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The Division 2, la rinascita parte da Washington D.C.

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A distanza di tre anni dall’uscita di The Division, Ubisoft e Massive Entertainment hanno lanciato di recente sul mercato The Division 2, sequel del titolo originale per Pc, Xbox One e PS4.  L’avventura, ambientata sempre nel presente alternativo ideato da Tom Clancy, lascia le strade infette e innevate di New York per una versione primaverile e apparentemente meno “contagiosa” della capitale Washington D.C. A livello di trama il titolo possiede una solida base su cui poggiare e si sviluppa in maniera interessante. Sono passati 7 mesi da quando il “Veleno Verde”, così viene chiamato il virus creato dal Dr. Gordon Amherest, è stato diffuso approfittando dell’euforia del Black Friday per causare un’epidemia capace di mettere rapidamente in ginocchio non solo la città di New York, vero e proprio focolaio della malattia, ma gli Usa nella loro interezza.

Dopo essersi prodigata per aiutare la JFT nelle operazioni di soccorso, aver contrastato la dilagante ondata di criminalità che ha inevitabilmente invaso le strade innevate di New York e aver scoperto i motivi che hanno spinto il Dr. Amherest a diffondere l’agente patogeno, La Divisione, il reparto speciale composto da agenti dormienti della Strategic Homeland Security “risvegliati” dal Presidente attraverso la Direttiva 51, riceve una richiesta di aiuto proveniente da Washington D.C. In The Division 2 la capitale degli Stati Uniti, identificata da tutti come uno dei punti fermi della rinascita del Paese, è infatti tenuta in scacco da bande criminali più o meno organizzate che, analogamente a quanto accaduto a New York, stanno approfittando della situazione disperata per tentare di prendere il controllo della città. In questo scenario entra in gioco il protagonista del titolo. Quali agenti della Divisione si viene infatti inviati a Washington D.C. dopo una breve sequenza iniziale, che funge da tutorial di base e che fa da transizione tra le due ambientazioni. Una volta arrivati nella capitale statunitense, il giocatore viene immediatamente coinvolto nelle operazioni di difesa e ri-conquista gestite dalla Divisione, che nel corso delle oltre 30 ore necessarie per completare la trama lo vedranno impegnato a liberare i vari quartieri della città e a riattivare progressivamente la rete di comunicazione SHADE in un classico mix di missioni principali e secondarie che vengono rivelate passo dopo passo al giocatore dalla base operativa, allestita per l’occasione all’interno della Casa Bianca. The Division 2, come già largamente preannunciato da Ubisoft stessa, non rappresenta una rivoluzione, ma una versione più matura e rifinita del sistema di gioco originale, titolo capace comunque di raccogliere consensi nonostante alcuni inevitabili difetti che hanno causato il disappunto dei giocatori. Con questa nuova produzione la software house francese conserva lo stesso sistema del predecessore, con la sostanziale differenza però che promette un grandissimo numero di contenuti in più. Fortunatamente sembra che la lezione del titolo originale sia stata recepita dagli sviluppatori, infatti, raggiungendo il level cap a 30 e proseguendo ben oltre al semplice debellare la minaccia e rimettere il Presidente al posto che gli compete le cose da fare sono veramente molte. Ma andiamo con ordine. Parlando di gameplay, The Division 2 ha inizio con un editor del personaggio. A questo punto dopo un brevissimo prologo si viene catapultati nella dura realtà di Washington D.C. I primi passi nella capitale statunitense fanno capire subito che si ha a che fare con una location ben differente dalla New York gelata dall’inverno e dalla desolazione, depredata del suo splendore dalle gang criminali e distrutta dal virus che l’ha messa in ginocchio. I paesaggi assolati, più vivi e meno claustrofobici, però sono solo l’anticamera di un’altra città in rovina sulle cui strade si combatte ancora la battaglia tra la vita e la morte. I sopravvissuti stanno tentando di instaurare un nuovo ordine ma le gang sono ancora un ostacolo. In questo scenario gli agenti della Divisione avranno ancora una volta il compito di combattere i nemici della pace per ribaltare la situazione e cercare di creare un nuovo mondo. Insomma, in The Division 2 cambia il periodo, il clima, gli equilibri, eppure gli elementi che hanno contraddistinto e posto le basi per il gameplay del gioco originale sono tutti lì, immediatamente riconoscibili. In questo sequel la Casa Bianca funge da quartier generale delle operazioni della divisione, ed è quindi un luogo dove tornare a raccogliere i frutti degli sforzi in missione, acquisendo nuove abilità e potenziando il proprio arsenale. Inoltre, da qui si diramano tutte le altre operazioni per la riconquista della capitale.

