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Puttane, mignotte, cafoni, burini e… onorevoli: state calmi, niente panico. State sereni, sereni!

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Tempora mutantur, nos et mutamur in illis” ovvero il tempo cambia e l’uomo cambia con esso. Processo inarrestabile che va avanti dai primi inizi della terra. La vita scorre ed il tempo pure. Cambia l’uomo. Cambiano le cose, le persone, le usanze e muta il senso ed il significato del linguaggio. Quello che ieri ci scandalizzava oggi non scandalizza più. Lo stesso concetto della moralità ha perso lustro, ha smarrito il suo senso. Vittima di questa metamorfosi sono i vocaboli: puttana, mignotta, cafone, burino e non solo. Termini che qualche tempo fa, non offendevano nessuno oggi sono oggetto di dibattiti e concitate discussioni.

Cos’è mai un nome? Niente e tutto. E’ accaduto proprio questi giorni un incidente spiacevole. Dei politici hanno apostrofato la classe giornalistica con degli appellativi che oggi suonano forti ed irreverenti mentre etimologicamente sono i sostantivi più innocenti che esistono nel vocabolario. Ciò detto, sia ben inteso, non per questo si vuole venire, in alcun modo, in difesa di chi ha pronunciato quelle locuzioni. Solo per portare sul loro giusto binario quelle parole di cui al titolo di questo piccolo saggio.

La puttana:

Studi approfonditi, pur ammettendo la correlazione stretta del vocabolo puttana con putto, greco pai, paidos, avvicinano la parola alla mitologia Hindù. In molta letteratura indiana e scritture Hindù, si narra il mito di Pūtanā, considerata la nutrice di Krishna, che mentre lo allattava , in cuore suo covava di sopprimerlo con il latte avvelenato. Demone malvagio. Da questi scritti infine Pùtanā viene effettivamente descritta come un demone, tanto, si scopre, essendosi ella concessa allo stesso Krishna
Altri studi vedono tracce nel latino puteus, significato originale inteso come una cavità naturale. Vedi i pozzi dove i romani seppellivano i morti. Da qui poi il significato di grembo ipogeo ed il passo al grembo materno è stato successivo. Spiegazioni intriganti che nulla dunque hanno a che fare con il tono spregevole che il vocabolo “puttana” è venuto oggi ad assumere nell’italiano popolare.

Nel dialetto siciliano “buttana” oppure “bottana” non lascia alcun dubbio. Non è certo parente di antiche vestali e in tutta l’isola venire indicate con tale appellativo non è un complimento. Eppure anche in questi casi il tempo è riuscito a fare scempio di una parola innocente.

Si è da tempo saputo, per lo meno così raccontavano i nostri avi, che “puttana” ha tutta un’altra storia. non oserei dire nobile, ma decorosa lo si può dire tranquillamente. Si racconta che in tempi passati le nobili donzelle che tenevano tanto alla loro estetica, non allattassero personalmente i loro neonati. In paese c’erano donne, matrone che di mestiere allattavano i bambini degli altri. A queste donne allattatrici si rivolgevano anche coloro a cui per una ragione o l’altra spariva il latte. Tutti portavano “il putto” dalla donna che allattava “il putto”. Con il tempo il mestiere/l’attività hanno passato il nome al prestatore d’opera. Così da forno a fornaio, da salume a salumiere, pasticcino a pasticciere e, nel caso nostro specifico, da putto a puttana, cioè la donna che allattava il putto. Ma era così semplice? Bastava dirlo. Bastava poco che ci voleva…

La Mignotta:

Della mignotta è stato scritto peste e corna. Sono stati scomodati professori e tanti ricercatori hanno passato ore intere sfogliando documenti sulle tracce della mignotta, intendendo il vocabolo, naturalmente.

