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The Division 2, la rinascita parte da Washington D.C.

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A distanza di tre anni dall’uscita di The Division, Ubisoft e Massive Entertainment hanno lanciato di recente sul mercato The Division 2, sequel del titolo originale per Pc, Xbox One e PS4.  L’avventura, ambientata sempre nel presente alternativo ideato da Tom Clancy, lascia le strade infette e innevate di New York per una versione primaverile e apparentemente meno “contagiosa” della capitale Washington D.C. A livello di trama il titolo possiede una solida base su cui poggiare e si sviluppa in maniera interessante. Sono passati 7 mesi da quando il “Veleno Verde”, così viene chiamato il virus creato dal Dr. Gordon Amherest, è stato diffuso approfittando dell’euforia del Black Friday per causare un’epidemia capace di mettere rapidamente in ginocchio non solo la città di New York, vero e proprio focolaio della malattia, ma gli Usa nella loro interezza.

Dopo essersi prodigata per aiutare la JFT nelle operazioni di soccorso, aver contrastato la dilagante ondata di criminalità che ha inevitabilmente invaso le strade innevate di New York e aver scoperto i motivi che hanno spinto il Dr. Amherest a diffondere l’agente patogeno, La Divisione, il reparto speciale composto da agenti dormienti della Strategic Homeland Security “risvegliati” dal Presidente attraverso la Direttiva 51, riceve una richiesta di aiuto proveniente da Washington D.C. In The Division 2 la capitale degli Stati Uniti, identificata da tutti come uno dei punti fermi della rinascita del Paese, è infatti tenuta in scacco da bande criminali più o meno organizzate che, analogamente a quanto accaduto a New York, stanno approfittando della situazione disperata per tentare di prendere il controllo della città. In questo scenario entra in gioco il protagonista del titolo. Quali agenti della Divisione si viene infatti inviati a Washington D.C. dopo una breve sequenza iniziale, che funge da tutorial di base e che fa da transizione tra le due ambientazioni. Una volta arrivati nella capitale statunitense, il giocatore viene immediatamente coinvolto nelle operazioni di difesa e ri-conquista gestite dalla Divisione, che nel corso delle oltre 30 ore necessarie per completare la trama lo vedranno impegnato a liberare i vari quartieri della città e a riattivare progressivamente la rete di comunicazione SHADE in un classico mix di missioni principali e secondarie che vengono rivelate passo dopo passo al giocatore dalla base operativa, allestita per l’occasione all’interno della Casa Bianca. The Division 2, come già largamente preannunciato da Ubisoft stessa, non rappresenta una rivoluzione, ma una versione più matura e rifinita del sistema di gioco originale, titolo capace comunque di raccogliere consensi nonostante alcuni inevitabili difetti che hanno causato il disappunto dei giocatori. Con questa nuova produzione la software house francese conserva lo stesso sistema del predecessore, con la sostanziale differenza però che promette un grandissimo numero di contenuti in più. Fortunatamente sembra che la lezione del titolo originale sia stata recepita dagli sviluppatori, infatti, raggiungendo il level cap a 30 e proseguendo ben oltre al semplice debellare la minaccia e rimettere il Presidente al posto che gli compete le cose da fare sono veramente molte. Ma andiamo con ordine. Parlando di gameplay, The Division 2 ha inizio con un editor del personaggio. A questo punto dopo un brevissimo prologo si viene catapultati nella dura realtà di Washington D.C. I primi passi nella capitale statunitense fanno capire subito che si ha a che fare con una location ben differente dalla New York gelata dall’inverno e dalla desolazione, depredata del suo splendore dalle gang criminali e distrutta dal virus che l’ha messa in ginocchio. I paesaggi assolati, più vivi e meno claustrofobici, però sono solo l’anticamera di un’altra città in rovina sulle cui strade si combatte ancora la battaglia tra la vita e la morte. I sopravvissuti stanno tentando di instaurare un nuovo ordine ma le gang sono ancora un ostacolo. In questo scenario gli agenti della Divisione avranno ancora una volta il compito di combattere i nemici della pace per ribaltare la situazione e cercare di creare un nuovo mondo. Insomma, in The Division 2 cambia il periodo, il clima, gli equilibri, eppure gli elementi che hanno contraddistinto e posto le basi per il gameplay del gioco originale sono tutti lì, immediatamente riconoscibili. In questo sequel la Casa Bianca funge da quartier generale delle operazioni della divisione, ed è quindi un luogo dove tornare a raccogliere i frutti degli sforzi in missione, acquisendo nuove abilità e potenziando il proprio arsenale. Inoltre, da qui si diramano tutte le altre operazioni per la riconquista della capitale.

