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Editoriali

Totò Riina, no a funerali pubblici: storia di un pubblico peccatore, di omertà e di morti ammazzati

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No ai funerali di Riina. Questa la posizione netta presa dalla Chiesa in merito al sanguinario boss Salvatore (Totò) Riina, morto venerdì 17 alle ore 3.37.

“Un funerale publico non è pensabile. – Ha detto Don Ivan Maffeis, portavoce della Cei – Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, – ha proseguito il portavoce Cei – la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”.  Don Ivan Maffeis ha puntualizzato inoltre che la Chiesa e la Chiesa Italiana hanno una posizione chiarissima di fronte a chi si è reso responsabile di questi crimini e un funerale pubblico è impensabile poiché calpesta la memoria delle vittime che sono state brutalmente uccise “penso a Falcone, Borsellino, Livatino, ma anche i tanti preti uccisi, come don Puglisi, e comunque i magistrati, le forze dell’ordine, le tante persone che sono state assassinate. Un funerale pubblico sarebbe un segno che va nella direzione opposta del compito della Chiesa, che quello di educare la coscienza e contrastare la mentalità criminale”.

 

Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale segue la stessa linea di pensiero di Maffeis precisando cheBisogna educare le coscienze alla giustizia e alla legalità e di contrastare la mentalità mafiosa. Ancora non ho informazioni se e quando la salma di Riina sarà trasferita a Corleone. Trattandosi di un pubblico peccatore non si potranno fare funerali pubblici. Ove i familiari lo chiedessero si valuterà di fare una preghiera privata al cimitero”.

 

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno” disse il Magistrato Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 dalla mafia, con una carica di esplosivo di 90 chilogrammi contenuta all’interno di una Fiat 126, in quel terribile attentato morirono anche i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una questione morale che il sanguinario Boss di Corleone Totò Riina, invece, non si è mai posto nel corso della sua lunga carriera criminale, prediligendo  senza indugi l’eco assordante della lupara, con la quale metteva  a tacere tutti coloro che osavano contrastare la sua ascesa al potere mafioso. Una carneficina che ha disseminato, lungo le strade di Palermo, corpi inermi il cui sangue ha impregnato le vie della città e delle borgate in cui nessuno aveva visto e sentito nulla. Totò “U curtù”, da gregario di Luciano Liggio, raggiunse ben presto i vertici di cosa nostra, scatenando stragi, ordinando esecuzioni, sfidando lo Stato e facendo sparire nel nulla uomini che hanno lottato in prima persona per la libertà e la democrazia. Ha vissuto per un ventennio nell’ombra, nascondendosi dal braccio armato della legge che lo condannava agli ergastoli.  Una latitanza condivisa fianco a fianco con il boss corleonese Bernardo Provenzano “Binnu”, suo amico d’infanzia con il quale ha suggellato un’alleanza consolidata negli anni per l’affermazione del potere di Corleone su Palermo. Un destino criminale e di interessi che ha messo in ginocchio la Sicilia, terra ricca finita nelle mani di meschini senza scrupoli che l’hanno macchiata di sangue e dolore.

La lunga latitanza di Totò “u curtu”, però, si interrompe il 15 gennaio del 1993, quando viene catturato dal CRIMOR, squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo.  Da allora il sanguinario boss dei corleonesi, condannato a 26 ergastoli, sconta la sua pena nel severissimo regime carcerario 41 bis; gli inquirenti ritengono però che abbia continuato ad esercitare il suo potere anche da quel rigido sistema detentivo e infatti, nel mese di luglio, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna respinge la richiesta di un differimento di pena per motivi di salute. Dopo il suo arresto si interrompe l’eco delle armi a Palermo, finisce l’epoca delle stragi e della sfida contro lo Stato; Bernardo Provenzano “Binnu”, diventa il nuovo capo di cosa nostra e il comandamento che impone è quello di non fare “scruscio”, ovvero “non fare rumore”; una strategia mafiosa diversa da quella di Totò “U curtu” che invece prediligeva l’azione armata. Il silenzio imposto da Provenzano faceva macinare miliardi senza sosta alla mafia, taciti accordi con i colletti bianchi che si stipulavano con una stretta di mano e un “pizzino” contenente l’ordine e le direttive da seguire, sentenze di morte o di assoluzione.