Ci sta chi fa derivare l’origine del vocabolo dal francese “mignoter”, carezzare. Altri la vogliono più parente di “mignon”, favorita. A parere di tanti, queste due definizioni, se mai, hanno seguito il moderno senso della locuzione, comportamenti tipici di queste mestieranti.
L’interpretazione giusta, a detta di tanti, sarebbe molto più logica e semplice. Sempre in altri tempi, le ragazze madri, anziche fare come alcuni che oggi usano abbandonare il neonato nei bidoni dell’immondizia, queste ragazze di allora depositavano il neonato o nella ruota girevole delle suore di clausura oppure li lasciavano nei portoni della chiesa o del convento. Il trovatello allora si portava per la registrazione all’anagrafe. L’impiegato del Registro, in mancanza dei dati genitoriali del bambino, anziché scrivere in pieno matris ignotae, abbreviava il tutto scrivendo m.ignotae, ergo mignota. Anche in questo caso la semplicità è sbalorditiva. Ai tempi nostri, con l’utero in affitto, quell’impiegato del Registro avrebbe scritto, anziché padre ignoto, pa.ignoto che con l’uso sarebbe diventato pagnotto. Un nome è un presagio, un nome è un destino, non per il “pagnotto” bensì per il bambino.

Il Cafone e il burino:

Per il “cafone “ e per il “burino” la sorte non è stata tanto diversa. L’usura del tempo ha calpestato anche il loro decoroso vocabolo e ha fatto di loro un dileggio, uno scherno. Oggi, apostrofando questi vocaboli in faccia ad una persona , senza dubbio alcuno, lo si indica come una persona dai modi incivili e rozzi. Chiamare una persona “burino” oggi, sarebbe indicare quella persona come di basso intelletto e bassi istinti oppure dalle maniere scurrili. Tutto ciò a prescindere dallo status sociale del soggetto.
Molti appassionati si dedicano a ricercare l’origine di questi vocabili. Talpe degli archivi scomodano documenti e reperti antichi, tradizioni e cenni storici. A qualcuno piacerebbe credere che cafone deriva da Cafo, un centurione che combatté al servizio di Cesare .Ugualmente si vuole fare derivare il termine “burino” dal latino “Buris,-is”, manico dell’aratro. Il ricercatore basa la sua supposizione in riferimento ai braccianti, ingaggiati come lavoratori stagionali nell’Agro Romano. Questa’etimologia secondo molti sarebbe la più plausibile. Spiegazioni suggestive.
Se dobbiamo però dare credito, poi, a quello che ci raccontavano i nostri avi dobbiamo dire che il vocabolo burino trova la sua etimologia in quei contadini che scendevano nella capitale vendendo i loro prodotti, formaggi e burro, appunto i venditori di burro ossia i burini.
Per quanto concerne il “cafone” i nostri avi davano un’altra spiegazione. Secondo questi il vocabolo troverebbe la sua origine, appunto negli stessi contadini che scendevano nella capitale, con funi a tracollo per legare le bestie. Altri collegavano il vocabolo alla fune che faceva da cintura per reggere i pantaloni del contadino.

Niente in tutto questo piccolo saggio è dogma.

Un fatto però è certo. Il tempo scorre e scorrendo cambia cose, persone, usanze e muta il senso ed il significato del linguaggio. Chi osa escludere che in un non molto lontano domani, apostrofando una persona come “un onorevole” non possa suscitare sdegno ed irrisione?

Emanuel Galea

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L’Italia terra di santi dissacrati, poeti politicanti e navigatori di denaro pubblico

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La constatazione

Fu destino o fu un caso, un progetto o un incidente di percorso. Fu per incuria o per ignoranza, per impudenza o per audacia. Tutto questo poco importa. Quello che conta è ciò che si vede e cioè il fallimento, il degrado, il pauperismo, la paura e l’incertezza. Il declino che impera, un popolo che arranca nel buio, cercando una via di sopravvivenza in questa landa, dominio di lupi e iene. Mai l’Italia , terra di santi, poeti e navigatori avrebbe sognato di generare tanti dissoluti, empi e dissacranti; mai tanti prosaici, grossolani, materialistici; mai una classe politica così rozza e assetata di potere, incapace di pensare e tanto meno di provvedere al bene del paese.
Così è, se vi pare perché come scrisse Pirandello, è praticamente impossibile conoscere la verità perché questa non è “una” ma è “molteplice” come molteplici sono i punti di vista dei politici.

