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Editoriali

Elezioni 2018, al via i saldi di fine legislatura: voti uno ne prendi tre

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Mai nella storia d’Italia, da quando i padri costituenti con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946 indissero le elezioni per la prima legislatura che si tennero il 18 aprile 1948, una campagna elettorale fu così caotica, così vuota di contenuti e così affollata da liste e listarelle di sprovveduti, di sconosciuti, di digiuni da qualsiasi conoscenza dello stato socio-economico del paese.

Durante le elezioni del 1948 per la prima legislatura i partiti in lizza furono solo tre:

la Democrazia Cristiana rappresentata dall’allora presidente Alcide De Gasperi, il Fronte Popolare Democratico con primo in lista il segretario Palmiro Togliatti e l’Unità Socialista con in cima alla lista Ivan Matteo Lombardo. Oggi sono ben 103 simboli, un vero ballo del qua qua (ra) qua composto da paperi e papere che sanno solamente fare qua qua più che qua qua. Sono liste piene di contendenti vuoti a perdere. Quelle prime elezioni del ‘48 si possono accomunare con quelle odierne solo per il fatto che i partiti principali si presentano divisi come si presentarono allora i socialdemocratici freschi di una scissione avvenuta un anno prima, guidata da Giuseppe Saragat. Oggi i “Saragat” sono più di uno e si identificano in Orlando, Bersani, Cuperlo, Civati e tanti altri ancora. Ma se la sinistra piange, la destra non ride, anche questa è lacerata tra gli ex missini, i liberali e qualche nostalgico monarchico. Tempi passati che non ritorneranno più. Vivono solo nei ricordi di pochi. Allora l’affluenza registrava il record del 92,9% e nel 1948 stravinse la Democrazia Cristiana. Altri tempi, altra politica, altri statisti.

Oggi chi ci capisce qualcosa è bravo

Nel seggio elettorale sventoleranno 103 simboli, una lenzuolata apparentemente di liste distinte però in sostanza, a giochi fatti, si raggrupperanno secondo riti e convenienze prestabilite e dopo il 4 marzo rincaseranno. L’ignaro elettore che deciderà di votare Renzi, per esempio, dopo avrà la sorpresa di trovare incartato nell’involucro un Tabacci e una Bonino. Chi si aspettava l’abolizione dell’odiato abbonamento tv e un bonus di 80 euro per ogni figlio minorenne, al loro posto troverà uno Ius Soli e il biotestamento perfezionato. Qualcun‘altro scommetterà su Berlusconi, lusingato dall’idea dell’abolizione della tassa sulla prima casa e quella sull’auto. Grande sarà la sua delusione nel trovare la Brambilla con i suoi gatti e cani, impegnatissima a difendere il loro welfare. Chi invece poserà l’occhio su Di Maio, aspettandosi lo stipendio di cittadinanza, potrebbe avere l’amara sorpresa di trovare, brillando tra le cinque stelle le lune della Boldrini e di Pietro Grasso, trainando barconi pieni di clandestini dalle sponde africane.

L’hanno chiamato “rosa-tellum” e come tutti i romanzi rosa, i più intricati, anche questo, come intrighi, misteri e nodi da sciogliere ne ha a iosa

Al Nazareno, si è venuto a sapere, che domenica c’è stata la notte dei coltelli. Urla e spinte, esclusioni e dimissioni, rinunce e delusioni. L’agenda prevedeva l’assegnazione dei candidati alle liste. Renzi ha superato se stesso. Un milanese nella lista a Palermo e una fiorentina a Bolzano. Un finimondo. A nulla è valso lo sforzo immane dei pacificatori. Matteo si è barricato dietro un drappello dei suoi fedeli. La mattina dopo si contavano i caduti sul campo. A girare in mezzo ai caduti si è visto un Ugo Sposetti sputare fuoco e fiamme contro Renzi, un Minniti offeso e sconsolato e un D’Alema, seduto sul ciglio del marciapiedi aspettando l’avverarsi delle sue profezie. Dissenzienti, dimissionari, retrocessi, licenziati e scartati hanno tutti dichiarato di sostenere il Pd e rimandare la resa dei conti a dopo il 4 marzo. Ci sta già chi parla di un nuovo congresso e nuovo segretario.

