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Editoriali

Carola Rackete, un gravissimo precedente e un insulto per la legalità

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Ora anche i meno complottisti del mondo si saranno resi conto della macchinazione ordita alle spalle non di Salvini, e non soltanto di lui, ma di tutto il popolo italiano, proprio quando questo governo ha dimostrato di saperci fare, portando a casa un’epica vittoria contro la dittatura europea – quella sì.

I nostri conti, hanno dovuto ammettere i tristi personaggi che ci fanno le pulci– a differenza di quanto accade con altre nazioni, vedi la Francia di Macron – sono più che in ordine, lo spread precipita e gli interessi sui decennali pure, diminuendo a vista d’occhio il nostro debito pubblico. Sì, perché il nostro tanto sbandierato debito pubblico, come se fosse il risultato di un governo scialacquatore (comunque precedente all’attuale), viene invece da interessi su quel debito che la cara Europa ci ha voluto imporre con il nostro ingresso nella federazione, pretendendo, e inserendo addirittura in Costituzione – con la complicità dei soliti noti al potere in quel momento – il pareggio di bilancio, che, notoriamente è un’idiozia contabile, oltre che un suicidio per le nazioni che lo volessero o dovessero mettere in atto.

Non contenti di questo, i soliti ‘poteri forti’ – ognuno se li può configurare come vuole, tanto non cambia niente fare i soliti nomi, li conosciamo tutti, specie dopo la pubblicazione di un libro subito sparito dopo la sua pubblicazione, ‘La Matrix europea’ del collega Francesco Amodeo, ma reperibile su ebay – si sono scatenati contro il nostro ministro dell’Interno, colpevole, a sentire i soliti ‘antifascisti’ di maniera, buoni per tutte le stagioni, di adottare metodi ‘fascisti’ per governare l’Italia.

Intanto oggi 80 cosiddetti ‘migranti’ risultano ‘dispersi’ al largo della Tunisia, e poche speranze ci sono di trovarli in vita – anzi, nessuna. Questa è la risposta alla vicenda Sea Watch da parte dei trafficanti di esseri umani, complici le navi ‘umanitarie’ che fanno servizio taxi. Queste nuove morti, architettate con sommo cinismo, caricheranno ancora di più il peso sulle spalle di Salvini, come è già accaduto. Senza tener conto che per la sua opera decisa e ferma, di Salvini, molti hanno scelto vie migratorie alternative, diminuendo esponenzialmente il numero dei morti in mare. Accogliere gli stranieri che ne hanno titolo si può, e si fa, con i voli charter organizzati dalla Comunità di S. Egidio di concerto con le Chiese evangeliche.

Non si può tollerare, invece, una migrazione selvaggia e senza regole che ci si vuole imporre, con tutte le conseguenze del caso, non ultimo, come già avvenuto, il disordine sociale e lo sfruttamento delle mafie nostrane sui contributi da erogare agli stranieri. Riteniamo che il magistrato – pare che sia di sinistra – che ha liberato Carola, non confermandone il sacrosanto arresto, non possa non essersi reso conto del gravissimo vulnus istituzionale inferto all’autorità dello Stato, e ciononostante abbia operato in quel senso.

Dobbiamo dire che la Magistratura non è di sinistra, e che le sentenze non si discutono?

Bene, fin quando sono con i piedi per terra. Ma quando si evince dai fatti che:

1) i migranti erano già stati tratti in salvo, dopo essere stati abbandonati in acqua libiche, dove la Sea Watch 3 avrebbe agevolmente potuto metterseli a bordo;

2) la fissa della comandante di volerli per forza portare in Italia, mentre aveva a disposizione, dopo 17 giorni di navigazione, i porti francesi o spagnoli;

3) l’aver forzato, nonostante i divieti e le ripetute comunicazioni delle autorità marittime, un blocco stabilito dal ministero di una nazione sovrana, almeno nelle proprie acque territoriali:

4) aver traccheggiato con i parlamentari di sinistra, sconfitti in patria e alla ricerca di una purchessia rivincita, conniventi in questa operazione illegale, affinchè appoggiassero la violazione palese della legge, a tempo e luogo voluto dalla comandante;

5) l’aver comunque voluto entrare in porto, nonostante il divieto della Guardia di Finanza, notoriamente un corpo militare, contro cui ogni azione viene classificata come di attacco;