La premessa amara

Bussano alle porte le elezioni europee. Tutti vogliono concorrere e tutti cercano l’accoppiamento. Non mancano i transfughi da un paese all’altro come Sandro Gozi dal PD che trasloca verso En Marche di Macron e Caterina Avanza che trasmigra per le europee dall’En Marche di Macron al PD di Zingaretti.
A conferma,che quello che conta per loro è una poltrona a Bruxelles, hanno inventato la lista internazionale dove figurano Calenda, Renzi e Gentiloni.
Luigi di Maio dichiara, raggiante di gioia:” Siamo molto orgogliosi di aver trovato importanti convergenze con i polacchi di Kukiz’15, i croati di Zivi zig e i finlandesi di Liike Nyt. Con loro, trasformeremo l’Europa in una terra di opportunità per giovani, imprese e famiglie”.
Chi l’avrebbe mai pensato che Kukiz, Zivi e Liike deterrebbero la soluzione per farci uscire dalla crisi!
Salvini corteggia l’attuale premier ungherese Viktor Orbán colui che non ha paura di dichiarare che la democrazia è illiberale e dice: “Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale”, perché “i valori liberali dell’occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza”. Chi capisce cosa vuol dire Orban è bravo.
Ma non finisce qui perché alla maratona del 26 maggio, corsa all’ultimo voto per la spartizione delle poltrone a Bruxelles, concorre tutta la galassia di sinistra e centro sinistra con l’immancabile Boldrini, Bonini per più Europa, Sel, Fi, Possibile di Pippo Civati, Partito comunista dei lavoratori e tanti e tanti altri.
Manca la sorpresa in mezzo a tanto grigiume e tanto déjà vue
Ad iniziare da Zingaretti, segretario PD, figura che degnamente rappresenta il grigiore in cui è piombato il partito di Berlinguer, di Natta e di Togliatti non riesce a “dire cose di sinistra” come avrebbe chiesto Nanni Moretti. Berlusconi, facendo spola tra Arcore ed il S.Raphael annuncia gli apocalissi e di più non sa dire.
Per Di Maio tutto va bene, madama la marchesa! Monti evoca la patrimoniale, Salvini lo stoppa, Tria fa lo gnorri e Conte fa il pesce in barile. Il presidente è super partes, lui qui lo dice e qui lo nega, intanto la magistratura fa il bello ed il cattivo gioco e mentre loro sparlano l’Italia va a ramengo.

Terra di santi dissacrati

Sono fatti che non bucano la stampa, come si suol dire, però sviliscono il tessuto sociale. Allentando l’attenzione da fatti di tanta gravità, forse non oggi, ma domani si ripercuoteranno su tutta la vita sociale. A Villa di Villa di Mel, in provincia di Belluno, “i soliti bravi” hanno decapitato le statue di Gesù e di Sant’Antonio che teneva in braccio Gesù bambino.
Sulla statale nordest di Udine l’immagine del Cristo in croce è stata presa a sassate.
A Gemona del Friuli (Udine) è stata danneggiata gravemente la chiesa vecchia di Sala.
Alla chiesa di S.Pietro e Paolo a Majano, provincia di Udine, è stato profanato il tabernacolo e sono state sparse per terra le ostie consacrate.
L’ultimo orrendo e stupido atto è stato compiuto da quel personaggio che a Trieste, nella chiesa San Giovanni Decollato, durante la Messa di Pasqua, ha profanato l’Eucaristia, portandosela in giro, bestemmiando e riprendendo tutto con il cellulare.
Sono tutti fatti che non hanno interessato la grande stampa ma certamente hanno scavato un solco nella società che non riesce a reagire. Se si vuole essere intellettualmente onesti , si dovrebbe ammettere che diversi parroci stanno contribuendo a questa triste ondata di decadenza

Terra di poeti politicanti

Si è parlato della corsa all’ultimo voto dei partiti verso le poltrone di Bruxelles. Si è accennato al grigiume ed al “niente sotto vuoto” dei programmi elettorali. Vuoto completo, vuoto spinto. Un bla bla generico e banale che lascia senza parola i commentatori televisivi ed i soliti politologi. Quarantasette partiti e partitini aspirano di atterrare in Europa per cambiarla. Ci sarebbe da dire “andate avanti che a noi viene da ridere”. Chi di loro andrà a difendere il turismo italiano, l’agricoltura italiana,il know how italiano, le imprese italiane, l’arte, la cultura e l’artigianato italiano? Chi sta parlando di un regime fiscale comune a tutti i paesi membri? Chi sta portando proposte per regolamentare il costo della mano d’opera, comune a tutti gli stati membri? Parlare della immigrazione è cosa buona e giusta ma non basta.
Trasferire gli emigrati dalla povertà dell’Africa a quella Italiana, dalla disoccupazione africana a quella italiana, dal degrado africano a quello italiano non ci sembra che ci sia niente di evangelico! Tutt’altra cosa è l’accoglienza e l’integrazione.

