Questa settimana (mercoledì per la precisione) è ripreso ufficialmente il dibattito sulla legge elettorale in commissione Affari costituzionali alla Camera. Progressi? Ben pochi. Siamo ancora fermi a quel clamoroso voto segreto con cui lo scorso giugno i franchi tiratori affossarono una riforma frutto di un accordo che sulla carta godeva di una maggioranza schiacciante (PD, Forza Italia, Lega e M5S). Ad essere affossata quella volta fu una riforma elettorale “alla tedesca”, con primo firmatario il deputato PD Emanuele Fiano.
La ripresa dei lavori è all’insegna del caos
Forza Italia vorrebbe recuperare quel progetto (un proporzionale con sbarramento al 5%), mentre il PD è diviso tra chi vorrebbe reintrodurre le coalizioni (attualmente vietate alla Camera) e chi pone come condizione la partecipazione del M5S all’accordo. Secondo alcuni retroscena, Berlusconi potrebbe cambiare idea, abbandonando il proporzionale per abbracciare un sistema con i collegi maggioritari (come il vecchio Mattarellum). Per la verità, una proposta di questo tipo era stata incarnata dal cosiddetto “Rosatellum”, il quale a sua volta era molto simile alla proposta che noi di YouTrend avevamo avanzato qualche mese fa e che prevedeva il 50% di eletti nei collegi e il 50% con il proporzionale. Il leader della Lega Matteo Salvini si è detto pronto a votare “domani mattina” una riforma con i collegi uninominali.
Il più in forma? E’ Salvini
Ed è proprio Salvini il personaggio che appare più in forma dopo questa pausa estiva. Come forse ricorderete, già prima di agosto la Lega Nord mostrava segnali positivi, facendo registrare – nella nostra Supermedia – il suo picco da inizio 2017, il 15%. I dati che sono usciti negli ultimi giorni sono ancor più positivi. L’istituto EMG, nel suo sondaggio per il TG La7, mostra una Lega sopra il 15%, mentre SWG addirittura la valuta al 16%, oltre due punti e mezzo più di Forza Italia.
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A cosa è dovuto questo stato di salute della Lega? Possiamo solo fare delle ipotesi, ma è probabile che il tema dei migranti (con gli sbarchi in diminuzione rispetto allo scorso anno, ma che hanno comunque avuto grande risalto negli ultimi mesi) abbia contribuito a creare un terreno favorevole ai temi cari a Salvini presso l’opinione pubblica.
Se il trend dovesse rimanere questo, la partita interna al centrodestra su quale sia la prima forza politica si risolverà in favore dei leghisti. Sono molto interessanti, in questo senso, le indicazioni che vengono dal nuovo Atlante politico di Repubblica curato da Demos, l’istituto di Ilvo Diamanti. Tra le altre cose, Demos ha chiesto agli elettori di centrodestra chi preferirebbero come candidato premier.
Il risultato è piuttosto netto: Salvini è il leader che riscuote i maggiori consensi (35% contro il 26% di Berlusconi). Il dato “politico” è ancora più rilevante: dal momento che gli altri contendenti citati nel sondaggio (Giorgia Meloni e Luca Zaia, governatore – leghista – del Veneto) sono politicamente molto più affini a Salvini che a Berlusconi, in un ipotetico ballottaggio tra i due il vantaggio di Salvini potrebbe solo aumentare.
Si dirà: non è la prima volta che all’interno di un partito o di un’area politica prevale il leader più identitario (o comunque) meno moderato, ma quello che conta alle elezioni è allargare i propri confini attirando anche elettori meno ideologizzati con una leadership meno estrema. Quale può essere il gradimento trasversale di un leader decisamente “estremo” come Salvini?