6) l’aver costretto, con rischio per la vita dei finanzieri, la motovedetta della GdF contro il molo, schiacciandola e costringendola a cercare scampo nella fuga, motovedetta che si interponeva fra il molo e la nave ‘umanitaria’ per impedirne legittimamente l’attracco; bene, allora non si può tirare in ballo il ‘caso di necessità’, negando l’arresto di una donna che ha commesso più reati, e commettendo, a nostro parere, un ulteriore reato, quello di omissione di atti d’ufficio nel confronti di Carola Rackete, per la quale già s’era scomodata nientemeno che la Germania, senza parlare dei soliti buonisti, pronti a raccogliere centinaia di migliaia di euro per pagarle la multa di 50.000 euro, legittimamente comminata.

Dicevamo che l’azione del magistrato è di una gravità inaudita, a parere di chi scrive, e gravida di conseguenze

Stabilito il precedente, infatti, chiunque potrà ripetere le eroiche gesta di Zorro in gonnella, senza timore d’esser sanzionato in alcun modo. Ci chiediamo se questa solerte Magistratura non voglia piuttosto costituirsi in partito, visto che a Salvini è stato consigliato di vincere un concorso – in Magistratura – per poter parlare. Certo, è comodo trincerarsi dietro una presunta ‘autonomia e indipendenza’ dell’Ordine, per poter fare ciò che conviene ad una certa parte politica, senza rischio di conseguenze, come da ciò che si vede si può dedurre.

Vogliamo chiedere ad un giudice qualsiasi se secondo lui bisogna operare per il bene della nazione in cui si vive, oppure per il bene di qualche altra parte, segnatamente politica. O se colpendo Salvini si può mai pensare di fare il bene dell’Italia, visto che si tratta di un vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, e di un governo non golpista, ma eletto dai cittadini, dei quali nessuno mostra d’aver considerazione – o ci vuole rispetto per l’Autorità costituita.

Altre volte da queste colonne abbiamo osservato che alcune sentenze – vedi la legittima difesa – non erano state emesse tenendo presente il senso comune dell’uomo della strada, ma abbiamo compreso che le leggi magari non sono chiare o sufficienti, e l’interpretazione può essere di varia natura – come quando mandate a piede libero il solito nigeriano che aggredisce a morsi i nostri carabinieri e poliziotti. Ma questa volta, scusate, dobbiamo proprio ammettere che avete superato voi stessi. In chiusura, dato che l’ho citato, è doveroso riportare il sottotiolo in copertina del libro di Francesco Amodeo ‘La Matrix Europea’, un’inchiesta giornalistica, che vi consiglio di leggere: “Organizzazioni elitarie hanno dichiarato guerra ai popoli e alle loro democrazie. L’Unione Europea è il loro quartier generale, l’Euro la loro arma. Il piano di conquista degli uomini del Bilderberg in Italia”. Vi assicuro che non vi annoierete.

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Editoriali

Il presidente Conte e il sindaco coglione

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“Ma perché noi ci teniamo un edile che vale un fico secco, pronto per un soldo di giocarsi la nostra vita? Così che lui in casa fa bisboccia, lui che guadagna più denaro in un giorno di quanto un altro non ne ha di patrimonio. So bene io come ha guadagnato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni, lui non si darebbe tante arie. Ma oggi il popolo è così; leoni in casa, lepri fuori”.

Le esternazioni piene di sconforto e biasimo, testé citate, non appartengono a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Non appartengono a nessuno dei leader dell’opposizione. Sono i risentimenti e le critiche di Petronio come tramandateci in Satyricon 44,13,14.

Gaio Petronio, scrittore e politico, visse tra Massilia e Cuma tra il 27 e il 66 d.C. Sono quasi 2000 anni che ci separano da allora. Quanti cambiamenti, quanti stravolgimenti! Dinastie, imperi, colonie e popoli interi scomparsi. Il mondo si è evoluto, il capitale ha defenestrato ogni equità sociale e stando al citato passaggio lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’elite è rimasto tale e quale come allora, per non dire che è peggiorato.

Ieri, scriveva Petronio, il popolo era così, leoni in casa e lepri fuori. Oggi la situazione è identica a quella dei tempi di Petronio. Anche oggi, se il popolo avesse i coglioni, l’attuale Trimalcione in carica si darebbe una calmata.