Notte scura e senza stelle per il futuro del Parlamento

La “notte dei cristalli” c’è stata anche in casa Liberi e Uguali e il bacillo della discordia ha contaminato anche i quartieri del Centrodestra. Caratteristica di queste elezioni sono i candidati sradicati dal loro territorio ed inviati a pescare voti in acque sconosciute. Grazie a questo vergognoso stratagemma, imposto dall’alto delle segreterie dei partiti, gli elettori, che forse fino ad oggi non erano convinti, ora hanno la prova provata che il voto loro conta poco e niente perché gli equilibri del Paese si decidono nelle segreterie dei mestieranti della politica.

“Andate a votare!” Votare chi? Votare per cosa?

Simboli a non finire, liste interminabili e i posti per aspiranti deputati stanno facendo gola a tutti. Giornalisti, direttori di riviste e programmi tv, ex direttore di Tg24, figlia di un ex parlamentare missino e tutto il mondo allineato dell’informazione. Programmi elettorali, a prescindere dalle baggianate a cui non si è sottratto alcuno di loro, programmi veri e propri non si sono visti. Gli argomenti che gli italiani aspettano: lavoro-povertà-casa-immigrazione-sicurezza- sono gli assenti di questa tornata elettorale. In mezzo a questo bailamme, si muovono, alzando critiche a tutti, intorpidendo ulteriormente le già confuse idee degli elettori, listarelle e listini e come cani sciolti , si aggirano tra un partito e l’altro. Fra questi si possono incontrare Alternativa Popolare, Noi con l’Italia, poi corre Tosi, Cesa e Fitto come quarta gamba di Berlusconi. Si troveranno Rinascimento e Potere al Popolo e tanti altri ma tanti da far girare la testa e non fare capire niente a nessuno.

Sembra esaurita l’era dei magistrati in politica. Matteo Renzi ha dichiarato “È ormai finito il tempo della subalternità” e poi “Basta con la politica subalterna ai magistrati.”

Ora è iniziata l’era dei giornalisti e del mondo dell’informazione. C’è stato un tempo quando abbondava la classe medica. Non c’è pace nella politica e a forza di cambiare professionalità s’abbassa sempre più la lasticina del livello di efficienza e della competenza. La pazienza è la virtù dei forti. Tutto arriva a chi sa aspettare. Passerà questa generazione di politici improvvisati e ne arriverà, auguriamoci, una con competenze e volontà per dedicarsi al bene di questo paese.

Emanuel Galea

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Palermo, rappresentante di Forza Nuova picchiato a sangue: pure questo un atto fascista?

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PALERMO – Nonostante tutti gridino al rigurgito fascista, ieri, a Palermo, in pieno centro, Massimo Ursino, responsabile provinciale del Movimento Politico Forza Nuova e titolare di un laboratorio di tatuaggi nella vicina via Marconi, verso le 19,30, all’altezza di Piazza Lolli è stato aggredito da sei o più persone vestite di nero e travisate con sciarpe sul volto, e dopo essere stato legato mani e piedi con nastro adesivo, picchiato a sangue. Ursino è stato poi trasportato in ambulanza al locale ospedale. Un’aggressione che ricorda tanto quella subita il 12 febbraio 1973 da Bruno Labate, un ‘capetto’ della Fiat, episodio all’origine della genesi delle Brigate Rosse. Episodio gravissimo, perché sospetto sotto molti aspetti, simili a quelli che storia delle Brigate Rosse non ci hanno ancora rivelato del tutto. Come non è ancora chiara la storia della bomba di Piazza Fontana, di quella di Brescia, di quella di Bologna, e di tutta quella stagione di episodi cruenti targati BR, che a tutt’oggi sono ancora avvolti nella nebbia.

