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The Division 2, la rinascita parte da Washington D.C.

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A distanza di tre anni dall’uscita di The Division, Ubisoft e Massive Entertainment hanno lanciato di recente sul mercato The Division 2, sequel del titolo originale per Pc, Xbox One e PS4.  L’avventura, ambientata sempre nel presente alternativo ideato da Tom Clancy, lascia le strade infette e innevate di New York per una versione primaverile e apparentemente meno “contagiosa” della capitale Washington D.C. A livello di trama il titolo possiede una solida base su cui poggiare e si sviluppa in maniera interessante. Sono passati 7 mesi da quando il “Veleno Verde”, così viene chiamato il virus creato dal Dr. Gordon Amherest, è stato diffuso approfittando dell’euforia del Black Friday per causare un’epidemia capace di mettere rapidamente in ginocchio non solo la città di New York, vero e proprio focolaio della malattia, ma gli Usa nella loro interezza.

Dopo essersi prodigata per aiutare la JFT nelle operazioni di soccorso, aver contrastato la dilagante ondata di criminalità che ha inevitabilmente invaso le strade innevate di New York e aver scoperto i motivi che hanno spinto il Dr. Amherest a diffondere l’agente patogeno, La Divisione, il reparto speciale composto da agenti dormienti della Strategic Homeland Security “risvegliati” dal Presidente attraverso la Direttiva 51, riceve una richiesta di aiuto proveniente da Washington D.C. In The Division 2 la capitale degli Stati Uniti, identificata da tutti come uno dei punti fermi della rinascita del Paese, è infatti tenuta in scacco da bande criminali più o meno organizzate che, analogamente a quanto accaduto a New York, stanno approfittando della situazione disperata per tentare di prendere il controllo della città. In questo scenario entra in gioco il protagonista del titolo. Quali agenti della Divisione si viene infatti inviati a Washington D.C. dopo una breve sequenza iniziale, che funge da tutorial di base e che fa da transizione tra le due ambientazioni. Una volta arrivati nella capitale statunitense, il giocatore viene immediatamente coinvolto nelle operazioni di difesa e ri-conquista gestite dalla Divisione, che nel corso delle oltre 30 ore necessarie per completare la trama lo vedranno impegnato a liberare i vari quartieri della città e a riattivare progressivamente la rete di comunicazione SHADE in un classico mix di missioni principali e secondarie che vengono rivelate passo dopo passo al giocatore dalla base operativa, allestita per l’occasione all’interno della Casa Bianca. The Division 2, come già largamente preannunciato da Ubisoft stessa, non rappresenta una rivoluzione, ma una versione più matura e rifinita del sistema di gioco originale, titolo capace comunque di raccogliere consensi nonostante alcuni inevitabili difetti che hanno causato il disappunto dei giocatori. Con questa nuova produzione la software house francese conserva lo stesso sistema del predecessore, con la sostanziale differenza però che promette un grandissimo numero di contenuti in più. Fortunatamente sembra che la lezione del titolo originale sia stata recepita dagli sviluppatori, infatti, raggiungendo il level cap a 30 e proseguendo ben oltre al semplice debellare la minaccia e rimettere il Presidente al posto che gli compete le cose da fare sono veramente molte. Ma andiamo con ordine. Parlando di gameplay, The Division 2 ha inizio con un editor del personaggio. A questo punto dopo un brevissimo prologo si viene catapultati nella dura realtà di Washington D.C. I primi passi nella capitale statunitense fanno capire subito che si ha a che fare con una location ben differente dalla New York gelata dall’inverno e dalla desolazione, depredata del suo splendore dalle gang criminali e distrutta dal virus che l’ha messa in ginocchio. I paesaggi assolati, più vivi e meno claustrofobici, però sono solo l’anticamera di un’altra città in rovina sulle cui strade si combatte ancora la battaglia tra la vita e la morte. I sopravvissuti stanno tentando di instaurare un nuovo ordine ma le gang sono ancora un ostacolo. In questo scenario gli agenti della Divisione avranno ancora una volta il compito di combattere i nemici della pace per ribaltare la situazione e cercare di creare un nuovo mondo. Insomma, in The Division 2 cambia il periodo, il clima, gli equilibri, eppure gli elementi che hanno contraddistinto e posto le basi per il gameplay del gioco originale sono tutti lì, immediatamente riconoscibili. In questo sequel la Casa Bianca funge da quartier generale delle operazioni della divisione, ed è quindi un luogo dove tornare a raccogliere i frutti degli sforzi in missione, acquisendo nuove abilità e potenziando il proprio arsenale. Inoltre, da qui si diramano tutte le altre operazioni per la riconquista della capitale.

