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Editoriali

Oplofobia: una legge per chi odia le armi?

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L’intervista a Giulio Magnani, presidente della UNARMI

Esiste, in Italia, una corrente di pensiero che ‘odia’ le armi. La potremmo definire ‘oplofobia’, parafrasando la legge Zan che punisce l’omofobia. Purtroppo nel nostro caso l’oplofobia non è punita, ma incoraggiata e incentivata da chi sui giornali si lascia andare ad apprezzamenti e commenti sui fatti di cronaca che vedono sempre colpevolizzati coloro che, in alcuni casi, si difendono da rapinatori e simili, fuori e dentro casa. E come sempre accade nel nostro bel Paese, a certe prese di posizione fa da sponda una certa sinistra, come dimostra il commento di Enrico Letta a proposito del poliziotto che ha sparato ad un clandestino armato a Termini. Sulle armi, sul loro possesso e circolazione ed uso si sono dette e si scrivono ancora un sacco di corbellerie.

 Abbiamo sempre detto che il pericolo non sono le armi da fuoco, ma chi le maneggia: prova ne sia il fatto che con l’assimilazione di cittadini provenienti da nazioni in cui le armi bianche sono una tradizione, anche da noi s’è intensificato l’uso del coltello. Ora, che sia un coltello da cucina, reperibile senza problemi in un qualsiasi supermercato, o un’arma da fuoco, parliamo sempre di oggetti inerti, che non sparano da soli, né da soli si sognano di librarsi per l’aria, andando a tagliare la gola ai passanti.

Insomma, non appena da noi accade un fatto di sangue, si scatena la caccia alle streghe: la quale caccia non colpisce coloro che comunque illegittimamente si servono delle armi per delinquere, e non hanno bisogno di permessi e tasse da pagare. Il bersaglio sono sempre legittimi fruitori e utenti, persone al di fuori del circuito oscuro, coloro che le armi maneggiano per professione, per necessità, o per pura passione collezionistica; oltre che per tutta una popolazione di agonisti, che di solito, in occasione di gare internazionali, portano all’Italia numerose medaglie. Una per tutti: Jessica Rossi, medaglia d’oro per il tiro a volo ai Giochi Olimpici 2012 e detentrice del record mondiale con 99 piattelli su 100, prossima portabandiera per l’Italia ai Giochi Olimpici di Tokio.

Abbiamo intervistato Giulio Magnani, presidente della UNARMI, associazione indipendente che intende tutelare gli interessi di legittimi detentori e produttori di armi, che ha pubblicato su FACEBOOK un post in cui intende fare chiarezza su alcune notizie false o inventate che demagogicamente influenzano il giudizio del pubblico, e che qui riportiamo integralmente:

Dopo la strage di Ardea centinaia di articoli e servizi giornalistici hanno contribuito a diffondere informazioni del tutto fuorvianti quando non addirittura false o inventate di sana pianta dai soliti professionisti del disarmismo, riproposte e diffuse acriticamente e senza alcuna verifica da giornalisti di terz’ordine e strumentalizzate da politici che si propongono come legislatori su materie che, evidentemente, ignorano totalmente. Facciamo sinteticamente chiarezza sulle più ripetute:

 – “non si conosce il numero di armi detenute legalmente in Italia”. FALSO, ogni questura conosce esattamente il numero di armi, munizioni ed esplodenti detenuti legalmente nel proprio territorio di competenza, sapendo dettagliatamente di ogni singolo pezzo chi e dove lo detiene;

– “il porto d’armi sportivo viene richiesto per aggirare le norme sulla difesa personale”. FALSO, il porto di fucile per tiro a volo (c.d. “sportivo”) non consente assolutamente di girare armati ed è assolutamente equivalente, ai fini dell’acquisto di armi anche per la difesa abitativa, al nulla osta all’acquisto di armi ed a tutte le altre licenze di porto d’armi;

– “l’Italia è il secondo paese al mondo per omicidi con armi legali”. FALSO, è un dato senza riscontro, completamente inventato;

– “nei paesi dove ci sono più armi legali ci sono più omicidi e meno sicurezza”. FALSO, le statistiche europee mostrano chiaramente come i paesi con maggior diffusione di armi detenute legalmente e/o con normative più permissive siano estremamente sicuri e abbiano tassi bassissimi di omicidi o abusi con armi legali (ad es. Svizzera, Rep. Ceca, Finlandia…). Perfino il dato italiano degli ultimi anni ha visto un aumento delle licenze ed una diminuzione di omicidi ed episodi criminali… saranno per caso correlati? Una ricerca dell’Università La Sapienza di Roma ha inoltre evidenziato come nel decennio 2007-2017 gli omicidi commessi da detentori legali di armi fossero sostanzialmente marginali sul complesso;