 

L’Avvocato Nicodemo Gentile, che recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Laggiù tra il ferro – storie di vita, storie di reclusi” ha dedicato un intero capitolo al 41 bis e ha voluto darne un cenno per i lettori de L’Osservatore d’Italia al fine di capire meglio come funziona: “Da un punto di vista tecnico si tratta di un inasprimento che nasce proprio a seguito delle stragi anche se era stato già concepito ma non attuato per quanto riguarda la lotta alle Brigate Rosse. Si tratta di un Atto Ministeriale, quindi che prescinde dal discorso giurisdizionale e va ad attaccare tutti quei soggetti che si sono macchiati di crimini al fine di rompere ogni tipo di legame, contrastare ogni tipo di prosecuzione anche dal carcere per l’attività di ordinamento, controllo e gestione di cosa nostra. Non possono stare con altre persone, devono fare l’ora d’aria da soli o massimo con un’altra persona, hanno tutta una serie di preclusioni per quanto riguarda i colloqui che si fanno attraverso un vetro divisorio, per quanto riguarda il fatto di avere corrispondenze, i cibi, i vestiti, spesso e volentieri la luce esterna è schermata, le finestre e le sbarre sono anche schermate con un ulteriore pannello che oscura tutto”.

 

Con la morte di Totò Riina, avvenuta venerdì 17 alle ore 3.37, si chiude un capito della mafia stragista e sanguinaria, ma non è possibile però decretare la fine del fenomeno mafioso nella sua totalità poichè in questi anni ha assunto nuove forme, ramificandosi sempre di più in diversi settori.. Totò “U curtu” verrà sepolto a Corleone, dove ebbe inizio la sua carriera criminale, quando ancora era un ragazzino; nello stesso cimitero comunale è sepolto anche il suo amico di sempre e boss Bernardo Provenzano, Michele Navarra, Luciano Liggio e vi sono anche i resti del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso da Liggio del 1948. Tante sono state le reazioni che hanno accompagnato la notizia della morte di Totò Riina e da più fronti: la figlia Maria Concetta, per esempio, ha postato sul suo profilo facebook una rosa nera e una mano con scritto “shhh…”, successivamente ha precisato che “La foto sfondo del mio profilo Fb non vuole affatto essere un messaggio mafioso dove si intima il silenzio , bensì la richiesta di rispettare questo mio personale momento di dolore”.


Numerosi i messaggi di cordoglio che si susseguono sul suo profilo ma anche in pagine dedicate al boss di cosa nostra, con manifestazioni esplicite di dispiacere che fanno accapponare la pelle in una società democratica che contrasta la mafia in tutti i modi. “Ho dei figli minori, non ho niente da dire. Vi denuncio” ha detto Maria Concetta ai giornalisti che si sono recati nella sezione di Medicina Legale dell’ospedale di Parma, dove è stata effettuata l’autopsia. Ma è impossibile contrastare l’onda mediatica legata al caso vista l’entità e la ferocia delle mattanze compiute da Riina e soci, nessuno può dimenticare le vittime innocenti e cancellare quanto accaduto. Ad Ercolano (Napoli) è apparso un manifesto che da l’annuncio della morte di Riina e che recita: “E’ morto Salvatore Riina di anni 87, ne danno il lieto annuncio…” e seguono i nomi di 24 vittime di mafia.

 

La dottoressa Mary Petrillo, Psicologa, criminologa, Coordinatrice del Crime Analysts Team, Docente Master Univ. Niccolò Cusano ci ha dato il suo punto di vista in merito alla vicenda:
“Il giorno della morte del boss mafioso Salvatore, detto Totó, Riina, non mi son sentita di gioire per niente, forse altri avranno gioito della sua morte perché cosí non avrebbe piú potuto tenere sotto scacco qualcuno minacciando di parlare e di dire chissà quante altre cose su “cosa nostra” e su chi l’ha utilizzata; piuttosto ho ritenuto giusto commemorare tutte le persone morte a causa sua, ho ritenuto opportuno, poi, fare una riflessione sul fatto che  morto Riina la mafia però non é morta, anzi la mafia é già in trasformazione, sta già diventando “altro”. La mafia ora, a mio parere, ha un’altra prospettiva e tende a muoversi nel mondo economico e finanziario, la mafia, per usare un termine dal significato ben preciso e molto in uso oggi, direi che è”liquida”. Molti pensano che il nuovo “erede” di Riina sia il latitante Matteo Messina Denaro, ma, personalmente, a questa ipotesi poco ci credo, seppure egli si muove diversamente da Riina, piuttosto penso che molti giovani avvezzi anche al  mercato delle nuove tecnologie e qualcuno anche con buona istruzione, possano essere i ” nuovi perni” su cui gira l’affaire mafia”.