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Eppure, sempre secondo l’indagine di Demos, Salvini sembra non sfigurare nemmeno da questo punto di vista. Ben 37 elettori su 100 gli assegnano un giudizio pari o superiore a 6, a pari merito con Di Maio (leader “in pectore” di un partito che attualmente ha quasi il doppio dei voti della Lega) e davanti non solo a Matteo Renzi ma anche – e di molto – a Silvio Berlusconi. Il quale, nonostante stia puntando sempre più su un profilo moderato, rassicurante, raccoglie giudizi positivi solo da 3 italiani su 10.
Cosa ci dicono questi numeri? Di certo non possiamo “tradurre” automaticamente questo 37% in voti alla Lega (altrimenti Gentiloni dovrebbe fondare un partito domattina e puntare da solo al 50%). Quello che possiamo dire è che al momento, tra le varie opzioni sul tavolo, la più solida nel campo del centrodestra è, in modo piuttosto netto, quella rappresentata da Matteo Salvini. Il quale si è del resto già dimostrato in grado di sapersi muovere a livello strategico: la recente convergenza sulla candidatura di Musumeci (sostenuto da Salvini e Meloni) da parte di Forza Italia ne è un esempio; la sua performance a Cernobbio, dove in molti gli hanno riconosciuto di avere messo da parte gli eccessi anti-euro, ne è un altro. Le prossime settimane ci diranno se questa tendenza è destinata a confermarsi o a sgonfiarsi.
Al termine di uno dei vertici europei più lunghi e complessi degli ultimi anni, a Bruxelles ha prevalso una linea improntata al buon senso, al pragmatismo e alla stabilità finanziaria. I Ventisette hanno trovato l’unanimità su un punto chiave: continuare a sostenere l’Ucraina, ma evitando strappi giuridici e politici che avrebbero potuto aprire un fronte di rischio interno ed esterno all’Unione.
L’Europa garantirà a Kiev un sostegno finanziario da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, attraverso un prestito basato su debito comune e garantito dal bilancio pluriennale dell’Unione. Una soluzione che segna, però, una battuta d’arresto netta per la linea sostenuta nei giorni precedenti da Ursula von der Leyen e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, favorevoli all’utilizzo diretto degli asset russi congelati.
A frenare quella ipotesi è stata soprattutto l’Italia. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito fino all’ultimo la necessità di muoversi entro confini giuridici solidi, evitando precedenti che avrebbero potuto minare la credibilità finanziaria dell’Ue. “Ha prevalso il buon senso”, ha dichiarato la premier al termine del Consiglio, sottolineando come la soluzione adottata garantisca risorse certe a Kiev senza esporre l’Unione a contenziosi internazionali o instabilità sui mercati.
Il vertice era stato costruito su un doppio binario: mentre i leader discutevano dei dossier meno sensibili, la Commissione europea tentava una mediazione con il Belgio sul nodo cruciale delle garanzie legate agli asset russi congelati. Ma con il passare delle ore è emerso chiaramente che quella strada non avrebbe portato a un accordo. Il premier belga Bart De Wever non ha mai mostrato aperture significative, mentre le riserve di Paesi come Italia, Bulgaria, Malta e Repubblica Ceca restavano ferme. Sullo sfondo, le manovre di Viktor Orban e Robert Fico, impegnati a ostacolare qualsiasi soluzione che potesse inasprire ulteriormente i rapporti con Mosca.
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A quel punto ha preso corpo il piano alternativo: un prestito comune da 90 miliardi finanziato sui mercati, con la garanzia del Quadro finanziario pluriennale. Un’ipotesi che richiedeva l’unanimità e che ha portato al secondo colpo di scena della notte. Praga, Bratislava e Budapest hanno accettato l’intesa chiedendo però la possibilità di un opt-out, ovvero di non partecipare direttamente al finanziamento pur consentendo all’Ue di procedere. In meno di un’ora, a notte fonda, l’accordo è stato chiuso.
“Senza proclami, parlando con le persone, gli accordi si trovano”, ha commentato Bart De Wever, rivendicando il ruolo della diplomazia silenziosa. I beni russi resteranno congelati fino a quando Mosca non pagherà i risarcimenti dovuti all’Ucraina e, solo in caso di inadempienza, l’Ue si riserva la possibilità di utilizzarli per coprire il prestito, nel rispetto del diritto internazionale.
