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Totò Riina, no a funerali pubblici: storia di un pubblico peccatore, di omertà e di morti ammazzati

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No ai funerali di Riina. Questa la posizione netta presa dalla Chiesa in merito al sanguinario boss Salvatore (Totò) Riina, morto venerdì 17 alle ore 3.37.

“Un funerale publico non è pensabile. – Ha detto Don Ivan Maffeis, portavoce della Cei – Ricordo la scomunica del Papa ai mafiosi, – ha proseguito il portavoce Cei – la condanna della Chiesa italiana che su questo fenomeno ha una posizione inequivocabile. La Chiesa non si sostituisce al giudizio di Dio ma non possiamo confondere le coscienze”.  Don Ivan Maffeis ha puntualizzato inoltre che la Chiesa e la Chiesa Italiana hanno una posizione chiarissima di fronte a chi si è reso responsabile di questi crimini e un funerale pubblico è impensabile poiché calpesta la memoria delle vittime che sono state brutalmente uccise “penso a Falcone, Borsellino, Livatino, ma anche i tanti preti uccisi, come don Puglisi, e comunque i magistrati, le forze dell’ordine, le tante persone che sono state assassinate. Un funerale pubblico sarebbe un segno che va nella direzione opposta del compito della Chiesa, che quello di educare la coscienza e contrastare la mentalità criminale”.

 

Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale segue la stessa linea di pensiero di Maffeis precisando cheBisogna educare le coscienze alla giustizia e alla legalità e di contrastare la mentalità mafiosa. Ancora non ho informazioni se e quando la salma di Riina sarà trasferita a Corleone. Trattandosi di un pubblico peccatore non si potranno fare funerali pubblici. Ove i familiari lo chiedessero si valuterà di fare una preghiera privata al cimitero”.

 

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno” disse il Magistrato Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 dalla mafia, con una carica di esplosivo di 90 chilogrammi contenuta all’interno di una Fiat 126, in quel terribile attentato morirono anche i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una questione morale che il sanguinario Boss di Corleone Totò Riina, invece, non si è mai posto nel corso della sua lunga carriera criminale, prediligendo  senza indugi l’eco assordante della lupara, con la quale metteva  a tacere tutti coloro che osavano contrastare la sua ascesa al potere mafioso. Una carneficina che ha disseminato, lungo le strade di Palermo, corpi inermi il cui sangue ha impregnato le vie della città e delle borgate in cui nessuno aveva visto e sentito nulla. Totò “U curtù”, da gregario di Luciano Liggio, raggiunse ben presto i vertici di cosa nostra, scatenando stragi, ordinando esecuzioni, sfidando lo Stato e facendo sparire nel nulla uomini che hanno lottato in prima persona per la libertà e la democrazia. Ha vissuto per un ventennio nell’ombra, nascondendosi dal braccio armato della legge che lo condannava agli ergastoli.  Una latitanza condivisa fianco a fianco con il boss corleonese Bernardo Provenzano “Binnu”, suo amico d’infanzia con il quale ha suggellato un’alleanza consolidata negli anni per l’affermazione del potere di Corleone su Palermo. Un destino criminale e di interessi che ha messo in ginocchio la Sicilia, terra ricca finita nelle mani di meschini senza scrupoli che l’hanno macchiata di sangue e dolore.

La lunga latitanza di Totò “u curtu”, però, si interrompe il 15 gennaio del 1993, quando viene catturato dal CRIMOR, squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo.  Da allora il sanguinario boss dei corleonesi, condannato a 26 ergastoli, sconta la sua pena nel severissimo regime carcerario 41 bis; gli inquirenti ritengono però che abbia continuato ad esercitare il suo potere anche da quel rigido sistema detentivo e infatti, nel mese di luglio, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna respinge la richiesta di un differimento di pena per motivi di salute. Dopo il suo arresto si interrompe l’eco delle armi a Palermo, finisce l’epoca delle stragi e della sfida contro lo Stato; Bernardo Provenzano “Binnu”, diventa il nuovo capo di cosa nostra e il comandamento che impone è quello di non fare “scruscio”, ovvero “non fare rumore”; una strategia mafiosa diversa da quella di Totò “U curtu” che invece prediligeva l’azione armata. Il silenzio imposto da Provenzano faceva macinare miliardi senza sosta alla mafia, taciti accordi con i colletti bianchi che si stipulavano con una stretta di mano e un “pizzino” contenente l’ordine e le direttive da seguire, sentenze di morte o di assoluzione.

 

L’Avvocato Nicodemo Gentile, che recentemente ha pubblicato il suo ultimo libro “Laggiù tra il ferro – storie di vita, storie di reclusi” ha dedicato un intero capitolo al 41 bis e ha voluto darne un cenno per i lettori de L’Osservatore d’Italia al fine di capire meglio come funziona: “Da un punto di vista tecnico si tratta di un inasprimento che nasce proprio a seguito delle stragi anche se era stato già concepito ma non attuato per quanto riguarda la lotta alle Brigate Rosse. Si tratta di un Atto Ministeriale, quindi che prescinde dal discorso giurisdizionale e va ad attaccare tutti quei soggetti che si sono macchiati di crimini al fine di rompere ogni tipo di legame, contrastare ogni tipo di prosecuzione anche dal carcere per l’attività di ordinamento, controllo e gestione di cosa nostra. Non possono stare con altre persone, devono fare l’ora d’aria da soli o massimo con un’altra persona, hanno tutta una serie di preclusioni per quanto riguarda i colloqui che si fanno attraverso un vetro divisorio, per quanto riguarda il fatto di avere corrispondenze, i cibi, i vestiti, spesso e volentieri la luce esterna è schermata, le finestre e le sbarre sono anche schermate con un ulteriore pannello che oscura tutto”.

 

Con la morte di Totò Riina, avvenuta venerdì 17 alle ore 3.37, si chiude un capito della mafia stragista e sanguinaria, ma non è possibile però decretare la fine del fenomeno mafioso nella sua totalità poichè in questi anni ha assunto nuove forme, ramificandosi sempre di più in diversi settori.. Totò “U curtu” verrà sepolto a Corleone, dove ebbe inizio la sua carriera criminale, quando ancora era un ragazzino; nello stesso cimitero comunale è sepolto anche il suo amico di sempre e boss Bernardo Provenzano, Michele Navarra, Luciano Liggio e vi sono anche i resti del sindacalista Placido Rizzotto, ucciso da Liggio del 1948. Tante sono state le reazioni che hanno accompagnato la notizia della morte di Totò Riina e da più fronti: la figlia Maria Concetta, per esempio, ha postato sul suo profilo facebook una rosa nera e una mano con scritto “shhh…”, successivamente ha precisato che “La foto sfondo del mio profilo Fb non vuole affatto essere un messaggio mafioso dove si intima il silenzio , bensì la richiesta di rispettare questo mio personale momento di dolore”.