– “le visite mediche per il rilascio del porto d’armi sono solo delle formalità”. FALSO, il primo rilascio di una licenza di porto d’armi prevede tre distinte certificazioni mediche, che diventano due ad ogni rinnovo. Il medico che rilascia la certificazione di idoneità ha facoltà di richiedere tutti gli ulteriori approfondimenti che ritenga necessari;

– “non si sa quante licenze per armi ci siano in Italia”. FALSO, periodicamente il Ministero dell’Interno pubblica i dati relativi alle varie licenze di porto d’armi in corso di validità ed è proprio in base a questi dati che vengono lanciati i soliti ingiustificati allarmi sull’aumento della diffusione delle armi in Italia;

– “dopo il rilascio della licenza non ci sono controlli per cinque anni”. FALSO, le licenze di porto per difesa personali prevedono la revisione annuale dei requisiti, per tutte le altre licenze e per i meri detentori l’Autorità di PS ha facoltà di richiedere in qualsiasi momento l’accertamento della permanenza dei requisiti psicofisici. Allo stesso modo anche segnalazioni non correlate alla detenzione delle armi (ad esempio relative alla guida o per segnalazioni o vicende giudiziarie) possono comportare la sospensione o la revoca delle licenze.

 Presidente Magnani, su Il Tempo del 23 giugno leggiamo che il poliziotto che ha sparato in una gamba contro il ghanese a Termini è indagato per ‘eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi’, e che dovrà pagarsi l’avvocato, diversamente dal clandestino, che avrà il gratuito patrocinio. Questo è qualcosa altrove non sarebbe mai successo. Lei che ne dice?

Ritengo che alla fine sia necessario per non ingenerare equivoci, dato che spesso si parla delle forze dell’ordine in termini poco lusinghieri, trattandoli da persone violente. In un caso come questo, non attivare alcun tipo di procedimento potrebbe anche, in seguito, confermare questa posizione, che io non condivido. L’organo preposto ad approfondire tutto questo è la Magistratura, a cui è demandato l’onere delle indagini, poi è ovvio che tutti ci aspettiamo che l’indagine porti ad una archiviazione, e alla conclusione che l’eccesso non c’è stato. E comunque è dichiarato l’uso legittimo.

Se posso aggiungere qualcosa, dopo l’archiviazione nessuno potrà chiedere i danni all’agente. L’Italia è uno strano paese, in cui rapinatori e aggressori chiedono – e ottengono – il risarcimento di danni nei confronti di chi si è soltanto difeso dalle loro aggressioni. Andando avanti, nel suo post su Facebook lei dichiara che ‘Dopo la strage di Ardea centinaia di articoli e servizi giornalistici hanno contribuito a diffondere informazioni del tutto fuorvianti, quando non addirittura false o inventate di sana pianta dai soliti professionisti del disarmismo, riproposte e diffuse acriticamente e senza alcuna verifica da giornalisti di terz’ordine, e strumentalizzate da politici che si propongono come legislatori su materie che, evidentemente, ignorano totalmente.’ Tutto questo è frutto di un fatto ideologico di una certa sinistra che tanti anni fa voleva addirittura disarmare la Polizia. Lei che ne dice?

Quello che lei dice salta fuori anche oggi, quando si nega alle forze di Polizia di ottenere strumenti più adatti alla loro attività, come il taser. E’ vero che esiste una base ideologica, che spesso porta i giornalisti a dover riadattare i fatti che raccontano a quella che è la versione che devono imporre ai loro lettori. Il tutto aiutato dalla completa ignoranza della materia trattata, se non addirittura rivolgersi a personaggi che vengono ritenuti esperti, ma che poi esperti non sono, quando non addirittura mettere la firma sotto articoli scritti da questi presunti esperti, Devo dire che il giornalismo italiano non sta messo molto bene in questo periodo. Ad esempio durante il periodo di riferimento della direttiva 853 del 2017 che sostituiva la 277, e che regolava il trasferimento delle armi nei paesi membri dell’UE, tutto ciò per colpire il terrorismo, mentre invece s’è andati a colpire soltanto il possesso legale delle armi e non tutto il traffico illegale, che non è stato minimamente scalfito, se non in maniera superficiale, con affermazioni del tipo di quella descritta in un documento dell’UE, in cui si dichiarava che una fonte di approvvigionamento dei terroristi erano i collezionisti, cosa che non risulta neanche da eventi di cronaca, ed è molto grave che addirittura l’UE abbia voluto formalizzare questa affermazione in un documento, per motivare e dare supporto alle restrizioni che sarebbero state molto più pesanti se non ci fosse stata la parte associativa a mettere un freno, con risultati del tutto apprezzabili. In quel periodo siamo stati bersagliati dalla stampa italiana. Però siamo stati anche contattati da giornali esteri come El Mundo, o il New York Times, che hanno pubblicato articoli interessanti, anche in televisione. Il loro approccio era totalmente differente, e spesso ci contattavano per chiedere conferma di alcune cose, pubblicavano i nostri chiarimenti e lasciavano spazio al confronto. La stampa italiana non fa niente di tutto questo, arriva la sinistra antiarmi di turno, prende e pubblica tutto, non c’è verifica, approfondimento, non c’è nulla. È successo molto raramente che qualcuno ci sia venuto a chiedere la nostra versione dei fatti, tanto che per alcune affermazioni più gravi abbiamo fatto ricorso all’Ordine dei Giornalisti.