La decisione europea ha avuto immediate reazioni sul piano geopolitico. Da Mosca è arrivato un attacco frontale: Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti e rappresentante del Cremlino, ha parlato di “vittoria della legge” e di “sconfitta politica” per von der Leyen e Merz, arrivando a chiederne le dimissioni. Una presa di posizione che conferma quanto il tema degli asset congelati resti uno dei nervi più scoperti del confronto tra Russia e Unione europea.
Di segno opposto il commento di Kiev. Il presidente ucraino Volodimir Zelensky ha ringraziato i leader europei definendo il pacchetto finanziario “un sostegno significativo che rafforza davvero la resilienza dell’Ucraina”. Zelensky ha sottolineato l’importanza del mantenimento del congelamento dei beni russi e della garanzia di sicurezza finanziaria per i prossimi anni, parlando di “unità europea a difesa del futuro del continente”.
Per Giorgia Meloni, visibilmente provata al termine della maratona negoziale, il risultato rappresenta un equilibrio difficile ma strategico: sostegno pieno all’Ucraina, senza forzature che avrebbero potuto dividere l’Europa. Alla vigilia, in pochi avrebbero scommesso su una notte così a Bruxelles. Ma l’accordo raggiunto segna un punto fermo: l’Ue resta compatta, sceglie la prudenza finanziaria e rinvia lo scontro sugli asset russi, lasciando aperta una porta che, per ora, resta chiusa dal diritto e dalla politica.
Dal braccialetto elettronico al numero 1522 potenziato: l’intervento dell’onorevole a Officina Stampa mette in luce la strategia complessiva del governo
La puntata di Officina Stampa del 4 dicembre 2025
Durante la puntata di Officina Stampa dello scorso giovedì 4 dicembre, il programma condotto da Chiara Rai in diretta ogni giovedì dal Black Jack Café di Grottaferrata, l’onorevole Andrea Volpi, deputato di Fratelli d’Italia e sindaco di Lanuvio, ha commentato la recente approvazione alla Camera – avvenuta il 25 novembre scorso con voto unanime – della nuova Legge sul Femminicidio, provvedimento che rafforza gli strumenti di prevenzione e protezione contro la violenza di genere. Un voto compatto, che ha visto maggioranza e opposizioni unite su un tema che, come ha sottolineato lo stesso Volpi, “non può avere colore politico”.
L’esponente di Fratelli d’Italia ha definito il testo approvato un passo significativo in un percorso che non si esaurisce con la mera definizione normativa del reato, ma che comprende una strategia articolata e trasversale. “Finalmente è sicuramente un risultato importante ma non è solo questo”, ha affermato Volpi, spiegando come il merito principale sia l’unità del Parlamento: “Intanto ci tengo a dire che su una questione così rilevante a livello nazionale il Parlamento ha sempre deliberato in maniera unitaria e questo ci fa onore, perché non è solamente istituire il reato di femminicidio ma è far sì che tutte le istituzioni siano consapevoli di quale sia lo sforzo di prevenzione della violenza di genere.”
Una prima parte della sua dichiarazione richiama la necessità di un’azione collettiva, istituzionale e culturale. La legge, infatti, non introduce solo aggravamenti o nuove fattispecie penali, ma rafforza il sistema di prevenzione noto come Codice Rosso, incrementando i poteri delle forze dell’ordine, accorciando i tempi delle misure cautelari e ampliando gli strumenti di allerta precoce.