Come nel suo predecessore, anche in The Division 2 l’esplorazione è sempre libera e lascia la scelta di decidere se perderci tra le strade alla ricerca di risorse utili, o farsi guidare dal navigatore verso la prossima destinazione. Ingaggiare il nemico sottraendogli man mano terreno prezioso e roccaforti, sarà invece utile per far avanzare gli alleati e sfruttare il territorio per mutarlo in un checkpoint prezioso da cui ripartire grazie allo spostamento rapido. Tali avamposti ora si sommano ai rifugi, ricordando da vicino quelli presenti nella serie di Far Cry. Sempre parlando di assonanze con il passato, anche in questo nuovo capitolo della saga torna anche l’interfaccia che simula la realtà aumentata a disposizione degli Agenti. Tramite effetti minimali e ben definiti, questa funzione segnala tutti i dettagli di cui è necessario essere a conoscenza: dagli spostamenti possibili grazie alla copertura in movimento, fino agli indicatori di energia e ricarica nostra e dei nemici, passando per tutta una serie di minuzie utili a immedesimarsi in un soldato dalle capacità tecnologiche avanzate. Per chi ha già giocato al titolo originale, affrontare The Division 2 avrà un sapore molto familiare. A livello grafico lo SnowDrop Engine fa un lavoro squisito: Washington D.C. non genererà lo stesso incanto di una New York in balia delle tempeste di neve nel periodo natalizio, ma la mole di detriti dispersa per le strade unita a scenari urbani devastati, risulta inquietantemente credibile, da lasciare ancora una volta a bocca aperta. Sicuramente Ubisoft da questo punto di vista merita un grande plauso: nonostante i capolavori usciti in questi tre anni nel panorama videoludico, quello di The Division è uno dei setting più curati nella storia dei videogiochi se comparati alla vastità della mappa. La cura maniacale per il dettaglio, la ricerca della perfezione in ogni strada, palazzo o sotterraneo raggiunge il suo apice nelle missioni principali, quando ci si trova a dover esplorare edifici complessi nell’architettura, che raccontano tramite una quantità spropositata di oggetti i loro scopi passati. La sensazione di desolazione e smarrimento che si prova in questa versione di Washington D.C. è veramente stupefacente e anche solo passeggiare nelle strade della capitale americana provoca un brivido lungo la schiena. La città però non è solo quello che si vede passeggiando fra i palazzi, infatti le strade celano anche laboratori sotterranei, uffici governativi, locali commerciali e tanto altro. Il nostro consiglio? Usare meno possibile il viaggio rapido e godersi le bellezze offerte da The Division 2. L’esplorazione libera poi, oltre che essere un ottimo metodo per trovare risorse e far esperienza, è anche un’ottima tattica per poter scoprire segreti e trovare collezionabili che approfondiscono la fase più critica dell’epidemia. Ovviamente il gioco non è perfetto, infatti è presente qualche sporadica sbavatura come qualche glitch o alcune texture che si caricano in ritardo, ma difronte alla maestosità dell’ambiente queste piccolezze sono nulla. Il difetto peggiore dell’ultima produzione Ubisoft però è la poca caratterizzazione dei personaggi i quali non riescono a raccontare con efficacia tutto ciò che hanno passato nei mesi dell’epidemia. Anche il protagonista soffre di questo difetto e purtroppo risulta essere un semplice spettatore muto degli eventi che coinvolgono i sopravvissuti alla piaga. Mai una parola, mai un’emozione, mai una reazione. Il proprio alter ego virtuale è freddo, impassibile e insensibile. Quest’aspetto purtroppo, a nostro avviso, è il difetto peggiore per un titolo del genere. Parlando di altro, come già visto a New York, ogni tanto è possibile trovare in giro i così detti dispositivi ECHO che, tramite la realtà aumentata, ricostruiscono scene chiave avvenute nel passato, aiutando chi gioca a capire cosa ha portato al collasso la città. Purtroppo questi espedienti non riescono a generare il climax necessario a emozionare chi sta con il pad in mano e il doppiaggio in Italiano, seppur completo, risulta alle volte in un’interpretazione priva di mordente. Insomma, dinanzi a una catastrofe di questo genere come minimo ci si aspetta un pathos maggiore.