A quanto si apprende, la scena del pestaggio sarebbe stata ripresa da qualcuno con uno smartphone:

Qualcuno che certamente metterà il breve filmato in rete, magari anche prima di consegnarlo alle Autorità competenti per l’individuazione dei colpevoli. Nel momento in cui la fibrillazione elettorale è al suo culmine, e viene agitato come un drappo rosso davanti al toro il pericolo di un ritorno – o di un rigurgito – di una ideologia fascista, assistiamo ad un episodio che è marcatamente di opposta fazione.

Provocazione o intimidazione?

In questo paese ne abbiamo viste di tutti i colori, specialmente negli anni di piombo, quando circolava il motto che ‘uccidere un fascista non è reato’, e che portò all’eccidio, fra l’altro, accaduto il 7 gennaio 1978 in via Acca Larentia, a Roma, dove il 7 tre giovani aderenti al Movimento Sociale vennero trucidati in un agguato: episodio che non ha mai conosciuto piena luce. Riteniamo che certi personaggi politici, che in questi giorni direbbero e prometterebbero qualsiasi cosa pur di accaparrarsi un voto, dovrebbero tener conto delle conseguenze di alcune loro esternazioni, che portano poi a ciò che è successo ieri sera.

Radicalizzare i conflitti politici portandoli all’estremo, specie in clima elettorale, quando gli animi sono più accesi, è decisamente da persone poco intelligenti. A meno che non si voglia cercare lo scontro di piazza, che potrebbe essere dietro l’angolo. Nonostante tutte le notizie che ci propinano i vari telegiornali, il clima in Italia non è assolutamente idilliaco, e mentre Gentiloni va a ‘baciare la pantofola’ alla Merkel – come si è espresso un quotidiano i questi giorni – alcuni si rendono conto che siamo alla stretta finale. Aggredire un militante di opposta fazione può essere una intimidazione oppure, ancor peggio, una provocazione.

Ci auguriamo che qualche persona per bene si renda conto di chi ci ha governato fino ad oggi, se queste cose vengono permesse. Nel secondo caso, speriamo che la provocazione non abbia seguito, e che si affidi la risposta alle urne.

Da rimarcare un particolare: la notizia è stata data in TV sottovoce, in mezzo ad altre. Ben diverso sarebbe stato il risalto se l’aggressione fosse venuta da chi invece l’aggressione ha subito. Striscioni, fiaccolate, interrogazioni parlamentari, partigiani vecchi e nuovi, e chi più ne ha più ne metta, sarebbero stato il panorama dei prossimi giorni. La legge è uguale per tutti, ma, in barba alla sempre più vilipesa Costituzione, alcuni sono più ‘uguali’ di altri. Vedremo come va a finire. In chiusura, una nota comica: Renzi ha censurato le nuove promesse di Berlusconi, dopo quelle del 2001, perché già le prime non sono state mantenute. Anche in questo caso il bue ha dato del cornuto al classico asino.

Roberto Ragone

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Editoriali

La sinistra è buona, la destra è cattiva. O no?

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Questa è una storia in cui, come nei film western degli anni ’50, ci sono i buoni e i cattivi. Ma in questa storia moderna, lo Shane/Gentiloni di turno, il Cavaliere della valle solitaria, dopo aver salvato la famiglia di onesti coloni dal cattivo che vuole impadronirsi del paese e del loro terreno, non sparisce verso altri orizzonti, ma rimane dov’è, per rassicurare la Merkel/Jack Palance e l’Unione Europea sul fatto che tutto cambierà perché tutto resterà come prima, e la Germania potrà conservare nelle proprie banche i titoli di Stato italiani senza bisogno di gettarli sul mercato, causando l’ennesima crisi economica nel nostro paese.