Come nel suo predecessore, anche in The Division 2 l’esplorazione è sempre libera e lascia la scelta di decidere se perderci tra le strade alla ricerca di risorse utili, o farsi guidare dal navigatore verso la prossima destinazione. Ingaggiare il nemico sottraendogli man mano terreno prezioso e roccaforti, sarà invece utile per far avanzare gli alleati e sfruttare il territorio per mutarlo in un checkpoint prezioso da cui ripartire grazie allo spostamento rapido. Tali avamposti ora si sommano ai rifugi, ricordando da vicino quelli presenti nella serie di Far Cry. Sempre parlando di assonanze con il passato, anche in questo nuovo capitolo della saga torna anche l’interfaccia che simula la realtà aumentata a disposizione degli Agenti. Tramite effetti minimali e ben definiti, questa funzione segnala tutti i dettagli di cui è necessario essere a conoscenza: dagli spostamenti possibili grazie alla copertura in movimento, fino agli indicatori di energia e ricarica nostra e dei nemici, passando per tutta una serie di minuzie utili a immedesimarsi in un soldato dalle capacità tecnologiche avanzate. Per chi ha già giocato al titolo originale, affrontare The Division 2 avrà un sapore molto familiare. A livello grafico lo SnowDrop Engine fa un lavoro squisito: Washington D.C. non genererà lo stesso incanto di una New York in balia delle tempeste di neve nel periodo natalizio, ma la mole di detriti dispersa per le strade unita a scenari urbani devastati, risulta inquietantemente credibile, da lasciare ancora una volta a bocca aperta. Sicuramente Ubisoft da questo punto di vista merita un grande plauso: nonostante i capolavori usciti in questi tre anni nel panorama videoludico, quello di The Division è uno dei setting più curati nella storia dei videogiochi se comparati alla vastità della mappa. La cura maniacale per il dettaglio, la ricerca della perfezione in ogni strada, palazzo o sotterraneo raggiunge il suo apice nelle missioni principali, quando ci si trova a dover esplorare edifici complessi nell’architettura, che raccontano tramite una quantità spropositata di oggetti i loro scopi passati. La sensazione di desolazione e smarrimento che si prova in questa versione di Washington D.C. è veramente stupefacente e anche solo passeggiare nelle strade della capitale americana provoca un brivido lungo la schiena. La città però non è solo quello che si vede passeggiando fra i palazzi, infatti le strade celano anche laboratori sotterranei, uffici governativi, locali commerciali e tanto altro. Il nostro consiglio? Usare meno possibile il viaggio rapido e godersi le bellezze offerte da The Division 2. L’esplorazione libera poi, oltre che essere un ottimo metodo per trovare risorse e far esperienza, è anche un’ottima tattica per poter scoprire segreti e trovare collezionabili che approfondiscono la fase più critica dell’epidemia. Ovviamente il gioco non è perfetto, infatti è presente qualche sporadica sbavatura come qualche glitch o alcune texture che si caricano in ritardo, ma difronte alla maestosità dell’ambiente queste piccolezze sono nulla. Il difetto peggiore dell’ultima produzione Ubisoft però è la poca caratterizzazione dei personaggi i quali non riescono a raccontare con efficacia tutto ciò che hanno passato nei mesi dell’epidemia. Anche il protagonista soffre di questo difetto e purtroppo risulta essere un semplice spettatore muto degli eventi che coinvolgono i sopravvissuti alla piaga. Mai una parola, mai un’emozione, mai una reazione. Il proprio alter ego virtuale è freddo, impassibile e insensibile. Quest’aspetto purtroppo, a nostro avviso, è il difetto peggiore per un titolo del genere. Parlando di altro, come già visto a New York, ogni tanto è possibile trovare in giro i così detti dispositivi ECHO che, tramite la realtà aumentata, ricostruiscono scene chiave avvenute nel passato, aiutando chi gioca a capire cosa ha portato al collasso la città. Purtroppo questi espedienti non riescono a generare il climax necessario a emozionare chi sta con il pad in mano e il doppiaggio in Italiano, seppur completo, risulta alle volte in un’interpretazione priva di mordente. Insomma, dinanzi a una catastrofe di questo genere come minimo ci si aspetta un pathos maggiore.