Numerosi i messaggi di cordoglio che si susseguono sul suo profilo ma anche in pagine dedicate al boss di cosa nostra, con manifestazioni esplicite di dispiacere che fanno accapponare la pelle in una società democratica che contrasta la mafia in tutti i modi. “Ho dei figli minori, non ho niente da dire. Vi denuncio” ha detto Maria Concetta ai giornalisti che si sono recati nella sezione di Medicina Legale dell’ospedale di Parma, dove è stata effettuata l’autopsia. Ma è impossibile contrastare l’onda mediatica legata al caso vista l’entità e la ferocia delle mattanze compiute da Riina e soci, nessuno può dimenticare le vittime innocenti e cancellare quanto accaduto. Ad Ercolano (Napoli) è apparso un manifesto che da l’annuncio della morte di Riina e che recita: “E’ morto Salvatore Riina di anni 87, ne danno il lieto annuncio…” e seguono i nomi di 24 vittime di mafia.

 

La dottoressa Mary Petrillo, Psicologa, criminologa, Coordinatrice del Crime Analysts Team, Docente Master Univ. Niccolò Cusano ci ha dato il suo punto di vista in merito alla vicenda:
“Il giorno della morte del boss mafioso Salvatore, detto Totó, Riina, non mi son sentita di gioire per niente, forse altri avranno gioito della sua morte perché cosí non avrebbe piú potuto tenere sotto scacco qualcuno minacciando di parlare e di dire chissà quante altre cose su “cosa nostra” e su chi l’ha utilizzata; piuttosto ho ritenuto giusto commemorare tutte le persone morte a causa sua, ho ritenuto opportuno, poi, fare una riflessione sul fatto che  morto Riina la mafia però non é morta, anzi la mafia é già in trasformazione, sta già diventando “altro”. La mafia ora, a mio parere, ha un’altra prospettiva e tende a muoversi nel mondo economico e finanziario, la mafia, per usare un termine dal significato ben preciso e molto in uso oggi, direi che è”liquida”. Molti pensano che il nuovo “erede” di Riina sia il latitante Matteo Messina Denaro, ma, personalmente, a questa ipotesi poco ci credo, seppure egli si muove diversamente da Riina, piuttosto penso che molti giovani avvezzi anche al  mercato delle nuove tecnologie e qualcuno anche con buona istruzione, possano essere i ” nuovi perni” su cui gira l’affaire mafia”.

 

Chissà invece se qualcuno ha mai pensato e rispettato il dolore della mamma di Giuseppe Di Matteo, ucciso brutalmente  dalla mafia quando aveva soltanto 13 anni, nel tentativo di far tacere il padre Santino Di Matteo perché divenuto collaboratore di giustizia. Il suo rapimento avvenne ad Altofonte il 23 novembre 1993. Il piccolo venne strangolato e dissolto nell’acido l’11 gennaio del 1996, a seguito di una lunga prigionia durata 25 mesi e 779 giorni. Chissà se qualcuno ha mai rispettato la sofferenza che hanno provato i genitori di Giuseppe Letizia, giovane pastore e vittima di mafia ucciso all’età di 12 anni perché testimone scomodo dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Il piccolo si trovava ad accudire il suo gregge nelle campagne corleonesi e il giorno seguente fu trovato dal padre in stato di shock. Fu portato all’Ospedale diretto da Michele Navarra e li, in preda a febbre alta, raccontò del delitto a cui aveva assistito. Gli fecero un’iniezione e morì, si ritiene che quella siringa contenesse del veleno. Chissà se qualcuno ha mai pensato ai genitori del piccolo Claudio Domino, ucciso dalla mafia a soli 11 anni. Suo padre era gestore del servizio di pulizia dell’aula bunker del maxiprocesso di Palermo. La sera del 7 ottobre del 1986 stava passeggiando in una via del quartiere San Lorenzo quando fu chiamato da un uomo che gli sparò in fronte un colpo di pistola che lo uccise sul colpo. Secondo il pentito Ferrante, il piccolo fu ucciso perché testimone involontario e quindi scomodo di scambi di stupefacenti tra spacciatori. Famiglie che hanno perso un proprio caro strappato brutalmente e ingiustamente alla vita, nel silenzio della notte e con il fragore di uno sparo. Nessuna di queste famiglie riceverà mai più una telefonata, un abbraccio o un sorriso da parte del proprio congiunto; ci saranno soltanto vedove che piangeranno mariti, madri che piangeranno figli morti ingiustamente e sepolti sotto metri di terra, sciolti nell’acido, uccisi con il veleno, sparati in fronte e svaniti nel nulla per mano di mafiosi senza scrupoli: chi ha rispettato il loro silenzio?

 

La dottoressa Rossana Putignano [Psicologa- Psicoterapeuta, Consulente di parte con il CRIME ANALYSTS TEAM in qualità di Responsabile della Divisione Sud e della Divisione di Diagnosi Neuropsicologica e Forense] in merito alla vicenda riferisce che: “Le interviste rilasciate in questi giorni nel paese del Capo dei Capi, Totó Riina hanno mosso in noi tanti malumori e ci si chiede come si fa a essere così omertosi, così ciechi davanti al passato criminale di quest’ uomo coinvolto in prima linea in tante stragi tra cui quelle che hanno determinato la morte di Falcone e Borsellino e tutti i ragazzi della loro scorta, padri, madri, figli e fratelli. Ci si chiede come sia possibile. Abbiamo sentito ” non lo conosco ” ” non so niente” ” era una brava persona” ” era un uomo d’onore” parole che ci fanno ribrezzo e che lasciano in noi tanta perplessità e timore che la mafia continui a esistere, alimentata proprio da questa subcultura. Perché di subcultura e tradizione si tratta, non di affiliazione o adesione al contesto criminale. C’ é però da fare un distinguo tra omertá e soggezione verso queste figure, aimé passate alla storia, perché così si sentiva Riina -stando alle intercettazioni- sentiva di essere entrato nella storia. Quello che piú dovrebbe scandalizzare, a mio avviso, non é la soggezione verso la figura del bos ma le parole vigliacche di chi dice di non conoscerlo e di non sapere niente. Personalmente, mi spaventa questa eccessiva tutela di sé, questa codardia di chi pensa di proteggersi ignorando l’ esistenza di questa gente, in una sola parola “omertá”. Ammettere invece che Totó Riina sia stato un uomo d’ onore, una brava persona non é peró racapricciante se pensiamo a quello che può rappresentare la presenza di un boss in un piccolo contesto paesano come Corleone: molte di queste persone si sentono protette e sanno a chi rivolgersi in caso di bisogno, i boss sono persone altamente religiose (anche se hanno una visione distorta della religione) pregano la Madonna e tutti i santi e sono sempre disponibili verso il prossimo. Oltretutto questa storia é vecchia come il cucco: a fine 800 inizio 900 esistevano i picciotti, oggi diventati ‘ndrangheta, che prestavano soldi in usura e si rendevano disponibili nel risolvere i problemi dei latifondisti quando questi erano in difficoltà, magari erano i diretti responsabili delle stesse, tuttavia costituivano una figura tranquillizzante per chi subiva dei furti ed erano garanzia che parte della refurtiva sarebbe stata in qualche modo recuperata. Nel tempo queste figure hanno acquisito potere, importanza e oggi sono indispensabili a certi uomini di potere per il cosiddetto voto di scambio. Finché c’é aristocrazia c’ é mafia se non una sovrapposizione delle stesse ma quello che alimenta questo sistema é sicuramente é il servilismo di chi si dimena al bar per offrire il caffè al bos- ricordando un esempio di Gratteri, Procuratore Capo di Catanzaro in una sua recente intervista- di cui si potrebbe fare a meno e la cecitá di chi “ignora” volontariamente l’ esistenza di queste realtá. Omertá e servilismo sono due facce della stessa medaglia dell’ uomo che continua ad avere paura. Forse bisognerebbe sconfiggere la nostra paura, prima che la mafia”.