 

Chissà invece se qualcuno ha mai pensato e rispettato il dolore della mamma di Giuseppe Di Matteo, ucciso brutalmente  dalla mafia quando aveva soltanto 13 anni, nel tentativo di far tacere il padre Santino Di Matteo perché divenuto collaboratore di giustizia. Il suo rapimento avvenne ad Altofonte il 23 novembre 1993. Il piccolo venne strangolato e dissolto nell’acido l’11 gennaio del 1996, a seguito di una lunga prigionia durata 25 mesi e 779 giorni. Chissà se qualcuno ha mai rispettato la sofferenza che hanno provato i genitori di Giuseppe Letizia, giovane pastore e vittima di mafia ucciso all’età di 12 anni perché testimone scomodo dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Il piccolo si trovava ad accudire il suo gregge nelle campagne corleonesi e il giorno seguente fu trovato dal padre in stato di shock. Fu portato all’Ospedale diretto da Michele Navarra e li, in preda a febbre alta, raccontò del delitto a cui aveva assistito. Gli fecero un’iniezione e morì, si ritiene che quella siringa contenesse del veleno. Chissà se qualcuno ha mai pensato ai genitori del piccolo Claudio Domino, ucciso dalla mafia a soli 11 anni. Suo padre era gestore del servizio di pulizia dell’aula bunker del maxiprocesso di Palermo. La sera del 7 ottobre del 1986 stava passeggiando in una via del quartiere San Lorenzo quando fu chiamato da un uomo che gli sparò in fronte un colpo di pistola che lo uccise sul colpo. Secondo il pentito Ferrante, il piccolo fu ucciso perché testimone involontario e quindi scomodo di scambi di stupefacenti tra spacciatori. Famiglie che hanno perso un proprio caro strappato brutalmente e ingiustamente alla vita, nel silenzio della notte e con il fragore di uno sparo. Nessuna di queste famiglie riceverà mai più una telefonata, un abbraccio o un sorriso da parte del proprio congiunto; ci saranno soltanto vedove che piangeranno mariti, madri che piangeranno figli morti ingiustamente e sepolti sotto metri di terra, sciolti nell’acido, uccisi con il veleno, sparati in fronte e svaniti nel nulla per mano di mafiosi senza scrupoli: chi ha rispettato il loro silenzio?

 