Come nel suo predecessore, anche in The Division 2 l’esplorazione è sempre libera e lascia la scelta di decidere se perderci tra le strade alla ricerca di risorse utili, o farsi guidare dal navigatore verso la prossima destinazione. Ingaggiare il nemico sottraendogli man mano terreno prezioso e roccaforti, sarà invece utile per far avanzare gli alleati e sfruttare il territorio per mutarlo in un checkpoint prezioso da cui ripartire grazie allo spostamento rapido. Tali avamposti ora si sommano ai rifugi, ricordando da vicino quelli presenti nella serie di Far Cry. Sempre parlando di assonanze con il passato, anche in questo nuovo capitolo della saga torna anche l’interfaccia che simula la realtà aumentata a disposizione degli Agenti. Tramite effetti minimali e ben definiti, questa funzione segnala tutti i dettagli di cui è necessario essere a conoscenza: dagli spostamenti possibili grazie alla copertura in movimento, fino agli indicatori di energia e ricarica nostra e dei nemici, passando per tutta una serie di minuzie utili a immedesimarsi in un soldato dalle capacità tecnologiche avanzate. Per chi ha già giocato al titolo originale, affrontare The Division 2 avrà un sapore molto familiare. A livello grafico lo SnowDrop Engine fa un lavoro squisito: Washington D.C. non genererà lo stesso incanto di una New York in balia delle tempeste di neve nel periodo natalizio, ma la mole di detriti dispersa per le strade unita a scenari urbani devastati, risulta inquietantemente credibile, da lasciare ancora una volta a bocca aperta. Sicuramente Ubisoft da questo punto di vista merita un grande plauso: nonostante i capolavori usciti in questi tre anni nel panorama videoludico, quello di The Division è uno dei setting più curati nella storia dei videogiochi se comparati alla vastità della mappa. La cura maniacale per il dettaglio, la ricerca della perfezione in ogni strada, palazzo o sotterraneo raggiunge il suo apice nelle missioni principali, quando ci si trova a dover esplorare edifici complessi nell’architettura, che raccontano tramite una quantità spropositata di oggetti i loro scopi passati. La sensazione di desolazione e smarrimento che si prova in questa versione di Washington D.C. è veramente stupefacente e anche solo passeggiare nelle strade della capitale americana provoca un brivido lungo la schiena. La città però non è solo quello che si vede passeggiando fra i palazzi, infatti le strade celano anche laboratori sotterranei, uffici governativi, locali commerciali e tanto altro. Il nostro consiglio? Usare meno possibile il viaggio rapido e godersi le bellezze offerte da The Division 2. L’esplorazione libera poi, oltre che essere un ottimo metodo per trovare risorse e far esperienza, è anche un’ottima tattica per poter scoprire segreti e trovare collezionabili che approfondiscono la fase più critica dell’epidemia. Ovviamente il gioco non è perfetto, infatti è presente qualche sporadica sbavatura come qualche glitch o alcune texture che si caricano in ritardo, ma difronte alla maestosità dell’ambiente queste piccolezze sono nulla. Il difetto peggiore dell’ultima produzione Ubisoft però è la poca caratterizzazione dei personaggi i quali non riescono a raccontare con efficacia tutto ciò che hanno passato nei mesi dell’epidemia. Anche il protagonista soffre di questo difetto e purtroppo risulta essere un semplice spettatore muto degli eventi che coinvolgono i sopravvissuti alla piaga. Mai una parola, mai un’emozione, mai una reazione. Il proprio alter ego virtuale è freddo, impassibile e insensibile. Quest’aspetto purtroppo, a nostro avviso, è il difetto peggiore per un titolo del genere. Parlando di altro, come già visto a New York, ogni tanto è possibile trovare in giro i così detti dispositivi ECHO che, tramite la realtà aumentata, ricostruiscono scene chiave avvenute nel passato, aiutando chi gioca a capire cosa ha portato al collasso la città. Purtroppo questi espedienti non riescono a generare il climax necessario a emozionare chi sta con il pad in mano e il doppiaggio in Italiano, seppur completo, risulta alle volte in un’interpretazione priva di mordente. Insomma, dinanzi a una catastrofe di questo genere come minimo ci si aspetta un pathos maggiore.