Durante il peregrinare del protagonista si verrà spesso a contatto con informazioni su personaggi e retroscena che arrivano a coinvolgere il governo americano, il presidente e il suo personale, ma, come già evidenziato, l’assenza di una caratterizzazione precisa e profonda dei personaggi in questione si dimostra un neo non di poco conto. Fortunatamente la musica cambia nelle sessioni di gioco dove bisogna combattere, infatti, nonostante il game loop è uguale a quello visto in passato: si dal rifugio che si preferisce, si affronta la missione fino a raggiungere il nemico più corazzato, si aumenta il livello, si acquisisce nuovo equipaggiamento e si va vanti così, il combat system è davvero ben fatto. Le missioni sono lunghe e impegnative, con l’IA che seppur prevedibile in molti casi, mette a dura prova il giocatore cercando di aggirarlo e circondarlo il più possibile, facendo uso anche di tecnologia avanzata e dell’ambiente circostante. La strategia in battaglia, con le maggiori variabili introdotte da nuovi strumenti e tipologie di nemici, acquista un minimo di profondità in più, che finalmente varia l’azione per non renderla troppo ripetitiva ed estenuante. In The Division 2 il senso di progressione è dato dal ritrovamento e dal crafting dell’arsenale più potente, al pari del primo capitolo, riducendo il comparto narrativo a mera preparazione a quello che bisognerà affrontare una volta raggiunto il level cap. Ossia il coop online e quindi la Dark Zone, che comporterà a sua volta l’inevitabile grinding alla ricerca dell’equipaggiamento più raro e potente. L’introduzione dei Clan, le marche degli equipaggiamenti e la personalizzazione dei i droni, contribuiscono ad aggiungere qualche novità in più. Nonostante questo, però, è la struttura generale a non subire cambiamenti di sorta fino al raggiungimento del level cap e dell’end-game. La mancanza di innovazione nella formula generale fa storcere il naso, ma sarebbe etichettare The Division 2 come una sorta di espansione sarebbe un errore. A livello di personalizzazione e crescita del personaggio, man mano che sale di livello il proprio alter-ego ottiene dei punti abilità, che possono essere spesi per sbloccare uno degli 8 strumenti tecnologici sviluppati per incrementare le capacità difensive degli Agenti. Il catalogo delle dotazioni utilizzabili sul campo di battaglia dopo averle assegnate a uno dei due tasti dorsali, che include torrette difensive, scudi, droni, lanciatori chimici e altri simpatici accessori, non solo è molto vario ma può anche essere personalizzato in modo puntuale dal giocatore attraverso numerose varianti, offensive o difensive, che possono essere sbloccate utilizzando le componenti di tecnologia SHADE ottenute come ricompense per le missioni completate o raccolte durante l’esplorazione. Salendo di livello il giocatore può inoltre equipaggiare armi e dotazioni più performanti. The Division 2 include, proprio come il suo predecessore, 7 categorie di armi differenti e un nutrito elenco di accessori come fondine, corazze, guanti e simili, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche uniche che dipendono non solo dal livello, ma anche dal grado di rarità delle stesse, che viene identificato anche in questa occasione dal colore e che corrisponde ad un numero crescente di bonus e malus passivi o attivabili, come nel caso delle armi, solo completando specifiche sfide o soddisfacendo requisiti precisi. Alcuni oggetti inoltre faranno parte dello stesso “brand”, il che permette di sbloccare vantaggi aggiuntivi quando si indossano 2 o più elementi della stessa famiglia. Alcune parti dell’equipaggiamento, così come gli strumenti sbloccabili consumando punti Abilità, possiedono inoltre uno o più slot dedicati ad accessori e mod tramite i quali si può cambiarne sia l’aspetto estetico che le caratteristiche base. Le modifiche estetiche, così come i capi di abbigliamento con i quali personalizzare l’aspetto del personaggio, possono essere recuperate sul campo di battaglia o acquistate nello store dedicato presente all’interno del gioco spendendo crediti Premium, ottenibili tramite classiche microtransazioni, mentre gli accessori relativi all’equipaggiamento non solo possono essere raccolti, ma possono anche essere craftati, così come tutto il resto, consumando le risorse raccolte esplorando o smantellando gli oggetti dei quali sentiamo di non avere più bisogno. Per farlo è però necessario possedere o sbloccare il relativo progetto, il che permette di parlare anche di un altro aspetto legato alla progressione all’interno di The Division 2. Nel nuovo titolo di Massive Entertainment infatti non bisogna solo far crescere il proprio personaggio, ma anche la base operativa e gli insediamenti presenti in città ottenendo in cambio, in aggiunta ai classici punti esperienza e alle ricompense pecuniarie, anche la fedeltà di alcuni NPC, i quali torneranno alla Casa Bianca per occuparsi di specifiche attività come il poligono di tiro, l’area fai da te o l’intelligence, e tanti utili progetti. Per ottenere tutto ciò non basta però completare le numerose missioni secondarie proposte nei rispettivi insediamenti, ma è necessario contribuire al benessere e allo sviluppo degli stessi donando materiali ed equipaggiamenti o completando particolari attività per le strade delle città. Parlando della progressione è poi impossibile non spendere due parole sul sistema di gestione delle sessioni cooperative, capace di ridurre il divario tra Agenti di livelli diversi grazie ad un sistema di adattamento dinamico della difficoltà affiancato da un sistema di “boost” che innalza il livello dei giocatori più deboli per rendere più equilibrata l’intera esperienza. Il sistema permette inoltre di scambiarsi le armi raccolte mentre si gioca in gruppo, così da favorire una gestione meno limitata dal loot. Insomma, The Division 2 è un gioco a cui bisognerà dedicare moltissimo tempo.

