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Editoriali

Totò Riina, no a funerali pubblici: storia di un pubblico peccatore, di omertà e di morti ammazzati

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No ai funerali di Riina. Questa la posizione netta presa dalla Chiesa in merito al sanguinario boss Salvatore (Totò) Riina, morto venerdì 17 alle ore 3.37.

“Un funerale publico non è pensabile. – Ha detto Don Ivan Maffeis, portavoce della Cei – Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, – ha proseguito il portavoce Cei – la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”.  Don Ivan Maffeis ha puntualizzato inoltre che la Chiesa e la Chiesa Italiana hanno una posizione chiarissima di fronte a chi si è reso responsabile di questi crimini e un funerale pubblico è impensabile poiché calpesta la memoria delle vittime che sono state brutalmente uccise “penso a Falcone, Borsellino, Livatino, ma anche i tanti preti uccisi, come don Puglisi, e comunque i magistrati, le forze dell’ordine, le tante persone che sono state assassinate. Un funerale pubblico sarebbe un segno che va nella direzione opposta del compito della Chiesa, che quello di educare la coscienza e contrastare la mentalità criminale”.

 

Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale segue la stessa linea di pensiero di Maffeis precisando cheBisogna educare le coscienze alla giustizia e alla legalità e di contrastare la mentalità mafiosa. Ancora non ho informazioni se e quando la salma di Riina sarà trasferita a Corleone. Trattandosi di un pubblico peccatore non si potranno fare funerali pubblici. Ove i familiari lo chiedessero si valuterà di fare una preghiera privata al cimitero”.

 

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno” disse il Magistrato Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 dalla mafia, con una carica di esplosivo di 90 chilogrammi contenuta all’interno di una Fiat 126, in quel terribile attentato morirono anche i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una questione morale che il sanguinario Boss di Corleone Totò Riina, invece, non si è mai posto nel corso della sua lunga carriera criminale, prediligendo  senza indugi l’eco assordante della lupara, con la quale metteva  a tacere tutti coloro che osavano contrastare la sua ascesa al potere mafioso. Una carneficina che ha disseminato, lungo le strade di Palermo, corpi inermi il cui sangue ha impregnato le vie della città e delle borgate in cui nessuno aveva visto e sentito nulla. Totò “U curtù”, da gregario di Luciano Liggio, raggiunse ben presto i vertici di cosa nostra, scatenando stragi, ordinando esecuzioni, sfidando lo Stato e facendo sparire nel nulla uomini che hanno lottato in prima persona per la libertà e la democrazia. Ha vissuto per un ventennio nell’ombra, nascondendosi dal braccio armato della legge che lo condannava agli ergastoli.  Una latitanza condivisa fianco a fianco con il boss corleonese Bernardo Provenzano “Binnu”, suo amico d’infanzia con il quale ha suggellato un’alleanza consolidata negli anni per l’affermazione del potere di Corleone su Palermo. Un destino criminale e di interessi che ha messo in ginocchio la Sicilia, terra ricca finita nelle mani di meschini senza scrupoli che l’hanno macchiata di sangue e dolore.

La lunga latitanza di Totò “u curtu”, però, si interrompe il 15 gennaio del 1993, quando viene catturato dal CRIMOR, squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo.  Da allora il sanguinario boss dei corleonesi, condannato a 26 ergastoli, sconta la sua pena nel severissimo regime carcerario 41 bis; gli inquirenti ritengono però che abbia continuato ad esercitare il suo potere anche da quel rigido sistema detentivo e infatti, nel mese di luglio, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna respinge la richiesta di un differimento di pena per motivi di salute. Dopo il suo arresto si interrompe l’eco delle armi a Palermo, finisce l’epoca delle stragi e della sfida contro lo Stato; Bernardo Provenzano “Binnu”, diventa il nuovo capo di cosa nostra e il comandamento che impone è quello di non fare “scruscio”, ovvero “non fare rumore”; una strategia mafiosa diversa da quella di Totò “U curtu” che invece prediligeva l’azione armata. Il silenzio imposto da Provenzano faceva macinare miliardi senza sosta alla mafia, taciti accordi con i colletti bianchi che si stipulavano con una stretta di mano e un “pizzino” contenente l’ordine e le direttive da seguire, sentenze di morte o di assoluzione.

 

L’Avvocato Nicodemo Gentile, che recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Laggiù tra il ferro – storie di vita, storie di reclusi” ha dedicato un intero capitolo al 41 bis e ha voluto darne un cenno per i lettori de L’Osservatore d’Italia al fine di capire meglio come funziona: “Da un punto di vista tecnico si tratta di un inasprimento che nasce proprio a seguito delle stragi anche se era stato già concepito ma non attuato per quanto riguarda la lotta alle Brigate Rosse. Si tratta di un Atto Ministeriale, quindi che prescinde dal discorso giurisdizionale e va ad attaccare tutti quei soggetti che si sono macchiati di crimini al fine di rompere ogni tipo di legame, contrastare ogni tipo di prosecuzione anche dal carcere per l’attività di ordinamento, controllo e gestione di cosa nostra. Non possono stare con altre persone, devono fare l’ora d’aria da soli o massimo con un’altra persona, hanno tutta una serie di preclusioni per quanto riguarda i colloqui che si fanno attraverso un vetro divisorio, per quanto riguarda il fatto di avere corrispondenze, i cibi, i vestiti, spesso e volentieri la luce esterna è schermata, le finestre e le sbarre sono anche schermate con un ulteriore pannello che oscura tutto”.