 

I familiari delle vittime di mafia hanno risposto alla notizia della morte del capo dei capi; Rita Dalla Chiesa, giornalista e conduttrice tv, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982, ha scritto sulla sua pagina facebook “La sua morte è arrivata a 87anni mentre gli uomini dello Stato che ha ucciso erano tutti uomini che nella loro vita non hanno potuto proseguire nei loro affetti, nei loro interessi, nello stare vicini a mogli, figli e nipoti”. Rosario Terranova, famoso attore e nipote del magistrato Cesare Terranova, ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979 ha scritto sul suo profilo facebook il seguente messaggio: “Dovrei esultare che è morto? pubblicare una sua foto? cosa cambia Zio Cesare, nulla, io voglio pubblicare la tua di foto, il tuo sorriso e come sei stato ridotto. Lui va via e porta con se tutto, tutti i segreti, che tali rimarranno per sempre, nomi e mandanti. Ha vissuto, brindato alle morti, comandato e rimasto tale sino all’ultimo, come una persona normale il suo corpo è invecchiato e se n’è andato con la famiglia al capezzale. Onore a Te, Zio Cesare”.

 

Rosario Terranova ha deciso di rilasciarci un’intervista in esclusiva, raccontandoci le sue emozioni e i suoi sentimenti legati a questo momento: “finisce un’epoca, finisce un’era ma lui si porta tutto quello che sapeva e che sa. Quello che ti posso dire è che nulla toglie quello che lui è stato, che è indescrivibile, indefinibile, non si può neanche raccontare facendo un film o una fiction realmente quelle che sono state queste persone. Sicuramente non provo né pena né pietà né tantomeno esulto. Io nel mio piccolo, nel 79, quando è stato ucciso zio Cesare avevo quattro anni, ma sono delle cose che non ti togli mai dalla mente. Sono sempre cresciuto nei discorsi della famiglia, di mio nonno Rosario, mi raccontava di lui. Sono delle ferite che non rimargini mai, che poi nel tempo, negli anni si sono sempre più riaperte con Falcone, con Borsellino. Da palermitano è difficile che non conosci le persone o dei poliziotti che hanno perso la vita. Molti mi hanno criticato perché ho postato la foto del sorriso di zio Cesare e sia la foto trucidato dentro l’auto, ma è una cosa che ho voluto fare perché comunque si continua a parlare che Riina è un uomo, che Riina è morto, ma c’è chi ha pianto su un corpo. Comunque lui è invecchiato, lui è morto da uomo, c’è chi piange una bara dove all’interno c’è quello che resta di un uomo”.

 

Angelo Barraco

 

Il dottor Giuseppe Ayala parla di “Strane coincidenze”

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Tutti contro Salvini: dalla carità pelosa dei buonisti politically correct al sorridente e demagogico Giggino

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Ormai dovremmo sapere quale Italia vogliamo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro dalle ultime elezioni europee, e questo ha spaventato qualcuno, anzi, molti, legati ad un carrettino che è fatto di convenienza politica ed economica, e non di amore per la nostra Nazione.

La vittoria della Lega, e in particolare di Matteo Salvini, alle ultime elezioni europee, è il segnale che qualcosa è cambiato nella coscienza dei cittadini. Ancor più se questo viene visto come un voto di protesta. Un tale voto non va mai sottovalutato, né, come di solito, squalificato, perché se la gente protesta, vuol dire che qualcosa non va, che il disagio è diffuso, e che si vorrebbe cambiare una situazione poco gradita ai più. Il cavallo di battaglia della Lega – leggi Salvini – è stato, ed è senz’altro, la riduzione dello sbarco di gente più o meno disperata che approda in Italia da Lampedusa o da porti vicini, come ‘porti sicuri’, in cerca di una soluzione alla propria condizione di non agiatezza.

A questo punto, dopo anni di accoglienza, propiziata e programmata da Matteo Renzi, in cambio di uno sforamento economico che gli consentisse l’elemosina di 80 euro elettorali (per cui ebbe a dire che “80 euro sono pochi per chi ne ha tanti, ma tanti per chi ne ha pochi”, concetto presuntuosamente offensivo del ricco verso il povero, a cui si mette in mano la monetina, meglio se di rame) gli Italiani si sono stufati di essere ‘invasi’ da ospiti poco graditi, specialmente quando creano disordine e minacciano la proprietà e l’integrità della ‘gente comune’ – definizione che ci consente di distinguerci dalla gente ‘non comune’, come quella che appartiene alla Casta.

Come diceva qualcuno tempo fa, “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Parafrasando, potremmo dire che “Non tutti i migranti sono delinquenti, ma ‘quasi’ tutti i delinquenti sono migranti”. Il quasi è doveroso, considerando il nostro background abituale di delinquenza endemica e fisiologica.

Con i barconi abbiamo importato una tipologia di reati che da noi erano praticamente spariti, come quelli che più fanno male all’uomo della strada. In più, s’è consolidata una categoria di stranieri che sempre più aggrediscono a scopo preventivamente intimidatorio – e in genere impunemente – gli appartenenti alle nostre Forza dell’Ordine, senza che questi possano adeguatamente difendersi. Prepotenti che pretendono di viaggiare gratis sui nostri mezzi pubblici e si ribellano a qualsivoglia forma di regola. Ci auguriamo che quanto prima siano distribuiti i Taser, o Pistole Elettriche, visto che quelle vere servono solo di decorazione.