Per quanto riguarda la componente multigiocatore che ha caratterizzato il titolo, anche in The Division 2 fa ritorno la zona nera. Per chi non avesse giocato al primo, è bene sottolineare che esse sono delle aree della mappa ancora contaminate dal Veleno Verde nelle quali squadre di giocatori umani possono decidere di cooperare o di darsi battaglia mentre tentano di sopravvivere ai nemici controllati dalla I.A. e di recuperare equipaggiamenti speciali, che prima di poter essere utilizzati devono però essere decontaminati. Per farlo è necessario raggiungere delle specifiche aree della Zona Nera e richiedere l’intervento di un elicottero, cercando nel frattempo di non farsi sottrarre il prezioso bottino da altri giocatori. Uccidere gli altri agenti e rubare non sono però azioni da compiere troppo alla leggera. I giocatori che decidono di “macchiarsi” di questi crimini diventano infatti dei “traditori”, esponendosi così al rischio di affrontare scontri in PvP, che a differenza di quanto accadeva in passato rimangono disattivati fino a quando il giocatore non viene etichettato come tale. Lo status di traditore si articola su tre livelli crescenti, ai quali corrispondono ricompense e “via di uscita differenti”. Chi si dedica solo al furto diventa un traditore “semplice”, il che non comporta altre conseguenze se non quella di poter essere attaccati. Nel momento in cui si uccide un altro agente si diventa però dei Rinnegati, con conseguente comparsa di una taglia sulla propria testa, la cui entità e durata variano in modo proporzionale alle azioni commesse. Per uscire da questo status, e ottenere le ricompense, bisogna resistere fino a quando la taglia non scade, altrimenti sarà il nostro killer a riscuoterle. Coloro che uccidono un discreto numero di Agenti diventano poi i bersagli di vere e proprie “Cacce all’Uomo”, dalle quali è possibile uscire solo raggiungendo uno dei terminali SHADE presenti nella zona, attraverso cui è possibile ripulire la propria fedina o, perché no, incrementare ulteriormente la propria reputazione per ottenere ancora più ricompense. Queste però non sono le uniche differenze presenti col passato. Infatti in The Division 2 le zone nere sono ben 3, ognuna delle quali propone ai giocatori un teatro di battaglia differente presentato attraverso una missione specifica. Per evitare il ripetersi delle situazioni poco gradevoli viste nel primo capitolo, gli sviluppatori hanno inoltre deciso di normalizzare le statistiche legate agli equipaggiamenti di chi si avventura nelle Zone Nere, così da porre l’accento sulle capacità dei giocatori piuttosto che sulle loro dotazioni. Le Zone Nere inoltre non rappresentano però l’unica componente PvP presente in The Division 2. Per venire incontro alle richieste della community, il nuovo capitolo include anche una modalità di scontro tra giocatori più convenzionale accessibile in qualunque momento dopo aver completato il prologo iniziale, chiamata Conflitto. Qui al momento trovano spazio due tipologie di sfide classiche, ovvero Schermaglia e Dominio. Anche in questo caso le statistiche delle dotazioni vengono normalizzate prima di ogni incontro ed è presente una progressione separata rispetto a quella del titolo principale, così come accade nelle Zone Nere. Tirando le somme, con The Division 2 Ubisoft e Massive Entertainment hanno fatto tesoro degli errori passati e dei feedback ricevuti dai giocatori, creando un titolo che lascia davvero poco spazio alle critiche. La quantità di contenuti, un end-game ricco di attività e un sistema di progressione ben strutturato ed appagante rendono il secondo capitolo del franchise un “must have” per tutti gli appassionati del genere. Uniche controindicazioni? Lasciar perdere se si ha poco tempo ed evitare di giocare in solitaria in quanto l’esperienza di gioco è ancora più appassionante se giocata con altri 3 amici.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 9

