e nei Comuni della Città metropolitana, il Sindaco Virginio Merola ha dichiarato quanto segue:

“Oggi pomeriggio si è riunita la Conferenza dei Sindaci della Città metropolitana. La decisione unanime dei Sindaci, condivisa con la Regione, è stata quella di adottare domani un provvedimento per rendere l’area metropolitana zona rossa con decorrenza da giovedì 4 marzo a domenica 21 marzo.

A livello nazionale la soglia critica è considerata a partire da 250 casi ogni 100 mila abitanti, soglia abbondantemente superata in tutti i nostri Comuni.

I dati sull’ultima settimana di febbraio nel territorio dell’Ausl di Bologna (elaborati quindi successivamente alla decisione della zona arancione scura) è di 400 casi di media ogni 100mila abitanti, con 13 Comuni sopra i 500 casi e la media del Distretto Appennino di 584.

La preoccupazione dei Sindaci è molto alta ed è condivisa anche dai Primi Cittadini delle zone meno colpite del territorio, e per questo occorre intervenire con urgenza.

Nel provvedimento della Regione saranno compresi anche i nidi e le scuole d’infanzia, oltre alle attività commerciali non essenziali.

Il tema dei comportamenti individuali è più che mai fondamentale. L’appello che facciamo è che le persone escano di casa solo per recarsi al lavoro, per necessità e per motivi di salute, e che siano rispettate le norme sanitarie individuali.

A nome dei Sindaci di tutta la Città metropolitana di Bologna chiedo al Governo di accelerare il piano di vaccinazione in tutti i modi possibili e di prevedere adeguate integrazioni economiche per le attività coinvolte dal provvedimento di zona rossa che adotterà la nostra Regione, così come i congedi parentali anche retroattivi per i genitori”.

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