Durante il peregrinare del protagonista si verrà spesso a contatto con informazioni su personaggi e retroscena che arrivano a coinvolgere il governo americano, il presidente e il suo personale, ma, come già evidenziato, l’assenza di una caratterizzazione precisa e profonda dei personaggi in questione si dimostra un neo non di poco conto. Fortunatamente la musica cambia nelle sessioni di gioco dove bisogna combattere, infatti, nonostante il game loop è uguale a quello visto in passato: si dal rifugio che si preferisce, si affronta la missione fino a raggiungere il nemico più corazzato, si aumenta il livello, si acquisisce nuovo equipaggiamento e si va vanti così, il combat system è davvero ben fatto. Le missioni sono lunghe e impegnative, con l’IA che seppur prevedibile in molti casi, mette a dura prova il giocatore cercando di aggirarlo e circondarlo il più possibile, facendo uso anche di tecnologia avanzata e dell’ambiente circostante. La strategia in battaglia, con le maggiori variabili introdotte da nuovi strumenti e tipologie di nemici, acquista un minimo di profondità in più, che finalmente varia l’azione per non renderla troppo ripetitiva ed estenuante. In The Division 2 il senso di progressione è dato dal ritrovamento e dal crafting dell’arsenale più potente, al pari del primo capitolo, riducendo il comparto narrativo a mera preparazione a quello che bisognerà affrontare una volta raggiunto il level cap. Ossia il coop online e quindi la Dark Zone, che comporterà a sua volta l’inevitabile grinding alla ricerca dell’equipaggiamento più raro e potente. L’introduzione dei Clan, le marche degli equipaggiamenti e la personalizzazione dei i droni, contribuiscono ad aggiungere qualche novità in più. Nonostante questo, però, è la struttura generale a non subire cambiamenti di sorta fino al raggiungimento del level cap e dell’end-game. La mancanza di innovazione nella formula generale fa storcere il naso, ma sarebbe etichettare The Division 2 come una sorta di espansione sarebbe un errore. A livello di personalizzazione e crescita del personaggio, man mano che sale di livello il proprio alter-ego ottiene dei punti abilità, che possono essere spesi per sbloccare uno degli 8 strumenti tecnologici sviluppati per incrementare le capacità difensive degli Agenti. Il catalogo delle dotazioni utilizzabili sul campo di battaglia dopo averle assegnate a uno dei due tasti dorsali, che include torrette difensive, scudi, droni, lanciatori chimici e altri simpatici accessori, non solo è molto vario ma può anche essere personalizzato in modo puntuale dal giocatore attraverso numerose varianti, offensive o difensive, che possono essere sbloccate utilizzando le componenti di tecnologia SHADE ottenute come ricompense per le missioni completate o raccolte durante l’esplorazione. Salendo di livello il giocatore può inoltre equipaggiare armi e dotazioni più performanti. The Division 2 include, proprio come il suo predecessore, 7 categorie di armi differenti e un nutrito elenco di accessori come fondine, corazze, guanti e simili, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche uniche che dipendono non solo dal livello, ma anche dal grado di rarità delle stesse, che viene identificato anche in questa occasione dal colore e che corrisponde ad un numero crescente di bonus e malus passivi o attivabili, come nel caso delle armi, solo completando specifiche sfide o soddisfacendo requisiti precisi. Alcuni oggetti inoltre faranno parte dello stesso “brand”, il che permette di sbloccare vantaggi aggiuntivi quando si indossano 2 o più elementi della stessa famiglia. Alcune parti dell’equipaggiamento, così come gli strumenti sbloccabili consumando punti Abilità, possiedono inoltre uno o più slot dedicati ad accessori e mod tramite i quali si può cambiarne sia l’aspetto estetico che le caratteristiche base. Le modifiche estetiche, così come i capi di abbigliamento con i quali personalizzare l’aspetto del personaggio, possono essere recuperate sul campo di battaglia o acquistate nello store dedicato presente all’interno del gioco spendendo crediti Premium, ottenibili tramite classiche microtransazioni, mentre gli accessori relativi all’equipaggiamento non solo possono essere raccolti, ma possono anche essere craftati, così come tutto il resto, consumando le risorse raccolte esplorando o smantellando gli oggetti dei quali sentiamo di non avere più bisogno. Per farlo è però necessario possedere o sbloccare il relativo progetto, il che permette di parlare anche di un altro aspetto legato alla progressione all’interno di The Division 2. Nel nuovo titolo di Massive Entertainment infatti non bisogna solo far crescere il proprio personaggio, ma anche la base operativa e gli insediamenti presenti in città ottenendo in cambio, in aggiunta ai classici punti esperienza e alle ricompense pecuniarie, anche la fedeltà di alcuni NPC, i quali torneranno alla Casa Bianca per occuparsi di specifiche attività come il poligono di tiro, l’area fai da te o l’intelligence, e tanti utili progetti. Per ottenere tutto ciò non basta però completare le numerose missioni secondarie proposte nei rispettivi insediamenti, ma è necessario contribuire al benessere e allo sviluppo degli stessi donando materiali ed equipaggiamenti o completando particolari attività per le strade delle città. Parlando della progressione è poi impossibile non spendere due parole sul sistema di gestione delle sessioni cooperative, capace di ridurre il divario tra Agenti di livelli diversi grazie ad un sistema di adattamento dinamico della difficoltà affiancato da un sistema di “boost” che innalza il livello dei giocatori più deboli per rendere più equilibrata l’intera esperienza. Il sistema permette inoltre di scambiarsi le armi raccolte mentre si gioca in gruppo, così da favorire una gestione meno limitata dal loot. Insomma, The Division 2 è un gioco a cui bisognerà dedicare moltissimo tempo.

