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Editoriali

La tragedia di Giovanni Falcone vista con gli occhi di oggi

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di Donato Mauro*

In quel drammatico periodo ero in Sicilia in qualità di Capo di Stato Maggiore della Brigata Aosta.
L’orrenda strage fu avvertita come un colpo mortale alle speranze di giustizia e di decisiva azione dello Stato contro lo strapotere mafioso che aveva dominato l’isola condizionandone lo sviluppo economico e sociale.

I nostri reparti che tre anni prima erano intervenuti sull’Aspromonte in Calabria per sottrarre il controllo del territorio alla ndrangheta alzarono il livello di allerta, anche se eravamo consapevoli che la mafia agisce con vigliaccheria e contro obiettivi indifesi.

I siciliani che conoscono bene i fatti e i retroscena di ciò che accade nella loro terra commentarono subito: ce lo aspettavamo , i manovali sono tra noi ma i mandanti vanno cercati altrove.

Del resto è la stessa valutazione che aveva formulato Giovanni Falcone quando, avendo constatato sia la nomina ed essersi confrontato con il Procuratore capo di Palermo sia la propria mancata designazione al Consiglio Superiore della magistratura(CSM), aveva confidato ad un amico:ora sono un cadavere che cammina.

Oggi assistiamo ad un proliferare di commemorazioni, non sempre sincere, di ricostruzioni televisive della vicenda, di articoli e persino di libri che girano intorno senza analizzare la questione di fondo.
Cosa ci resta della sua intelligenza investigativa, della sua dirittura morale, del suo rigore nel rispettare la legge in un ambito senza legge, dei risultati raggiunti con il suo incredibile lavoro e per ultimo quale è l’eredità che ci ha lasciato con il suo sacrificio.

Ma si vuole veramente risalire alla verità? I recenti vergognosi scandali che hanno investito la magistratura aprono ai nostri occhi uno scenario terrificante. Portano a chiederci chi detenga veramente potere in Itala. I condizionamenti della magistratura sul potere politico e viceversa sono dati di fatto e nessuno ci fa quasi più caso. Dunque ci fermiamo lì? No ,occorre avere il coraggio di affermare che non sappiamo ancora niente su chi abbia nella realtà la capacità di orientare le scelte riguardo l’attribuzione degli incarichi decisivi ai fini della vita democratica del nostro paese. Possiamo fare qualcosa?
Si, se il Parlamento a seguito di una vibrante e incessante richiesta da parte del popolo fosse indotto a istituire una struttura costituita da esperti, non parlamentari né magistrati, che sanno dove andare a cercare i documenti da analizzare, esistenti nei vari ministeri e organismi dello Stato riguardanti le stragi, gli omicidi e gli attentati che hanno insanguinato il nostro paese condizionandone la vita democratica.

Il risultato di tale lavoro verrebbe consegnato al Presidente della Repubblica e ai Presidenti di Camera e Senato, meglio che ne vengano a conoscenza contestualmente le tre principali istituzioni,non si sa mai.
Ricorderete quando qualche tempo addietro una neo eletta Presidente della camera nel commemorare la strage di Bologna affermo: ora che siamo arrivati noi apriremo tutti gli archivi segreti e riservati e scopriremo la verità. Avete saputo se c’è stato qualche seguito a quella apprezzabile dichiarazione?Sarebbe interessante sapere a chi sia stato affidato l’incarico di scoprire la verità.

Tornando alla tristissima pagina che riguarda Giovanni Falcone, possibile che nessuno abbia pensato di esaminare tutti i documenti, comprese le note a margine e quant’altro, riguardanti i lavori del CSM che decise di escludere il magistrato simbolo della lotta alla mafia? Non opponetemi problemi di riservatezza poiché vi assicuro che in materia ne so qualcosa. Passando ad un argomento infinitamente meno grave ma altrettanto indicativo di come si può essere indotti a prendere decisioni sbagliate e nocive, torno su un argomento di attualità: la mancata nomina del Dott. Di Matteo a capo del Dap.

Io resto convinto della buonafede del ministro Bonafede ma chiedo proprio in virtù di tale convinzione che raccolga gli appunti, le valutazioni, i suggerimenti apparentemente disinteressati, i consigli esterni e quelli dei suoi più stretti collaboratori per risalire a chi o a coloro che potrebbero essere dietro a tutto ciò. Poiché risulta inverosimile se non tecnicamente impossibile che in un cosi breve lasso di tempo il ministro abbia potuto cambiare idea se non a seguito dell’esame di atti formali e informali posti alla sua attenzione. Falcone e Di Matteo, due vicende incommensurabili e certamente non confrontabili ma entrambe testimonianze dell’esercizio di un potere condizionante decisioni vitali per la credibilità dello Stato democratico.