A questo punto dobbiamo dire ai nostri lettori cos’è la UNARMI, o, per meglio dire chi è la UNARMI.

La UNARMI è la principale associazione italiana di appassionati di armi nel senso più ampio, non solo cacciatori, non solo tiratori, ma anche guardie giurate e collezionisti, e tutela a 360 gradi il possesso e l’utilizzo delle armi. Collabora con tutti gli altri soggetti che hanno un ambito specifico, e ha come scopo quello di portare un punto di vista unitario volto a superare tutte le differenze che ci sono fra le varie categorie. Il nostro settore è debole perché molto frammentato. Quando si parla di caccia, non ha interesse ad intervenire chi non è interessato alla caccia, così chi non è interessato al tiro, e così via. Nel 2016 abbiamo riscontrato che non c’era un soggetto giuridico interessato alle varie categorie, e così ci siamo costituiti.

Le faccio una domanda cattiva: siete appoggiati politicamente, o ricevete sovvenzioni?

No, assolutamente. Questo è stato scritto o sottinteso in molti articoli di giornale, non siamo associati politicamente non abbiamo sovvenzioni, poi eventualmente le varie parti politiche rispondono diversamente. Ci sono quelli che ci danno più ascolto, e quelli che invece rifiutano ogni contatto con noi. È evidente che questo si ripercuote sulle valutazioni che diamo ai vari appuntamenti elettorali.

Questo non significa che siamo collegati ad un partito. Ce ne sono alcuni con cui abbiamo un maggior dialogo. Abbiamo contattato tutte le forze politiche, e abbiamo riscontrato quali sono quelli con cui possiamo dialogare e gli altri. Per ciò che riguarda le sovvenzioni, siamo finanziati esclusivamente con le quote associative. Tranne quelle che abbiamo ricevuto, circa 3/4000 euro in 5 anni, dalla FIREARMS UNITED, che a loro volta provenivano da raccolte in tutta Europa. Siamo a Roma, ma stiamo aprendo altre sedi in tutta Italia. Siamo un’associazione in cui viene fatto tutto su base volontaria.

Ringraziamo il presidente Giulio Magnani per la sua disponibilità. Gli auguriamo buon lavoro, specie in una nazione in cui bisogna nuotare per lo più controcorrente, e certamente lo avremo ancora sulle nostre pagine in appresso, per dar voce ad una associazione che rappresenta un gran numero di appassionati, sportivi e operatori.

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1 Comment

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  1. Alfredo

    27 Giugno 2021 at 18:24

    Complimenti all’Osservatore d’Italia per la chiarezza e l’obiettività con la quale ha trattato questo tema, abitualmente invece stravolto dai principali organi di stampa, dediti all’arrampicata sugli specchi pur di star lontani dalle evidenti verità. Bravi!

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Editoriali

Oplofobia: in quanti modi si manifesta

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Molti di noi, quando l’Unione Europea ha fatto irruzione nella nostra vita, si saranno sentiti rassicurati. In effetti, ha emanato alcune direttive davvero interessanti e necessarie, come stabilire la dimensione minima delle vongole per essere pescate: sentivamo profondamente questa esigenza, e ci auguravamo che finalmente qualcuno mettesse fine ad un eccidio di vongole in erba, una specie di strage degli innocenti. Specialmente i pescatori delle lagune che dalle vongole traggono il sostentamento loro e delle loro famiglie. Questa direttiva specifica li ha alleggeriti del peso di una eventuale accusa di vongolinfanticidio, ma soprattutto sono in pace con la loro coscienza. Ma l’attività dei due emeriti Parlamenti Europei (il primo a Strasburgo, il secondo, per non far torto a nessuno, a Bruxelles) non si è arrestata qui: abbiamo infatti altre direttive davvero entusiasmanti, come quella che riguarda le foglioline di prezzemolo, ma non solo: gli ortaggi e le sementi per essi commercializzate (direttiva di esecuzione UE 2019/1990 della commissione del 17 giugno 2019). Certamente illuminante per chi coltiva le erbe aromatiche sul balcone di casa, ma soprattutto per chi ne fa coltivazione intensiva destinata alla commercializzazione. Ma di tanti altri generi merceologici, di cui sarebbe troppo lungo esporre i vantaggi, le direttive UE hanno fatto oggetto le loro riunioni: ci siamo così resi conto della necessità di DUE sedi di parlamento e della febbrile attività di parlamentari, costretti a trasferirsi in treno da una sede all’altra ogni settimana.