Terra di navigatori di denaro pubblico

Parlare di navigatori di denaro pubblico è come aprire una porta aperta; sporgersi pericolosamente verso una voragine. Anagrammando il divino Dante nazionale, sarebbe come se ci si trovasse nel mezzo del cammino della vita quotidiana per poi ad un tratto ritrovarsi in una selva oscura dove la retta via si era smarrita. Difficile spiegare quanta scura e torbida sia questa navigazione e quanta paura suscita su chi l’attraversa. Dalle Dolomiti ai monti Peloritani, alle Madonie e ai Nebrodi, è un unico fiume carsico di corruttori ed evasori che non risparmiano la politica, la Giustizia , il Corpo della Guardia di Finanza, il Corpo forestale dello Stato le istituzioni centrali e periferiche e, ahinoi, in qualche caso, l’onta lambisce persino la Chiesa.
In un colloquio con Civiltà Cattolica, lo stesso Papa Francesco così dichiarava: “In Vaticano c’è corruzione. Nella barca di Pietro alcuni marinai remano contro.”
Se lo dice il Papa chi siamo noi per metterlo in dubbio?
Non è mai troppo tardi e la speranza è l’ultima a morire. Tutti gli italiani sperano e si augurano che all’intera classe politica, il lungo letargo, possa avere portato consiglio ed inizino a preoccuparsi veramente per il bene del Paese.

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Editoriali

L’Africa non è il Klondike e l’Europa non è la terra promessa

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L’Europa non è la terra promessa, non è il paese “buono e spazioso, il paese dove scorre latte e miele” come quello promesso agli Israeliti liberati dall’Egitto, descritto in Esodo 3:8. D’altro canto, nell’Africa, ahinoi, già dall’inizio del XV° secolo si annunciava l’alba precorritrice di una corsa al saccheggio di risorse umane e naturali, un facsimile della corsa all’oro del Klondike che ebbe inizio nel 1896 attirando gente di tutto il mondo, perché al contrario di quello che si possa credere, l’Africa non è povera altrimenti non si capisce perché dovrebbe interessare tanto alle multinazionali.

Sarebbe interessante allora capire perché tanti giovani africani lasciano la loro terra, rischiando tutto, attraversando il deserto, sfidando torture e affrontando le perfide onde del mediterraneo per giungere in Europa.
Molti di loro sono più che consapevoli che il loro faticoso viaggio sarà interrotto in Libia e lì, il loro sogno s’infrangerà incontrando la spietata disumanità degli scafisti e dei trafficanti di uomini . L’attuale conflitto in atto in Libia aggrava la già precaria situazione dei migliaia di migranti .
Perché in Italia, in particolare, si vuole convincere tutti della povertà del continente africano e si investe di anatemi e si scomunica chiunque osi mettere in dubbio questo “dogma”. Qui invece questo dogma si contesta e si cerca di illustrare un’altra verità di quella che si vuole fare veicolare.
.Fondi, finanziamenti, sussidi e aiuti a pioggia dall’Europa all’Africa
Il 16 gennaio 2019 la Commissione europea ha adottato il budget annuale umanitario di 1.6 miliardi di euro per il 2019, il cosiddetto “budget iniziale”. Questo è il budget più alto finora adottato dall’Ue per crisi umanitarie.

