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Cronaca

GIULIO REGENI: GLI INQUIRENTI INDAGANO SU 30 CONTATTI DEL GIOVANE MORTO A IL CAIRO

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Tempo di lettura 7 minuti Tutti contatti facebook, Skype, con i quali Giulio interagiva ogni giorno dal Cairo

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di Angelo Barraco

Roma – La morte di Giulio Regeni è ancora avvolta da una fitta cortina di mistero, e più passa il tempo e più sembra tanta la distanza che separa la verità dagli innumerevoli depistaggi che sembrano essere in atto per coprire qualcosa di umanamente inconcepibile. Il lavoro di collaborazione degli inquirenti egiziani con quelli italiani si è rivelato un bluff, un contentino verbale per smorzare gli animi iniziali ma oggettivamente la collaborazione non c’è stata e le indagini proseguono su due binari. Il fronte italiano sta scandagliando i contatti di Giulio e sono saltati fuori circa 30 amici. Tutti contatti facebook, Skype, con i quali Giulio interagiva ogni giorno dal Cairo. Gli inquirenti vogliono ricostruire il tipo di relazioni che il giovane aveva e se questa rete lo ha portato, in qualche modo, alla tragica e misteriosa fine. Gli inquirenti sostengono che  i carnefici del giovane ricercatore lo hanno torturato per carpire da lui informazioni in merito al suo lavoro. Gli inquirenti hanno analizzato il computer del giovane ed è emerso che il giovane scambiava quotidiane conversazioni in chat con colleghi e professori, inviava anche i report sugli incontro con gli esponenti dei sindacati e dei venditori ambulanti. Dal fronte egiziano i depistaggi sono tanti, troppi, dal primo falso arresto di due uomini che non c’entravano nulla ad un presunto testimone che si è recato in ambasciata riferendo che Giulio sarebbe stato prelevato da due poliziotti alle 17.30, l’uomo è stato smentito da una telefonata che da una chat. Adesso l’Egitto mette le mani avanti sulla vicenda e in una nota ufficiale invitata all’intelligence italiana ribadisce “Noi non c’entriamo nulla” con la scomparsa e morte di Giulio e ribadiscono l’estraneità dei servizi segreti in questa vicenda e che il nome del giovane fosse estraneo dai 007 egiziani. Come mai l’Egitto è prevenuta e mette le mani avanti? Si sta stringendo il cerchio e teme che gli inquirenti italiani arrivino presto alla verità? Gli inquirenti italiani vogliono capire se tutto il materiale di Giulio fosse andato a finire nelle mani di qualcuno e per tali ragioni avrebbe compromesso la sua incolumità. Su questa ci sono soltanto dubbi, le uniche certezze sono che la sera del 25 gennaio Giulio scompare alle ore 20 circa, ma non arriva mai a cena a casa di Hassanein Kashk, anche se dal fronte egiziano avevano riferito in un primo momento che il giovane era arrivato a quella festa.

La morte di Giulio si tinge sempre più di giallo, sembra essere diventata parecchio nebulosa. L’Italia vuole vederci chiaro e batte i pugni per avere risposte certe e concrete dall’Egitto, ma le risposte sembrano vaghe, distanti e quella disponibilità assoluta concessa all’inizio sembra un paradosso se si analizzano bene alcune dinamiche che sono state messe in atto per chiudere in fretta la vicenda. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, in un’intervista a Repubblica ha riferito: “Non ci accontenteremo di verità presunte, come già abbiamo detto in occasione dei due arresti inizialmente collegati alla morte di Giulio Regeni. Vogliamo che si individuino i reali responsabili, e che siano puniti in base alla legge”.

 