Volpi ricorda come questo impianto sia stato oggetto di numerosi interventi mirati: “Gli interventi sono stati molti: si accennava al rafforzamento del Codice Rosso, si accennava anche al rafforzamento di tutte quelle misure preventive come l’ammonimento, il braccialetto elettronico, la formazione delle forze dell’ordine e gli interventi nelle scuole.” Il riferimento al braccialetto elettronico è fra i più rilevanti: la legge ne amplia l’applicazione prevedendo tempi più rapidi di attivazione, obbligo di valutazione immediata nei casi ad alto rischio e monitoraggio costante delle violazioni. L’ammonimento del questore viene anch’esso potenziato, diventando più profilato e reattivo rispetto ai segnali d’allarme provenienti dalle vittime.
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Importante il capitolo dedicato ai finanziamenti, che Volpi richiama con precisione. “Ci sono stati degli stanziamenti che il Governo Meloni ha voluto non solo per portare a 11 milioni di euro i contributi per le case rifugio e le case alloggio”, ha ricordato. Si tratta di un aumento strategico destinato a colmare la cronica carenza di strutture sul territorio nazionale, garantendo accoglienza e protezione per le donne che decidono di sottrarsi alla violenza domestica.
Volpi richiama anche la campagna nazionale sul numero 1522, la linea antiviolenza e stalking, oggetto di un’importante azione di rilancio del Ministero competente. “C’è stata una importantissima campagna nazionale proprio per dare anche un riferimento diretto alle donne che volevano denunciare,” ha detto, ricordando che la visibilità del servizio è essenziale affinché le vittime sappiano dove trovare aiuto immediato, anche in forma anonima.
Non meno rilevanti gli interventi nelle scuole, che per Volpi rappresentano uno dei fulcri del cambiamento culturale: “Tantissimi progetti sono arrivati nelle scuole”. Il Governo ha infatti stanziato risorse per programmi di educazione al rispetto, alla parità e alla prevenzione della violenza relazionale, destinati a studenti, docenti e famiglie.
Un’altra innovazione citata riguarda il sostegno alle donne sopravvissute alla violenza e pronte a ricostruire la propria vita. “Interventi anche per ricostruire quelle vite distrutte da queste violenze, quindi lo stanziamento di 9 milioni di euro per i progetti di empowerment piuttosto che le case di comunità, facilitazione dell’accesso a credito con dei progetti del microcredito o addirittura delle agevolazioni per tutte quelle aziende che assumono donne vittime di violenza.” Questa parte della legge introduce misure economiche senza precedenti: fondi per l’autonomia economica, incentivi alle imprese che assumono vittime di violenza, accesso agevolato al microcredito, percorsi personalizzati di reinserimento. È un cambio di paradigma: la protezione non si limita alla fase emergenziale, ma prosegue nel percorso di emancipazione e stabilizzazione.
L’onorevole Volpi ha poi tracciato un quadro più ampio dell’impegno delle istituzioni locali, sottolineando come quest’anno i Comuni abbiano moltiplicato iniziative e manifestazioni di sensibilizzazione. “Una fase di consapevolezza, formazione fin dalle scuole… tutti i comuni, ho notato che anche quest’anno in una forma ancora più amplificata, hanno portato avanti manifestazioni dirette alle scuole.” In questa cornice si inserisce anche il progetto promosso dalla Procura di Velletri. Volpi lo cita come esempio virtuoso: “C’è stato anche questo bellissimo progetto della Procura di Velletri con i comuni in credito, il dottor Ramato, che ha fatto sì che i comuni si impegnassero, pure con i comandi di polizia locale, a contribuire alla causa.” Un’iniziativa che testimonia come la lotta alla violenza di genere richieda un modello di governance integrato, dove procure, forze dell’ordine, enti locali e scuole lavorano in sinergia.
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Il deputato conclude con un richiamo fortemente simbolico: “Credo che sia sicuramente un risultato da sottolineare, però come diciamo sempre, non è solo il 25 novembre, ma è sempre che dobbiamo occuparci di questi temi.” La legge approvata alla Camera rappresenta dunque un tassello importante, ma non definitivo. L’efficacia del suo impatto dipenderà dall’attuazione concreta, dal coordinamento degli attori coinvolti e da un cambiamento culturale profondo, che – come ha ribadito Volpi – non può limitarsi alle ricorrenze ma deve diventare pratica quotidiana delle istituzioni e della società.