In un articolo di Galli della Loggia sul Corriere , il 28.6.2018 si leggeva che l’UE versa 14 miliardi di euro in media ogni anno. A questi, continua il politologo, vanno contati i fondi che si versano alla Libia e alla Turchia per contrastare l’immigrazione. Ancora da conteggiare i fiumi di versamenti che l’Africa beneficia anche in parte dei 51,5 miliardi di euro del Fondo Europeo di sviluppo (FES), fondo istituito nel 1957 nel Trattato di Roma, che l’Unione europea ha messo a disposizione per il periodo 2014-2020. Se poi si considerano le contribuzioni e le donazioni varie da parte del volontariato ed a questi si sommano le spese che l’Italia e altri paesi Ue sostengono per il mantenimento degli immigrati già sul territorio, si avrà infine un costo globale, anche se molto approssimativo, di quello che implica la voce “immigrazione”.

Da tutte queste elargizioni, quante effettivamente arrivano agli africani in crisi?

Facile rispondere alla domanda. Mentre il paese è ricco di risorse, la popolazione ha un livello di povertà assoluto. Lo sfruttamento è generale. Le immense ricchezze del continente sono sempre state oggetto di scambio commerciale con l’esterno e con evidente vantaggio di mercati stranieri.
Il ricavo economico delle svariate risorse del continente, risorse naturali, idriche, forestali, energetiche come petrolio e gas, minerarie come oro, argento,diamanti ,ferro, rame, carbone, bauxite, titanio, uranio e non solo e poi i prodotti per l’esportazione come il caffè, il cotone, il cacao, il tè e le gomme, non coinvolgono la popolazione. Si calcola che il loro livello di povertà sia di un dollaro Usa per giorno.

L’Africa è il paese degli estremi opposti

Nel continente però,ci sono anche territori con livelli di vita al pari di quelli occidentali. Uno di questi è il Sudafrica. Si trovano grandi aziende agricole, grandi strutture industriali, grandi aziende che hanno rilevanza mondiale. A modo esemplificativo si cita la SAB – South African Brewery che con una continua politica di acquisizione in tutto il mondo è attualmente il primo produttore di birra. Controlla fra l’altro la Peroni italiana.
Da non sottovalutare il settore terziario, sia dei servizi che del turismo che dimostra una continua crescita, godendo di risorse naturali accessibili e una buona stabilità in Namibia, Kenya, Egitto, Marocco e Etiopia.
Fiore all’occhiello dell’economia di successo è quella degli stati isolani di Seychelles, Riunione, Mauritius e Capo Verde.

Ritorna la domanda: perché tanta gioventù cerca allora di espatriare?
A questa domanda già in parte è stato risposto. Le cause geografiche e climatiche c’entrano in parte. Le guerre tribali non dovrebbero influenzare,perché ogni paese ha avuto la sua brava guerra, il suo bravo periodo di terrorismo e la gioventù non è espatriata , al contrario sono rimasti per difendere territorio e popolazioni.

Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno; insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita.(Confucio)

E’ un fatto innegabile che la ricostruzione industriale dell’Europa, le nascenti economie asiatiche e persino lo sviluppo industriale americano hanno tutti lucrato di materie prime a basso costo “saccheggiate” dal continente, facendo sì che l’Africa anziché godere di un sviluppo industriale e agricolo che avrebbe dovuto produrre nuovi posti di lavoro, in realtà ha subito un sfruttamento minerario senza alcun beneficio per le popolazioni indigene. Le stesse potenze europee hanno amministrato nuovi territori e c’è chi li amministra tutt’ora, per averne un beneficio economico senza investire nel futuro di quella gente.

Il Papa emerito Benedetto XVI sostiene il diritto di non emigrare:
“Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato (ora Santo) Giovanni Paolo II che “diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”, (Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni, 1998)”.

Fermo restando il diritto sacrosanto a non emigrare, cioè il diritto a essere in condizione di rimanere nella propria terra; constatato che le potenzialità del continente sono immense e non aspettano che di essere messe a disposizione delle comunità locali ;visto che l’Europa e non solo, stanziano miliardi di euro come aiuti; visto e considerato che da indagini fatte, di tutti questi miliardi alla popolazione non arrivano che pochi spiccioli; assodato che le multinazionali sono quelle che da sempre hanno lucrato sulle ricche risorse del continente, è arrivato il momento di cambiare politiche. Anziché elargire miliardi e miliardi, consegnandoli in mani a chi finora non ha saputo tradurli in strutture e benessere per gli africani, l’Europa e l’occidente dovrebbero cambiare politica e cioè anziché soldi liquidi inviare ditte, ingegneri, tecnici e quant’altro con progettazioni per avviare strutture, costruire strade, ponti, porti, vie di comunicazione anche fluviali, adoperando il know how europeo, impegnando mano d’opera indigena, pagandola con salari contrattuali normali.