Arriviamo così all’ultima, in ordine di tempo, iniziative della ECHA, acronimo della Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, un organismo che (negli enunciati) vorrebbe tutelare la salute dei cittadini europei, e per far questo, mettere al bando ogni sostanza chimica nociva alla salute umana – e non solo: pensiamo ai nostri amici pelosi che ingurgitano quintali di croccantini e mousse, senza che nessuno ci dica esattamente cosa c’è dentro.

Avremmo diverse sostanze da mettere all’indice di una tale Agenzia, non ultimo quel glifosato che genera mutazioni genetiche nell’uomo. Quel glifosato che s’è tentato più volte di eliminare dalla nostra vita, scontrandosi contro interessi lobbistici troppo grandi. Quel glifosato che, inventato da una grossa industria chimica americana, è stato acquisito da un’altrettanto grossa industria chimica tedesca, che ora lo commercializza, ma soltanto fuori della Germania. Quel glifosato che ci fa arrivare migliaia di tonnellate di grano da oltreoceano, ‘maturato’ artificialmente, a prezzi stracciati. Lo possiamo rifiutare come prodotto, ma ce lo ritroviamo nel piatto come pasta a basso costo, dalle più grosse industrie alimentari italiane. Senza contare i prodotti da forno, e tutto ciò che impiega farina.

Abbiamo parlato di oplofobia: in effetti le armi sono considerate ‘cattive’, ‘immorali’, e quindi tutto ciò che ne può colpire la diffusione e l’uso è moralmente giustificato, nella mente di alcuni. Così, si è arrivati ad assimilare il piombo delle nostre cartucce di amatori e sportivi ai più biechi prodotti chimici adoperati nell’industria alimentare, per esempio, o nella coltivazione di prodotti del suolo, i quali (è dimostrato) potrebbero molto meglio essere coltivati in maniera biologica, senza avere grosse perdite di produzione. Sì, signori, vi sembrerà assurdo, ma vogliono togliere il piombo (o meglio, la lega di piombo, stagno e antimonio di cui sono fatte le cartucce dei tiratori sportivi e amatoriali) dalle nostre cartucce.

È chiaro l’intento di incentivare la produzione e la vendita di proiettili di materiali diversi dal piombo, posto che la loro produzione, ancorché più costosa del piombo usato da sempre, non comporti, da parte delle produzioni (evidentemente industrie chimiche), un inquinamento maggiore di quello procurato dal piombo, ristretto ad alcune aree facilmente identificabili e bonificabili, che non comportano il passaggio di umani o di animali (leggi: poligoni di tiro), e soprattutto un esborso superiore all’attuale, posto che i nuovi materiali sarebbero oggetto di una sorta di monopolio. Se è vero, come dichiara l’UE nel regolamento REACH, che costituisce base per la realizzazione dell’Agenzia ECHA, che lo scopo del Regolamento riguarda la “Registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche”, non si comprende perché il piombo delle cartucce per armi da fuoco debba essere compreso in tale coacervo, non essendo compreso nella produzione di sostanze chimiche, a fronte di ciò che accadrebbe se le munizioni dovessero essere equipaggiate di proietti di varia natura, prodotti chimicamente. Il giustificato sospetto è che, come s’è fatto (dicono alcuni) per il vaccino anti-covid, si voglia procedere su superfici di grandi numeri soltanto per un fatto economico. Si creerebbe così un conflitto d’interessi, nell’Agenzia ECHA, da una parte impegnata a sostituire il piombo con altri materiali, e nel contempo impegnata a, si spera, diminuire l’inquinamento ambientale prodotto dalla produzione di nuovi materiali in quantità industriali.

A tal proposito vogliamo rimarcare ciò che dichiarano i dati ufficiali, reperibili sul sito dell’UE, a proposito dell’industria chimica dell’UE: rappresenta circa il 7,5 della produzione UE per fatturat; ha vendite pari a 565 miliardi di euro (2018) che rappresentano circa il 17% delle vendite globali di prodotti chimici; fornisce 1,2 milioni di posti di lavoro altamente qualificati diretti (2015); genera un avanzo commerciale di 45 miliardi di euro (2018), eccetera. È chiaro l’intento di fornire un ghiotto boccone ad una industria chimica europea che si presume altamente lobbizzata, in una economia centralizzata capitalista e assistenzialista in cui i posti di lavoro significano potere, e gestirli è comprensibilmente la mira di tutti. Di questa diatriba, volta a bloccare l’iniziativa dell’ECHA prima che sia attuata, si stanno occupando i rappresentanti ufficiali di chi le armi produce, usa e detiene, per qualsiasi scopo, sportivo, amatoriale o di lavoro.

Vi riportiamo alcune comunicazioni che abbiamo ricevuto.