Abbiamo importato anche un’altra mafia – come se non ne avessimo già abbastanza delle nostre – quella nigeriana, la più crudele. Quella che uccide le persone per prelevarne gli organi, affidati per l’espianto e la conservazione ad un ‘medico del deserto’, e rivenderli sul mercato internazionale. Quella che ha ucciso la piccola Daniela Mastropietro, a Macerata, e fatto a pezzi il suo corpo ancora vivo – secondo i riscontri autoptici – non prima di averne prelevato ciò che avrebbe dato un guadagno ai suoi assassini. Ma in carcere c’è andato chi ha cercato, impulsivamente, di vendicare la ragazza, sparando, nei luoghi di spaccio, evidentemente noti, addosso ai ‘neri’ che li frequentavano, peraltro senza causare grossi danni. Per Innocent Osegale si sono aperte le porte del carcere, sì, anche se i suoi complici hanno goduto dell’ipergarantismo caratteristico dei nostri giudici, e quindi sono fuori, uccellini di bosco, ma aspettiamo l’appello e la relativa riduzione di pena.

Questi fatti di cronaca, purtroppo, non sono più sporadici. Ricordo che una volta un omicidio teneva le prime pagine dei giornali per settimane. Oggi non si fa più in tempo a pubblicarne uno, che subito si deve aggiornare la prima pagina: ove questo ultimo avvenimento la meriti. Ormai anche gli omicidi devono accontentarsi di passare dietro a notizie più interessanti, perché di gente uccisa ne abbiamo fin sopra i capelli. Specialmente di coltello, da quando la nostra cultura è cambiata.

Non sappiamo perchè Matteo Salvini abbia innescato improvvisamente un procedimento che ha portato, non ad una crisi di governo, ma ad una situazione anomala, nella quale molti argomenti sono in sospeso: come, ad esempio, la sfiducia da votare a Giuseppe Conte. E molti passaggi sono controversi, come, ancora, quello che permetterebbe il taglio dei 345 parlamentari, pur avendo un Conte sfiduciato, e quindi non più a capo del governo; rendendo così, fatalmente, inefficace il taglio dei parlamentari.

Politicamente Matteo Salvini non è nato ieri. La sua mossa può essere apparsa avventata, ma certamente uno con la sua esperienza non è una persona che agisca avventatamente. Possiamo intuire che, sentendosi minacciato dal ritorno di Renzi con il suo Movimento Azione Civile – un Renzi che, ricordiamolo, non ha mai abdicato al suo ruolo di guida politica dei gruppi parlamentari di cui si sera conquistato il favore quando era al potere – e avendo esattamente valutato la votazione in sede europea di Ursula van der Leyen alla presidenza della Commissione Europea con i voti decisivi (14) dei grillini, per appena 9 voti, contro la linea della Lega, che appoggiava un altro candidato, meno smaccatamente europeista, abbia inteso anticipare prima dello scoppio del temporale, l’inciucione che si era venuto radunando sul suo capo da parte del M5S, i cui appartenenti – la base – non condividono la linea leghista.

In ogni caso, ha costretto gli avversari a venire allo scoperto. Il Movimento 5S, infatti, è eterogeneo nella sua composizione. Parecchi sono ex Piddini, molti sono di sinistra ideologica – leggi Fico con il pugno alzato – e molti hanno voglia di tornare a mettere la croce sul contrassegno PD alle prossime elezioni.

Il quadro è chiaro: da una parte il PD – con un evanescente Zingaretti che, nonostante le sue assurde comparsate in TV, non da’ l’impressione di convincere nessuno – che sa che sic stantibus rebus gli conviene non andare alle urne, in previsione di un’alleanza con il M5S. Dall’altra Renzi, che, dopo la sua investitura ufficiale durante l’ultima riunione ‘segreta’ della Biderberg, sapevamo che nel giro di un paio di mesi sarebbe spuntato fuori come un misirizzi, spalleggiato dai ben noti ‘poterif forti’ d’oltreoceano, e magari non solo quelli.

Last but not least, il buon Di Maio, che, nella sua veste sempre sorridente, come il Dalai Lama, propone cose assurde da attuare, ma demagogiche al punto da sembrare di prendere per il sedere coloro che ancora gli credono. Di Maio, diciamola tutta, è quello che meno avrebbe da guadagnare, nonostante le sue asserzioni, da una tornata elettorale. Oggi i sondaggi dicono che il M5S ha perso parecchio in termini di consensi, e siccome questa crisi si gioca proprio sui sondaggi, a Giggino non conviene andare alle urne. A cavallo dei sondaggi, poi, ci sono la Meloni e Berlusconi, a cui farebbe comodo, come alla Lega, andare a votare.

In tal caso, il 39% di Salvini- se non di più – si potrebbe sommare ad un 10% prevedibile da parte di Fd’I, e un 20% di Berlusca. Con L’Altra Italia o con Forza Italia? Poco importa, tanto il contenuto è sempre quello. Anche se il buon Silvio dimostra di voler vendere cara la pelle, rifiutando di andare alle urne – per ora solo un’ipotesi – unitariamente, con gli altri due partiti. Questo ci darebbe un governo di maggioranza, di centrodestra, molto poco gradito a qualcuno che, nonostante le smentite, sta in realtà governando la nostra nazione da tempo – e non accusateci di complottismo.

Ma il nemico più pericoloso, per questa gente, è proprio Matteo Salvini con la Lega. In regimi poco democratici gli avversari politici si eliminano, di solito, fisicamente. Anche se questo è accaduto più volte negli USA, che definire regime poco democratico proprio non si può: ma sarebbe troppo lungo, e ci porterebbe fuori tema, investigare qui sull’origine di queste morti, da Abraham Lincoln in poi. Nei regimi più ‘democratici’, o presunti tali, l’avversario politico lo si denigra, lo si squalifica, lo si mette in difficoltà.

Esattamente ciò che sta accadendo in Italia con Salvini, attaccato perfino, mica tanto velatamente, proprio dal papa. Tutti contro Salvini, potremmo dire, o Salvini contro tutti? Ambedue le definizioni vanno bene. Il campo di battaglia ora è il mare, i migranti (termine coniato per non usare quello illecito di clandestini, ciò che in realtà sono), le navi ONG, e, ultimamente, perfino il ministro Trenta, il Presidente del Consiglio Conte, e non ultimo il TAR del Lazio, che ha inteso, violando una precisa norma del Ministero dell’Interno, consentire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alla Open Arms, con i suoi circa 150 digraziati, tra i quali le agenzie di stampa mettono sempre in evidenza i bambini e le donne, tutte o quasi, stranamente, in stato interessante; per cui, calcolando i tempi del viaggio, si può facilmente presumere che siano pregne dei carcerieri che le hanno tenute prigioniere, e che il pargoletto che scodelleranno in un ospedale italiano sarà figlio di un delinquente.