La dottoressa Rossana Putignano [Psicologa- Psicoterapeuta, Consulente di parte con il CRIME ANALYSTS TEAM in qualità di Responsabile della Divisione Sud e della Divisione di Diagnosi Neuropsicologica e Forense] in merito alla vicenda riferisce che: “Le interviste rilasciate in questi giorni nel paese del Capo dei Capi, Totó Riina hanno mosso in noi tanti malumori e ci si chiede come si fa a essere così omertosi, così ciechi davanti al passato criminale di quest’ uomo coinvolto in prima linea in tante stragi tra cui quelle che hanno determinato la morte di Falcone e Borsellino e tutti i ragazzi della loro scorta, padri, madri, figli e fratelli. Ci si chiede come sia possibile. Abbiamo sentito ” non lo conosco ” ” non so niente” ” era una brava persona” ” era un uomo d’onore” parole che ci fanno ribrezzo e che lasciano in noi tanta perplessità e timore che la mafia continui a esistere, alimentata proprio da questa subcultura. Perché di subcultura e tradizione si tratta, non di affiliazione o adesione al contesto criminale. C’ é però da fare un distinguo tra omertá e soggezione verso queste figure, aimé passate alla storia, perché così si sentiva Riina -stando alle intercettazioni- sentiva di essere entrato nella storia. Quello che piú dovrebbe scandalizzare, a mio avviso, non é la soggezione verso la figura del bos ma le parole vigliacche di chi dice di non conoscerlo e di non sapere niente. Personalmente, mi spaventa questa eccessiva tutela di sé, questa codardia di chi pensa di proteggersi ignorando l’ esistenza di questa gente, in una sola parola “omertá”. Ammettere invece che Totó Riina sia stato un uomo d’ onore, una brava persona non é peró racapricciante se pensiamo a quello che può rappresentare la presenza di un boss in un piccolo contesto paesano come Corleone: molte di queste persone si sentono protette e sanno a chi rivolgersi in caso di bisogno, i boss sono persone altamente religiose (anche se hanno una visione distorta della religione) pregano la Madonna e tutti i santi e sono sempre disponibili verso il prossimo. Oltretutto questa storia é vecchia come il cucco: a fine 800 inizio 900 esistevano i picciotti, oggi diventati ‘ndrangheta, che prestavano soldi in usura e si rendevano disponibili nel risolvere i problemi dei latifondisti quando questi erano in difficoltà, magari erano i diretti responsabili delle stesse, tuttavia costituivano una figura tranquillizzante per chi subiva dei furti ed erano garanzia che parte della refurtiva sarebbe stata in qualche modo recuperata. Nel tempo queste figure hanno acquisito potere, importanza e oggi sono indispensabili a certi uomini di potere per il cosiddetto voto di scambio. Finché c’é aristocrazia c’ é mafia se non una sovrapposizione delle stesse ma quello che alimenta questo sistema é sicuramente é il servilismo di chi si dimena al bar per offrire il caffè al bos- ricordando un esempio di Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro in una sua recente intervista- di cui si potrebbe fare a meno e la cecitá di chi “ignora” volontariamente l’ esistenza di queste realtá. Omertá e servilismo sono due facce della stessa medaglia dell’ uomo che continua ad avere paura. Forse bisognerebbe sconfiggere la nostra paura, prima che la mafia”.

 

I familiari delle vittime di mafia hanno risposto alla notizia della morte del capo dei capi; Rita Dalla Chiesa, giornalista e conduttrice tv, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982, ha scritto sulla sua pagina facebook “La sua morte è arrivata a 87anni mentre gli uomini dello Stato che ha ucciso erano tutti uomini che nella loro vita non hanno potuto proseguire nei loro affetti, nei loro interessi, nello stare vicini a mogli, figli e nipoti”. Rosario Terranova, famoso attore e nipote del magistrato Cesare Terranova, ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979 ha scritto sul suo profilo facebook il seguente messaggio: “Dovrei esultare che è morto? pubblicare una sua foto? cosa cambia Zio Cesare, nulla, io voglio pubblicare la tua di foto, il tuo sorriso e come sei stato ridotto. Lui va via e porta con se tutto, tutti i segreti, che tali rimarranno per sempre, nomi e mandanti. Ha vissuto, brindato alle morti, comandato e rimasto tale sino all’ultimo, come una persona normale il suo corpo è invecchiato e se n’è andato con la famiglia al capezzale. Onore a Te, Zio Cesare”.

 

Rosario Terranova ha deciso di rilasciarci un’intervista in esclusiva, raccontandoci le sue emozioni e i suoi sentimenti legati a questo momento: “finisce un’epoca, finisce un’era ma lui si porta tutto quello che sapeva e che sa. Quello che ti posso dire è che nulla toglie quello che lui è stato, che è indescrivibile, indefinibile, non si può neanche raccontare facendo un film o una fiction realmente quelle che sono state queste persone. Sicuramente non provo né pena né pietà né tantomeno esulto. Io nel mio piccolo, nel 79, quando è stato ucciso zio Cesare avevo quattro anni, ma sono delle cose che non ti togli mai dalla mente. Sono sempre cresciuto nei discorsi della famiglia, di mio nonno Rosario, mi raccontava di lui. Sono delle ferite che non rimargini mai, che poi nel tempo, negli anni si sono sempre più riaperte con Falcone, con Borsellino. Da palermitano è difficile che non conosci le persone o dei poliziotti che hanno perso la vita. Molti mi hanno criticato perché ho postato la foto del sorriso di zio Cesare e sia la foto trucidato dentro l’auto, ma è una cosa che ho voluto fare perché comunque si continua a parlare che Riina è un uomo, che Riina è morto, ma c’è chi ha pianto su un corpo. Comunque lui è invecchiato, lui è morto da uomo, c’è chi piange una bara dove all’interno c’è quello che resta di un uomo”.