 

Con la morte di Totò Riina, avvenuta venerdì 17 alle ore 3.37, si chiude un capito della mafia stragista e sanguinaria, ma non è possibile però decretare la fine del fenomeno mafioso nella sua totalità poichè in questi anni ha assunto nuove forme, ramificandosi sempre di più in diversi settori.. Totò “U curtu” verrà sepolto a Corleone, dove ebbe inizio la sua carriera criminale, quando ancora era un ragazzino; nello stesso cimitero comunale è sepolto anche il suo amico di sempre e boss Bernardo Provenzano, Michele Navarra, Luciano Liggio e vi sono anche i resti del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso da Liggio del 1948. Tante sono state le reazioni che hanno accompagnato la notizia della morte di Totò Riina e da più fronti: la figlia Maria Concetta, per esempio, ha postato sul suo profilo facebook una rosa nera e una mano con scritto “shhh…”, successivamente ha precisato che “La foto sfondo del mio profilo Fb non vuole affatto essere un messaggio mafioso dove si intima il silenzio , bensì la richiesta di rispettare questo mio personale momento di dolore”.


Numerosi i messaggi di cordoglio che si susseguono sul suo profilo ma anche in pagine dedicate al boss di cosa nostra, con manifestazioni esplicite di dispiacere che fanno accapponare la pelle in una società democratica che contrasta la mafia in tutti i modi. “Ho dei figli minori, non ho niente da dire. Vi denuncio” ha detto Maria Concetta ai giornalisti che si sono recati nella sezione di Medicina Legale dell’ospedale di Parma, dove è stata effettuata l’autopsia. Ma è impossibile contrastare l’onda mediatica legata al caso vista l’entità e la ferocia delle mattanze compiute da Riina e soci, nessuno può dimenticare le vittime innocenti e cancellare quanto accaduto. Ad Ercolano (Napoli) è apparso un manifesto che da l’annuncio della morte di Riina e che recita: “E’ morto Salvatore Riina di anni 87, ne danno il lieto annuncio…” e seguono i nomi di 24 vittime di mafia.

 

La dottoressa Mary Petrillo, Psicologa, criminologa, Coordinatrice del Crime Analysts Team, Docente Master Univ. Niccolò Cusano ci ha dato il suo punto di vista in merito alla vicenda:
“Il giorno della morte del boss mafioso Salvatore, detto Totó, Riina, non mi son sentita di gioire per niente, forse altri avranno gioito della sua morte perché cosí non avrebbe piú potuto tenere sotto scacco qualcuno minacciando di parlare e di dire chissà quante altre cose su “cosa nostra” e su chi l’ha utilizzata; piuttosto ho ritenuto giusto commemorare tutte le persone morte a causa sua, ho ritenuto opportuno, poi, fare una riflessione sul fatto che  morto Riina la mafia però non é morta, anzi la mafia é già in trasformazione, sta già diventando “altro”. La mafia ora, a mio parere, ha un’altra prospettiva e tende a muoversi nel mondo economico e finanziario, la mafia, per usare un termine dal significato ben preciso e molto in uso oggi, direi che è”liquida”. Molti pensano che il nuovo “erede” di Riina sia il latitante Matteo Messina Denaro, ma, personalmente, a questa ipotesi poco ci credo, seppure egli si muove diversamente da Riina, piuttosto penso che molti giovani avvezzi anche al  mercato delle nuove tecnologie e qualcuno anche con buona istruzione, possano essere i ” nuovi perni” su cui gira l’affaire mafia”.

 