Ci chiediamo perchè la stessa richiesta che è stata inoltrata con successo al TAR del Lazio non sia stata inoltrata ad un organo simile di Malta, della Spagna o della Francia. Forse perchè in Italia la strada era già stata spianata, dubbio più che legittimo, e si era certi del suo accoglimento, con conseguente sconfitta della linea dura di Salvini? Arriva anche un’altra nave ONG, come riferiscono i media, con, salvo errori, 350 ‘migranti’ a bordo. Naturalmente sempre verso le nostre coste. Le quali coste non si dimostrano per nulla europee, nei fatti, ma soltanto italiane. Sappiamo già come andrà a finire.

Facciamo notare, però, che di regola le leggi vanno rispettate,e non violate in nome di una presunta umanità: chissà cosa pensano gli anziani indigenti condannati per furto di una busta di prosciutto o un pezzo di parmigiano al supermercato: a loro la clausola ‘umanità’ non è stata applicata. Il bombardamento, quindi, dei media, intesi ad orientare l’opinione pubblica, e dei post sui social – grande veicolo di diffusione di massa – sono tutti contro Salvini, al fine di screditarlo, specialmente da parte dei cosiddetti ‘politically correct’, nuova denominazione dei ‘radical-chic’. Riteniamo molto più umanitario, se si fosse in buona fede, ma così evidentemente non è, intervenire non sul sintomo del male – i barconi – ma sulle cause. Consentire ancora dopo anni ai trafficanti di uomini di accumulare illecitamente milioni di dollari affidando alle onde del mare, affinchè trovino un comodo – o meno comodo – passaggio per le coste italiane in una nave ONG allertata via telefono satellitare (pare che i transfughi siano forniti alla partenza di ben precisi numeri da chiamare), puzza tanto di malafede e di complicità da parte di qualcuno.

Qualcuno che finanzia le navi ‘umanitarie’, qualcuno che distribuisce telefoni satellitari, qualcuno che, a terra, distribuisce carte di credito firmate UNHCR, qualcuno che ha interesse a mettere nei problemi il nostro Paese, il nostro governo e il nostro Ministro dell’Interno. Molto più ‘umanitario’ sarebbe andare a monte, all’origine di questo esodo assurdo, eliminandone le cause, impedendo le morti in mare, e consentendo a questa gente di rimanere nella propria terra. E punendo, finalmente, chi lucra sulla pelle dei disgraziati, sia quelli che fuggono dalla fame e dalla misera, sia quelli che fuggono dalla guerra – e sia quelli che vengono in Italia per affiliarsi alla mafia nigeriana e per commettere ogni sorta di nefandezza.

Questo, al popolo italiano, cari amici politici e non, glielo dovete. Altrimenti siete tutt’uno con i trafficanti di carne umana. Con buona pace dei ‘politically correct’, che nei loro salottini di velluto, nel pomeriggio, mordicchiando un biscottino e sorbendo una tazza di tè, dovranno cambiare l’argomento delle loro conversazioni. Gli Italiani hanno dimostrato quale Italia vogliono. Non quella caldeggiata da Di Maio, Renzi, Zingaretti, D’Alema (pare che Baffino sia spuntato di nuovo) & Co., ma un’Italia più giusta verso chi ama l’ordine e la legalità. E non solo. Con un accordo intramoenia PD-M5S, a cui parteciperebbe anche Matteo Renzi insieme ai ‘cespugli’ di sinistra, avremmo subito, come riferisce un autorevole quotidiano, una patrimoniale per finanziare il salario minimo e l’ampliamento del reddito di cittadinanza, un buon 70% del quale è stato bocciato. Sull’immigrazione subito via i Decreti Sicurezza e sì allo ius soli, con conseguente incremento degli sbarchi. Sì all’eutanasia e alle adozioni dei bambini alle coppie gay. Le elezioni non le vuole Di Maio, non le vuole Renzi, non le vuole Zingaretti: la palla passa, una volta dipanata la matassa di questa crisi anomala, al capo dello Stato, Sergio Mattarella.

Vedremo allora da che parte sta, se da quella degli Italiani, o da quella del partito da cui proviene.

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Omicidio Vicebrigadiere Cerciello. Tutto pronto per la sceneggiata: tranquillo, Elderino, che papà ti riporta a casa

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Stiamo per assistere ad un remake, come si dice in inglese, della sceneggiata che fu messa in atto all’epoca della morte di Meredith Kercher. Attori principali Rudy Guede – condannato per ‘Omicidio in concorso con altri’, attualmente in cella – Raffaele Sollecito e Amanda Knox, attualmente assolti con formula piena. Per cui non si capisce in concorso ‘con chi’ Guede avrebbe commesso l’omicidio, stante il fatto che altre presenze non sono state accertate sulla scena del crimine. E, a quanto pare, neanche quelle di Amanda e Raffaele. Per la legge, dunque, Amanda e Raffaele sono innocenti, e anche per il professor Lavorino, noto criminologo, il quale ha però messo l’indice sulle indagini e le repertazioni scientifiche fatte non proprio in maniera impeccabile: come, ad esempio, la contaminazione – o presunta tale – sul gancetto del reggiseno di Meredith. Anche ai tempi dell’omicidio di Mez si mobilitò la cavalleria. Arrivarono Sollecito padre da Giovinazzo, e Knox padre dagli USA, lancia in resta, per togliere dalle panie della nostra giustizia i relativi figli. I quali, si sa, sono ‘piezz’ ‘e core’ anche per i genitori oltreoceano; soprattutto quando debbano cadere nelle mani di polizia e carabinieri di una nazione subalterna come l’Italia. Una polizia considerata probabilmente un po’ peciona e da operetta, insomma, come descritta in certi film, decisamente di serie B, con il commissario che mangia un panino alla mortadella con i piedi sulla scrivania, e le macchie di unto sulla camicia, mentre dalla finestra di sotto si vede passare una gondola e si sente cantare ‘O Sole Mio’. Conclude il quadro un fiasco di Chianti a garganella per mandar giù il panino, e un Catarella a cui sfugge di mano la porta. Insomma, un quadro da Eduardo di “add’a passà ‘a nuttata’”, quando gli Italiani si accalcavano ai banchi degli spacci UNRRA e una ragazza la potevi avere con una stecca di sigarette o un paio di calze di nailon.