 

Angelo Barraco

 

Il dottor Giuseppe Ayala parla di “Strane coincidenze”

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L’Italia e l’urlo di Munch: gigante salvaci tu!

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Una fra le varie analisi della celeberrima opera “L’Urlo di Munch”, quella di Sonia Cappellini per Storia dell’Arte, ha il pregio di suscitare nel lettore nuove interpretazioni ed una nuova simbologia del dipinto di Edward Munch.

Per chi scrive, quell’urlo ben sia conforme con il grido dell’Italia pensando al suo angoscioso futuro, grida per paura, per dolore e urla per rabbia. L’autrice dell’analisi nel farci notare il volto umano sfigurato, simbolicamente in quel volto non può che esserci il volto del “Belpaese”, completamente anch’esso sfigurato, deturpato, umiliato e vilipeso.

Quando, sempre l’autrice, descrivendo il dipinto dice che la figura “sembra a malapena mantenersi in posizione eretta, quasi non avesse spina dorsale” a noi il pensiero va a un’Italia depauperata, divisa tra mille interessi lobbistici, le numerose correnti, frazionismi e fazioni di partiti senza alcuna reale conoscenza del paese reale, i tanti carrieristi in lotta eterna per il potere, un fiume carsico di corruttori, corrotti ed evasori attraversando il sottosuolo della penisola e colate di lava di malcontento e conclamata povertà che si accumulano nelle periferie sia al nord che al sud pronti a divampare.
Per finire con la simbologia, il dipinto mostra “quell’essere umano” che mentre sostiene la testa sembra chiudere le orecchie e Sonia Cappellini commenta: “come se la stessa persona non fosse in grado di sostenere il grido che lei stessa sta emettendo”.

E’ proprio così, l’Italia chiude le orecchie perché, ahinoi, non è in grado di supportare oltre perchè l’Italia ha rotto gli argini e la “cloaca massima” nazionale ha invaso puri e duri.
Soccombono le istituzioni e gli organi di garanzia, langue la vita sociale e agonizza la giustizia. Anela la democrazia ed il diritto sta venendo mortificato.

La libertà di opinione si mette in forse, quella personale è in quarantena ed il variegato mercato dell’informazione si arricchisce sempre più di multiformi bancarelle di tg, riviste, giornali e talk show e carrozzoni vari. A questo punto è d’obbligo la riflessione: cosa s’intende veramente con neutralità e obiettività della stampa? In che misura c’entra la collocazione politica dei telegiornali?
Dice Paolo Del Debbio: “mille ragioni, mille opinioni” al che ci si sente autorizzati a dire: tanti telegiornali, tante collocazioni politiche e tante versioni dei fatti di cronaca.

E’ così? Più che la pandemia l’Italia teme il collasso delle istituzioni, il degrado ed il decadimento del sistema, della vita sociale. Il famoso dipinto dell’artista norvegese mostra un cielo al tramonto con linee di rosso sangue e sullo sfondo ci si intravedono due figure. Queste non vedono, non sentono, non accorrono. A questo punto l’Italia grida: Gigante pensaci tu. Draghi risponde: ci penso io; il cielo sorride e la speranza rinasce nei cuori di tutti.

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Anguillara Sabazia, un salto dalla padella pentastellata alla brace della politica qualunquista

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – E’ male avere il male, ma essere burlati è peggio! Chi si sarebbe mai immaginato che dopo il fallimento della Giunta pentastellata guidata dalla sindaca Sabrina Anselmo ne potesse subentrare una che promette di fare peggio? Provare per credere! Il peggio non è mai morto.