MUNIZIONI AL PIOMBO: PREOCCUPANTI SVILUPPI DELLA CAUSA

Carissimi amici, come ricorderete lo scorso 19 giugno vi abbiamo annunciato che il Firearms United Network ha lanciato una causa presso la European Court of Justice (ECJ) contro la European Commission per arrestare il loro tentativo di mettere al bando ogni uso di munizioni a base di piombo da ogni tipo d’arma da fuoco, per tutti gli usi sportivi e su tutti i terreni (https://www.facebook.com/Firearmsuniteditalia/photos/3075925565971912/)

Il nostro presidente Tomasz W. Stępień – Firearms United President, con una raffica di post sulla nostra pagina internazionale in inglese, ha voluto aggiornarci – e pare che le autorità #EU siano di nuovo impegnate nei loro soliti giochetti.

Alla sede centrale di Firearms United sono infatti giunte numerose segnalazioni di sostenitori e organizzazioni che, alla richiesta di sostenere la nostra causa, hanno ricevuto dalla #Cortedigiustiziaeuropea una risposta negativa in quanto non rappresentati da un legale.

Si tratta di un’interpretazione volontariamente restrittiva delle norme che regolamentano la partecipazione alle cause di fronte alla #ECJ, ed è mirata specificamente a scoraggiare la partecipazione.

Il nostro presidente invita dunque chiunque abbia ricevuto una lettera di rifiuto ad inviarne una copia – scansionata, fotografata col cellulare, purché sia leggibile – all’indirizzo di posta elettronica legal@firearms-united.com

Nel frattempo, tuttavia, la #CommissioneEuropea ha chiesto alla #CEG di rigettare in toto la causa senza neppure esaminarla, inviando alla nostra sede centrale di Varsavia una copia della richiesta che riassume le sue posizioni sulla causa.

Ve ne offriamo qui un sunto, che di certo basterà per darvi un’idea della surreale posizione alla “Marchese del Grillo” (“Io so’ io, e von nun siete un ca**o”) della principale istituzione dell’#UE:

• Nessuno dei partecipanti alla causa è negativamente colpito dalla messa al bando delle munizioni a base di piombo, quindi non c’è motivo di intentare causa

• La causa è basata su documenti affetti da pregiudizio ideologico

Andiamo nei dettagli.

Per quanto riguarda il primo punto, la #EuropeanCommission si è esibita in un tanto strambo quanto preoccupante esercizio di arrampicata sugli specchi. In pratica ci è stato risposto che l’ATTUALE messa al bando delle #munizionialpiombo è valida solo per le munizioni spezzate per armi da caccia a canna liscia in alcune zone, e dunque chi non possiede tali armi per tale scopo non potrebbe fare ricorso: essenzialmente é possibile per la #EC violare “alcuni” nostri diritti, e noi non abbiamo diritto di protestare perché non li hanno violati TUTTI.

A far specie, soprattutto, è il passo che recita quanto segue:

“Il ricorso si basa su una restrizione in preparazione riguardo l’uso di munizioni al piombo, sia spezzate che non, in aree diverse dalle zone umide, da emanarsi a breve.”

In pratica la Commissione Europea AMMETTE CANDIDAMENTE di voler mettere al bando ogni e qualsivoglia tipo di munizione al piombo per ogni e qualsivoglia tipo di utilizzo civile; la Commissione Europea AMMETTE CANDIDAMENTE che considera tale divieto ormai cosa fatta; e si lamenta del fatto che il popolino voglia opporsi a tali restrizioni prima che vengano emanate anziché aspettare, come sempre, di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Che questo sia di lezione per chi crede che si fermeranno alle munizioni da caccia e alle aree umide: CI RIGUARDA TUTTI.

Addirittura la Commissione si spinge a dichiarare che il costo di conversione di un fucile a canna liscia all’impiego di munizioni senza piombo sia di circa 70 Euro, e che dunque ciò non costituisca una barriera economica.

Ci chiediamo quali grandi esperti abbiano fornito la loro consulenza alla Commissione al riguardo e abbiano partorito tali stime: probabilmente si parla dello stesso #analista che ogni giorno bercia in Italia contro i #legalidetentoridiarmi, perché si parla di stime che non stanno né in cielo, né in terra – in particolar modo se si considera che il #BancoNazionalediProva in Italia ha introdotto una speciale tipologia di bancatura (“Giglio”) per le armi a canna liscia adeguate all’impiego di munizioni a base di materiali diversi dal piombo, che prevede una prova forzata a 1320 bar: parliamo di livelli pressori che difficilmente un’arma di quarant’anni fa potrà sostenere dopo una conversione da 70 Euro.