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9

Francesco Pellegrino Lise

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Wolfenstein Youngblood, è il momento delle gemelle Blazcowicz

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In Wolfenstein Youngblood, spin-off della nota saga shooter che si rifà a sua volta al capolavoro degli anni ’90, il detto buon sangue non mente la fa da padrone. Nel nuovo titolo di Bethesda per Pc, Xbox One, Switch e PS4, sviluppato a quattro mani da Machine Games, autori della serie principale e Arkane Studios, non si vestiranno più i panni del protagonista storico, B.J. Blazcowicz, ma delle sue due figlie: le gemelle Jessie e Sophia. Detto questo, a livello di trama, Wolfenstein: Youngblood trasporta i giocatori all’inizio degli anni ‘80 e li catapulta in un nuovo universo dove far stragi di nazisti sarà lo scopo principale. Ma che fine ha fatto Blazcowicz? Bene, dopo aver contribuito a gettare le basi per la Seconda Rivoluzione Americana ed essersi ritirato a vita privata insieme alla sua famiglia, il biondo protagonista della saga scompare nel nulla, o quasi. Jess e Soph, questi i diminutivi con i quali si fanno chiamare le gemelle, decidono quindi di mettersi sulle sue tracce partendo dall’ultima posizione nota: Neo Parigi, una delle roccaforti più importanti del Reich nel vecchio continente. Una volta giunte in città, le due gemelle si vedono “costrette” a collaborare con la resistenza locale per ritrovare il padre e a contribuire, più o meno volontariamente, alla liberazione della città attraverso una serie di missioni, suddivise tra principali e secondarie, capaci di tenere occupato il giocatore per almeno 15 ore con un intreccio narrativo semplice ma comunque godibile e perfettamente integrato con il resto della saga. Detto ciò, per gli appassionati della serie, questo Wolfenstein Youngblood avrà un’aria piuttosto familiare in quanto la struttura del gioco ricalca in modo abbastanza evidente quella di The New Colossus, con un hub centrale che ricopre il ruolo di base operativa dal quale è possibile raggiungere le varie zone della città e da dove prendono il via quasi tutti gli incarichi.