Il decreto rilancio del governo Conte e la casciaforte di Roberto Murolo

Roberto Murolo usava dire: “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore, perché è lui che ne ha bisogno più di noi per vivere” e Murolo ha donato agli appassionati grandi emozioni.
‘A Casciaforte è una delle sue canzoni più suggestive, espressione di beni di valore, anche le più venali. ‘A Casciaforte di Murolo è il forziere dei sogni, come il decreto rilancio lo è per Conte ed in una certa misura per il sindaco coglione di cui parleremo fra poco. Da quella casciaforte Murolo tira fuori “nu ritratto, formato visita d’a bonanema ‘e zi’ Sufia, nu cierro ‘e capille, nu cuorno ‘e curall ed il becco del pappagallo”.

Il presidente Giuseppe Conte come fantasia non è secondo a nessuno e dal libro dei sogni tira fuori bonus ad libitum: il bonus bebé, quello vacanza, quello ristrutturazione, l’ecobonus 110% e non solo.
Il premier PD/5s s’accorge che la “cascia” di Murolo risulta più ricca di sogni e così rincara la dose e lancia il reddito d’emergenza, il bonus autonomi, il bonus 600 euro Fondo Pensioni lavoratori dello spettacolo e per non farsi mancare nulla rafforza la cassa integrazione stanziando 25,6 miliardi di euro. La casciaforte di Murolo riservava una sorpresa e dal doppio fondo emergeva “na bambola ‘e Miccio, na lente in astuccio e una coda di cavalluccio”.

Non sono questi dettagli da mettere in difficoltà l’avvocato Conte e giusto per non essere da meno lancia due promesse ad effetto, il bonus medici e infermieri e dulcis in fundo, nel decreto, ha fatto materializzare il bonus per lenti a contatto, quest’ultimo anche per piacere e compiacere ad Anfao, Assogruppi Ottica, Assottica, Federottica e Goal.

Convinto d’avere ipnotizzato gli italiani e soddisfatto dei suoi soliloqui, si narra che si aggirava per il transatlantico ripetendo: ma che sono io, babbo natale?

La voglia di grandezza di Giuseppe Conte è incontenibile. La gente non lo regge più e si sta rivolgendo a San Casimiro martire supplicandolo: ”a Giuseppe ‘a casciaforte ll’hann’a dá”.

Due destini s’intrecciano, quello del presidente e quello del sindaco

Riepilogando, come accennato nell’introduzione, si riporta qui la disavventura del sindaco coglione che nel suo piccolo trova tanta analogia con il presidente Conte.

Si racconta che in un borgo laziale, tempo fa, nell’approssimarsi delle elezioni comunali, Giovanni si presentò come candidato sindaco e la domenica prima di Pasqua organizzò il primo comizio in piazza. Giovanni era ben conosciuto ed anche stimato e così, dalla prima mattina, tutto il paese si riversava in piazza pronto a sentire cosa aveva in serbo il candidato sindaco.

Alle undici in punto arrivò Giovanni, prese posizione, salutò i presenti e così iniziò declamando: cari concittadini, se mi eleggerete sindaco, prometto che il primo atto che firmerò sarà un bonus vacanza per tutti, un bonus contributo per i trasporti locali, un bonus spesa facile, un bonus palestra, un bonus spiaggia libera, un bonus…

A questo punto la folla andò in delirio, urla, rissa ed urrà, urrà e viva il candidato sindaco si elevavano in coro. Così dicendo lo sollevavano e, ad ogni urrà il povero Giovanni si alzava in aria e con voce sofferente supplicava: mettetemi giù, mi avete preso per un coglione… ma gli appassionati supporter in coro rispondevano nooo e lo scaraventavano nuovamente in aria urlando urrà urrà ed il sindaco supplicando nuovamente ripeteva la stessa preghiera di metterlo giù. Così per due tre volte fino a che Giovanni, esanime, si accosciò sulla pedana. I fan smarriti non capivano niente mentre due energumeni, sorridendo sornioni sotto i folti baffi, si allontanarono soddisfatti d’avere compiuto la loro opposizione fattiva ai danni dell’avversario politico ed allontanandosi bisbigliavano: voi legislatori presenti e futuri ricordate che potete ingannare tutti per qualche tempo, qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.

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Editoriali

Anguillara Sabazia, elezioni: si pensi al bene della città. A buon intenditor…

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – Ore cruciali ad Anguillara Sabazia per definire gli ultimi equilibri politici dei vari schieramenti in campo per le prossime amministrative che dovranno decidere chi siederà a palazzo Orsini.