Ethan Lee – sembra d’essere in un film di John Wayne, uno dei suoi figli si chiama appunto Ethan , potrebbe essere “I quattro figli di Katie Elder “– è sbarcato non ad Anzio, anche se probabilmente gli sarebbe piaciuto, con un Camillus tattico fra i denti, ma a Roma, deciso a riportare indietro suo figlio. La certezza di questo, e la sua arroganza nei nostri confronti, gli deriva certamente dalla sua posizione economica e dalla sua provenienza americana. Si sa che gli Americani in ogni frangente invocano le proprie Ambasciate e Consolati, dietro a cui c’è lo Stato: “Nessuno sarà lasciato indietro”, anche a sproposito. Insomma, ci fa pensare ad un ‘sovranista’ sui generis: uno che, invece di venire in Italia ad ammirare la nostra cultura e la nostra civiltà millenaria, a differenza della sua, di soli trecento anni, viene per darci del ‘pecione’sventolando mazzi di dollari.

Passi, finchè questa valutazione la indirizzi ad un privato cittadino. Ma non all’Arma dei Carabinieri

Così facendo, insulta tutto il popolo italiano – quello buono – tranne il partito dell’antipolizia, che si manifesta nei suoi salienti in alcune occasioni, ed è ben definito. Ma la parte buona della nazione tifa ancora Italia, nei suoi valori, e i Carabinieri, a parte le dovute eccezioni, sono fra queste. Quindi, come ai tempi di Meredith arrivarono a portafogli aperto sia Sollecito che Knox (il quale beneficiò di una sottoscrizione nazionale per togliere la figlia dalle grinfie di quei cattivoni ignoranti dei poliziotti italiani), anche Ethan Lee è arrivato a togliere il figlio da quella brutta cella del carcere italiano e riportarlo – manco a dirlo – dritto filato a casa, magari con una tirata d’orecchi e uno scappellotto, mentre il padre si è sbrigato, a nome suo proprio, della sua famiglia, e magari di tutto lo Stato della California, tanto non costa nulla, a rivolgere le sue più sentite condoglianze alla famiglia di Cerciello e alla sua vedova di 43 giorni.

Riportare a casa quel piccolo “presunto” assassino sarebbe come dare l’ennesima coltellata sia alla moglie, che a Mario, che a tutta l’Arma dei Carabineri – oltre che alla nazione. Quindi, investigatori privati assoldati dagli avvocati – italiani e americani – sono stati sguinzagliati nella movida di Trastevere, alla ricerca di testimoni che possano suffragare le fantasiose tesi della difesa. Quelle, cioè, che vedrebbero il giovane Elder colpevole soltanto di eccesso in legittima difesa – magari “putativa” – per aver accoltellato uno “strano uomo” che credeva volesse strangolarlo, come riportano i nostri maggiori quotidiani. Uno dei quali già parla di un supertestimone spuntato negli ultimi momenti, e che avrebbe assistito all’omicidio. Non sappiamo quale sia il succo di questa testimonianza, ma possiamo nutrire forti dubbi sulla sua autenticità, qualora descriva una scena che avvalori le tesi della difesa. Il giustificato sospetto è quello di utilizzare la leva universale del denaro californiano per sollevare il peso della colpa dalle spalle di Elder. Se infatti l’accusa fosse derubricata in “eccesso in legittima difesa”, Elderino ‘di papi suo’ ne subirebbe una condanna così lieve, da giustificare l’intenzione del padre di riportarselo a casa. Speriamo che ora, lubrificati da ricompense in dollari, non si affaccino sul palcoscenico attori di varia e diversa estrazione, come ragionevolmente reperibili in quel gran calderone che è la movida di Trastevere. Se mettiamo a confronto le note caratteristiche e i curricula degli interpreti principali, cioè Elder Lee e Mario Cerciello, certamente la bilancia pende a favore di quest’ultimo. Infatti Mario nella sua attività di custode della legge era il più attivo della Stazione CC alla quale faceva riferimento; aveva avuto i gradi in seguito ad un concorso, ed era impegnato anche nel sociale. Abbiamo la testimonianza di una mamma che riferisce che, dopo aver accompagnato la figlia in ospedale per una situazione critica, pur essendo fuori servizio, era rimasto tutta la notte a vegliarla. Era nei Cavalieri di Malta, per accompagnare i malati con i Treni Bianchi a Lourdes o dove si facesse un pellegrinaggio. Si era sposato, a trentacinque anni, dopo un lungo fidanzamento, con la ragazza del “colpo di fulmine” reciproco, solo da 43 giorni. Quella notte era in regolare servizio con il collega Varriale, in zona di spaccio, in borghese. Se guardiamo il giovane Elder, vediamo un ragazzo che quella notte era evidentemente ubriaco e drogato, “impasticcato”, come riferisce un guardamacchine egiziano interrogato, e con il suo amico in cerca di cocaina. Aveva commesso una rapina, sottraendo lo zaino a Sergio Brugiatelli, e una tentata estorsione al fine di recuperare i 100 euro spesi per una finta dosa di “neve”, più la dose stessa di coca. Era armato illegalmente di un coltello militare di genere proibito, un’arma a tutti gli effetti, progettata per uccidere persone, e non per tagliare bistecche: tale è la differenza tra un’arma impropria e il suo contrario, un’arma militare dei Marines. Il suo italiano poteva anche non essere perfetto, ma capire “Carabineri” e guardare un tesserino militare, a vent’anni, non può essere così difficile. Li vediamo anche nei telefilm da quattro soldi, che i nostri televisivi ci ammanniscono, gli “Agenti speciali” dell’FBI fare irruzione con le armi, gridando “Effebiai, nessuno si muova!” (Chissà perché tutti gli agenti dell’FBI sono ‘speciali’, non ne esistono di ‘normali’?) Che poi quello fosse uno “strano uomo”, come riferisce un quotidiano che lui abbia detto, da’ da pensare: chissà come dev’essere nella testa di Elder, un uomo “normale”. Che poi volesse strangolarlo è una sua illazione, o un ‘consiglio’ del suo avvocato difensore. In realtà, ci sono undici coltellate, sferrate in pochi secondi con estrema violenza, a testimoniare del fatto che Elder Lee non volesse difendersi, ma volesse uccidere un carabiniere che aveva capito che stava per arrestarlo. Ne testimonia la prima coltellata giunta al cuore, inferta alle spalle. Ne testimonia la fretta di lasciare il Bel paese con il primo volo, la mattina seguente. Ne testimoniano lo zaino e i vestiti insanguinati nascosti nel vaso portafiori all’ingresso dell’Hotel Le Meridien. Ne testimonia il coltello, ripulito e nascosto nel sottotetto della stanza d’albergo occupata da lui e dal suo amico. Ne testimoniano i trascorsi di Elder, mandato in Italia dal danaroso genitore per “toglierlo da cattive compagnie” , probabilmente ragazzi come lui del mondo della droga o peggio. Tutto dice che l’omicidio di Mario Cerciello, vicebrigadiere dell’Arma Benemerita, è stato volontario, e che si sarebbe voluto sfuggire alla giustizia italiana, quella che secondo le fantasie di alcuni è peciona, fatta di commissari poco intelligenti, che hanno la camicia con macchie del’unto del fritto mattutino della moglie, e che non vedono un delinquente neanche se glielo metti sotto il naso. E che, sempre secondo le fantasie di alcuni, magari sono pronti a barattare il proprio dovere con qualcos’altro.