L’autopsia ha confermato che il giovane non ha subito abusi ne violenze sessuali. E’ emerso che a cagionare la morte del brillante studente è stato un colpo ricevuto alla testa. E’ stata riscontrata inoltre una frattura alla colonna vertebrale determinata da una torsione innaturale del collo messa in atto sicuramente da una persona che stava di fronte a lui e ha causato la rottura del midollo spinale con conseguente crisi respiratoria che ha cagionato la morte.  L’autopsia ha confermato che il ragazzo è morto in seguito ad una frattura alla vertebra cervicale e la frattura è stata provocata da un colpo violento al collo o da tensione indotta oltre il punto massimo di resistenza. E’ stato inoltre confermato ciò che era stato anticipato nella prima e approssimativa ispezione del corpo, ovvero che Giulio è stato pestato con violenza, sul suo corpo ci sono diverse lesioni dovute ad un violento pestaggio e segni di bruciature. Verrà eseguita anche una TAC, radiografie e analisi tossicologiche. Nel corso dell’ispezione cadaverica, gli esperti hanno raccolto inoltre alcuni reperti che verranno analizzati. Sembra inoltre che le autorità egiziane non stiano dando la piena collaborazione in merito alle indagini, poiché gli investigatori italiani non hanno avuto accesso agli atti e non hanno potuto incontrare chi sta svolgendo le indagini in loco. Gli unici contatti che gli investigatori italiani tengono al Cairo sono con i funzionari, ma costoro non si occupano del caso. Paolo Gentiloni riferisce: “A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall'ambasciata sia dagli investigatori italiani che stanno cominciando a lavorare con le autorità egiziane siamo lontani dalla verità”. Andrea Orlando, ministro della Giustizia riferisce invece: “Ci aspettiamo che sia raggiunta al più presto la verità e che sia fatta giustizia. Chiediamo piena collaborazione alle autorità egiziane e chiediamo loro di agire con determinazione, trasparenza e rapidità”. sul corpo del giovane ricercatore friulano ci sono decine di "piccoli tagli", anche sotto la pianta dei piedi. A Regeni, spiegano inoltre le fonti, è stata strappata un'unghia della mano e una del piede. "Ci sono segni di piccoli tagli – dicono le fonti – su tutto il corpo, sia nella parte anteriore che posteriore". Tra le diverse fratture riscontrate anche quella delle scapole. Da fonti investigative italiane si apprende che nè il telefonino nè il passaporto di Giulio Regeni sono stati trovati dagli inquirenti che indagano sulla morte, al Cairo, del giovane ricercatore italiano. Sia il passaporto che il cellulare potrebbero essere stati distrutti, o comunque fatti sparire, dai responsabili dell'omicidio di Regeni.

 Data della morte: Gli esami eseguiti sul cadavere non hanno consentito di stabilire al momento la data esatta della morte di Giulio. Gli esperti hanno valutato i fenomeni di trasformazione del cadavere e si attendono gli esami di laboratorio per poter stabilire e collocare la data della morte. E’ atteso inoltre il nulla-osta per la restituzione del corpo alla famiglia. I funerali si terranno a Fiumicello ma il giorno non è stato ancora prestabilito poiché la famiglia vuole dar modo e tempo agli amici di Giulio sparsi per il mondo, di organizzarsi e venire in Friuli.

 

Fronte egiziano. Il quotidiano “Al Ahram” scrive che il giovane prima di scomparire, in data 25 gennaio, avrebbe partecipato ad una festa e vi era “un certo numero di amici”. Scrivono: “Le indagini degli uomini della Sicurezza hanno analizzato gli ultimi momenti prima della scomparsa della vittima ed si è constatato che egli era in una festa in compagnia di un certo numero di suoi amici e dopo è scomparso il 25 gennaio” continua dicendo “La squadra di inquirenti esamina tutte le relazioni della vittima, sia con egiziani che con stranieri residenti al Cairo, e i luoghi che frequentava” inoltre emerge un dettaglio molto importante, ovvero: “il generale Alaa Azmy, assistente del direttore del Dipartimento generale delle indagini di Giza" ha diretto indagini “approfondite per esaminare gli appartamenti abitati per esaminare coloro che li frequentano e li abitano”, in riferimento al quartiere dove è stato rinvenuto il cadavere di Giulio. Ma la circostanza della festa trova contraddizione perché fino ad ora era emerso che il giovane si stava dirigendo alla festa e mai arrivato e che il suo rapimento fosse avvenuto lungo il tragitto per le vie del centro, prima delle ore 20 e non di una circostanza come quelle sopracitate sul quotidiano.

 

E la vicenda dei due arrestati in Egitto? Un depistaggio? Sembrerebbe proprio di si!  i due soggetti arrestati in realtà non sono stati mai arrestati ma semplicemente sospettati e quindi fermati poiché al momento vi sono controlli e interrogatori su amici e colleghi di Giulio, successivamente sono stati rilasciati. Ma perché diffondere la notizia di un’eventuale arresto di due persone? L’Egitto ha forse fretta di chiudere il caso e vuole consegnare all’Italia UN colpevole e non IL colpevole, per mettere a tacere una faccenda scomoda? Chi ha ucciso Giulio e soprattutto, perché?