Per quanto riguarda la componente multigiocatore che ha caratterizzato il titolo, anche in The Division 2 fa ritorno la zona nera. Per chi non avesse giocato al primo, è bene sottolineare che esse sono delle aree della mappa ancora contaminate dal Veleno Verde nelle quali squadre di giocatori umani possono decidere di cooperare o di darsi battaglia mentre tentano di sopravvivere ai nemici controllati dalla I.A. e di recuperare equipaggiamenti speciali, che prima di poter essere utilizzati devono però essere decontaminati. Per farlo è necessario raggiungere delle specifiche aree della Zona Nera e richiedere l’intervento di un elicottero, cercando nel frattempo di non farsi sottrarre il prezioso bottino da altri giocatori. Uccidere gli altri agenti e rubare non sono però azioni da compiere troppo alla leggera. I giocatori che decidono di “macchiarsi” di questi crimini diventano infatti dei “traditori”, esponendosi così al rischio di affrontare scontri in PvP, che a differenza di quanto accadeva in passato rimangono disattivati fino a quando il giocatore non viene etichettato come tale. Lo status di traditore si articola su tre livelli crescenti, ai quali corrispondono ricompense e “via di uscita differenti”. Chi si dedica solo al furto diventa un traditore “semplice”, il che non comporta altre conseguenze se non quella di poter essere attaccati. Nel momento in cui si uccide un altro agente si diventa però dei Rinnegati, con conseguente comparsa di una taglia sulla propria testa, la cui entità e durata variano in modo proporzionale alle azioni commesse. Per uscire da questo status, e ottenere le ricompense, bisogna resistere fino a quando la taglia non scade, altrimenti sarà il nostro killer a riscuoterle. Coloro che uccidono un discreto numero di Agenti diventano poi i bersagli di vere e proprie “Cacce all’Uomo”, dalle quali è possibile uscire solo raggiungendo uno dei terminali SHADE presenti nella zona, attraverso cui è possibile ripulire la propria fedina o, perché no, incrementare ulteriormente la propria reputazione per ottenere ancora più ricompense. Queste però non sono le uniche differenze presenti col passato. Infatti in The Division 2 le zone nere sono ben 3, ognuna delle quali propone ai giocatori un teatro di battaglia differente presentato attraverso una missione specifica. Per evitare il ripetersi delle situazioni poco gradevoli viste nel primo capitolo, gli sviluppatori hanno inoltre deciso di normalizzare le statistiche legate agli equipaggiamenti di chi si avventura nelle Zone Nere, così da porre l’accento sulle capacità dei giocatori piuttosto che sulle loro dotazioni. Le Zone Nere inoltre non rappresentano però l’unica componente PvP presente in The Division 2. Per venire incontro alle richieste della community, il nuovo capitolo include anche una modalità di scontro tra giocatori più convenzionale accessibile in qualunque momento dopo aver completato il prologo iniziale, chiamata Conflitto. Qui al momento trovano spazio due tipologie di sfide classiche, ovvero Schermaglia e Dominio. Anche in questo caso le statistiche delle dotazioni vengono normalizzate prima di ogni incontro ed è presente una progressione separata rispetto a quella del titolo principale, così come accade nelle Zone Nere. Tirando le somme, con The Division 2 Ubisoft e Massive Entertainment hanno fatto tesoro degli errori passati e dei feedback ricevuti dai giocatori, creando un titolo che lascia davvero poco spazio alle critiche. La quantità di contenuti, un end-game ricco di attività e un sistema di progressione ben strutturato ed appagante rendono il secondo capitolo del franchise un “must have” per tutti gli appassionati del genere. Uniche controindicazioni? Lasciar perdere se si ha poco tempo ed evitare di giocare in solitaria in quanto l’esperienza di gioco è ancora più appassionante se giocata con altri 3 amici.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 9

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9

Francesco Pellegrino Lise

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Grand Theft Auto: The Trilogy, scatta l’operazione nostalgia di Rockstar Games