Lo schieramento di centrodestra potrebbe presentarsi unito qualora si trovasse la quadra su un candidato condiviso. Diversi i nomi che circolano e i possibili assestamenti che a seconda del candidato potrebbero inglobare o meno l’intera compagine.

Sono ore cruciali per i vari aspiranti della possibile coalizione, composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e “AnguillaraSvolta”, che avrebbe tutti i numeri per vincere a mani basse al primo turno.

Ma esiste anche la possibilità di una rottura, dovuta a personalismi e prese di posizione, che porterebbe a una frammentazione delle forze di centrodestra a beneficio degli schieramenti avversari.

La premessa che vogliamo fare è che gli aspiranti candidati sono persone valide, con competenze e esperienze e il nostro in bocca al lupo va a tutti a prescindere da chi poi sarà il leader delle rispettive coalizioni. Sebbene il nostro desiderio, per via del forte attaccamento al territorio di Anguillara Sabazia, sarebbe quello di un candidato che fosse condiviso sia dal centrodestra che dal centrosinistra, un civico non digiuno di esperienze o conoscenza della città ma al quale sia riconosciuta comunque una sorta di militanza civica e sociale. Sappiamo che si tratta perlopiù di un desiderio ambizioso ma poco realizzabile anche se sarebbe la chiave giusta per risollevare un paese martoriato e ridotto in ginocchio con le casse comunali a forte rischio dissesto.

Ma torniamo all’analisi dell’attuale compagine di centrodestra (solo di centrodestra?) che potrebbe anche vedere la possibilità di riunirsi coesa attorno al nome dell’avvocato Francesco Falconi, una persona stimata e apprezzata. Falconi, ex elettore M5s alle comunali 2016 e amministratore del gruppo Facebook “Save Anguillara” che raccoglie quasi 10mila iscritti, potrebbe raccogliere con tutta probabilità gran parte di un elettorato civico che comprende anche gli aderenti ai partiti ma che probabilmente preferisce averli come contorno. Un elettorato che vorrebbe scommettere su “Chicco” dopo la grande delusione pentastellata che ha prodotto il più profondo fallimento politico amministrativo che si ricordi a memoria d’uomo ad Anguillara Sabazia. Dunque c’è anche una seria riflessione proprio su chi in questi anni di amministrazione del gruppo social si è guadagnato la stima di tanti sostenitori.

Una scelta sulla sua figura potrebbe rappresentare una assunzione di responsabilità a seguito di una riflessione che però per avere efficacia dovrebbe quantomeno essere il più estesa possibile. Sicuramente Falconi è apprezzato anche da una fetta di centrodestra filoberlusconiana ma che guarda con grande entusiasmo al partito salviniano.

In pole position c’è anche la figura di Sergio Manciuria, Presidente della civica “AnguillaraSvolta” che indubbiamente insieme a Silvio Bianchini e Antonio Fioroni non ha mai mollato l’osso in questi lunghi anni facendo una opposizione attenta e serrata, condividendo tutti i passi con il suo bacino di sostenitori, molti civici e altrettanti orientati a un centrodestra dalle sfumature sociali.

La figura di Manciuria potrebbe trovare un ampio punto di incontro, a partire da Antonio Fioroni che crede nella sua figura. Fioroni avrebbe tutte le carte in regola per fare il vicesindaco con delega al Sociale e allo Sport perché si è guadagnato la stima di tanti nella cittadinanza e anche la caratteristica di essere persona coerente. Non ultimo elemento da sottovalutare è l’apprezzamento verso Sergio Manciuria anche da parte del segretario del Pd locale Francesco Pizzorno che ha riconosciuto al presidente di AnguillaraSvolta una presenza civica importante e costante.  

Enrico Serami si è messo in gioco, anche lui sempre coerente al suo posto alla guida di Fratelli d’Italia locale. Un giovane con un gran bel spaccato d’esperienza e militanza che potrebbe contribuire a portare una ventata nuova a palazzo.