Per far questo, è stato conveniente riesumare un nuovo/antico nemico da esorcizzare, il Fascismo di Mussolini, cioè creare un nemico da combattere

Battere ‘le destre’ diventa quindi la bandiera dei buoni, quelli rappresentati dal PD, un partito notoriamente autodefinitosi ‘di governo’, che ha realizzato tante ‘buone riforme’ per i nostri concittadini, e che avrebbe ‘ridotto le tasse’. Non si sa a chi, perché la signora Maria, quando va a far la spesa, i soldi di prima non le bastano più. Peccato ancora che le riforme più rinomate – il jobs act e la spending review – l’uomo della strada non sappia neanche cosa significhino, e che la Buona Scuola sia buona solo – forse – nelle intenzioni di chi l’ha elucubrata nottetempo, mentre al contrario il debito pubblico cresce ogni momento. Stendiamo un velo pietoso su quella che sarebbe stata l’apoteosi piddina, cioè la Riforma Costituzionale, fallita per due motivi: il primo perché, diciamo così, non era valida, il secondo perché sia Renzi che Boschi ci avevano promesso la loro uscita dall’agone politico: promessa e speranza regolarmente disattese da chi ci aveva ‘messo la faccia’.

Quindi oggi i Fascisti sono i cattivi da battere, e i Comunisti i buoni:

Cioè un partito che rimane solo romanticamente in poche anime, ma comunque che rappresenta la sinistra; non questa sinistra, perché il PD le ha usurpato la qualifica di ‘sinistra’, dato che di sinistro annovera tra le sue fila soltanto alcuni ben noti personaggi: ma centro-sinistra, dato il ‘centro’ che vogliono occupare provenendo appunto da sinistra. Facendo a gomitate con chi quello stesso centro, spazio lasciato libero da una defunta Diccì, vuole occupare da destra. Comunque sia, l’importante è impersonificare il ‘buono’, come appunto nei film di una volta.

Oggi – allarmi allarmi! – pare che ci sia quello che i giornali definiscono un ‘rigurgito fascista’ nel paese

Cosa gravissima, a sentir loro. Né alcuno s’impegna ad analizzare questa frase. Il reflusso gastroesofageo – forse è più esatto definirlo così – si presenta di solito nella notte, quando non s’è ben digerito qualcosa. Anche favorito da una posizione supina, si ripresenta con i succhi gastrici, decisamente acidi, a corrodere quel tratto di esofago interessato alla risalita. Nei tempi in cui viviamo, e con la politica che ci governa, questo reflusso riguarda piuttosto tutto ciò che ci propinano, e non un periodo ventennale affidato alla storia: tante e troppe sono le ingiustizie, i favoritismi, le menzogne e i malfunzionamenti, e i privilegi sotto forma di ‘diritti acquisiti’ che dobbiamo ingoiare, e che minacciano il nostro riposo: altro che Fascismo! Il quale starà senz’altro sullo stomaco a qualcuno – non è il caso di far nomi, ognuno sa e conosce: a qualcuno che pretende che le proprie opinioni e le proprie idee, posto che ne abbia, divengano leggi dello Stato.

Così accade che la Destra è cattiva, e la Sinistra buona

Quando Berlusconi andò al governo – non al potere, perché non l’ha mai realmente avuto – gli si contestò che se la prendeva con dei ‘comunisti’ la cui memoria s’era ormai persa. Quando invece qualcun altro se la prende con i Fascisti, tutto è normale, anzi doveroso. Quello che preoccupa è il ‘rigurgito’ di una cattiva digestione. È comico poi notare che quelli che dicono che la Destra ‘soffia sulle paure’ dei cittadini, amplificandone il timore in merito all’invasione dei ‘neri’, sono gli stessi che soffiano sulla paura di un presunto ritorno ad un periodo storico mai più ripetibile.
Fatto sta che non s’è mai parlato tanto, negli ultimi cinquant’anni, di Mussolini e dei fascisti.