Chissà invece se qualcuno ha mai pensato e rispettato il dolore della mamma di Giuseppe Di Matteo, ucciso brutalmente  dalla mafia quando aveva soltanto 13 anni, nel tentativo di far tacere il padre Santino Di Matteo perché divenuto collaboratore di giustizia. Il suo rapimento avvenne ad Altofonte il 23 novembre 1993. Il piccolo venne strangolato e dissolto nell’acido l’11 gennaio del 1996, a seguito di una lunga prigionia durata 25 mesi e 779 giorni. Chissà se qualcuno ha mai rispettato la sofferenza che hanno provato i genitori di Giuseppe Letizia, giovane pastore e vittima di mafia ucciso all’età di 12 anni perché testimone scomodo dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Il piccolo si trovava ad accudire il suo gregge nelle campagne corleonesi e il giorno seguente fu trovato dal padre in stato di shock. Fu portato all’Ospedale diretto da Michele Navarra e li, in preda a febbre alta, raccontò del delitto a cui aveva assistito. Gli fecero un’iniezione e morì, si ritiene che quella siringa contenesse del veleno. Chissà se qualcuno ha mai pensato ai genitori del piccolo Claudio Domino, ucciso dalla mafia a soli 11 anni. Suo padre era gestore del servizio di pulizia dell’aula bunker del maxiprocesso di Palermo. La sera del 7 ottobre del 1986 stava passeggiando in una via del quartiere San Lorenzo quando fu chiamato da un uomo che gli sparò in fronte un colpo di pistola che lo uccise sul colpo. Secondo il pentito Ferrante, il piccolo fu ucciso perché testimone involontario e quindi scomodo di scambi di stupefacenti tra spacciatori. Famiglie che hanno perso un proprio caro strappato brutalmente e ingiustamente alla vita, nel silenzio della notte e con il fragore di uno sparo. Nessuna di queste famiglie riceverà mai più una telefonata, un abbraccio o un sorriso da parte del proprio congiunto; ci saranno soltanto vedove che piangeranno mariti, madri che piangeranno figli morti ingiustamente e sepolti sotto metri di terra, sciolti nell’acido, uccisi con il veleno, sparati in fronte e svaniti nel nulla per mano di mafiosi senza scrupoli: chi ha rispettato il loro silenzio?

 

La dottoressa Rossana Putignano [Psicologa- Psicoterapeuta, Consulente di parte con il CRIME ANALYSTS TEAM in qualità di Responsabile della Divisione Sud e della Divisione di Diagnosi Neuropsicologica e Forense] in merito alla vicenda riferisce che: “Le interviste rilasciate in questi giorni nel paese del Capo dei Capi, Totó Riina hanno mosso in noi tanti malumori e ci si chiede come si fa a essere così omertosi, così ciechi davanti al passato criminale di quest’ uomo coinvolto in prima linea in tante stragi tra cui quelle che hanno determinato la morte di Falcone e Borsellino e tutti i ragazzi della loro scorta, padri, madri, figli e fratelli. Ci si chiede come sia possibile. Abbiamo sentito ” non lo conosco ” ” non so niente” ” era una brava persona” ” era un uomo d’onore” parole che ci fanno ribrezzo e che lasciano in noi tanta perplessità e timore che la mafia continui a esistere, alimentata proprio da questa subcultura. Perché di subcultura e tradizione si tratta, non di affiliazione o adesione al contesto criminale. C’ é però da fare un distinguo tra omertá e soggezione verso queste figure, aimé passate alla storia, perché così si sentiva Riina -stando alle intercettazioni- sentiva di essere entrato nella storia. Quello che piú dovrebbe scandalizzare, a mio avviso, non é la soggezione verso la figura del bos ma le parole vigliacche di chi dice di non conoscerlo e di non sapere niente. Personalmente, mi spaventa questa eccessiva tutela di sé, questa codardia di chi pensa di proteggersi ignorando l’ esistenza di questa gente, in una sola parola “omertá”. Ammettere invece che Totó Riina sia stato un uomo d’ onore, una brava persona non é peró racapricciante se pensiamo a quello che può rappresentare la presenza di un boss in un piccolo contesto paesano come Corleone: molte di queste persone si sentono protette e sanno a chi rivolgersi in caso di bisogno, i boss sono persone altamente religiose (anche se hanno una visione distorta della religione) pregano la Madonna e tutti i santi e sono sempre disponibili verso il prossimo. Oltretutto questa storia é vecchia come il cucco: a fine 800 inizio 900 esistevano i picciotti, oggi diventati ‘ndrangheta, che prestavano soldi in usura e si rendevano disponibili nel risolvere i problemi dei latifondisti quando questi erano in difficoltà, magari erano i diretti responsabili delle stesse, tuttavia costituivano una figura tranquillizzante per chi subiva dei furti ed erano garanzia che parte della refurtiva sarebbe stata in qualche modo recuperata. Nel tempo queste figure hanno acquisito potere, importanza e oggi sono indispensabili a certi uomini di potere per il cosiddetto voto di scambio. Finché c’é aristocrazia c’ é mafia se non una sovrapposizione delle stesse ma quello che alimenta questo sistema é sicuramente é il servilismo di chi si dimena al bar per offrire il caffè al bos- ricordando un esempio di Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro in una sua recente intervista- di cui si potrebbe fare a meno e la cecitá di chi “ignora” volontariamente l’ esistenza di queste realtá. Omertá e servilismo sono due facce della stessa medaglia dell’ uomo che continua ad avere paura. Forse bisognerebbe sconfiggere la nostra paura, prima che la mafia”.

 

I familiari delle vittime di mafia hanno risposto alla notizia della morte del capo dei capi; Rita Dalla Chiesa, giornalista e conduttrice tv, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982, ha scritto sulla sua pagina facebook “La sua morte è arrivata a 87anni mentre gli uomini dello Stato che ha ucciso erano tutti uomini che nella loro vita non hanno potuto proseguire nei loro affetti, nei loro interessi, nello stare vicini a mogli, figli e nipoti”. Rosario Terranova, famoso attore e nipote del magistrato Cesare Terranova, ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979 ha scritto sul suo profilo facebook il seguente messaggio: “Dovrei esultare che è morto? pubblicare una sua foto? cosa cambia Zio Cesare, nulla, io voglio pubblicare la tua di foto, il tuo sorriso e come sei stato ridotto. Lui va via e porta con se tutto, tutti i segreti, che tali rimarranno per sempre, nomi e mandanti. Ha vissuto, brindato alle morti, comandato e rimasto tale sino all’ultimo, come una persona normale il suo corpo è invecchiato e se n’è andato con la famiglia al capezzale. Onore a Te, Zio Cesare”.