Forse in USA guardano ancora i nostri film neorealisti

non si sono accorti che l’aria è cambiata, che non si può più avere una ragazza a letto per un paio di calze di nailon o una stecca di sigarette. Gli stereotipi sono duri a morire. Ci auguriamo che Ethan Lee non riesca, scatenando contro l’Arma tutto il peso economico e politico della sua nazione, a fare in modo che l’adorato figlio torni in patria con lui: sarebbe una palese ingiustizia, che toccherebbe tutti i carabinieri, in servizio e non, e di conseguenza tutta la parte buona della nostra nazione. Perché certa gente non può pensare di venire in Italia a commettere un tale reato, e tornarsene a casa impunemente. Con Meredith Kercher è andata così, praticamente, stando alle sentenze, un omicidio senza colpevoli, o punito in parte. Ci auguriamo di non assistere al bis di quella rappresentazione. E ci auguriamo che gli avvenimenti spengano l’arroganza di Ethan Lee, il quale ha fatto presentare ricorso al Tribunale del Riesame per la scarcerazione del figlio.

Ma non gli basta. La sentenza sarebbe prevista, come di prassi, per settembre: ma lui vuole far riaprire il Tribunale nel mese di agosto, a suo uso e consumo per tirar fuori suo figlio il più presto possibile, con rischio di fuga. Pretesa assurda: ci sono altri imputati in cella che aspettano la sentenza del Tribunale del riesame, ma nessun avvocato difensore si sogna di far riaprire l’attività apposta per lui. Almeno una cosa potremmo insegnare a questo padre poco accorto: che l’arroganza non paga. Pensi piuttosto a come ha educato suo figlio: l’albero si vede dai frutti che da’. Se Elder è arrivato all’estremo di uccidere selvaggiamente a coltellate un carabiniere, certamente la colpa è di chi non gli ha insegnato che “certe cose non si fanno”. Ci viene da pensare alle conseguenze dell’uccisione di un poliziotto americano da parte di un giovane Italiano ubriaco e drogato: secondo voi, come sarebbe andata a finire? Ricordate Sacco e Vanzetti?

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Editoriali

Omicidio Cerciello: qual’è la verità?