Martedì scorso, 13 febbraio, era previsto a Livorno un comizio di Giorgia Meloni, segretaria di un partito, Fratelli d’Italia, compreso legittimamente in quello che una volta si definiva ‘Arco costituzionale’, e dal quale era stato escluso unicamente il Movimento Sociale di Giorgio Almirante.

Ebbene, il comizio non s’è potuto tenere per il democratico intervento di eroici e democratici ‘antagonisti’, definiti ‘comunisti’ dai giornali che ne hanno riportato la notizia, che si sono accaniti sull’auto della Meloni, con calci, sputi ed altro, mentre la Polizia, democraticamente, non riusciva ad impedire l’aggressione ad un parlamentare della Repubblica, segretario di un partito presente in Parlamento. Diversamente sarebbero andate le cose se ciò fosse accaduto in Turchia, dove un oppositore di Erdogan, pur se giornalista, rischia l’ergastolo. Un Erdogan, a cui, malgrado tutto, tutti fanno la corte, accolto ultimamente in Italia, lui musulmano radicale, perfino dal Papa: ma già, questo Papa è molto ‘ecumenico’. Battute a parte, il pensiero poi va ad Al Sisi e a Giulio Regeni – il cui segreto della morte è pari a quello di Pulcinella – o a Narendra Modi, eletto, come pare sia accaduto, sconfiggendo politicamente la sua avversaria politica italiana Sonia Gandhi con la farsa dolorosa dei nostri marò tenuti in ostaggio per quasi quattro anni, condannati come omicidi senza processo nè incriminazione, e accolto con tutti gli onori all’ombra di affari di miliardi di euro, sputando sulla dignità del nostro paese. Cosa direbbe Emilio Fede, descrivendo la figura dell’Italia in quell’occasione? Non vale la pena ripetere. Ci sono idee che ognuno di noi ha il diritto di avere e di propugnare, nel rispetto della legge e del vivere civile.

Chi dovesse violare questi principi è un delinquente: come quei quattro bravi ragazzi, risorse indispensabili alla nostra nazione secondo alcuni, che hanno sequestrata, ripetutamente violentata, squartata – pare ancora viva – una ragazza di diciotto anni, dopo averne fatto sparire cuore e fegato, in odore di cannibalismo rituale.

Sono loro i migranti che nei nuovi libri di scuola nelle mani dei nostri ragazzi delle medie vengono descritti come risorse indispensabili. E a i quali immediatamente si contrappongono i delinquenti dalla pelle bianca – vietato parlare di razze, anche se sarebbe linguisticamente corretto. Delinquenti sono quelli che commettono reati; come i 27 facinorosi che hanno aggredito la Meloni a Livorno, – e che la Polizia non ha potuto far altro che denunciare a piede libero – in nome di un’ideologia che s’è ritenuto legittimo manifestare, contro i ‘cattivi’, in modo violento. Allora? Come li chiamiamo? Giovani che non si rifanno al deprecato ventennio, ma che di esso adottano le peggiori manifestazioni? Li chiamiamo comunisti? E allora che differenza c’è? Oggi l’Europa è l’idea dominante, l’idea di una classe politica maniacale, che non sa far altro che proporre un mix artificiale di culture, storia, costume, tradizioni, abitudini, religione: tutta roba che non va giù a molti. Una miscela che vorrebbe appiattire ogni cosa, riducendoci come nel romanzo di Orwell, ‘1984’. Ma c’è qualcosa di cui questa gente che aspira al Potere Mondiale non ha tenuto conto: siamo esseri umani, e non robot: almeno non ancora, vista la pubblicità che se ne fa. C’è qualcosa che nessuno potrà mai omologare, e che è diversa in ognuno di noi, ed è il nostro io interiore, la nostra storia, la nostra personale cultura. Tutto quel coacervo di sentimenti, storia, lingua, dialetti, tradizioni, attaccamento alle nostre radici: un’identità esclusiva che s’è venuta formando variamente in ogni essere umano, e che non può essere uguale per tutti, nè può essere appiattito. E come noi sono anche gli abitanti di tutti gli altri paesi che fanno parte di questa Unione Europea che i cittadini non hanno voluto, né chiesto. Grazie a Dio, siamo tutti formati con gli stessi organi, ma nessuno di noi è uguale ad un altro. Né alcuno può e deve costringere tutti a pensarla allo stesso modo. Abbiamo una Costituzione della Repubblica Italiana, abbiamo una Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, abbiamo dei principi sanciti da chi ha lottato per la libertà dei popoli, e nessuno ha il diritto di calpestarli.