Questi ultimi non si discostano molto dagli standard del genere e prevedono la raccolta di specifici oggetti, l’attivazione di meccanismi, il salvataggio di alcuni personaggi e via discorrendo. A questo si sommano poi dei veri e propri “raid” ambientati negli edifici cardine del Reich, conosciuti come Brother, e alcune missioni generate casualmente durante l’esplorazione. E’ bene sottolineare poi che in questo Wolfenstein Youngblood, parlando con uno specifico NPC è inoltre possibile attivare alcune sfide, giornaliere e settimanali, o scegliere di rigiocare alcune delle missioni principali, così da ottenere ulteriori ricompense che possono poi essere spese, proprio come capitava nel precedente capitolo, per migliorare l’arsenale in possesso o per attivare dei bonus temporanei che consentono di incrementare per un una decina di minuti il tasso di raccolta delle munizioni o il livello massimo di salute e corazza. Nulla vieta inoltre ai giocatori di esplorare liberamente le varie zone di Neo Parigi per scaricare un po’ di proiettili sui nazisti che pattugliano le strade della capitale di Francia, per andare alla ricerca di collezionabili o per sfruttare alcune armi speciali, ottenibili nel corso dell’avventura, per aprire nuovi passaggi e contenitori inaccessibili fino a quel momento. E’ bene sottolineare che Wolfenstein: Youngblood è prima di ogni cosa un esperimento in funzione del futuro terzo capitolo, volto ad accettare una totale integrazione dell’elemento cooperativo ed innumerevoli meccaniche ruolistiche. Infatti durante l’intera avventura i giocatori saranno accompagnati dalla sorella non selezionata, che può essere controllata sia dall’I.A., non particolarmente sviluppata ma comunque più che sufficiente, che da un compagno in carne ed ossa, che può essere reclutato tramite invito diretto o sfruttando il classico matchmaking. Nel secondo caso è inoltre fondamentale sottolineare che l’edizione Deluxe del gioco contiene il Buddy Pass, ossia un contenuto aggiuntivo per chi possiede il gioco completo che gli permette di invitare nella propria partita qualsiasi altro giocatore, senza che questi debba necessariamente acquistare il titolo. A livello di giocabilità Wolfenstein Youngblood garantisce lo stesso feeling dei suoi predecessori e permette nuovamente ai giocatori di decidere di volta in volta quale approccio utilizzare per superare una situazione, ma con qualche opzione in più. Si può scegliere infatti per un’incursione silenziosa, sfruttando le capacità di occultamento delle due protagoniste e la loro letalità negli scontri ravvicinati, tentare di aggirare gli avversari trovando scorciatoie e passaggi alternativi, magari sfruttando il doppio salto acrobatico per raggiungere punti altrimenti inaccessibili, o passare alle maniere forti riversando quintali di proiettili sugli avversari, che come da tradizione si differenziano notevolmente gli uni dagli altri per livello di difficoltà, aspetto e punti deboli.

 Insomma, in Wolfenstein Youngblood le modalità di approccio, le cose da fare e le possibilità di scegliere come proseguire nell’avventura sono davvero tante. E’ importante sottolineare che la presenza di due protagoniste ha permesso agli sviluppatori di offrire due diversi stili di gioco, soprattutto nella prima parte della storia, quando le differenze fra le protagoniste sono più marcate. Prima di avviare una partita, infatti, si deve infatti decidere quale delle due sorelle impersonare e selezionare alcuni tratti distintivi, che andranno poi a influire sull’arma di base e sulle abilità speciali in possesso. C’è da dire però che armi e abilità peculiari non sono ad appannaggio esclusivo di una delle due sorelle e potranno comunque essere ottenute nel gioco o sbloccate attraverso un classico skill tree suddiviso in sezioni dove è possibile spendere i punti abilità accumulati completando le missioni o salendo di livello. La crescita del personaggio, oltre a garantire un incremento di alcune caratteristiche base, è fondamentale quando si tratta di scegliere quali incarichi affrontare e va ad influire dinamicamente sugli avversari che le due sorelle Blazkowicz incontrano per le strade della città, così da garantire al giocatore il giusto livello di sfida in quasi tutte le situazioni. Dal punto di vista estetico questo Wolfenstein Youngblood si attesta su ottimi livelli, fluidità d’azione, esplosioni e resa grafica del mondo di gioco sono veramente resi bene e sono veramente appaganti. Il doppiaggio in italiano e l’avvincente colonna sonora poi rendono l’esperienza ludica estremamente godibile. Tirando le somme, l’ultima fatica di Bethesda è davvero un buon titolo, un gioco che diverte sia chi si avvicina all’universo della famiglia Blazcovicz per la prima volta, ma soprattutto che appassionerà i fan della serie.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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A.O.T. 2 Final Battle, la lotta contro i giganti continua