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Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition è finalmente realtà. Una fra le saghe più amate dai gamers di tutto il mondo vede finalmente tre dei suoi capitoli più importanti arrivare in versione rimasterizzata. Ma andiamo con ordine: pochi prodotti hanno segnato il mercato videoludico come la serie di Grand Theft Auto, capace di riscrivere la grammatica degli open world con i capitoli usciti su PlayStation 2, vere e proprie pietre miliari dei videogiochi. Il loro successo ha scavalcato i semplici confini della console Sony, arrivando su PC con migliaia di mod e nella cultura pop, consacrando Rockstar come una delle più grandi software house di sempre. Il successo di GTA ha poi raggiunto l’apice con l’ultimo episodio uscito, quel GTA V che ancora vende milioni di copie e detiene il record di incassi, spalmato su due generazioni di console, con un’ulteriore edizione per PS5 e Series X in uscita il prossimo anno. Il 2021 è invece il momento di un ritorno storico, a lungo atteso da tantissimi fan, quello della Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition composta da GTA III, Vice City e San Andreas. I tre giochi fanno parte di un unico universo narrativo, a cavallo tra gli anni ottanta e duemila, dove spesso personaggi e fatti si incrociano brillantemente permettendo quindi solamente al giocatore che ha vissuto tutte e tre le storie di avere un quadro completo dei fatti. In ognuno dei titoli i giocatori prensono il conrollo di un personaggio diverso, ciascuno con un suo scopo da perseguire mentre si fa strada nel sottobosco criminale di Liberty City, Vice City e San Andreas, incontrando via via personaggi sempre più grotteschi e machiavellici. Ogni capitolo di GTA introduce novità nel gameplay e nella struttura, mostrando chiaramente e a distanza ravvicinata il percorso artistico che Rockstar Games ha plasmato per diventare la software house che è oggi. Ed è per questo motivo che tutti i gamers desideravano che questa Definitive Edition portasse con sé tutta l’eredità che questa trilogia ha rappresentato al massimo della sua espressione visiva ad un pubblico nuovo, o chi magari semplicemente è affamato di ri-giocare a un GTA diverso dalle ultime incarnazioni del brand. Quando il titolo venne annunciato al mondo, Rockstar Games aveva dichiarato che Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition avrebbe migliorato la resa grafica, con nuove texture in alta definizione, nuovi riflessi e un sistema d’illuminazione completamente rinnovato, effetti meteorologici rivisti, con miglioramenti alla vegetazione e ai vari biomi, aumentando infine la profondità visiva. La buona notizia è che effettivamente tutte queste novità ci sono, quella cattiva è che spesso non funzionano come dovrebbero. Ad esempio, la pioggia che si abbatte sulle strade di GTA III è molto bella da vedere, ma è talmente realistica con le sue nubi cupe e la fitta pioggia, da compromettere negativamente l’esperienza di gioco. La palette di colori scura con cui è modellata Liberty City rende la vista durante questi acquazzoni difficile, quasi impossibile di notte, mentre nella soleggiata Vice City, grazie ai suoi colori accesi, questo problema si presenta fortunatamente in maniera minore. Inoltre questo effetto meteorologico contrasta con la nuova resa del mare, portando a fastidiosi glitch grafici. Per quanto riguarda il lavoro svolto sui riflessi, il lavoro svolto è davvero impressionante, con i grattacieli delle metropoli che risplendono di vita nuova, regalando spesso e volentieri scorci davvero magnifici. Nuovi effetti grafici rendono la devastazione che il giocatore può scatenare molto più bella da vedere, con esplosioni e fiamme ricche di luce e dettagli. Per quanto riguarda la vegetazione, in tutti e tre i giochi è stato realizzato un lavoro di fino, dando ai prati e ai parchi un look inedito e a volte di grande pregio. L’aumento di dettaglio delle texture di tutte e tre le location, poi, ha fatto davvero bene a tutte e tre le produzioni, soprattutto Vice City e Las Venturas, le cui strade strabordano di neon colorati e insegne luminose, regalano un colpo d’occhio inedito per chi ha già esplorato queste città decenni fa. Peccato che nelle aree meno illuminate della mappa, gli ambienti risultino a volte piuttosto scuri, creando contrasti tra i vari quartieri di cui le città si compongono.