Oggi i termini ‘populista’, ‘sovranista’, ‘giustizialista’ sono diventati insulti, e sono assimilati a quello eternamente colpevole di ‘Fascista’

Stiamo attenti: i populisti sono quelli che soffrono degli abusi e degli ingiustificati privilegi di chi comanda a spese del popolo. I sovranisti sono quelli che rifiutano l’omologazione ad una Europa artificiale calata dall’alto, e che vorrebbero conservare le proprie tradizioni e la propria storia e cultura. I giustizialisti sono quelli che vorrebbero poter uscire la sera con la moglie o con la fidanzata senza correre il rischio di essere aggrediti e rapinati da chi poi magari se la cava con un buffetto sulla guancia.

Gentiloni è andato dalla Merkel – forse ha una palla di cristallo in cui leggere il futuro, o forse ha già pronto qualche ‘espediente’ elettorale – a rassicurarla sul fatto che il governo continuerà come prima, nella stessa direzione, senza ‘populismi’

Il motivo è chiaro: i nostri titoli di Stato sono in mano ad una Europa – leggi Germania, – che già una volta ha fatto crollare il nostro debito pubblico, creando quella crisi che ha giustificato l’intervento di Monti, manovrando i nostri titoli di Stato, e Gentiloni ha bisogno che la Merkel ‘stia serena’. Ma tutti coloro che oggi dirigono il timone di un’Europa che sta all’Italia come una protesi di titanio, sanno benissimo che nel profondo della nostra popolazione esiste un nocciolo duro, qualcosa che non potranno mai omologare come piace a loro. Siamo già ad una dittatura strisciante, e per far questo ne servirebbe una conclamata. E comunque ogni situazione ha il suo limite. Parlare a sproposito di Fascismo ne ha fatto tornare il desiderio nei cuori di molti, specialmente di fronte a tutte le manovre di una classe politica che è senza dubbio – a detta degli osservatori che non leggiamo sui nostri giornali – la peggiore mai al potere in Italia.

Roberto Ragone

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Cultura e Spettacoli

La fiction su Fabrizio De Andrè, “Il Principe Libero”: una occasione persa

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Il Fabrizio De Andrè andato in onda sulla Rai dal titolo “Il Principe Libero” ha riscosso un buon successo di pubblico ed è stato interpretato ottimamente da attori del calibro di Luca Marinelli nei panni del cantautore scomparso l’11 Gennaio del 1999, da Enrica Rignon nel ruolo della prima moglie, da Elena Radonicich nel ruolo di Dori Ghezzi e da Ennio Fantastichini nel ruolo del padre del cantautore genovese.

La regia di Luca Facchini ci ha regalato una fiction che ha ripercorso la gioventù del cantautore in una Genova degli anni 50 e 60 dove la vita di De Andrè spensierata e libertina, diventava perfetto scenario di ispirazione per canzoni che nel tempo lo resero celebre. Evidenziate anche le importanti amicizie con Paolo Villaggio, Luigi Tenco e Riccardo Mannerini che segnarono il percorso professionale del cantautore.

Il tentativo già difficile in partenza di raccontare il poeta e cantautore Fabrizio De Andrè sin dalla prima delle delle due puntate, ha subito evidenziato la scelta e la direzione di narrare e romanzare la vita complessa del cantautore mettendo quasi in secondo piano il lato artistico dei suoi album, capolavori assoluti della musica italiana che dimostrarono ed evidenziarono il genio e lo spessore del poeta vissuto in un periodo burrascoso di una Italia alle prese con cambiamenti sociali e ribellione giovanile.