Al contempo, per quanto riguarda il punto riguardante la violazione del diritto alla proprietà che tali restrizioni cagionerebbero, la Commissione Europea si esprime con quello che a nostro avviso è uno dei due punti più preoccupanti di tutta la sua posizione:

“Sebbene il diritto alla proprietà sia un principio fondamentale delle leggi europee, esso non é una prerogativa assoluta ma va considerato in base alla sua funzione nella società. È possibile introdurre restrizioni all’esercizio del diritto alla proprietà a condizione che esse rispondano all’interesse comune che l’Unione persegue e non costituiscano un intervento sproporzionato e inaccettabile in virtù dello scopo prefisso:”

Ebbene si, avete letto bene: per la Commissione Europea IL NOSTRO DIRITTO ALLA PROPRIETA’ PUO’ ESSERE VIOLATO SE CIO’ RISPONDE AGLI “INTERESSI CHE L’UE PERSEGUE”.

Di nuovo: c’è ancora chi crede che si fermeranno mai nel loro piano #disarmista? No: si sono autoinvestiti del diritto di decidere cosa possiamo possedere e cosa no, e soprattutto del potere di decidere cosa toglierci di ciò che già abbiamo e cosa invece, magnanimamente, lasciarci.

Per quanto riguarda il secondo punto, la missiva della Commissione Europea sottolinea più volte che i documenti sottoposti da Firearms United e dalle sue associazioni nazionali federate – quale ad esempio l’analisi legale fornitaci dall’associazione ceca LEX – Sdružení na ochranu práv majitelů zbraní – sarebbero da rigettarsi in quanto affette da pregiudizio ideologico (“bias”), in quanto sottoposte da associazioni a difesa del #dirittoallearmi.

Notate bene: la Commissione non dice NEPPURE UNA VOLTA che le nostre analisi e i nostri documenti siano errati in qualsiasi loro punto, solo che siano AFFETTI DA PREGIUDIZIO IDEOLOGICO.

Per intenderci: è come se vi entrassero a rubare a casa, il ladro venisse arrestato, voi vi costituiste parte civile al suo processo, e la sua difesa sostenesse che la vostra richiesta di costituzione in parte civile debba essere rigettata perché voi avete un interesse diretto nel recuperare la refurtiva.

Infine, per chi ancora avesse dubbi sulla #formamentis della #Commissione #Europea, eccovi un altro punto su cui essa basa la sua richiesta di rigetto della nostra causa:

“Si deve ricordare che in un’Unione basata sulle leggi, gli atti dell’Unione quale istituzione godono di una presunzione di legalità; spetta al ricorrente provare che il regolamento oggetto di contestazione sia illegittimo.”

In pratica, l’#UE si è investita della stessa presunzione di legittimità assoluta che è tipica dello “Stato etico” (per intendersi, gli ultimi che si sono visti sul continente europeo sono stati l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista), e sostiene che spetti a noi provare l’illegittimità delle regole che propone, ma al contempo chiede che ci venga PRECLUSO L’ACCESSO ALL’UNICA SEDE (quella legale) DEPUTATA A STABILIRE CIO’.

Perché per arrivare in un posto, in cui si deve arrivare per forza, si deve prendere per forza una ed una sola strada… ma se quella strada è sbarrata dalle stesse persone che ci impongono di arrivare a destinazione?

Al contempo, solo tre giorni fa è arrivata la notizia (https://www.patrick-breyer.de/…/chatcontrol-european…/) dell’approvazione da parte dello European Parliament del cosiddetto #ChatControl, ovvero della #deroga alle normative UE sulla #ePrivacy: con 537 voti a favore, 133 voti contrari e 20 astenuti, il #ParlamentoEuropeo ha stabilito che le aziende che forniscono servizi di posta elettronica o di messaggeria automatica possono implementare sistemi automatizzati di controllo dei nostri messaggi e delle nostre E-Mail, scansionarle alla ricerca di parole-chiave o contenuti sospetti, per poi denunciare le stesse alle Forze dell’Ordine.

L’UE procede sulla strada della #sorveglianza di massa e del #disarmo di massa. Con buona pace di chi dice che “il #sovranismo è stato sconfitto” (con manovre di palazzo, ovviamente): nulla, in ciò che l’#UnioneEuropea sta facendo e continua a fare, va nella direzione di riguadagnare le simpatie e il supporto dei #cittadini. E prima o poi arriveranno di nuovo, ovunque, le elezioni.

Traete voi le vostre conclusioni.

ACT TOGETHER, FEEL FREE AND MAKE CHANGES

UNARMI

Riceviamo e riportiamo anche una comunicazione da parte della UNARMI, organismo italiano di tutela di chi delle armi fa il proprio lavoro (inclusi produttori di armi e cartucce) o il proprio svago.