 

Cronistoria. Sul corpo del giovane sono stati rinvenuti segni di bruciatura di sigaretta, ferite da coltello e tortura, segno le la morte del giovane è stata lenta. A riferirlo è il procuratore egiziano alla Associated Press. Anche le ciò che era stato detto in una prima fase dal direttore dell’Amministrazione generale delle indagini a Giza aveva riferito che: “le indagini preliminari parlano di un incidente stradale e ha smentito che Regeni sia stato raggiunto da colpi di arma da fuoco o sia stato accoltellato”. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri vuole vederci chiaro e chiede verità su quanto accaduto. La macchina investiga, sul fronte italiano, si è messa in moto e la procura di Roma procede per omicidio, indagando contro ignoti e affida la delega alla polizia giudiziaria che si occuperà delle indagini preliminari. Le alte cariche dello Stato Italiano si sono fatte avanti in merito alla questione, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella spera che con la collaborazione delle autorità egiziane si possa chiarire rapidamente quanto accaduto e consegnare alla giustizia i responsabili. Matteo Renzi ha sentito Abdel Fattah Al Sisi, tenendo presente a quest’ultimo l’esigenza del rientro in Italia della salma del giovane per restituirla alla famiglia. L’ambasciatore d’Egitto Amr Mostafa Kamal Helmy è stato convocato dalla Farnesina, ha espresso inoltre massimo cordoglio per la tragica morte del giovane e si ha precisato che l’Egitto darà la sua massima collaborazione per individuare e consegnare alla giustizia i responsabili.

E’ emerso inoltre che il giovane studente collaborava per il giornale “Il Manifesto”, ma non utilizzava il suo nome bensì uno pseudonimo con il fine di auto tutelarsi e perché temeva per la sua incolumità.

 

La scomparsa, il ritrovamento. La scomparsa di Giulio Regeni, studente friulano scomparso dal Cairo il 25 gennaio, ha avuto un tragico epilogo. Il corpo del giovane 30enne è stato rinvenuto alla periferia della capitale egiziana, all’interno di un fossato. Giulio sarebbe stato ucciso, ma le circostanze che hanno portato alla sua morte non sono chiare, saranno le indagini a far luce al mistero che avvolge la sua morte.  Secondo quanto scrive il sito del quotidiano Al Watan, sul corpo del giovane vi sarebbero segni di tortura. Sul giornale vi è scritto: “Ritrovamento del  corpo di un giovane uomo di circa 30 anni, totalmente nudo nella parte inferiore, con tracce di tortura e ferite su tutto il corpo”, il cadavere sarebbe stato rinvenuto nella zona di Hazem Hassan.

Non si sa molto in merito agli ultimi istanti di vita del giovane, prima delle 20 di quel lunedì sicuramente era vivo e stava andando a trovare alcuni amici per un compleanno, a confermare questa circostanza è l’amico Omar Aassad. Si stava muovendo a piedi sulla sponda del Nilo, tra il quartiere di El Dokki e il centro. Le informazioni che al momento giungono sono poche, ma visto il luogo in cui è stato rinvenuto il cadavere si può ipotizzare che si sia trattato di una rapina finita male. L’Italia si stringe attorno al dolore della famiglia del giovane, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, ha scritto su facebook: “Siamo sgomenti per la giovane vita spezzata di Giulio Regeni. Il nostro pensiero è tutto per la famiglia, che sta vivendo momenti di indicibile sofferenza. Auspichiamo che sia fatta luce completa su ogni particolare di questo dramma terribile”.

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Bologna, l’ex area militare Sta.Ve.Co. diventa Parco della Giustizia:

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Agenzia del Demanio, Ministero della Giustizia e Comune presentano per la prima volta il concorso di progettazione internazionale appena bandito per la rigenerazione di un quadrante strategico della città

Prende il via un’importante operazione di riqualificazione urbana che vede protagonista l’ex cittadella militare Sta.Ve.Co., un’area di circa 9 ettari che si sviluppa tra le colline e il centro storico, destinata a diventare il futuro Parco della Giustizia. Questo è il tema al centro dell’evento che si è svolto questa mattina, dove sono stati illustrati i contenuti del bando di gara del concorso internazionale, appena pubblicato dall’Agenzia del Demanio, per la progettazione e il recupero dell’intera struttura.