Con delibera del Consiglio comunale n.2 del 13/2/2021 e successivamente con la delibera di Giunta comunale n.50 del 9/3/2021 è stata approvata la variazione del Programma triennale 2021-2023 dei lavori pubblici. Avendo già bene in mente il programma triennale 2020/2022 della Giunta pentastellata, a suo tempo sfiduciata, ogni cittadino si sarebbe aspettato un piano triennale che si distaccasse completamente dalla politica fallimentare della Giunta Anselmo. Invece no. Meraviglia delle meraviglie e delusione delle delusioni la Giunta “della speranza” è riuscita a presentare un programma triennale peggiore di quello sognato e mai realizzato dall’amministrazione grillina. Complimenti perché non era cosa scontata.

I programmi delle rispettive Giunte hanno in comune l’interesse per la progettazione di vari interventi nei plessi scolastici di Anguillara. Come sogno non si trova niente da ridire ma se poi rimane solo tale, a che pro sprecare tempo a scriverlo?

Il programma triennale della Giunta Pizzigallo si fregia di contributi regionali, ministeriali e fondi comunali per la realizzazione delle opere, per ora solo buone intenzioni su carta. Bene occorre ricordare però, che anche la Giunta Anselmo, per la realizzazione dell’ ampliamento del Cimitero comunale con annesso parcheggio si fregiava anche essa di finanziamenti.

Il fatto sta che il progetto di ampliamento del Cimitero è stato cassato, della destinazione dei fondi stanziati non se ne è saputo più nulla e questo spiega quanto male è avere il male, però il fatto che non si fa nemmeno il minimo cenno della realizzazione dell’ampliamento del cimitero nel Programma triennale della Giunta Pizzigallo è la peggiore burla che un qualsiasi cittadino possa digerire.

La Giunta Pizzigallo, a detta di molti cittadini, sembra identificare tutto il male della cittadina nello stato urbanistico di via Romana, Residenza Claudia, Vigna di Valle e un tratto di viale Reginaldo Belloni, la messa in sicurezza della viabilità di via della Mola Vecchia, il ponte sito in via Reginaldo Belloni ed in ultimo, “piacere per piacerti”, quando il governo centrale intima i vari lockdown e vieta gli assembramenti, la Giunta programma i “Lavori di manutenzione straordinaria della tribuna dell’impianto del campo da calcio comunale F. Capparella”. La gente che non ha le stesse vedute di questa amministrazione si domanda: e perché non anche la manutenzione straordinaria della piscina olimpionica comunale? E perché no? Ma l’opposizione non ha proprio nulla da eccepire? Dice la gente, un serio programma per affrontare la stagione turistica non merita ugual attenzione della manutenzione straordinaria della tribuna dell’impianto del campo da calcio?

I cittadini guardano ed osservano, giudicano e discutono e commentano. La Giunta Anselmo, pur non avendo realizzato quello che aveva programmato, però nel piano triennale aveva previsto dei lavori, allora come ora, urgentissimi per la cittadina, come la realizzazione della rete fognante Albucceto – Ponton dell’Elce, la realizzazione di un centro servizi a supporto delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani. Aveva immaginato cose intelligenti come il recupero funzionale del Torrione da adibire a incubatoio della musica e della cultura. La Giunta grillina aveva sogni più lusinghieri. Poi, della bella favola della Giunta grillina di realizzare l’ampliamento del cimitero, già si è trattato all’inizio di questo articolo. La signora Anselmo sarà ricordata come la sindaca sfiduciata per non essere stata all’altezza dell’incarico affidatole.

Il buongiorno si vede dal mattino. Per strada e tra le bancarelle del mercato la gente mormora e bisbiglia sotto voce “Se la Giunta Pizzigallo intendeva presentarsi alla cittadinanza con questo Programma Triennale, vuol dire che Anguillara dalla padella pentastellata è caduta nella brace di una politica qualunquista.

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Editoriali

Le osterie ed i talk show televisivi

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Mentre una volta la vita sociale si svolgeva nella piazzetta del paese, nell’androne o nell’atrio, radunati sulle panchine del giardino oppure, specialmente per gli anziani, nelle osterie, oggi con i vari web network, le relazioni sociali spesso iniziano e si sviluppano sui social, con un clic, con un like oppure con un emoticon.