 

Rosario Terranova ha deciso di rilasciarci un’intervista in esclusiva, raccontandoci le sue emozioni e i suoi sentimenti legati a questo momento: “finisce un’epoca, finisce un’era ma lui si porta tutto quello che sapeva e che sa. Quello che ti posso dire è che nulla toglie quello che lui è stato, che è indescrivibile, indefinibile, non si può neanche raccontare facendo un film o una fiction realmente quelle che sono state queste persone. Sicuramente non provo né pena né pietà né tantomeno esulto. Io nel mio piccolo, nel 79, quando è stato ucciso zio Cesare avevo quattro anni, ma sono delle cose che non ti togli mai dalla mente. Sono sempre cresciuto nei discorsi della famiglia, di mio nonno Rosario, mi raccontava di lui. Sono delle ferite che non rimargini mai, che poi nel tempo, negli anni si sono sempre più riaperte con Falcone, con Borsellino. Da palermitano è difficile che non conosci le persone o dei poliziotti che hanno perso la vita. Molti mi hanno criticato perché ho postato la foto del sorriso di zio Cesare e sia la foto trucidato dentro l’auto, ma è una cosa che ho voluto fare perché comunque si continua a parlare che Riina è un uomo, che Riina è morto, ma c’è chi ha pianto su un corpo. Comunque lui è invecchiato, lui è morto da uomo, c’è chi piange una bara dove all’interno c’è quello che resta di un uomo”.

 

Angelo Barraco

 

Il dottor Giuseppe Ayala parla di “Strane coincidenze”

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Editoriali

Il presidente Conte e il sindaco coglione

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“Ma perché noi ci teniamo un edile che vale un fico secco, pronto per un soldo di giocarsi la nostra vita? Così che lui in casa fa bisboccia, lui che guadagna più denaro in un giorno di quanto un altro non ne ha di patrimonio. So bene io come ha guadagnato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni, lui non si darebbe tante arie. Ma oggi il popolo è così; leoni in casa, lepri fuori”.

Le esternazioni piene di sconforto e biasimo, testé citate, non appartengono a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Non appartengono a nessuno dei leader dell’opposizione. Sono i risentimenti e le critiche di Petronio come tramandateci in Satyricon 44,13,14.

Gaio Petronio, scrittore e politico, visse tra Massilia e Cuma tra il 27 e il 66 d.C. Sono quasi 2000 anni che ci separano da allora. Quanti cambiamenti, quanti stravolgimenti! Dinastie, imperi, colonie e popoli interi scomparsi. Il mondo si è evoluto, il capitale ha defenestrato ogni equità sociale e stando al citato passaggio lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’elite è rimasto tale e quale come allora, per non dire che è peggiorato.

Ieri, scriveva Petronio, il popolo era così, leoni in casa e lepri fuori. Oggi la situazione è identica a quella dei tempi di Petronio. Anche oggi, se il popolo avesse i coglioni, l’attuale Trimalcione in carica si darebbe una calmata.

Il decreto rilancio del governo Conte e la casciaforte di Roberto Murolo

Roberto Murolo usava dire: “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore, perché è lui che ne ha bisogno più di noi per vivere” e Murolo ha donato agli appassionati grandi emozioni.
‘A Casciaforte è una delle sue canzoni più suggestive, espressione di beni di valore, anche le più venali. ‘A Casciaforte di Murolo è il forziere dei sogni, come il decreto rilancio lo è per Conte ed in una certa misura per il sindaco coglione di cui parleremo fra poco. Da quella casciaforte Murolo tira fuori “nu ritratto, formato visita d’a bonanema ‘e zi’ Sufia, nu cierro ‘e capille, nu cuorno ‘e curall ed il becco del pappagallo”.

Il presidente Giuseppe Conte come fantasia non è secondo a nessuno e dal libro dei sogni tira fuori bonus ad libitum: il bonus bebé, quello vacanza, quello ristrutturazione, l’ecobonus 110% e non solo.
Il premier PD/5s s’accorge che la “cascia” di Murolo risulta più ricca di sogni e così rincara la dose e lancia il reddito d’emergenza, il bonus autonomi, il bonus 600 euro Fondo Pensioni lavoratori dello spettacolo e per non farsi mancare nulla rafforza la cassa integrazione stanziando 25,6 miliardi di euro. La casciaforte di Murolo riservava una sorpresa e dal doppio fondo emergeva “na bambola ‘e Miccio, na lente in astuccio e una coda di cavalluccio”.