Mentre continuano a giungere risposte dai poligoni privati, UNARMI prosegue la sua indagine sulle conseguenze del regolamento ECHA per il divieto del possesso ed utilizzo di munizioni contenenti piombo. E’ attivo da pochi giorni sulla pagina unarmi.it/post/sondaggio-piombo-tiratori un sondaggio rivolto ai tiratori, complementare a quello già proposto a poligoni e campi di tiro, finalizzato a comprendere come potrebbero variare le abitudini degli utenti italiani qualora il regolamento in discussione venisse approvato. I dati ricavati da questo secondo sondaggio, incrociati con quelli provenienti dai poligoni, ci consentiranno di avere un’idea più completa dei danni che il regolamento potrebbe causare sul piano sportivo e su quelli connessi (commerciale, occupazionale, addestrativo…).

Il sondaggio è completamente anonimo ed è molto importante che vi sia la più ampia partecipazione possibile, di modo da avere un quadro statistico il più possibile rappresentativo della realtà. I risultati dell’indagine saranno presentati all’agenzia ECHA, alla Commissione Europea ed al governo italiano per richiedere lo stralcio del regolamento o di tutti i suoi punti critici.

Sempre nell’ottica del contrasto delle nefaste iniziative europee, sollecitiamo inoltre poligoni, armerie e cacciatori ad aderire alla causa in corso alla Corte di Giustizia Europea, promossa contro la Commissione Europea da Firearms United Network (di cui UNARMI è rappresentante per l’Italia), proponendosi come soggetto danneggiato mediante la modulistica predisposta da Firearms United e scaricabile dalla pagina https://bit.ly/36vMf51. L’adesione è a titolo assolutamente gratuito, ma deve essere inviata entro e non oltre il 19 luglio. La corte Europea accetta qualsiasi lingua dell’Unione, non sono quindi necessarie traduzioni: è sufficiente compilarlo e descrivere i danni, i fastidi e le limitazioni che la nuova regolamentazione porterà. Il documento, poiché non è ammessa la trasmissione via e-mail, deve essere stampato e spedito a:

Court of Justice of the European Union

European Union Court

Rue du Fort Niedergrünewald

L-2925 Luxembourg

In questo momento molto delicato è necessario che tutti diano il proprio contributo, anche se apparentemente irrilevante, poiché dalla riuscita di questi attacchi dipende il futuro del mondo del tiro e della caccia.

Roma, via dei Monti Parioli 25

c.f. 97854290588

www.unarmi.it

Più volte abbiamo sospettato che alcuni provvedimenti non fossero propriamente ‘democratici’, come annunciato: oggi ne abbiamo la certezza. Se l’Europa voluta dai Padri Fondatori è questa, meglio tonare a come eravamo prima. Purtroppo i nomi di De Gasperi, Schumann, Altiero Spinelli, Jean Monnet, Joeph Bech, Konrad Adenauer e Paul-Henri Spaak vengono sbandierati a torto. Certamente la loro idea di Europa unita non era questa.

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Editoriali

Riforma giustizia penale: attenzione anche al civile e al tributario. Parla l’avvocato Lucarella

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Lo scorso 8 luglio il Governo ha dato il via libera alle proposte di emendamento del Ministro Cartabia in materia di giustizia penale.

Il Comunicato di Palazzo Chigi (il n. 27 tanto per la precisione) spiega che “Il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità gli emendamenti governativi al disegno di legge recante “delega al Governo per l’efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le corti d’appello” (A.C. 2435) proposti dal Ministro della giustizia, Marta Cartabia”. 

Anche se diversi sono i punti importanti su cui il Min. Cartabia vorrà attenzionare il Parlamento, i più significativi sono (come riporta d’altronde il sito ufficiale del Ministero della Giustizia nel piano di sintesi pubblicato) quelli che più infuocherebbero, ipotizzando, il dibattito politico: ad esempio la prescrizione, la digitalizzazione, il rinvio a giudizio dell’indagato solo se si prospetta una “ragionevole previsione di condanna”, il meccanismo di discovery degli atti a garanzia dell’indagato e della vittima, ecc.

Abbiamo voluto sentire l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, quale attento conoscitore delle dinamiche politico parlamentari e governative.

“Il Ministro Cartabia sta svolgendo, con tutta evidenza, quanto necessario e che il Paese attende da molto tempo.

Gli emendamenti non sono ancora pubblicati sul sito del Governo e, pertanto, non ci può che rifare al documento della Commissione Lattanzi, per un verso, nonché al prospetto di sintesi pubblicato, per altro verso, sul sito ufficiale del Ministero della Giustizia.

Fondamentalmente le proposte dell’ex Presidente della Corte Costituzionale si indirizzano su due direttrici: ammortizzare i ritardi e cambiare il principio del fine processo mai.

Il difficile viene ora, però, perché le proposte del Min. Cartabia incidono molto (in chiave politica) sulla questione della prescrizione: quest’ultima farà i conti con l’improcedibilità dell’azione penale.

Ciò nel mondo giuridico sta a significare, comunque, un sostanziale cambio di rotta rispetto al passato a prescindere da quanto si voglia o non voglia riconoscerlo. Ovviamente, da quanto si legge nel prospetto di sintesi del Ministero, saranno tenuti fuori da tale perimetro i reati soggetti alla pena dell’ergastolo.