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È notte fonda, quasi le due. All’incrocio di quella via centrale, – sullo sfondo Piazza Cavour, con il retro del ‘Palazzaccio’, la sede della Corte di Cassazione – in quartiere Prati, due carabinieri in borghese, intervenuti con un’auto civetta, aspettano i ragazzi che hanno tentato di ricattare uno dei loro informatori, tale Sergio Brugiatelli, per cercare di rifarsi della piccola truffa subita nell’acquisto di presunta cocaina, rivelatasi poi soltanto aspirina. Non sanno ancora che si tratta di due giovani studenti americani, in Italia non per motivi di studio, come in un primo tempo s’era detto, ma solo per diporto, essendo abitualmente residenti all’estero. Questo fa pensare che ambedue capiscano bene anche l’italiano e la parola ‘carabinieri’. Non sanno neanche, Varriale e Cerciello, che i ragazzi hanno con sé un’arma micidiale, progettata apposta per non lasciare scampo a chi ne venisse a contatto dalla parte sbagliata. È un coltello da Marines, un Trench Knife Ka-bar Camillus, con lama brunita da 18 centimetri, la lunghezza che serve per attingere la zona cardiaca in un uomo adulto, una impugnatura in cuoio ingrassato a noccoliera, un’arma da professionista, in acciaio speciale, affilatissimo. Sarà infatti molto facile per Elder Lee infliggere ben undici profonde ferite in pochi secondi a Mario Cerciello, vicebrigadiere dell’Arma. La prima proprio al cuore, profonda fino all’elsa. I carabinieri sono intervenuti, a quanto pare, proprio perché il derubato è uno dei loro informatori, un occhio sulla zona di spaccio fuori controllo che è ormai anche quel quartiere Prati una volta molto tranquillo e signorile: ma, si sa, dove arriva la polvere bianca o la ‘Maria’, non c’è più remissione. Il collega di Cerciello, Varriale, si apposta poco distante, dietro un angolo. Non conosciamo esattamente cosa sia accaduto all’arrivo dei due ragazzi: la dinamica di quei concitati momenti è ancora oggetto di indagini. Possiamo immaginare che Cerciello, credendo, secondo il racconto del Brugiatelli, di trovarsi di fronte a due innocui e sprovveduti ragazzini, abbia sottovalutato la situazione. Senza alcun dubbio s’è presentato qualificandosi come carabiniere, con tanto di tesserino in mano, come riferito dal Varriale, che osservava la scena. O che Varriale, secondo un’altra versione, si sarebbe qualificato insieme al vicebrigadiere. Ma ciò che avrebbe dovuto rassicurare i ragazzi, cioè il fatto di trovarsi davanti a uomini di legge e non a delinquenti, ha invece fatto esplodere la loro violenza. Avvezzi, come del resto testimoniano i loro amici in patria, ad essere violenti, avevano portato con sè dagli States un colello da Marine, nel bagaglio di Finnegan Elder Lee, l’assassino. Mario Cerciello era un uomo buono, che amava aiutare chi ne avesse avuto bisogno, e la sua espressione piena di dolcezza – quella stessa vergognosamente definita ‘poco intelligente’ da una cosiddetta insegnante, che ha aggiunto ‘uno di meno, non ne sentiremo la mancanza’, come se la morte di un uomo che ha consacrato la sua vita al servizio per i cittadini e la sua nazione fosse uno da eliminare, con altri, probabilmente, come lui – testimoniava di lui, e dei suoi sentimenti. Ambedue gli uomini della legge sono rimasti sorpresi dalla reazione dei due diciannovenni. Mentre veniva trafitto, ancora Mario gridava: “Siamo carabinieri, fermati, basta!”. Non pensando che i due avevano avuto sì paura, come i loro avvocati hanno già messo in evidenza, ma, comprendendo benissimo l’italiano e la parola ‘carabinieri’, la loro paura non fosse quella di soccombere a degli spacciatori, – con cui comunque avevano un appuntamento, e quindi non si sarebbero meravigliati di trovarseli davanti – ma di essere arrestati, imputati per rapina, estorsione e possesso di stupefacenti, e quindi di vedere la loro vita rovinata, come sarebbe successo in America se quei reati li avessero commessi in patria. Un arresto per droga, come è noto, può rovinare la carriera scolastica di un ragazzo ‘bene’, come loro erano, per appartenenza familiare e sociale. La loro paura era unicamente questa. A quel punto Mario Cerciello diventava un pericolo enorme: arresto, notizie in S. Francisco, fedina penale macchiata, curriculum scolastico kaputt. In USA non è come da noi: la scuola, la High School, il College, l’Università sono fondamentali per trovare poi un posto di prestigio nella società, con un lavoro e una carriera di centomila o più dollari l’anno. Tutto questo è passato in un istante davanti agli occhi dei due assassini, e l’ostacolo alla loro vita futura si è materializzato nel mite Mario Cerciello, vicebrigadiere dell’Arma dei Carabinieri, grado raggiunto vincendo un concorso interno costato sacrifici e studio. La motivazione della furia di Elder Lee è soltanto questa: eliminare quel carabiniere affinchè la loro fedina penale non sia macchiata da nulla. L’intervento di Varriale, subito dopo l’aggressione, è stato ‘tamponato’ da Natale Hjorsth. Poi la fuga, mentre Mario Cerciello si accasciava al suolo, dicendo “Mi hanno accoltellato”. Cosa gli sarà passato per la mente, in quel momento? La moglie, sua da soli quarantatrè giorni, dopo un lungo fidanzamento: un colpo di fulmine, una coppia d’oro in questo mondo che proprio oro non è. La speranza di poterla rivedere, mentre, non si sa se ancora cosciente, l’ambulanza lo portava all’ospedale. Il dolore per quei figli che tanto avrebbe voluto, ma che non avrebbe avuto mai; che non sarebbero mai venuti al mondo, perché Mario, il carabiniere buono, il Cavaliere di Malta che accompagnava i malati a Lourdes con i ‘Treni bianchi’, aveva capito che stava morendo, e che non avrebbe mai più rivisto quella ragazza con cui aveva fatto tanti progetti. Scappano i due, si rifugiano nell’hotel di lusso, Le Meridien, pagato con i soldi dei genitori. Nascondono il coltello in un controsoffitto, lo zaino rubato e gli indumenti sporchi di sangue in un vaso da fiori, all’ingresso dell’albergo. Vogliono partire subito, dopo poche ore, mentre la notte si è già consumata in un omicidio, una tentata estorsione, una rapina. Una fuga. Al mattino prenderanno il primo volo per tornare a casa. Mario è a terra, in una pozza di sangue che è ancora lì, a testimoniare della violenza cieca e ‘fuori controllo’, come avrà a a dire la Gip incaricata delle indagini, e loro già pensano alla fuga. Nessun pentimento, nessun ripensamento: hanno ucciso in modo barbaro un uomo, un carabiniere, per una faccenda che tutto sommato valeva cento euro più un grammo di polvere bianca. Nessuna meraviglia che li abbiano ammanettati dietro la schiena: lo vediamo fare in tutti i film americani, perché meravigliarsi? E la benda sugli occhi non è quella di Guantanamo, o quella che i Vietcong mettevano sulla fronte dei soldati USA catturati – o viceversa, anche gli Americani hanno questa abitudine, se non peggio, per evitare reazioni poco gradire da parte dei prigionieri. Dobbiamo dire che i carabinieri della stazione Farnese hanno avuto molto autocontrollo. In un’altra nazione, presi così a caldo, non sarebbero usciti interi: questo è più che comprensibile, e smettiamola di perseguitare i nostri uomini d’ordine perché quando arrestano qualcuno lo strapazzano un po’: vorremmo vedere alla stessa bisogna uno dei buonisti di turno! Il mestiere di carabiniere è una missione, per i più. La divisa non s’indossa solo di fuori: chi è davvero carabiniere la indossa anche dentro di sé, e la porta con onore. È chiaro che in tutte le ceste ci sono anche dei frutti bacati, ma non fanno testo: non devono far testo. Ma Mario è stato tradito: è stato tradito proprio da uno dei suoi colleghi. Non quello che ha bendato il ragazzo, che comunque in quel momento non era sottoposto ad interrogatorio: l’interrogatorio, infatti, si è svolto alla presenza degli avvocati, come di legge. No, Mario è stato tradito da chi ha scattato quella foto di nascosto, e ora tutti gridano a Guantanamo. Tanto da dare anche ad una Amanda Knox il destro di attaccare ancora la nostra giustizia, e le nostre forze dell’ordine. Abbiamo anche il commento di Alan Dershowitz, l’avvocato che ha fatto assolvere O.J.Simpson dall’accusa di omicidio, professore alla Harvard Law School – e O. J. era evidentemente non proprio pulito, stando a ciò che è arrivato sui giornali, oltre ad essere fuggito per sfuggire alla cattura, ciò che in USA costituisce ammissione di colpa. Dershowirz, in cerca presumibilmente di visibilità e di denaro, dice chiaramente che “Con una foto come quella” farebbe invalidare l’intero procedimento legale. Rimane il fatto che lunedì la Rai ha trasmesso in diretta il funerale di Mario, il carabiniere buono, quello che si adoperava per gli altri, quello che con tanto sacrificio aveva superato l’esame per vicebrigadiere. Non crediamo che lo stipendio fosse molto più importante, dopo la promozione, ma certamente l’orgoglio della divisa, il desiderio di migliorare, gli davano quella spinta che dava una motivazione in più al suo essere uomo d’ordine e di legge; una ragione in più per continuare ad essere, anche agli occhi di sua moglie, una persona di cui lei potesse essere orgogliosa. Una carriera spezzata, questa sì, sul selciato di una strada di Roma, in piena notte, dalla furia cieca e criminale di un ragazzo che non voleva rinunciare alla sua vita di agi e di prestigio, e che ha finito per toglierla, quella vita, a chi la meritava senz’altro più di lui. Non è stata la paura di avere di fronte uno spacciatore, ad armare la mano d i Elder Lee, ma la paura di perdere tutti i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento e di cui, uccidendo Mario Cerciello, avrebbe voluto continuare a godere.

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