*Consigliere comunale a Bracciano

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Editoriali

COVID-19, tra opinioni discordanti e confusione generale: che DIO ci aiuti!

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Questa tragedia capitata e che affligge il mondo intero, sarà uno di quegli eventi che cambierà la vita del pianeta, e scriverà una pagina drammatica della nostra storia. Siamo disorientati, preoccupati ed impauriti da un nemico invisibile, che con subdola cattiveria, continua a falciare vittime in tutto il mondo.

Il malefico virus ci deride, perché nel nostro caos generale, lo abbiamo aiutato, e continuiamo ad aiutarlo nel suo progetto distruttivo. Le opinioni discordanti degli scienziati, hanno creato una tale confusione nelle nostre menti, ignoranti in materia, da alimentare a dismisura il propagarsi di questo male del secolo.

La Dea ECONOMIA ha prevalso sul valore della vita delle persone, l’incoscienza generale ha favorito ed alimentato il fuoco dilagante del COVID, e la scienza inerme davanti ad un nemico sconosciuto, tutte concause di una tragedia annunciata. Tanta superficialità iniziale, anche da parte di vari politici, che avrebbero dovuto usare estrema cautela nell’esprimersi in giudizi avventati e pericolosi, dando così adito a pensare nella massa, che sarebbe stata una semplice influenza, allentando così il livello di attenzione e di prudenza, necessaria in queste situazioni.

La cosa sconcertante, è sentire tante persone che continuano a credere che il virus non sia reale, ma tutta una montatura, ed altrettanto sconcertante è la leggerezza del comportamento di innumerevoli persone, che non si attengono alle regole seppur discordanti fra loro.

Regole discordanti fra le Regioni e Comuni, che continuano a disorientare l’opinione pubblica e rendere più pericolosa la situazione. Il caso Sardegna è uno degli esempi più lampanti. Si è inizialmente criticata la Regione, perché pretendeva giustamente delle garanzie mediche per chi si fosse recato nell’isola, per poi scagliarsi contro la stessa, per non aver saputo amministrare bene la situazione.

Ora, come si fa a gestire completamente, il comportamento di una massa di incoscienti, inosservanti delle regole vigenti, sprezzanti del pericolo che possono arrecare a se stessi e agli altri? A Palau in Sardegna, c’è tuttora l’obbligo della mascherina, ma nonostante i controlli continui, giovani continentali non la portano, deridendo chi glielo fa notare.

La situazione si è ribaltata nel dover tornare nel Lazio. Compilare il foglio di autocertificazione, che non chiede nessuno. Sulla nave, le poltrone vengono occupate in maniera alternata nella stessa fila, ma la distanza fra la fila anteriore e quella posteriore è minima. Nell’attesa di scendere le scale per andare nei garage dove tutti sono ammassati senza rispettare le distanze.

E per chi tornava nel continente sbarcando dalla nave il tampone era facoltativo. Occorreva aspettare circa quattro ore e trenta. La maggior parte dei viaggiatori, che magari, dovevano affrontare un altro lungo viaggio, si sono astenuti dal fare il tampone, rendendo la precauzione per il contagio del tutto inutile. Ciliegina sulla torta, scorrendo lungo tutto il lungo mare di Civitavecchia, migliaia di persone ammassate nei bar e nei ristorantini, puntualmente senza la mascherina.

Come al solito nel nostro paese, vige il caos, l’incoscienza, l’ignoranza e la malevola furbizia di chi pur di guadagnare ed arricchirsi, si disinteressa della salute e della vita degli altri. Non resta altro che affidarsi a qualcuno lassù per chi crede, e, per chi non crede deciderà la fortuna. CHE DIO CI AIUTI.

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Cronaca

Permesso premio a Johnny lo Zingaro e lui evade… per la quinta volta. Il Prefetto Tagliente “Non è questo la funzione rieducativa della pena che sognavano i nostri padri costituenti”

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Giuseppe Mastini, 60 anni, l’ergastolano conosciuto come “Johnny lo Zingaro”, è evaso dal carcere di massima sicurezza di Bancali, a Sassari, facendo sparire ogni traccia di se.

Alla sua ricerca sono impegnate tutte le forze dell’ordine già da sabato scorso, quando è stata diramata la nota del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che segnalava il suo mancato rientro, fissato per le 12.20 di quello stesso giorno, da un permesso premio alla casa famiglia “Don Giovanni Muntoni” gestita dai salesiani a San Giorgio, una borgata di Sassari.