Per l’argomento che qui si vuole trattare, interessa principalmente la vita sociale che caratterizzava le serate nelle osterie. Oggi quella vita è quasi sparita ed è stata rimpiazzata dai talk show televisivi.

Molti di noi conoscono le osterie come luoghi di una certa atmosfera spensierata, serena e, oserei dire, sognante. Si entra sobri e si esce un tantino barcollando, recitando frasi poetiche e raccontando episodi nostalgici, decantando quel vino soave  e quella cucina di una volta.

Ancora tutt’oggi gli anziani di villaggi, borghi e periferie si incontrano all’osteria per una partita a carte davanti a un buon bicchiere. La sala si riempie di fumo mentre le discussioni si accendono, la temperatura sale ed i fiaschi si svuotano. Gli eventi del giorno vengono rivisti, commentati ed ognuno dei commensali non manca di fare sentire la sua opinione. L’oste sorveglia le discussioni soddisfatto e felice di accontentare i clienti in tutto purché paghino.

L’osteria però non è stata sempre questo posto tranquillo. Racconta Manzoni nei sui “Promessi sposi” che spesso la clientela non era della più raccomandabile, spesso ci si trovavano ladri e borsaioli, tanto vero che Manzoni fu convinto che per Renzo rappresentava luogo di perdizione. Sempre nel mondo dei Promessi sposi spesso  viene dipinta come un luogo immorale e contrapposto alla quiete del focolare domestico.

Qualcuno però, potrebbe domandare cosa c’azzecca tutto questo con i talk show televisivi. A parere di chi scrive il nesso ci sta e la spiegazione pure.

Gli avvenimenti del giorno, allora, si discutevano, anche animosamente, tra gli anziani o i gli sfaccendati, accomodati intorno ai tavoli delle osterie davanti a un buon bicchiere. Le discussioni duravano ore ed ore e la tensione saliva man mano che si svuotavano i fiaschi e l’oste ne riforniva altri pieni. Ogni commensale diceva la sua e raramente che si raggiungeva l’unanimità. L’oste giocava la sua parte in quella commedia. Interveniva ogni volta che la discussione si scemava. Faceva il gioco di parte. Più le anime si riscaldavano, più fiaschi si consumavano e più l’osteria prosperava.

Oggi il gran bla bla dei talk show televisivi ha preso il posto di quelli accesi scambi di parole, alterchi, battibecchi, polemiche e diverbi delle osterie.

Forse è cambiato il palinsesto. E’ cambiato l’arredamento. E’ migliorata l’illuminazione. Forse l’oste si presenta “più sexy” e si fa chiamare presentatore, ma gli argomenti del giorno sono sempre uguali a quelli di ieri. Si smerciano opinioni per verità e si forniscono percentuali a iosa.

Ogni talk show è un continuo déjà vu di altri simili di altre reti con l’ordine dei fattori cambiati ma il prodotto sempre scadente rimane. E’ un continuo susseguirsi di “uomini di scienza”, ognuno con la propria teoria che raramente coincide con quella del “collega”. Onorevoli e giornalisti di grido raramente disertano questi salotti e a chi piace invece la sceneggiata napoletana il divertimento è assicurato.

Per onestà intellettuale qui bisogna chiarire che non si sta parlando delle trasmissioni che per scelta fanno un vero “giornalismo investigativo”. Questi sono quelli che veramente rendono un utile servizio al cittadino.

Si sta parlando invece dei talk show generici di livello scadente ed alcuni di loro facenti parte della tv spazzatura. Generalmente i talk show di cui si riferisce sono popolati da pseudo esperti, ospiti che parlano tanto contemporaneamente, dicendo nulla, mentre la moderatrice spesso e volentieri interviene sovrapponendo la sua voce su quella di tutti per imporre una sua scaletta predefinita. A fine serata, spenta la tv e posato il telecomando, lo spettatore che dalla trasmissione aspettava chissà cosa, rimane deluso, dicendo fra sé e sé, in osteria per lo meno si assaggiava un buon bicchiere, qui invece con tutte le banalità ed il déjà vu ti fanno proprio rintontire del tutto, di più.

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