Non sono questi dettagli da mettere in difficoltà l’avvocato Conte e giusto per non essere da meno lancia due promesse ad effetto, il bonus medici e infermieri e dulcis in fundo, nel decreto, ha fatto materializzare il bonus per lenti a contatto, quest’ultimo anche per piacere e compiacere ad Anfao, Assogruppi Ottica, Assottica, Federottica e Goal.

Convinto d’avere ipnotizzato gli italiani e soddisfatto dei suoi soliloqui, si narra che si aggirava per il transatlantico ripetendo: ma che sono io, babbo natale?

La voglia di grandezza di Giuseppe Conte è incontenibile. La gente non lo regge più e si sta rivolgendo a San Casimiro martire supplicandolo: ”a Giuseppe ‘a casciaforte ll’hann’a dá”.

Due destini s’intrecciano, quello del presidente e quello del sindaco

Riepilogando, come accennato nell’introduzione, si riporta qui la disavventura del sindaco coglione che nel suo piccolo trova tanta analogia con il presidente Conte.

Si racconta che in un borgo laziale, tempo fa, nell’approssimarsi delle elezioni comunali, Giovanni si presentò come candidato sindaco e la domenica prima di Pasqua organizzò il primo comizio in piazza. Giovanni era ben conosciuto ed anche stimato e così, dalla prima mattina, tutto il paese si riversava in piazza pronto a sentire cosa aveva in serbo il candidato sindaco.

Alle undici in punto arrivò Giovanni, prese posizione, salutò i presenti e così iniziò declamando: cari concittadini, se mi eleggerete sindaco, prometto che il primo atto che firmerò sarà un bonus vacanza per tutti, un bonus contributo per i trasporti locali, un bonus spesa facile, un bonus palestra, un bonus spiaggia libera, un bonus…

A questo punto la folla andò in delirio, urla, rissa ed urrà, urrà e viva il candidato sindaco si elevavano in coro. Così dicendo lo sollevavano e, ad ogni urrà il povero Giovanni si alzava in aria e con voce sofferente supplicava: mettetemi giù, mi avete preso per un coglione… ma gli appassionati supporter in coro rispondevano nooo e lo scaraventavano nuovamente in aria urlando urrà urrà ed il sindaco supplicando nuovamente ripeteva la stessa preghiera di metterlo giù. Così per due tre volte fino a che Giovanni, esanime, si accosciò sulla pedana. I fan smarriti non capivano niente mentre due energumeni, sorridendo sornioni sotto i folti baffi, si allontanarono soddisfatti d’avere compiuto la loro opposizione fattiva ai danni dell’avversario politico ed allontanandosi bisbigliavano: voi legislatori presenti e futuri ricordate che potete ingannare tutti per qualche tempo, qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.

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Editoriali

Anguillara Sabazia, elezioni: si pensi al bene della città. A buon intenditor…

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – Ore cruciali ad Anguillara Sabazia per definire gli ultimi equilibri politici dei vari schieramenti in campo per le prossime amministrative che dovranno decidere chi siederà a palazzo Orsini.

Lo schieramento di centrodestra potrebbe presentarsi unito qualora si trovasse la quadra su un candidato condiviso. Diversi i nomi che circolano e i possibili assestamenti che a seconda del candidato potrebbero inglobare o meno l’intera compagine.

Sono ore cruciali per i vari aspiranti della possibile coalizione, composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e “AnguillaraSvolta”, che avrebbe tutti i numeri per vincere a mani basse al primo turno.

Ma esiste anche la possibilità di una rottura, dovuta a personalismi e prese di posizione, che porterebbe a una frammentazione delle forze di centrodestra a beneficio degli schieramenti avversari.

La premessa che vogliamo fare è che gli aspiranti candidati sono persone valide, con competenze e esperienze e il nostro in bocca al lupo va a tutti a prescindere da chi poi sarà il leader delle rispettive coalizioni. Sebbene il nostro desiderio, per via del forte attaccamento al territorio di Anguillara Sabazia, sarebbe quello di un candidato che fosse condiviso sia dal centrodestra che dal centrosinistra, un civico non digiuno di esperienze o conoscenza della città ma al quale sia riconosciuta comunque una sorta di militanza civica e sociale. Sappiamo che si tratta perlopiù di un desiderio ambizioso ma poco realizzabile anche se sarebbe la chiave giusta per risollevare un paese martoriato e ridotto in ginocchio con le casse comunali a forte rischio dissesto.

Ma torniamo all’analisi dell’attuale compagine di centrodestra (solo di centrodestra?) che potrebbe anche vedere la possibilità di riunirsi coesa attorno al nome dell’avvocato Francesco Falconi, una persona stimata e apprezzata. Falconi, ex elettore M5s alle comunali 2016 e amministratore del gruppo Facebook “Save Anguillara” che raccoglie quasi 10mila iscritti, potrebbe raccogliere con tutta probabilità gran parte di un elettorato civico che comprende anche gli aderenti ai partiti ma che probabilmente preferisce averli come contorno. Un elettorato che vorrebbe scommettere su “Chicco” dopo la grande delusione pentastellata che ha prodotto il più profondo fallimento politico amministrativo che si ricordi a memoria d’uomo ad Anguillara Sabazia. Dunque c’è anche una seria riflessione proprio su chi in questi anni di amministrazione del gruppo social si è guadagnato la stima di tanti sostenitori.