Oltre alla questura e alle stazioni dei carabinieri di Sassari, Porto Torres, Alghero e Olbia, dove si trovano i principali porti e aeroporti del Nord Sardegna, è stata allertata anche la polizia di frontiera degli scali di Alghero, Olbia e Cagliari, nonché quella dei porti di Palau, Olbia e Cagliari.

“Dopo 5 evasioni fotocopia l’ultima delle quali nel mese di luglio del 2007, nonostante il suo profilo criminale e le sue continue evasioni, al pluriomicida Johnny lo Zingaro gli viene concesso un PERMESSO PREMIO e come era prevedibile evade ancora”. Questo il commento del Prefetto Francesco Tagliente già Questore di Roma e Firenze postato su Facebook a margine della notizia. “No, no, cosi proprio non va. – Ha proseguito Tagliente – Non è questo la funzione rieducativa della pena che sognavano i nostri padri costituenti”.

Lo “zingaro”, il cui soprannome è legato alle sue origini sinti, era rinchiuso da luglio del 2017 nel carcere sassarese, dopo la precedente evasione avvenuta il 30 giugno di quell’anno dal penitenziario di Fasano, in provincia di Cuneo. Anche in quella circostanza era uscito, godendo del regime di semilibertà, e non aveva fatto più rientro. Mastini ha alle spalle una lunga scia di sangue dalla fine degli anni Settanta. Il suo primo omicidio risale a quando aveva solo undici anni. Era stato coinvolto anche nell’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Negli anni Ottanta aveva seminato il terrore a Roma. La sua prima evasione risale al 1987 quando, approfittando di una licenza premio, non rientrò in carcere e si rese protagonista di numerosi fatti criminali: furti, rapine, ma anche il sequestro di una ragazza, Silvia Leonardi, l’omicidio della guardia giurata Michele Giraldi e il ferimento di un brigadiere dei carabinieri, Bruno Nolfi. Fu catturato due anni dopo. È considerato socialmente pericoloso

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Editoriali

Sequestro Modigliani in Svizzera. Lucarella: “Le Istituzioni italiane siano in prima linea sull’accaduto”

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L’avvocato Angelo Lucarella, da pochi mesi Vice Presidente coordinatore della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, interviene sul particolare caso Modigliani.

“Questione delicata a cui dare risposte o, quantomeno, cercarle è dovere sia morale che istituzionale dinanzi alla portata incredibile che ne sta assumendo sia a livello nazionale che internazionale.

Anzitutto è necessario che si faccia chiarezza complessiva sull’accaduto ai fini di giustizia e per la tutela dell’interesse nazionale.

Le Istituzioni, laddove saranno ravvisabili responsabilità (a seconda dei diversi piani giuridici) punibili secondo l’ordinamento, non possono e non potranno che essere in prima linea nella difesa, per l’appunto, degli interessi italiani; quest’ultimi non possono prescindere da una operazione verità che, rispetto alle singole competenze, gli attori istituzionali devono e dovranno compiere per porre in essere tutto con coraggio.

Lo stesso coraggio che, prorompentemente, si percepisce nel libro-inchiesta “L’Affare Modigliani” scritto da Dania Mondini e Claudio Loiodice i quali, ne va dato atto, hanno contribuito alla realizzazione di una indagine che, ormai, sta registrando apprezzamenti e riscontri anche all’estero.

La Procura di Bellinzona in Svizzera, infatti, è intervenuta recentemente sequestrando i c.d. “Archivi” del celebre artista italiano Amedeo Modigliani; si tratta di circa 6000 reperti oggetto di cessione, nel 2006, da parte della figlia allo Stato italiano.

Un caso, non solo di connotato giudiziario, nel quale gli eventuali danni e diritti lesi non possono che considerarsi, per certi versi, anche connessi ad un pregiudizio serio e cospicuo degli interessi dello Stato italiano.

Ciò soprattutto se si dovesse considerare l’aspetto dell’economia culturale quale strategico per lo sviluppo del paese.

Perciò l’impegno istituzionale, doverosamente, comporta di attivare le dinamiche ministeriali più confacenti affinché se ne possa riconoscere una sorta di natura strategica, altresì, tenuto conto che Modigliani sarebbe diventato, stando alle parole utilizzate dagli autori del libro-inchiesta, un “brand” attorno al quale continuano, da circa un secolo, ad intrecciarsi affari milionari”.

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