In generale, quindi, la resa grafica degli ambienti quindi è decisamente migliorata, anche se tra alti e bassi, il tutto però viene purtroppo penalizzato da un terribile effetto pop-up ereditato dalle versioni originali dei titoli che ormai si portano diversi anni sulle spalle. Vedere veicoli materializzarsi lungo la strada, ad una distanza di appena 10-15 metri, non è quello che ci si aspetterebbe da un remaster di questa portata. Lo stesso accade con cartelloni e molti altri elementi dello scenario, portando i giocatori in più di un’occasione a scontrarsi con muri invisibili prima di veder apparire l’oggetto di turno davanti ai propri occhi. Vent’anni fa era l’unico modo per far girare questi giochi sull’hardware dell’epoca, ma osservare tutto questo al giorno d’oggi, non può che lasciare l’amaro in bocca. Anche le texture e i modelli poligonali dei grattacieli in lontananza soffrono del medesimo problema, risultando visibili ad una definizione talmente bassa da far sorridere. Sempre sul versante grafico, i modelli poligonali dei personaggi e la struttura della mappa di San Andreas purtroppo non fa gridare al miracolo. Quando la trilogia è stata annunciata, fu reso noto l’intento di mantenere quel look cartoon che caratterizza tutti e tre i giochi. Il problema è che la migliore definizione dei personaggi ha portato a risultati grotteschi e spesso ridicoli. Su GTA III i personaggi sono veramente spogli, con animazioni facciali datate che li fanno sembrare dei buffi personaggi di pezza. Sarebbe bastato sistemare e aggiornare almeno i volti dei personaggi maggiori, per donare alle cut-scene una piacevolezza inedita. I personaggi di GTA San Andreas invece, che erano più definiti anche nella versione 2004, risultano semplicemente ridicoli a causa dei miglioramenti grafici, con strani glitch nelle animazioni e riflessi innaturali sulla pelle. Le mani del protagonista CJ, inoltre, per qualche motivo, sono sproporzionate rispetto al corpo. Discorso diverso per il capitolo centrale di questa trilogia, dove i personaggi di GTA Vice City, essendo un’evoluzione di quelli di GTA III senza arrivare ai dettagli presenti in San Andreas, risultano essere quelli più naturali e meglio riusciti con tutte le migliorie grafiche applicate. Terminiamo l’analisi grafica parlando della mappa di San Andreas, che nonostante abbia giovato indubbiamente dei miglioramenti, presenta un problema alquanto insolito. Nella versione originale del 2004 il mondo di gioco era avvolto da una specie di nebbia, utilizzata per motivi tecnici al fine di celare elementi dello scenario troppo lontani, evitando di stressare troppo gli hardware dell’epoca. La nebbia inoltre donava un senso di scoperta ed esplorazione. In questa remaster della nebbia non c’è traccia, rendendo di fatto tutta la mappa visibile da ogni punto, specialmente quando ci si trova nelle zone più elevate. Questo purtroppo è un problema in quanto comporta la terribile scoperta che la mappa di GTA San Andreas non era stata pensata e progettata all’epoca per essere vista per intero. Proprio per tale ragione la visione del mondo di gioco risulta poco appagante nei confronti di un level design pensato per ingannare il giocatore sulla struttura e ampiezza della zona di gioco. Fortunatamente quanto vi abbiamo raccontato non compromette in alcun modo il gameplay, ma appena si avrà l’opportunità di sorvolare la mappa con un aeroplano, l’illusione di trovarsi a vivere l’avventura in un immensa area degli Stati Uniti verrà rimpiazzata dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a una mappa davvero bruttina da vedere.

Per quello che concerne il sistema di controllo, che stando alle dichiarazioni effettuate in sede di annuncio avrebbe dovuto introdurre diverse soluzioni prese da GTA V, la resa finale non rispecchia quanto detto. Il layout dei comandi è lo stesso del capitolo più recente della saga, sia per la guida dei veicoli che per il controllo del personaggio, con l’introduzione della ruota di selezione per l’armamentario oltre che delle stazioni radio. Inoltre sono stati aggiunti due sistemi di puntamento che si affiancano a quello classico, come la mira assistita e quella manuale. Le novità del sistema di controllo però terminano qui, quindi se si sperava di poter prendere il controllo dei personaggi della GTA Trilogy alla stessa maniera di GTA V, magari sfruttando le coperture e altre soluzioni più moderne, si rimarrà delusi. A far storcere ancora di più la bocca c’è poi il fatto che in GTA III e GTA Vice City il nuovo sistema di mira funziona molto male. Il motivo risiede in una bassa precisione delle armi e un hitbox disastroso, che rendono le sparatorie piuttosto macchinose. Il nostro consiglio è quello di usare la mira assistita o classica, ignorando del tutto quella manuale. C’è un altro problema, però, che risiede nel sistema di mira delle varie armi. Con le armi leggere ci si può tranquillamente muovere mentre si fa fuoco, mentre con quelle più pesanti come fucili a pompa e Mitra d’assalto, si rimane inchiodati a terra, impossibilitati quindi a muoversi durante la fase di mira. Da sottolineare inoltre che su GTA III non ci si può nemmeno chinare o abbassare in alcun modo. Il discorso cambia di molto con San Andreas, che già nella versione originale aveva introdotto una mira e un hitbox più curato, con la possibilità di chinarsi e muoversi senza problemi. Funzionano e risultano delle gradite aggiunte le novità introdotte per migliorare l’esperienza globale di gioco. La mini-mappa ora segna con il GPS la strada migliore per raggiungere la destinazione, utile specialmente in aree più grandi come quella di San Andreas, con la possibilità di aggiungere punti di navigazione personalizzati. Sono stati poi introdotti il riavvio immediato di una missione fallita, e i checkpoint lungo le missioni di GTA San Andreas, rendendo l’esperienza di gioco molto più piacevole. Concludiamo segnalando l’aggiunta di una tabella sfide che sblocca riconoscimenti nel Social Club di Rockstar. Per quanto riguarda il comparto tecnico, il titolo gira a 1080p sulle console old gen ed a 4k sulle nuove console di fascia alta. Detto ciò, possiamo dire che questa Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition, nonostante i suoi troppi limiti è sempre piacevole da giocare. Di sicuro non è la Remaster che speravamo di avere tra le mani, ma nonostante ciò si tratta comunque di classici immortali che sanno ancora divertire e talvolta persino stupire. Se non li avete mai giocati, il nostro consiglio è di aspettare qualche aggiornamento correttivo combinato con un calo di prezzo; i nostalgici, troveranno invece la conferma delle ottime qualità dei tre titoli. Al di là di questioni tecniche, frame-rate e glitch grafici, questa Grand Theft Auto: The Trilogy – The Definitive Edition sa ancora divertire ed emozionare, sintomo questo che quando un titolo è un grande titolo, esso è destinato a rimanere comunque nella storia.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 7
Sonoro: 7
Gameplay: 7
Longevità: 9