Antonio Pizzigallo, con l’aplomb e la figura del sindaco già incorporati nella sua statura. Forse il sindaco giusto ma con una serie oggettiva di mancate opportunità nel curriculum, la più grande fra tutte è la perdita delle ultime elezioni al ballottaggio con Sabrina Anselmo. E se da medico ha il polso della situazione, da politico navigato e di lunga esperienza è consapevole anche che un cambiamento generazionale è necessario e forse è proprio per questo motivo che in queste ore si fa sempre più avanti la proposta di candidatura del giovane Angelo Pizzigallo, un passaggio di testimone a casa del dottore che sicuramente è valida e plausibile ma non troverebbe forse un largo consenso all’interno del centrodestra sebbene potrebbe guadagnare un’ottima posizione all’interno di una ampia coalizione con vocazione più civica… almeno a questo giro, come si dice nei  migliori salotti politici. 

Dopo questo primo escursus, le considerazioni che non vogliamo omettere di fare sono che una squadra coesa con una figura civica e condivisa alla guida potrebbe portare un contributo importante e necessario per dare una inversione di marcia positiva alla città di Anguillara Sabazia. Ma i personalismi vanno assolutamente messi da parte per il bene e il futuro di Anguillara. 

Una coalizione compatta di questa stesura potrebbe addirittura vincere le elezioni al primo turno.

Il centrosinistra si presenta già unito e la scelta del proprio candidato potrebbe ricadere su una donna anche se a tenere banco è stata la possibile candidatura dell’ex comandante della polizia municipale Francesco Guidi conosciuto con il nome di Orgone. Una idea che però troverebbe qualche freno personale e con tutta probabilità si sta dirigendo verso il naufragio.

Non è esclusa una figura femminile alla guida del centrosinistra come la stimata Lucia Bianchini ma anche un Michele Cardone o Stefano Mondati per non escludere la possibilità di una scesa in campo in prima persona di Enrico Stronati il quale però, e attenzione perchè questo è un dato interessante, guarda di buon occhio alla figura di Falconi per la cui causa, riteniamo, possa portare un contributo. Tutto sta a capire in che maniera e posizione visto che molto difficilmente Falconi sposterebbe l’attenzione verso il centrosinistra. 

I pentastellati tentano il bis, anche se ormai i sostenitori M5s ad Anguillara Sabazia, dopo i tanti fallimenti e mal di pancia susseguitesi nel corso della consiliatura Anselmo, si possono contare con il pallottoliere.

Insomma il clima si fa rovente e probabilmente ascoltare i protagonisti sulla loro visione “piano regolatore” di Anguillara Sabazia potrebbe accelerare un corso naturale e non lontano verso una quadra che auspichiamo non sia troppo squadrata. A buon intenditor…

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Economia e Finanza

Stati generali dell’Economia: la politica che, nell’emergenza, cerca il punto di emersione. Costituzione permettendo

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di Angelo Lucarella*

Una recente affermazione del Presidente Mattarella è il punto da cui partire: “la Magistratura recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza del diritto”. Mi si dirà, condivisibilmente, cosa mai c’entri la questione toghe con gli Stati generali dell’Economia. C’entra eccome. Il mondo “Giustizia” vale, stime 2019, circa 18 miliardi di euro e costituisce pressappoco il 3% di Pil; la lentezza del sistema, nel suo complesso, costa invece circa il 2% di esso.

Allora come si fa a non tenere conto del fatto che il diritto, in altri termini, non è che l’economia stessa di un paese? D’altronde il diritto non altro delimita il confine in cui il mondo del “pubblico” ed il mondo del “privato” cercano la rispettiva dignità in un rapporto di auspicato equilibrio che, il più delle volte, vede il primo sopraffare l’altro e, sporadicamente, accadendo il contrario.  

Chi dovrebbe essere l’arbitro? Un soggetto terzo, imparziale (non immacolato, ma quasi) chiamato Giudice

Nella nostra Costituzione c’è l’art. 111 il quale, splendidamente, afferma un principio sacrosanto chiamato “Giusto Processo”; un principio che fonda le radici nella parità di trattamento (meglio detta eguaglianza), nel diritto di difesa (pieno ed effettivo), nell’equilibrio dell’arbitro, per l’appunto, presumibilmente terzo ed imparziale.

Per garantire tutto ciò, nel lontano dopoguerra, si era pensato di dotare la magistratura di c.d. “indipendenza”. A poco a poco, tuttavia, la politica succedutasi nei decenni ha quasi del tutto abrogato (mi si faccia passare il termine) se stessa al punto tale di essersi spogliata di un ruolo fondamentale quale diretto interposto tra Popolo e Potere.