Conoscere alcuni brani capolavoro come “La canzone di Marinella”, “il Pescatore” , “La guerra di Piero” e “Canzone dell’amore perduto” significa solo disconoscere tutta una serie di album capolavoro che hanno trattato argomenti forti e che hanno suscitato e causato non poche polemiche nella stampa con cui il cantautore si è dovuto scontrare più volte.

Per fare un esempio, l’album concept “La buona novella” narra con canzoni pregne di frasi poetiche di una bellezza disarmante la vita di Giuseppe e Maria fino all’avvento di Gesù e la sua successiva crocefissione. L’album uscì nel 1970, anno caldissimo dove contestazioni e terrorismo affliggevano l’Italia intera e un argomento cosi delicato suscitò nella stampa e ammiratori non pochi dubbi e lui stesso da anarchico qual’era dovette spiegare che il suo intento era solo quello di raccontare dai vangeli apocrifi la storia di un rivoluzionario fuori dagli schemi di quei tempi e quindi non anacronistico ma in perfetta simbiosi con i tempi in cui la gioventù studentesca era in fermento rivoluzionario costante.

Tutto questo nel film non viene evidenziato e ancora peggio tre anni dopo quando Fabrizio De Andrè fece uscire un ennesimo capolavoro dal titolo “Storia di un impiegato” dove racconta la storia di un lavoratore disilluso e deluso in un suo presente di conflitti fra stato e borghesia che progetta di fare esplodere un ordigno durante una festa in maschera presenziata da politici e personaggi del governo; altro album che gli procurò non poche grane ma che nella fiction vengono accennate e riassunte in pochi secondi nei quali Fabrizio De Andrè confida a Dori le sue preoccupazioni per frasi tratte da testi del suo album urlate come slogan durante le manifestazioni dei giovani che ogni giorno riempivano le strade delle grandi città.

Contestazioni ed interruzioni di concerti che dovette pure subire quando progettò una turnèe di concerti in tutta Italia insieme alla band di successo PFM ripercorrendo parecchi brani del suo repertorio con un arrangiamento “progressive” magistralmente suonato dal complesso PFM che destò scalpore e venne spesso interpretato come una sorta di tradimento del modo prevalentemente folk con cui Fabrizio De Andrè suonava e registrava i suoi brani.

Spesso nelle interruzioni, fra urla e insulti, De Andrè riusciva a malapena a spiegare che dietro questo progetto c’era solo la voglia di suonare le sue canzoni in una modalità diversa ed arricchita di spunti diversi. Detto questo, ad oggi quel doppio album uscito al termine della tournèe viene considerato e venerato come uno dei concerti più belli di sempre e prepotentemente entrato nella storia della musica italiana. La fortuna e la popolarità del cantautore ebbe inizio quando Mina decise di cantare “La storia di Marinella” durante il programma “Studio Uno” del 1965 e nel tempo Fabrizio De Andrè compose album diversi ma sempre attenti al suo presente e sempre dalla parte degli emarginati, dei perseguitati e di coloro la cui vita gli si ritorceva contro in una morsa di sfortuna e ingiustizia.

Nella fiction tutti questi lati fondamentali sono stati sacrificati sull’altare della storia romanzata del suo primo difficile matrimonio e del sequestro che durò mesi duri fra le sofferenze dei parenti e le difficili trattative per la liberazione. La fiction seppur interpretata bene lascia l’amaro in bocca e sembra invece messa in atto come una operazione commerciale, avallata da Dori Ghezzi, dispiace dirlo, che ha concesso il permesso di raccontare una storia che non ha evidenziato quello che emergeva dai capolavori, unici veri testimoni di quello che è stato Fabrizio De Andrè.
Paolino Canzoneri

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