Il nocciolo principale della riforma è, tuttavia, proprio sul tema dei tempi di inizio e fine della vicenda giudiziaria.

Il riflesso politico è tutto da decifrarsi ancora anche se, oggettivamente, la linea dell’esecutivo Draghi è nettamente diversa da quella del passato in cui si è partorita, un pò sbrigativamente, la riforma Bonafede (legge approvata in circa sei mesi rispetto all’insediamento del Governo Conte del giugno 2018).

Ma la vera sfida sarà non trascurare il fatto che oltre alla riforma penale ci sono quella civile e tributaria da farsi: ormai indifferibili. Nel civile i tempi biblici e la disorganizzazione cronica, da una parte; dall’altra parte, invece, accade che nel tributario si assiste alla nomina di Pm che diventano giudicanti aggiungendosi a questa assurdità degli novanta (in cui fu fatta la riforma) un’incapacità sistemica volta a professionalizzare al massimo il corpo decidente benché sia risaputo l’altissimo livello di complessità della materia.

Cittadini e contribuenti che servizio e garanzie di giustizia ricevono (anche costituzionalmente parlando)? Come percepiscono il tutto?

Un fatto è certo: il Parlamento non può sprecare questa occasione soprattutto per il PNRR e tenuto conto che ci si gioca la credibilità del sistema Paese difronte alla rinnovata fiducia europea”.

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Editoriali

Repubblica italiana vers. 2021: quale laicità?

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Tra le tante domande postegli dai senatori, Draghi ha così risposto a quella sul caso del Concordato tra Chiesa e Stato Italiano: “Mi preme ricordare che il nostro è uno stato laico, non è confessionale, quindi il parlamento ha tutto il diritto di discutere e legiferare. Il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per verificare che le nostre leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa”. Specificando come “la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso. La laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali.”

Una risposta, quella del premier Draghi, che può sembrare come ovvia per chi ha orecchie superficiali. Qualcuno addirittura è andato oltre dicendo che il presidente ha voluto scaricare la responsabilità su altri. Sbaglia chi ragiona così. La risposta di Draghi si deve leggere alla luce della Costituzione ed agli stessi dettami della laicità. Lo Stato laico si differenzia completamente da quello confessionale, da quello ateo e anche da quello teocratico. Vivaddio l’Italia è uno stato laico degno di un paese libero e democratico.

Alcuni stati atei li abbiamo ben conosciuti e purtroppo sopravvivono ancora. Sono i paesi comunisti dove ogni libertà religiosa è soppressa e nessuna religione è riconosciuta.

Vi sono poi gli stati teocratici dove l’autorità religiosa coincide con quella politica e fra religione e politica non c’è alcuna linea di demarcazione. Di questi Stati fanno parte i paesi islamici.

Ci sono poi gli Stati confessionali. In questi casi lo Stato riconosce una sola religione ed i principi di tale religione ispirano le leggi dello Stato. Altre religioni sono tollerate quasi sempre in principio, ma la cronaca racconta altre storie.

Lo Stato che dovrebbe offrire più garanzia è quello laico, appunto quello dell’Italia e di cui ha parlato Draghi. Lo Stato laico si distingue dagli altri da una netta distinzione tra potere politico e potere religioso ed in più ponendo tutte le religioni sullo stesso piano.

A differenza della Costituzione francese, che all’art. 1 , sancisce: “La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale”. In quella italiana non si trova specificatamente dichiarata la laicità della Repubblica ed il legislatore la presume dai seguenti articoli:

n.2 – “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”
n.3 “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

n.8- “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”
n-19 – “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

n.20 –“ Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.”

Ma a suggellare la laicità dello Stato italiano è l’art.7 della Costituzione che recita:
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”..

Si deve fare attenzione però perché la laicità può essere tanto negativa che positiva.
La laicità è positiva nei casi come in quello dell’Italia dove i due Stati sono due ordini distinti. E’ positiva quando lo Stato non solo non interferisce nelle questioni religiose, ma si impegna a rimuovere quegli ostacoli che impediscono l’esercizio delle libertà religiose.

Praticamente la nota della Santa Sede per il decreto Zan si riferisce specificatamente a questa interpretazione della laicità che se non rispettata de facto, renderebbe i due ordini separati ad ignorarsi, con lo Stato indifferente alla religione e quindi senza alcun impegno a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’esercizio delle libertà religiose.

Ci si augura vivamente che lo Stato non voglia considerare la libertà religiosa un fatto privato e voglia il Senato nella sua piena autonomia rivedere il ddl Zan, rimuovendo eventuali ostacoli che ne impedirebbero l’esercizio delle libertà e non solo quelle religiose.
Buon lavoro ai senatori.

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