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Attack on Titan 2: Final Battle è finalmente disponibile su Xbox One, Playstation 4, Nintendo Switch e PC. La terza stagione dell’anime è appena finita e purtroppo bisognerà attendere ancora un anno per vederne uscire una quarta. Nel mentre però, ci si potrà consolare con questo videogame rivivendo in prima persona le battaglie più famose della serie animata giapponese. In Attack on Titan 2: Final Battle infatti vi sono delle missioni prese direttamente dalla terza stagione del manga, cinque nuovi personaggi giocabili e due grosse novità di cui vi parleremo fra poco. E’ bene sottolineare che il titolo si presenta come un’espansione di A.O.T. 2 (qui la nostra recensione) quindi sarà possibile acquistarlo in forma completa (gioco base ed espansione) a prezzo pieno, oppure solo l’espansione a un prezzo inferiore. Final Battle, come vi dicevamo qualche riga più in alto, aggiunge due enormi contenuti di gioco, ovvero, la character mode e la modalità riconquista territorio. La prima di queste due è senz’altro quella più interessante. Selezionandola si potranno rivivere le avventure della terza stagione dell’anime attraverso gli occhi dei vari protagonisti. Strutturata ad episodi, non presenta quasi nessuna differenza a livello di gameplay rispetto alla modalità principale se non per quanto riguarda l’impossibilità di usare il proprio personaggio originale, di non poter esplorare le aree cittadine e la presenza di particolari restrizioni legate ad alcune missioni. Completando un capitolo si sbloccherà quello successivo che presenterà, o un nuovo pezzo di trama, o un nuovo scontro dell’anime. In più verranno dati degli oggetti bonus e dell’esperienza per il personaggio che si è scelto di utilizzare. In particolare, questa modalità, si rivela ulteriormente utile per il farming di materiali e per la possibilità di sbloccare, e quindi utilizzare, i nuovi personaggi aggiunti con questo DLC.

 Purtroppo l’intelligenza artificiale dei nemici non si comporta sempre in modo adeguato, finendo col bloccarsi completamente in certi punti dello scenario facendo quindi storcere il naso. Per quanto riguarda invece la modalità riconquista territorio offerta da A.O.T. 2 Final Battle, questa metterà il giocatore a capo di un esercito personale. All’inizio verrà chiesto quale, tra i personaggi, dovrà svolgere il ruolo di comandante. Una volta fatto ciò bisognerà decidere il nome del proprio esercito e il suo stendardo. Conclusa la fase iniziale ci si troverà nel proprio campo base. Questa parte, che ricorda la modalità storia classica, è al contempo molto differente. A capo dell’esercito bisognerà progressivamente recuperare i territori del Wall Maria e avanzando si otterranno dei punti utili ad espandere la base militare. La fase di espansione si rifà molto ai giochi strategici e, spendendo punti guadagnati in precedenza, si potranno ingrandire o costruire nuovi quartieri per il campo base. Questi ultimi saranno utili anche per assumere nuovo personale, ottenere maggiori risorse e per ricevere diversi bonus in base all’assegnazione dei lavori. Parlando della nuova abilità che permette di trasformarsi in giganti, c’è da dire che questa non è una vera e propria novità, bensì un miglioramento di un’abilità già esistente. Infatti, se prima per poter disporre della trasformazione in gigante era necessario avere il personaggio con tale trasformazione come supporto, ora non è più necessario. Per fare ciò si dovrà avere attiva l’abilità e usare uno specifico oggetto di supporto che, al posto di potenziare il personaggio, lo trasformerà in un gigante. L’aggiunta più interessante di A.O.T. 2 Final Battle sono però le nuove armi, di cui una completamente nuova e le rimanenti versioni migliorate di altre armi. Partiamo parlando delle pistole.