VOTO FINALE: 7,5

Francesco Pellegrino Lise

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Il Black Friday arriva sul Microsoft Store: sconti fino al 50% su Xbox, Surface e Office

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In occasione del Black Friday, il Microsoft Store annuncia una serie di offerte imperdibili per gli amanti dello shopping, della tecnologia e per tutti coloro che non vogliono farsi trovare impreparati con i regali di Natale! Da oggi e fino al 28 novembre, saranno disponibili sul Microsoft Store sconti fino al 50% sui prodotti Xbox, Surface e per la prima volta anche su Office. Per chi ha intenzione di sostituire il proprio PC approfittando dei ribassi del Black Friday, lo store di Microsoft propone una serie di offerte adatte davvero a tutti. Per chi è orientato a un prodotto versatile e potente ed è alla ricerca di un 2-in-1 adatto a ogni esigenza, con un’autonomia che consente di utilizzare il dispositivo per l’intera giornata lavorativa, il Microsoft Store propone l’offerta Black Friday Surface Pro 7+, con uno sconto del 29%. L’offerta comprende Surface Pro 7+ con configurazione Intel Core i5 da 128GB e sconti sulla Type Cover nera. Fino a 500€ di sconto sulla gamma Surface Pro 7, incluse le configurazioni Intel Core i7, in offerta a partire da soli 669€ invece di 919€. Disponibile nei colori platino o nero, Surface Pro 7 è il dispositivo ultraleggero dotato di un processore Intel Core di serie laptop, una batteria di lunga durata e webcam HD. Per distinguersi nelle videocall, Surface Laptop 4 è l’alleato perfetto grazie alla videocamera in HD e microfoni Studio ed è in promozione a partire da soli 799€ invece di 959€. Nell’offerta sono incluse le configurazioni Intel Core i7 da 13.5 o 15 pollici, nei colori platino o nero. Surface Laptop 4 offre l’equilibrio perfetto tra velocità, design elegante, sound avvolgente e un’autonomia implementata. Per svolgere agilmente le attività quotidiane, Surface Go 2 è in offerta a partire da soli 299€ invece di 469€, con sconti fino al 37% sull’intera gamma. Surface Go 2 offre una perfetta portabilità, con touchscreen da 10,5 pollici, una risoluzione superiore e una batteria espressamente progettata per seguire le giornate di tutta la famiglia. Fino al 27% di sconto su Surface Laptop Go, il modello più leggero della famiglia Surface, con un rapporto qualità prezzo eccezionale. Il design elegante e la batteria a lunga durata lo rendono ideale per lo studio, ma anche per la vita di tutti i giorni. Il Surface più potente di sempre, Surface Book 3, è in offerta in occasione del Black Friday, con ribassi fino a 690€ sulle configurazioni Intel Core i7. Surface Book 3 unisce velocità, grafica e gioco immersivo alla versatilità di un laptop, di un tablet e di uno studio portatile. Disponibile nelle versioni da 13,5″ o 15″, entrambe dotate di touchscreen ad alta risoluzione. Ma non finisce qui, il Microsoft Store propone ulteriori offerte dedicate ai possessori di un computer: fino al 30% di sconto sugli accessori per PC, quali mouse, tastiere, audio e number pad. Per la prima volta, il Microsoft Store include offerte anche per Office, con ben 50€ di sconto sul pacchetto Office Home & Student 2021. Tutti i dettagli sono disponibili alla pagina dedicata. E, per gli amanti del gaming, di seguito ulteriori offerte firmate Xbox: nuovo pacchetto Xbox Series S Fortnite & Rocket League: nuovo pacchetto Xbox Series S con i giochi digitali Fortnite e Rocket League. Fino al 50% di sconto sui Giochi Digitali Xbox, tra cui Far Cry 6, Forza Horizon 4 e Black 4 Blood. I primi 3 mesi di Game Pass per PC a solo 1€, per divertirsi con gli amici giocando con oltre 100 giochi per PC di alta qualità, come i nuovissimi Forza Horizon 5 e Age of Empires 4. Fino al 70% di sconto su una selezione di Accessori Xbox. Infine, il Microsoft Store offre 90 giorni di assistenza tecnica gratuita su Surface, consegne incluse e resi gratuiti fino al 31 gennaio 2022 su tutti i prodotti. Ma non è tutto: tramite il programma Microsoft Rewards è possibile raccogliere punti da utilizzare per ricevere fantastici premi.