L’iniziativa si inserisce all’interno del protocollo di intesa firmato nel 2018 dall’Agenzia del Demanio, dal Ministero della Giustizia, dal Comune di Bologna, dalla Corte di Appello, dalla Procura Generale, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e il Provveditorato Interregionale alle OO.PP. per la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Grazie a un impegno di spesa complessivo di circa 270 milioni, finanziato dal Ministero della Giustizia, di cui sono già stati stanziati circa 105 milioni di euro per gli interventi del primo lotto, si darà avvio ad una complessa operazione di recupero e rifunzionalizzazione dell’ex Sta.Ve.Co che ospiterà un ampio Parco ad uso pubblico e uffici di nuova generazione.

All’evento di presentazione del concorso di progettazione sono intervenuti il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il direttore dell’Agenzia del Demanio Alessandra dal Verme e il sindaco Matteo Lepore.

“Si tratta di un progetto che viene da lontano e che consentirà di raggiungere un obiettivo prestigioso – ha commentato il viceministro Sisto -. Il gioco di squadra fra i soggetti coinvolti assicurerà rapidità e qualità dell’intervento, grazie a procedure moderne e attenzione alla selezione dei materiali. Il risultato sarà un edificio funzionale e bello, che diventerà un punto di riferimento per la città. Occuparsi di edilizia giudiziaria significa capire che c’è una giustizia migliore se i luoghi sono migliori. Il collegamento con la città consente di dare alla giustizia un’immagine più vicina alla persone grazie alla contaminazione con il tessuto cittadino”.

“Il Parco della Giustizia di Bologna– ha sottolineato il direttore dal Verme – rientra in una più ampia collaborazione dell’Agenzia del Demanio con il Ministero della Giustizia per lavorare sinergicamente alla realizzazione dei “Parchi della Giustizia” su tutto il territorio nazionale, secondo una logica di edifici giudiziari che rigenerano aree urbane, concorrendo ad una Giustizia permeabile ai Territori che porti un senso di legalità diffusa. Quello di cui parliamo oggi è un progetto per la rinascita dell’area ex Sta.Ve.Co., chiusa da decenni alla città, una tappa nel percorso che l’Agenzia, sta portando avanti per il riuso di tutti i beni dello Stato non utilizzati. Un impegno alla riduzione del consumo del suolo, alla autosufficienza energetica degli immobili pubblici, allo sviluppo socio economico dei territori: il patrimonio dello Stato si trasforma in ricchezza per il Paese a beneficio dei cittadini”.

“All’interno del Parco della Giustizia verrà dedicata particolare importanza alla città dei diritti per rappresentare la storia di Bologna dal punto di vista della civiltà del diritto – spiega il sindaco Matteo Lepore -. L’università infatti nasce dallo studio del diritto, cioè delle soluzioni democratiche che la nostra civiltà si è voluta dare, in particolare per affrontare la grande questione della promozione e della difesa dei diritti dei più fragili. Bologna e tutte le sue amministrazioni da sempre studiano come fare meglio nell’ambito della tutela dei più fragili. Il Parco della Giustizia darà una risposta logistica ma anche umanistica e umana a questa domanda, la proposta progettuale dovrà interpretare questo spirito. Con questo progetto inoltre andiamo oltre la scelta di tutelare la collina e puntiamo alla ricucitura con il centro storico. La Staveco è uno dei sei parchi urbani che realizzeremo all’interno del progetto Impronta verde ed è coerente con l’obiettivo della Missione clima per il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2030”.

La giornata è stata anche occasione per condividere con le istituzioni, gli stakeholder e i professionisti del settore, le principali caratteristiche tecniche del bene e del bando di concorso, in modo da supportare l’attività di progettazione sin dai primi passi, con lo scopo di garantire la sostenibilità ambientale, la qualità funzionale tecnica ed architettonica, e la resilienza degli immobili ai cambiamenti climatici e al rischio sismico. Questo consentirà di prevedere il massimo contenimento dei consumi energetici, e di ridurre la spesa per i fitti passivi, per gli oneri manutentivi e per i costi di gestione.