Una scelta sulla sua figura potrebbe rappresentare una assunzione di responsabilità a seguito di una riflessione che però per avere efficacia dovrebbe quantomeno essere il più estesa possibile. Sicuramente Falconi è apprezzato anche da una fetta di centrodestra filoberlusconiana ma che guarda con grande entusiasmo al partito salviniano.

In pole position c’è anche la figura di Sergio Manciuria, Presidente della civica “AnguillaraSvolta” che indubbiamente insieme a Silvio Bianchini e Antonio Fioroni non ha mai mollato l’osso in questi lunghi anni facendo una opposizione attenta e serrata, condividendo tutti i passi con il suo bacino di sostenitori, molti civici e altrettanti orientati a un centrodestra dalle sfumature sociali.

La figura di Manciuria potrebbe trovare un ampio punto di incontro, a partire da Antonio Fioroni che crede nella sua figura. Fioroni avrebbe tutte le carte in regola per fare il vicesindaco con delega al Sociale e allo Sport perché si è guadagnato la stima di tanti nella cittadinanza e anche la caratteristica di essere persona coerente. Non ultimo elemento da sottovalutare è l’apprezzamento verso Sergio Manciuria anche da parte del segretario del Pd locale Francesco Pizzorno che ha riconosciuto al presidente di AnguillaraSvolta una presenza civica importante e costante.  

Enrico Serami si è messo in gioco, anche lui sempre coerente al suo posto alla guida di Fratelli d’Italia locale. Un giovane con un gran bel spaccato d’esperienza e militanza che potrebbe contribuire a portare una ventata nuova a palazzo.

Antonio Pizzigallo, con l’aplomb e la figura del sindaco già incorporati nella sua statura. Forse il sindaco giusto ma con una serie oggettiva di mancate opportunità nel curriculum, la più grande fra tutte è la perdita delle ultime elezioni al ballottaggio con Sabrina Anselmo. E se da medico ha il polso della situazione, da politico navigato e di lunga esperienza è consapevole anche che un cambiamento generazionale è necessario e forse è proprio per questo motivo che in queste ore si fa sempre più avanti la proposta di candidatura del giovane Angelo Pizzigallo, un passaggio di testimone a casa del dottore che sicuramente è valida e plausibile ma non troverebbe forse un largo consenso all’interno del centrodestra sebbene potrebbe guadagnare un’ottima posizione all’interno di una ampia coalizione con vocazione più civica… almeno a questo giro, come si dice nei  migliori salotti politici. 

Dopo questo primo escursus, le considerazioni che non vogliamo omettere di fare sono che una squadra coesa con una figura civica e condivisa alla guida potrebbe portare un contributo importante e necessario per dare una inversione di marcia positiva alla città di Anguillara Sabazia. Ma i personalismi vanno assolutamente messi da parte per il bene e il futuro di Anguillara. 

Una coalizione compatta di questa stesura potrebbe addirittura vincere le elezioni al primo turno.

Il centrosinistra si presenta già unito e la scelta del proprio candidato potrebbe ricadere su una donna anche se a tenere banco è stata la possibile candidatura dell’ex comandante della polizia municipale Francesco Guidi conosciuto con il nome di Orgone. Una idea che però troverebbe qualche freno personale e con tutta probabilità si sta dirigendo verso il naufragio.

Non è esclusa una figura femminile alla guida del centrosinistra come la stimata Lucia Bianchini ma anche un Michele Cardone o Stefano Mondati per non escludere la possibilità di una scesa in campo in prima persona di Enrico Stronati il quale però, e attenzione perchè questo è un dato interessante, guarda di buon occhio alla figura di Falconi per la cui causa, riteniamo, possa portare un contributo. Tutto sta a capire in che maniera e posizione visto che molto difficilmente Falconi sposterebbe l’attenzione verso il centrosinistra. 

I pentastellati tentano il bis, anche se ormai i sostenitori M5s ad Anguillara Sabazia, dopo i tanti fallimenti e mal di pancia susseguitesi nel corso della consiliatura Anselmo, si possono contare con il pallottoliere.

Insomma il clima si fa rovente e probabilmente ascoltare i protagonisti sulla loro visione “piano regolatore” di Anguillara Sabazia potrebbe accelerare un corso naturale e non lontano verso una quadra che auspichiamo non sia troppo squadrata. A buon intenditor…

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Economia e Finanza

Stati generali dell’Economia: la politica che, nell’emergenza, cerca il punto di emersione. Costituzione permettendo

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di Angelo Lucarella*

Una recente affermazione del Presidente Mattarella è il punto da cui partire: “la Magistratura recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza del diritto”. Mi si dirà, condivisibilmente, cosa mai c’entri la questione toghe con gli Stati generali dell’Economia. C’entra eccome. Il mondo “Giustizia” vale, stime 2019, circa 18 miliardi di euro e costituisce pressappoco il 3% di Pil; la lentezza del sistema, nel suo complesso, costa invece circa il 2% di esso.