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The Elder Scrolls V: Skyrim continua a stupire e nonostante i suoi 10 anni di età, è da poco disponibile sugli store online di Xbox e PlayStation la ricca Anniversary Edition, ottenibile anche sotto forma di aggiornamento per chi già possiede il gioco. In termini di contenuti, Skyrim Anniversary Edition racchiude al suo interno l’esperienza definitiva di The Elder Scrolls V, a partire dai 500 elementi ereditati dal Creation Club che lo rendono ancora oggi un prodotto da scoprire. In aggiunta a tutti gli aspetti già previsti dalla Special Edition, come i DLC e il supporto alle mod su console, la nuova versione celebrativa offre anche alcuni extra totalmente gratuiti e già implementati, ossia: grafica di nuova generazione su PS5 e Xbox Series X/S con tempi di caricamento ridotti, modalità Sopravvivenza, meccanica della pesca e una speciale mod chiamata Santi e Seduttori. Per quanto riguarda la modalità sopravvivenza, non i giocatori si sono lasciati alle spalle le caverne sotto Helgen, affacciandosi così al mondo aperto di Skyrim, il gioco li sottoporrà a una scelta ben precisa. La modalità Sopravvivenza, attivabile in qualsiasi momento dal menu delle impostazioni, rende l’avventura ancora più verosimile costringendo chi sta dinanzi lo schermo a sottostare a determinate regole. Dal doversi nutrire al riposare regolarmente, passando per l’eventuale cura di malattie destinate a peggiorare, questa novità farà felici sia i giocatori più abili sia chi ricerca un senso di maggiore immersività. Per quanto riguarda la pesca, a patto di avere con sé tutto il necessario per catturare pesci, non esiste specchio d’acqua in tutta le Terra dei Padri che non può essere depredato dei propri abitanti. Tale funzionalità si rende utile a procurarsi cibo nel momento del bisogno, specialmente quando si sceglie di giocare in “sopravvivenza”. Questa meccanica ruota attorno alla pescheria di Riften che si trova vicino al molo dell’omonima città. Interagire con gli NPC che si trovano al suo interno permetterà ai giocatori di seguire questa nuova vocazione, completando varie missioni inedite relative alla pesca.

La Mod “Santi e Seduttori”, che condivide il nome di un libro apparso nell’ultima espansione di Oblivion, incorpora un gran numero di missioni secondarie che gravitano attorno a una quest-line principale. Per intraprendere l’epico viaggio, tuttavia, sarà necessario prima localizzare il khajiiti Ri’saad. Membro di una carovana itinerante, questo NPC tende ad accamparsi vicino ai cancelli delle maggiori città (come Whiterun e Markarth) e può essere spinto a mostrarsi abusando del viaggio rapido. In Skyrim Anniversary Edition sono inoltre inclusi tutti i contenuti del Creation Club, di cui fanno parte 74 MOD, 48 delle quali già disponibili ed altre in arrivo a breve. Questo si traduce in missioni inedite, armi e armature dal design del tutto nuove, dungeon aggiuntivi da esplorare, case da abitare e in cui costruire la propria famiglia virtuale come Dragonborn, e molto altro. La nuova edizione di Skyrim propone performance generali migliorate, sebbene il miglioramento rispetto alla versione Special Edition – già disponibile per il download senza costi aggiuntivi per gli abbonati a Xbox Game Pass – non sia tale da far urlare al miracolo. Ma ricordiamolo, per essere un titolo uscito ben 10 anni fa, questo piccolo capolavoro riesce ancora a competere con le più recenti produzioni. Proprio a sostegno di questa tesi il gioco offre Texture ulteriormente migliorate, specialmente per quanto riguarda i volti dei personaggi principali (incluso ovviamente il protagonista) con ombre visibilmente più marcate e visi in generale più definiti. I tempi di caricamento, già enormemente ridotti nella versione Xbox Series X della Special Edition, risultano effettivamente ridotti anche se di poco, e l’ulteriore lavoro di rifinitura sulle texture si apprezza comunque anche sulla vegetazione e gli effetti di nebbia e foschia, impreziositi dalla ormai ben nota illuminazione volumetrica aggiunta con Skyrim: Special Edition. Tirando le somme, se non avete mai avuto il piacere di avventurarvi nel vasto mondo di The Elder Scrolls V oppure avete giocato alla versione originale del titolo, questo è il momento giusto per farlo in quanto le terre di Skyrim non sono mai state così belle, vive, piene di posti da scoprire e di cose da fare come oggi.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9
Sonoro: 9,5
Gameplay: 9,5
Longevità: 9,5

VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise

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