La magistratura ha dovuto, da una parte, “sostituire” la politica e, dall’altra, “arrestare” la politica medesima in qualche occasione. Certamente non si può fare una colpa ai giudici per avere cercato di combattere il malaffare.

Anzi quei Giudici coraggiosi, dediti al lavoro e che, talvolta, ci hanno rimesso affetti e, disperatamente aggiungerei, anche la vita andrebbero non solo riconosciuti a futura memoria (quanto a valor massimo repubblicano esistente), ma soprattutto studiati!

Penso sia questo il fulcro principale su cui si dovrebbe instradare una riforma seria del mondo “Giustizia”: chi ha competenza, nei ruoli per cui serve competenza (partendo anche dalla questione universitaria).

Oggi il mondo cambia velocemente. Vero. La mole di norme è ancor più aumentata negli ultimi 20 anni rispetto alla prima Repubblica. Il contenzioso italiano, quindi, è sempre più tecnico anche tenuto conto delle numerosissime disposizioni normative di matrice europea ed internazionale.

Non si può più fondare un sistema ispirato al “Giusto Processo” se vige, ancora, l’idea che il magistrato si differenzia per funzione e non per carriera. È pur vero che la separazione delle carriere di per sé sola non basterebbe a rendere migliore l’affermazione del principio di certezza del diritto legato ad una credibilità complessiva del sistema.

Occorrerebbe che si riscoprisse una sensibilità maggiore rispetto ai tempi che corrono: ma questo potrà riaffermarsi solo se alle spalle della magistratura vi ci sarà una politica tornata consapevole e studiosa dei fenomeni.

Non trascurandosi il fatto, poi, che la formazione continua obbligatoria non serve a granché se ad essa non si accompagna una funzionale responsabilizzazione del giudice (a prescindere dalle norme generali esistenti) rispetto a ciò che fa; ciò per rendere tale figura più uguale, nel bene o nel male, a tutti gli altri cittadini.

Le parole del Presidente Mattarella, quindi, non sono peregrine. La credibilità del terzo potere dello Stato passa dalla certezza del diritto: principio che nella reale vita del “sistema giustizia” diventa realtà solo mediante il fare dei magistrati contraddistinto da approccio solenne, imparziale, terzo, equilibrato, fermo, colmo di rettitudine e (soprattutto) alimentato di competenza.

Parole, comunque, che se per un attimo affibbiate alla politica diventerebbero, quasi identicamente, così elaborate: “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si diano leggi certe”.

Ecco come, cambiando l’ordine degli addendi, può percepirsi una portata immensa nel significato di poche parole ben ordinate in modo sistematico; già, perché, in ipotesi contraria il risultato sarebbe altro e cioè il seguente “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza delle leggi”.

Non è un caso. Le parole hanno un senso specifico per come ordinate. Nel caso della politica dare “certezza di leggi” è cosa diametralmente opposta rispetto al partorire “leggi certe”.

Perché nelle leggi certe non si nasconderà alcuna possibilità di interpretazione discrezionale da parte del Giudice e, così facendo, sarà più facile e semplice (tanto per le imprese che per i lavoratori, ad esempio, dato che si è nel pieno degli Stati generali dell’Economia) capire qual è la portata “giusta” di una disciplina legata all’attività economica, all’investimento, al lavoro, ecc.

Allora, se proprio una stortura del sistema giudiziario si può evincere, non è nella separazione delle carriere il nocciolo della questione (semmai ne è il derivato), ma nel divieto di carriere e laddove, con quest’ultimo termine, si vuole riferirsi più che altro alla duplice diversità di formazione tra accusatore e giudicante che si forgia durante l’espletamento della funzione magistratuale (e mai prima durante il percorso universitario o pre-concorso pubblico).

Recentemente l’ex Presidente della Camera On.le Luciano Violante ha ricordato che difficilmente, nel nostro sistema, chi inizia come indagatore finisce, poi, per essere l’arbitro della contesa e viceversa.

Della serie se nasci tondo, non puoi morire quadrato

Al Senato, nel maggio 2019, il Pres. Casellati ha ricordato anche i risultati degli ultimi monitoraggi sulla durata dei processi fatti dal Ministero della Giustizia: circa il 20 per cento dei procedimenti incardinati nei tribunali e oltre il 40 per cento di quelli presso le Corti di Appello sono a rischio di “legge Pinto” (trattasi della norma che prevede l’equa riparazione per il cittadino per danni causati dall’irragionevole durata di un processo).