Equipaggiandole si potrà fare uso di un solo rampino, ma a differenza delle lame infliggeranno ingenti danni anche nella forma base grazie anche a diversi tipi di pallottole. Ogni proiettile ha un effetto differente, come paralizzare, avvelenare, rallentare o esplodere a contatto. Una volta compreso il funzionamento dei diversi proiettili si potranno eliminare velocemente, o almeno rallentare, anche i giganti più forti. Grazie alle pistole si potrà anche fare uso della prima arma speciale, ovvero il gatling, versione molto più potente delle bocche da fuoco base e capace di eliminare istantaneamente, o comunque in poco tempo, anche i giganti speciali. Anche le classiche lame hanno una loro versione speciale, senza dubbio meno potente di quella delle pistole ma nettamente più utile. Chiamate Thunder Spear, esse permettono di eliminare agevolmente interi gruppi di giganti grazie agli ingenti danni ad area che possono infliggere. Esse risultano particolarmente utili quando si dovrà uccidere un gigante anomalo speciale. Proprio per via del loro danno ad area, le Thunder Spear sono grado di colpire velocemente tutti i punti deboli e successivamente di eliminarli con un altro paio di colpi. I comandi delle nuove armi all’inizio potranno sembrare scomodi ma, una volta che ci si sarà abituati, in particolare ad andare alla torretta di rifornimento ogni volta che si vuole passare cambiare da pistole a lame, regaleranno molte soddisfazioni. Tirando le somme l’espansione Final Battle non fa che migliorare ulteriormente A.O.T 2, le nuove armi e le nuove modalità risultano molto curate, il che arricchisce notevolmente il gameplay del titolo. Grazie a ciò, Final Battle, più che un DLC sembra un vero e proprio nuovo gioco della saga. In più, sia che siate fan della serie sia che non l’abbiate mai vista, questo titolo sarà capace di farvi vivere tutte le avventure narrate nelle prime tre stagioni dell’anime e, al contempo, sarà in grado di portarvi all’interno del mondo narrativo creato da Hajime Isayama. In ogni caso, se volete saperne di più sul gioco base, sulle dinamiche e su qualsiasi aspetto del titolo originale, che funge da scheletro per quest’espansione, vi invitiamo a leggere la nostra recensione cliccando qui.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 9

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Nuovo ransomware minaccia Android

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I ricercatori di ESET hanno recentemente individuato la nuova famiglia di ransomware Android/Filecoder.C, che utilizza la lista di contatti della vittima per inviare SMS contenenti link malevoli. Android/Filecoder.C si è diffuso attraverso alcuni topic di Reddit con contenuti per adulti e, per un breve periodo di tempo, anche tramite forum della nota community di sviluppatori Android XDA. Android / Filecoder.C si distingue per il suo meccanismo di diffusione. Prima di iniziare a crittografare i file, il ransomware invia una serie di messaggi di testo a tutti gli indirizzi nell’elenco dei contatti della vittima, inducendo i destinatari a fare clic su un collegamento dannoso che porta al file di installazione del ransomware. Secondo i ricercatori di ESET, in teoria, questo meccanismo potrebbe portare ad una grande diffusione di infezioni, tanto più che il malware ha 42 versioni linguistiche del messaggio dannoso. Fortunatamente, anche gli utenti meno attenti possono facilmente notare che i messaggi sono tradotti male e che alcune versioni non sembrano avere alcun senso. Oltre al suo meccanismo di diffusione non tradizionale, Android / Filecoder.C presenta diverse anomalie nella modalità di crittografia, escludendo i file di grandi dimensioni – superiori ai 50MB – e le immagini inferiori a 150KB. Nell’elenco di file da crittografare mancherebbero anche alcune delle estensioni tipiche per Android.   Ci sono poi altri elementi che caratterizzano Android / Filecoder.C rispetto ai tipici ransomware per Android: Filecoder.C non impedisce infatti agli utenti di accedere ai propri dispositivi bloccando completamente lo schermo. Inoltre il riscatto non è preimpostato e la quantità di denaro chiesto dagli impostori viene generata dinamicamente usando l’UsdId assegnato dal ransomware alla vittima, con una richiesta unica per ogni utente, che varia tra 0,01 e 0,02 BTC. Questa scoperta dimostra che i ransomware rappresentano ancora una minaccia per l’ecosistema Android; per stare al sicuro i ricercatori di ESET consigliano di mantenere aggiornati i dispositivi, utilizzare una buona soluzione di sicurezza mobile e scaricare le applicazioni solo dal Google Play Store o altri store affidabili.

F. P. L.

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