Allora come si fa a non tenere conto del fatto che il diritto, in altri termini, non è che l’economia stessa di un paese? D’altronde il diritto non altro delimita il confine in cui il mondo del “pubblico” ed il mondo del “privato” cercano la rispettiva dignità in un rapporto di auspicato equilibrio che, il più delle volte, vede il primo sopraffare l’altro e, sporadicamente, accadendo il contrario.  

Chi dovrebbe essere l’arbitro? Un soggetto terzo, imparziale (non immacolato, ma quasi) chiamato Giudice

Nella nostra Costituzione c’è l’art. 111 il quale, splendidamente, afferma un principio sacrosanto chiamato “Giusto Processo”; un principio che fonda le radici nella parità di trattamento (meglio detta eguaglianza), nel diritto di difesa (pieno ed effettivo), nell’equilibrio dell’arbitro, per l’appunto, presumibilmente terzo ed imparziale.

Per garantire tutto ciò, nel lontano dopoguerra, si era pensato di dotare la magistratura di c.d. “indipendenza”. A poco a poco, tuttavia, la politica succedutasi nei decenni ha quasi del tutto abrogato (mi si faccia passare il termine) se stessa al punto tale di essersi spogliata di un ruolo fondamentale quale diretto interposto tra Popolo e Potere.

La magistratura ha dovuto, da una parte, “sostituire” la politica e, dall’altra, “arrestare” la politica medesima in qualche occasione. Certamente non si può fare una colpa ai giudici per avere cercato di combattere il malaffare.

Anzi quei Giudici coraggiosi, dediti al lavoro e che, talvolta, ci hanno rimesso affetti e, disperatamente aggiungerei, anche la vita andrebbero non solo riconosciuti a futura memoria (quanto a valor massimo repubblicano esistente), ma soprattutto studiati!

Penso sia questo il fulcro principale su cui si dovrebbe instradare una riforma seria del mondo “Giustizia”: chi ha competenza, nei ruoli per cui serve competenza (partendo anche dalla questione universitaria).

Oggi il mondo cambia velocemente. Vero. La mole di norme è ancor più aumentata negli ultimi 20 anni rispetto alla prima Repubblica. Il contenzioso italiano, quindi, è sempre più tecnico anche tenuto conto delle numerosissime disposizioni normative di matrice europea ed internazionale.

Non si può più fondare un sistema ispirato al “Giusto Processo” se vige, ancora, l’idea che il magistrato si differenzia per funzione e non per carriera. È pur vero che la separazione delle carriere di per sé sola non basterebbe a rendere migliore l’affermazione del principio di certezza del diritto legato ad una credibilità complessiva del sistema.

Occorrerebbe che si riscoprisse una sensibilità maggiore rispetto ai tempi che corrono: ma questo potrà riaffermarsi solo se alle spalle della magistratura vi ci sarà una politica tornata consapevole e studiosa dei fenomeni.

Non trascurandosi il fatto, poi, che la formazione continua obbligatoria non serve a granché se ad essa non si accompagna una funzionale responsabilizzazione del giudice (a prescindere dalle norme generali esistenti) rispetto a ciò che fa; ciò per rendere tale figura più uguale, nel bene o nel male, a tutti gli altri cittadini.

Le parole del Presidente Mattarella, quindi, non sono peregrine. La credibilità del terzo potere dello Stato passa dalla certezza del diritto: principio che nella reale vita del “sistema giustizia” diventa realtà solo mediante il fare dei magistrati contraddistinto da approccio solenne, imparziale, terzo, equilibrato, fermo, colmo di rettitudine e (soprattutto) alimentato di competenza.

Parole, comunque, che se per un attimo affibbiate alla politica diventerebbero, quasi identicamente, così elaborate: “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si diano leggi certe”.

Ecco come, cambiando l’ordine degli addendi, può percepirsi una portata immensa nel significato di poche parole ben ordinate in modo sistematico; già, perché, in ipotesi contraria il risultato sarebbe altro e cioè il seguente “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza delle leggi”.

Non è un caso. Le parole hanno un senso specifico per come ordinate. Nel caso della politica dare “certezza di leggi” è cosa diametralmente opposta rispetto al partorire “leggi certe”.

Perché nelle leggi certe non si nasconderà alcuna possibilità di interpretazione discrezionale da parte del Giudice e, così facendo, sarà più facile e semplice (tanto per le imprese che per i lavoratori, ad esempio, dato che si è nel pieno degli Stati generali dell’Economia) capire qual è la portata “giusta” di una disciplina legata all’attività economica, all’investimento, al lavoro, ecc.

Allora, se proprio una stortura del sistema giudiziario si può evincere, non è nella separazione delle carriere il nocciolo della questione (semmai ne è il derivato), ma nel divieto di carriere e laddove, con quest’ultimo termine, si vuole riferirsi più che altro alla duplice diversità di formazione tra accusatore e giudicante che si forgia durante l’espletamento della funzione magistratuale (e mai prima durante il percorso universitario o pre-concorso pubblico).