Solo così si potranno evitare a migliaia di emigranti di arenarsi nei campi in Libia, cadere nelle mani dei trafficanti per poi essere usati dai partiti per le campagne elettorali.

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Governatori e amministratori indagati? Il Prefetto Francesco Tagliente: “Cosa si aspetta ad istituire un organo collegiale anticorruzione per valutare anche i sospetti e il ‘chiacchiericcio’?”

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Ancora governatori e amministratori indagati. Il prefetto Francesco Tagliente: Cosa si aspetta ad istituire un organo collegiale anticorruzione per valutare anche i sospetti e il “chiacchiericcio”

“Le inchieste che vedono indagati governatori e amministratori di varie regioni impone una riflessione seria sulle misure necessarie per ridurre il rischio di nuovi episodi di corruzione” scrive il prefetto Francesco Tagliente sulla pagina FB.

“Una delle iniziative potrebbe essere l’istituzione, presso ogni ente pubblico di governo o amministrazione locale, di un organo collegiale anticorruzione per valutare anche i sospetti e il chiacchiericcio”

“Lo avevo detto e scritto anni fa e lo ripeto oggi alla luce di quanto sta emergendo in tema di corruzione” aggiunge Tagliente.

“Il contributo delle Amministrazioni ai fini della lotta alla corruzione e alle mafie può essere decisivo, oltre che con il supporto alla magistratura e agli altri agli organismi governativi, con una azione diretta a prevenire ogni possibile forma di condizionamento degli amministratori locali, funzionari e impiegati. E può essere utile anche per prevenire collegamenti diretti o indiretti degli stessi con la criminalità, ed ancora per favorire la prevenzione e il contrasto di usura, gioco illegale, riciclaggio, traffico di stupefacenti e altre forme di illegalità”.

“Prendendo come esempio i Comuni – prosegue Tagliente – dovrebbe essere istituito un organo collegiale, che potremmo denominare “Desk anticorruzione” presieduto dal Sindaco o da un suo delegato, al fine di mettere a fattore comune tutte le conoscenze delle varie articolazioni interessate del Comune e sviluppare azioni congiunte volte alla prevenzione e al contrasto delle possibili infiltrazioni della criminalità nei vari settori commerciali e imprenditoriali ritenuti sensibili, attraverso il continuo monitoraggio dei subentri e delle volture ripetute per la medesima licenza commerciale e con il monitoraggio degli appalti”.

“Alle riunioni del Desk potrebbero partecipare gli assessorati, i Dipartimenti i Municipi, gli Enti e le Società partecipate che fanno capo al Comune, i rappresentanti delle associazioni delle categorie economiche e altri organismi di volta in volta ritenuti utili nonché, in veste di consulente, un rappresentante dell’Avvocatura del comune”.

Per quanto concerne le Società partecipate che fanno capo al Comune, Tagliente prendendo come esempio la Capitale, indica Ama, Atac, Roma Metropolitane, Acea Æqua Roma, Aeroporti di Roma, Centrale del latte di Roma, Centro agroalimentare romano, Centro ingrosso fiori, ecc.”

“Obiettivo del desk – precisa l’ex Questore di Roma Tagliente – sarebbe quello di creare una rete che impedisca la corruzione e gli appetiti della criminalità organizzata. Con la partecipazione e il coinvolgimento anche della comunità civile – chiarisce – anche il chiacchiericcio potrebbe rappresentare occasione di approfondimento.

Si potrebbero valutare collegialmente anche i sospetti per segnalarli agli organi deputati a sviluppare le indagini. La sola conoscenza del ruolo del Desk anticorruzione potrebbe scoraggiare gli appetiti criminali”.

Concludendo Tagliente aggiunge che “se si volesse fare una prevenzione seria della corruzione, si dovrebbe pensare anche alla periodica rotazione del personale, anche di vertice, e alla conseguente mobilità interna insindacabile”

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