L’intervento dell’onorevole Andrea Volpi a Officina Stampa restituisce il senso di una battaglia che non è solo legislativa, ma strutturale e collettiva: un impegno che chiama in causa Parlamento, Governo, Regioni, Comuni, scuole, forze dell’ordine e cittadini, affinché la tutela delle donne diventi un pilastro permanente dello Stato italiano.
L’ingresso ufficiale di Fratelli d’Italia nella maggioranza consiliare di Marino segna una svolta politica che, per portata e tempistica, va oltre il semplice riassetto amministrativo. È un passaggio destinato a incidere sugli equilibri del centrodestra nei Castelli Romani e ad aprire una nuova fase nel percorso del sindaco Stefano Cecchi, ora sostenuto da un fronte nuovamente compatto e finalmente ricomposto dopo anni di tensioni sotterranee.
L’annuncio arriva durante un incontro istituzionale dedicato all’emergenza idrica e al delicatissimo tema della tutela del Lago Albano. Una cornice non casuale: l’acqua, con le sue criticità croniche, è uno dei dossier più urgenti per l’area marinese e dei Castelli Romani, e rappresenta una delle sfide amministrative che richiede maggiore coesione politica. È con questa priorità sullo sfondo che Chiara Rai, moderando l’evento, decide di porre al senatore Marco Silvestroni, coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia, la domanda più attesa: la situazione politico-amministrativa di Marino può cambiare assetto?
La risposta dell’Onorevole arriva metodica, passo dopo passo, lasciando emergere la linea politica del partito e il cambio di fase ormai imminente.
«Siamo al Comune di Marino su un evento importante» spiega Silvestroni, riconoscendo come il tema dell’acqua rappresenti una vera emergenza territoriale. Aggiunge subito: «Il focus è sicuramente quello dell’emergenza idrica e del lago Albano», richiamando la gravità di un problema che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più preoccupanti.
Ma la domanda politica resta sul tavolo, e il senatore sceglie di affrontarla di petto. «Il percorso è un percorso doveroso, tracciato» afferma, indicando chiaramente l’orizzonte strategico. Qui introduce un elemento chiave: «È quello dell’unità del centrodestra».
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Una frase che permette di interpretare ciò che sta per annunciare: non si tratta di una scelta improvvisa, ma della conseguenza logica di una visione politica che punta alla ricomposizione del fronte conservatore a livello locale.
Silvestroni prosegue, scandendo il ruolo delle diverse forze politiche: «Da Forza Italia, passando per la Lega e arrivando a Fratelli d’Italia, deve esserci un’unità di convergenza».
Qui il senatore richiama il senso di responsabilità che, secondo lui, dovrebbe accompagnare la fine del mandato di Cecchi. Il messaggio è limpido: la città non può permettersi divisioni.
E arriva la frase che cambia la scena politica marinese: «Sicuramente entreremo in maggioranza».
La dichiarazione, per quanto pronunciata con tono misurato, segna un punto di non ritorno. Per la prima volta, l’ingresso di FdI nella maggioranza non appare più un’ipotesi, una possibilità da verificare, una suggestione. È una scelta. È un fatto politico annunciato pubblicamente dal coordinatore provinciale.
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Silvestroni lo conferma poco dopo, chiarendo: «Stiamo capendo quale sarà il ruolo che avrà Fratelli d’Italia all’interno dell’amministrazione». È un passaggio tecnicamente rilevante: non è solo una adesione numerica, ma l’avvio di un confronto sulle deleghe, sulle responsabilità, sulla partecipazione concreta agli indirizzi di governo.
E conclude definendo l’operazione «una conseguenza naturale». Una metafora che richiama una continuità ideale tra il presente e le future competizioni elettorali: «Per arrivare alle prossime elezioni con un centrodestra unito, sempre con Cecchi candidato sindaco».