Recentemente l’ex Presidente della Camera On.le Luciano Violante ha ricordato che difficilmente, nel nostro sistema, chi inizia come indagatore finisce, poi, per essere l’arbitro della contesa e viceversa.

Della serie se nasci tondo, non puoi morire quadrato

Al Senato, nel maggio 2019, il Pres. Casellati ha ricordato anche i risultati degli ultimi monitoraggi sulla durata dei processi fatti dal Ministero della Giustizia: circa il 20 per cento dei procedimenti incardinati nei tribunali e oltre il 40 per cento di quelli presso le Corti di Appello sono a rischio di “legge Pinto” (trattasi della norma che prevede l’equa riparazione per il cittadino per danni causati dall’irragionevole durata di un processo).

Ad ogni buon conto anomalie ve ne sono parecchie: come certificato dal “quadro di valutazione sullo stato della giustizia 2018”, pubblicato dalla Commissione europea, esse hanno prodotto in questi anni costi enormi a carico dei bilanci dello Stato facendo sprofondare lo stivale tra gli ultimi in Europa quanto ad efficienza del “sistema giustizia”.

Un esempio su tutti? Una primeggia nel ruvido contrasto di ruoli di cui innanzi.

Si consideri come il sistema di giustizia tributaria, tutt’oggi, sia l’emblema del dualismo di mentalità giurisdizionale derivato dal fatto che in quasi tutte le Commissioni Tributarie italiane ci sono Procuratori degli uffici di Pubblico Ministero a decidere le sorti dei contribuenti.

Magistrati i quali, pertanto, ricoprono contemporaneamente due uffici d’incarico pubblico: inquirenti nel penale, giudicanti nel tributario.

La questione anomala appena rappresentata, però, non va risolta semplicisticamente così: un buon inquirente potrebbe essere anche un ottimo giudicante e saper discernere i rispettivi ruoli a seconda della funzione di giustizia da svolgere ed a cui è chiamato.

È proprio qui che si inciampa perché il Giudice del Pubblico Ministero dipende dal CSM, mentre il Giudice tributario dipende dal sistema di Giustizia tributaria organizzato e controllato dal Ministero dell’Economia (detto MEF) in tutto e per tutto.

Si badi bene che il MEF non solo è il controllore del cittadino tramite gli Enti delle entrate, non solo è la controparte naturale del giudizio tributario, ma è anche il soggetto a cui fa riferimento il giudice del tributario ed a cui deve dare conto del suo operato di decidente.

Quanto innanzi non è che uno degli innumerevoli incidenti di percorso; il nostro legislatore da anni non riesce a decifrarne politicamente la portata negativa (in termini generali) ed a risolvere la sovrapposizione di interessi in gioco (costituzionalmente parlando).

Ne va certamente di quella famosa “parvenza di imparzialità e terzietà” a cui i fruitori di giustizia vorrebbero affidarsi: proprio perché ne va della credibilità del sistema oltreché del paese.

Questo è un nodo cruciale del corretto rapporto tra Popolo e Potere e, di contro, del quanto più ottimale bilanciamento tra i poteri stessi dello Stato.

Se c’è qualcosa, con priorità tra le priorità, da cui si potrebbe partire agli Stati generali dell’Economia insediati dal Pres. Giuseppe Conte è proprio questo: il ruolo della politica dinanzi alla crisi della magistratura (e non il contrario) che, a conti fatti, deriva a sua volta dal troppo onere caricato sul giurisdizionale nonché dal troppo potere dato negli anni dalla politica stessa (così da implicarne diversi riflessi d’interferenza, assolutamente non funzionale, con il legislatore e l’esecutivo).

Sulla questione “giustizia” ne va, eccome, dello sviluppo del paese.

Mettendoci per un secondo nei panni di un investitore straniero, pur con la Costituzione più bella al mondo, quest’ultimo si troverebbe dinanzi ad un sistema quasi “infernale”; per non parlare del costo sociale che, specie aggravata dall’ultima riforma sulla prescrizione, si appresta, per certi versi, a vestirsi di “diabolico”.

La sopraffazione di un potere rispetto all’altro rischierebbe e, cogentemente, rischia di portare il paese (e la storia ce lo insegna) ad un processo “democraticamente irreversibile” in cui la iniziativa privata, pur costituzionalmente tutelata ed in qualsiasi forma, rimarrebbe lettera morta sino ad arrivare, man mano, ad una economia Generale dello Stato.

Il cambio di rotta ci può essere purché fatto con competenza; perché di “certezza della politica” ne abbiamo da vendere, ma è di “certa politica” di cui il paese avrebbe bisogno.

La Magistratura non ha tutte le colpe, ma alcuni giudici si

Tutto il contrario della Politica: a cui, in tempi di emergenza, tocca rimanere a galla cercando al più presto un punto di emersione. Al Popolo, per ora, non rimane che l’assoluzione dai peccati. Costituzione permettendo.

*Avvocato tributarista, Presidente CLN AssoConsum, membro Commissione Giustizia MISE

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