Al termine della conferenza è stata organizzata un visita guidata all’interno dell’area ex Sta.Ve.Co., nel corso della quale rappresentanti e tecnici dell’Agenzia del Demanio hanno accompagnato i presenti all’interno delle strutture, fornendo informazioni di carattere storico architettonico del sito e maggiori dettagli sulla complessità degli interventi che verranno attuati secondo il concorso appena bandito.

L’intervento di recupero infatti prevede un alto livello di qualità progettuale, da sviluppare anche attraverso il ricorso a tecniche innovative. Il restauro e l’adeguamento sismico interesserà circa 35 mila mq di edifici: oltre 7000 mq saranno demoliti e circa 3000 mq saranno invece oggetto di nuove costruzioni.
L’area destinata a Parco dovrà prevedere un sistema di verde pubblico fruibile che metta in connessione viale Panzacchi con via Codivilla e il parco pubblico di San Michele in Bosco e dell’Istituto Rizzoli. La proposta progettuale per i parcheggi dovrà inoltre includere la realizzazione di circa 400 posti auto conformi agli standard urbanistici, per un totale di circa 8mila mq. Massima attenzione sarà data anche alla rete di connessioni ciclo-pedonali.

Per poter partecipare al concorso di progettazione c’è tempo fino al 16 marzo 2023. Tutte le informazioni del bando sono reperibili sul sito dell’Agenzia del Demanio collegandosi al seguente link: https://www.agenziademanio.it/it/gare-aste/lavori/gara/Concorso-di-progettazione-per-valorizzazione-e-rigenerazione-dellex-STA.VE.CO-per-la-realizzazione-del-Parco-della-Giustizia-di-Bologna o sulla G.U.R.I. (Gazzetta Ufficiale Repubblica Italiana).

Al vincitore del concorso, oltre al premio di 110.000 euro per il primo classificato, verranno riconosciute le spese tecniche per il progetto di fattibilità tecnica ed economica che è stimato a base d’asta in 7.521.404,09 euro, da ribassare come da documentazione di gara.

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Tarquinia, giornata dedicata alla Tuscia: il ministro Santanchè al museo archeologico nazionale:

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Questa mattina la visita del Ministro del Turismo Daniela Santanchè, accompagnata dall’onorevole Mauro Rotelli, al Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia.
 
A riceverla c’erano il sindaco Alessandro Giulivi assieme ai rappresentanti dell’amministrazione comunale e i candidati alle prossime elezioni regionali Valentina Paterna e Daniele Sabatini. E’ stato Vincenzo Bellelli, direttore del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, a raccontare al ministro, sala dopo sala, la ricca collezione archeologica del museo ospitata presso lo storico palazzo Vitelleschi.
 
La visita del ministro alla pregevole raccolta museale è culminata nel Salone delle Armi dove è esposto il celebre altorilievo dei “Cavalli Alati”. Il ministro si è intrattenuto con alcuni alunni della scuola primaria “Ettore Sacconi” di Tarquinia in visita al museo, sottolineando l’alto valore storico-artistico dei reperti custoditi nel museo e delle visite studentesche quale valido strumento di conoscenza del patrimonio culturale per i giovani cittadini.
 
Il tema del turismo si è intrecciato con quello delle opportunità di valorizzazione territoriale in vista del grande giubileo del 2025 per il quale si parla dell’arrivo di 30 milioni di turisti nella capitale. Un flusso che può significare opportunità di valorizzazione per tutto il territorio regionale, in chiave economica e ricettiva, a condizione che le strutture e i servizi rispondano alla domanda che sarà presentata nei prossimi mesi.
 
La visita di Tarquinia era inserita in una giornata dedicata alla Tuscia che ha compreso anche un passaggio a Vetralla e poi l’arrivo a Viterbo.
 
Al termine della visita il sindaco Giulivi ha omaggiato il ministro con una riproduzione fedele dell’altorilievo dei “Cavalli Alati” quale ringraziamento per l’impegno profuso nella promozione e valorizzazione del territorio e delle sue ricchezze storico-artistiche.
 
 



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Alatri, omicidio Thomas Bricca: sotto interrogatorio due fratelli di Frosinone

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L’indagine sull’agguato di Alatri, costato la vita al 19enne Thomas Bricca, ad una svolta.

Due persone nella caserma dei carabinieri per essere ascoltate sulla sparatoria di lunedì sera, quando in due con il volto coperto hanno aperto il fuoco da uno scooter verso un gruppo di ragazzini su una scalinata nel centro cittadino.