Il riferimento al 2026 (anno in cui Marino tornerà al voto) non è secondario: Silvestroni afferma, di fatto, che la candidatura di Stefano Cecchi sarà sostenuta da tutta la coalizione.
Quando prende la parola, il sindaco Stefano Cecchi mostra un evidente apprezzamento per il passo avanti del partito guidato da Giorgia Meloni.
«Non posso che ringraziare l’amico senatore Marco Silvestroni» esordisce, sottolineando il valore politico dell’annuncio fatto dal coordinatore provinciale. Precisa subito: «Mi fa molto piacere, perché siamo arrivati finalmente a chiudere tutto il centrodestra».
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È un messaggio che certifica il superamento delle fratture degli ultimi anni. Il sindaco lega questa ritrovata compattezza a una prospettiva concreta: «Questo è importante sia per il prosieguo di questa amministrazione». Lo dice con tono pragmatico, ricordando che la fase finale del mandato richiede numeri solidi e scelte rapide.
Poi guarda al futuro: «Saremo protagonisti anche nelle prossime elezioni nei Castelli Romani». Qui Cecchi allarga lo sguardo al contesto sovracomunale, dove diversi municipi andranno al voto nei prossimi mesi, e dove il peso di FdI e del centrodestra sarà determinante.
Infine, ricollega tutto al percorso comune verso la prossima tornata elettorale di Marino: «Tra un anno e mezzo ci saranno anche le elezioni a Marino e quindi potremo continuare questo percorso».
La chiusura, rivolta personalmente al senatore, è un ringraziamento politico ma anche personale: «Grazie Marco per questo tuo contributo».
E Silvestroni, sorridendo, chiude il botta e risposta con un «Grazie a te per l’ospitalità».
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L’ingresso di Fratelli d’Italia nella maggioranza consiliare cambia in modo significativo lo scenario amministrativo. La nuova coalizione, ora composta da liste civiche e dalle principali forze del centrodestra nazionale, assume una forma più solida e coerente con le dinamiche regionali e nazionali.
Per Cecchi significa ottenere una stabilità numerica che permette di affrontare il finale di mandato con maggiore serenità, soprattutto su temi complessi come il piano urbanistico, la gestione delle risorse idriche, la tutela ambientale e la manutenzione del territorio.
Per Fratelli d’Italia, invece, è un ritorno al governo della città dopo un periodo di distanza formale ma non sempre sostanziale. Il partito ottiene ora la possibilità di incidere direttamente e di consolidare la propria presenza in vista delle prossime elezioni.
Nel contesto più ampio dei Castelli Romani, questa ricomposizione segna un ulteriore rafforzamento dell’asse politico del centrodestra, in un momento in cui la percezione dei cittadini rispetto a temi ambientali, accise idriche, sicurezza e qualità della vita richiede risposte coordinate e credibili.
La questione dell’acqua — intorno alla quale è nato l’incontro odierno — resta il filo conduttore dell’intera vicenda: il Lago Albano continua a subire un abbassamento preoccupante del livello idrico, la rete comunale mostra criticità strutturali e gli interventi urgenti richiedono una governance stabile e unitaria.
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È proprio da questo tema, così concreto e allo stesso tempo simbolico, che parte la ritrovata intesa politica. Un’alleanza che si annuncia destinata a ridisegnare il futuro della città e a trasformarsi, con ogni probabilità, nella piattaforma da cui partirà la campagna elettorale del 2026.
Il nuovo centrodestra marinese, compatto attorno al sindaco Stefano Cecchi e sostenuto dalle parole del senatore Marco Silvestroni, si prepara dunque a una nuova fase politica. Una fase in cui le emergenze territoriali, la gestione delle risorse, le infrastrutture e la sicurezza dovranno essere affrontate con una forza numerica nuova e una visione che — almeno nelle premesse — vuole essere condivisa.