Ad ogni buon conto anomalie ve ne sono parecchie: come certificato dal “quadro di valutazione sullo stato della giustizia 2018”, pubblicato dalla Commissione europea, esse hanno prodotto in questi anni costi enormi a carico dei bilanci dello Stato facendo sprofondare lo stivale tra gli ultimi in Europa quanto ad efficienza del “sistema giustizia”.

Un esempio su tutti? Una primeggia nel ruvido contrasto di ruoli di cui innanzi.

Si consideri come il sistema di giustizia tributaria, tutt’oggi, sia l’emblema del dualismo di mentalità giurisdizionale derivato dal fatto che in quasi tutte le Commissioni Tributarie italiane ci sono Procuratori degli uffici di Pubblico Ministero a decidere le sorti dei contribuenti.

Magistrati i quali, pertanto, ricoprono contemporaneamente due uffici d’incarico pubblico: inquirenti nel penale, giudicanti nel tributario.

La questione anomala appena rappresentata, però, non va risolta semplicisticamente così: un buon inquirente potrebbe essere anche un ottimo giudicante e saper discernere i rispettivi ruoli a seconda della funzione di giustizia da svolgere ed a cui è chiamato.

È proprio qui che si inciampa perché il Giudice del Pubblico Ministero dipende dal CSM, mentre il Giudice tributario dipende dal sistema di Giustizia tributaria organizzato e controllato dal Ministero dell’Economia (detto MEF) in tutto e per tutto.

Si badi bene che il MEF non solo è il controllore del cittadino tramite gli Enti delle entrate, non solo è la controparte naturale del giudizio tributario, ma è anche il soggetto a cui fa riferimento il giudice del tributario ed a cui deve dare conto del suo operato di decidente.

Quanto innanzi non è che uno degli innumerevoli incidenti di percorso; il nostro legislatore da anni non riesce a decifrarne politicamente la portata negativa (in termini generali) ed a risolvere la sovrapposizione di interessi in gioco (costituzionalmente parlando).

Ne va certamente di quella famosa “parvenza di imparzialità e terzietà” a cui i fruitori di giustizia vorrebbero affidarsi: proprio perché ne va della credibilità del sistema oltreché del paese.

Questo è un nodo cruciale del corretto rapporto tra Popolo e Potere e, di contro, del quanto più ottimale bilanciamento tra i poteri stessi dello Stato.

Se c’è qualcosa, con priorità tra le priorità, da cui si potrebbe partire agli Stati generali dell’Economia insediati dal Pres. Giuseppe Conte è proprio questo: il ruolo della politica dinanzi alla crisi della magistratura (e non il contrario) che, a conti fatti, deriva a sua volta dal troppo onere caricato sul giurisdizionale nonché dal troppo potere dato negli anni dalla politica stessa (così da implicarne diversi riflessi d’interferenza, assolutamente non funzionale, con il legislatore e l’esecutivo).

Sulla questione “giustizia” ne va, eccome, dello sviluppo del paese.

Mettendoci per un secondo nei panni di un investitore straniero, pur con la Costituzione più bella al mondo, quest’ultimo si troverebbe dinanzi ad un sistema quasi “infernale”; per non parlare del costo sociale che, specie aggravata dall’ultima riforma sulla prescrizione, si appresta, per certi versi, a vestirsi di “diabolico”.

La sopraffazione di un potere rispetto all’altro rischierebbe e, cogentemente, rischia di portare il paese (e la storia ce lo insegna) ad un processo “democraticamente irreversibile” in cui la iniziativa privata, pur costituzionalmente tutelata ed in qualsiasi forma, rimarrebbe lettera morta sino ad arrivare, man mano, ad una economia Generale dello Stato.

Il cambio di rotta ci può essere purché fatto con competenza; perché di “certezza della politica” ne abbiamo da vendere, ma è di “certa politica” di cui il paese avrebbe bisogno.

La Magistratura non ha tutte le colpe, ma alcuni giudici si

Tutto il contrario della Politica: a cui, in tempi di emergenza, tocca rimanere a galla cercando al più presto un punto di emersione. Al Popolo, per ora, non rimane che l’assoluzione dai peccati. Costituzione permettendo.

*Avvocato tributarista, Presidente CLN AssoConsum, membro Commissione Giustizia MISE

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