Secondo quanto si apprende, i due sarebbero fratelli e sarebbero originari di Frosinone, il capoluogo che dista pochissimi chilometri da Alatri. 

Ieri pomeriggio, intanto, è arrivata la drammatica notizia della morte di Thomas, 19 anni compiuti lo scorso dicembre. Si è arreso dopo un’agonia di oltre 40 ore, ricoverato in condizioni disperate al San Camillo di Roma. Il proiettile che lunedì sera lo ha colpito in testa gli è stato fatale e così Alatri si trova ancora una volta a piangere la scomparsa di un ragazzo poco più che maggiorenne, come avvenne già sei anni fa quando Emanuele Morganti, 20 anni, venne brutalmente pestato fuori da una discoteca. Gli investigatori avevano ristretto il cerchio dei sospettati già nel pomeriggio, dopo aver ascoltato i testimoni di quanto avvenuto e dopo aver visionato le immagini delle telecamere che avevano immortalato il passaggio dello scooter di grossa cilindrata.

Non è escluso che nell’agguato ci sia anche il coinvolgimento di un esponente di un clan nomade che gravita tra Roma e la Ciociaria. Quel che è certo è che a bordo del motorino fossero in due, ma ad essere indagati potrebbero essere più persone, che probabilmente hanno partecipato o contribuito ad organizzare l’assalto. Oggi ancora una volta i carabinieri della Scientifica hanno passato al setaccio l’area, probabilmente alla ricerca delle prove che possano inchiodare i responsabili.

A sparare, secondo gli investigatori, sarebbe comunque stato un revolver o una pistola semiautomatica, armi compatibili con l’assenza di bossoli a terra. Secondo le prime ricostruzioni, quello che è accaduto lunedì sera sarebbe stato il tragico epilogo di un weekend di violenza tra le stradine del centro di Alatri. Due giorni di scontri che lo stesso sindaco, Maurizio Cianfrocca, aveva segnalato alle forze dell’ordine chiedendo un intervento per calmare gli animi. “L’ultima segnalazione – spiega il primo cittadino – l’avevo mandata proprio lunedì mattina”. Il sabato precedente, infatti, una prima lite aveva scosso i residenti di Alatri proprio nel cuore del paese, a due passi dalla centralissima piazza Santa Maria Maggiore.

Due bande si sarebbero affrontate in pieno giorno prima in un vicoletto e poi proprio in piazza, lasciando scioccati tutti i passanti. Il giorno successivo, domenica, la rissa si è spostata pochi metri più lontano, a due passi da un bar. Questa volta, però, sarebbero intervenuti anche degli adulti, che avrebbero esasperato gli animi tanto che uno di loro sarebbe stato spinto oltre la ringhiera che dà sulla circonvallazione rovinando a terra dopo un volo di qualche metro.

Lunedì sera la probabile vendetta contro il gruppo presunto responsabile di quanto accaduto, con l’agguato armato in piazza. Non è escluso che su quello scooter ci fosse proprio un parente dell’uomo spinto oltre la ringhiera e un’altra persona ‘assoldata’ per premere il grilletto contro il gruppo rivale. Questo, dunque, confermerebbe anche la ricostruzione del procuratore di Frosinone, Antonio Guerriero, che ieri aveva parlato di guerra tra bande. C’è ancora da capire, però, quale fosse il ruolo di Thomas Bricca e se fosse proprio lui l’obiettivo dei colpi di pistola.

“Siamo sicuri al cento per cento che lui non c’entrasse nulla”, continuano a ribadire gli amici. Di certo è che lunedì sera il ragazzo si trovava assieme al gruppo che avrebbe partecipato alle risse. Come ogni giorno stava passando la serata su quelle scalette nel centro storico. Una zona considerata ‘poco raccomandabile’ da chi vive in paese. Proprio lì si sono ritrovati oggi gli amici di Thomas, per un ultimo omaggio al ragazzo “sempre gentile e disponibile”. Le lacrime solcano i loro visi incorniciati dai cappucci delle felpe e dagli occhiali da sole. Tutti scommettono di sapere chi è stato, qualcuno parla di una famiglia “a cui non si può dire nulla”, tanti hanno fatto segnalazioni agli investigatori. “Il tuo cuore ha smesso di battere – si legge nel bigliettino degli amici lasciato accanto ad un mazzo di fiori -, ma i nostri batteranno anche per te”. 

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