Durante il peregrinare del protagonista si verrà spesso a contatto con informazioni su personaggi e retroscena che arrivano a coinvolgere il governo americano, il presidente e il suo personale, ma, come già evidenziato, l’assenza di una caratterizzazione precisa e profonda dei personaggi in questione si dimostra un neo non di poco conto. Fortunatamente la musica cambia nelle sessioni di gioco dove bisogna combattere, infatti, nonostante il game loop è uguale a quello visto in passato: si dal rifugio che si preferisce, si affronta la missione fino a raggiungere il nemico più corazzato, si aumenta il livello, si acquisisce nuovo equipaggiamento e si va vanti così, il combat system è davvero ben fatto. Le missioni sono lunghe e impegnative, con l’IA che seppur prevedibile in molti casi, mette a dura prova il giocatore cercando di aggirarlo e circondarlo il più possibile, facendo uso anche di tecnologia avanzata e dell’ambiente circostante. La strategia in battaglia, con le maggiori variabili introdotte da nuovi strumenti e tipologie di nemici, acquista un minimo di profondità in più, che finalmente varia l’azione per non renderla troppo ripetitiva ed estenuante. In The Division 2 il senso di progressione è dato dal ritrovamento e dal crafting dell’arsenale più potente, al pari del primo capitolo, riducendo il comparto narrativo a mera preparazione a quello che bisognerà affrontare una volta raggiunto il level cap. Ossia il coop online e quindi la Dark Zone, che comporterà a sua volta l’inevitabile grinding alla ricerca dell’equipaggiamento più raro e potente. L’introduzione dei Clan, le marche degli equipaggiamenti e la personalizzazione dei i droni, contribuiscono ad aggiungere qualche novità in più. Nonostante questo, però, è la struttura generale a non subire cambiamenti di sorta fino al raggiungimento del level cap e dell’end-game. La mancanza di innovazione nella formula generale fa storcere il naso, ma sarebbe etichettare The Division 2 come una sorta di espansione sarebbe un errore. A livello di personalizzazione e crescita del personaggio, man mano che sale di livello il proprio alter-ego ottiene dei punti abilità, che possono essere spesi per sbloccare uno degli 8 strumenti tecnologici sviluppati per incrementare le capacità difensive degli Agenti. Il catalogo delle dotazioni utilizzabili sul campo di battaglia dopo averle assegnate a uno dei due tasti dorsali, che include torrette difensive, scudi, droni, lanciatori chimici e altri simpatici accessori, non solo è molto vario ma può anche essere personalizzato in modo puntuale dal giocatore attraverso numerose varianti, offensive o difensive, che possono essere sbloccate utilizzando le componenti di tecnologia SHADE ottenute come ricompense per le missioni completate o raccolte durante l’esplorazione. Salendo di livello il giocatore può inoltre equipaggiare armi e dotazioni più performanti. The Division 2 include, proprio come il suo predecessore, 7 categorie di armi differenti e un nutrito elenco di accessori come fondine, corazze, guanti e simili, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche uniche che dipendono non solo dal livello, ma anche dal grado di rarità delle stesse, che viene identificato anche in questa occasione dal colore e che corrisponde ad un numero crescente di bonus e malus passivi o attivabili, come nel caso delle armi, solo completando specifiche sfide o soddisfacendo requisiti precisi. Alcuni oggetti inoltre faranno parte dello stesso “brand”, il che permette di sbloccare vantaggi aggiuntivi quando si indossano 2 o più elementi della stessa famiglia. Alcune parti dell’equipaggiamento, così come gli strumenti sbloccabili consumando punti Abilità, possiedono inoltre uno o più slot dedicati ad accessori e mod tramite i quali si può cambiarne sia l’aspetto estetico che le caratteristiche base. Le modifiche estetiche, così come i capi di abbigliamento con i quali personalizzare l’aspetto del personaggio, possono essere recuperate sul campo di battaglia o acquistate nello store dedicato presente all’interno del gioco spendendo crediti Premium, ottenibili tramite classiche microtransazioni, mentre gli accessori relativi all’equipaggiamento non solo possono essere raccolti, ma possono anche essere craftati, così come tutto il resto, consumando le risorse raccolte esplorando o smantellando gli oggetti dei quali sentiamo di non avere più bisogno. Per farlo è però necessario possedere o sbloccare il relativo progetto, il che permette di parlare anche di un altro aspetto legato alla progressione all’interno di The Division 2. Nel nuovo titolo di Massive Entertainment infatti non bisogna solo far crescere il proprio personaggio, ma anche la base operativa e gli insediamenti presenti in città ottenendo in cambio, in aggiunta ai classici punti esperienza e alle ricompense pecuniarie, anche la fedeltà di alcuni NPC, i quali torneranno alla Casa Bianca per occuparsi di specifiche attività come il poligono di tiro, l’area fai da te o l’intelligence, e tanti utili progetti. Per ottenere tutto ciò non basta però completare le numerose missioni secondarie proposte nei rispettivi insediamenti, ma è necessario contribuire al benessere e allo sviluppo degli stessi donando materiali ed equipaggiamenti o completando particolari attività per le strade delle città. Parlando della progressione è poi impossibile non spendere due parole sul sistema di gestione delle sessioni cooperative, capace di ridurre il divario tra Agenti di livelli diversi grazie ad un sistema di adattamento dinamico della difficoltà affiancato da un sistema di “boost” che innalza il livello dei giocatori più deboli per rendere più equilibrata l’intera esperienza. Il sistema permette inoltre di scambiarsi le armi raccolte mentre si gioca in gruppo, così da favorire una gestione meno limitata dal loot. Insomma, The Division 2 è un gioco a cui bisognerà dedicare moltissimo tempo.

Per quanto riguarda la componente multigiocatore che ha caratterizzato il titolo, anche in The Division 2 fa ritorno la zona nera. Per chi non avesse giocato al primo, è bene sottolineare che esse sono delle aree della mappa ancora contaminate dal Veleno Verde nelle quali squadre di giocatori umani possono decidere di cooperare o di darsi battaglia mentre tentano di sopravvivere ai nemici controllati dalla I.A. e di recuperare equipaggiamenti speciali, che prima di poter essere utilizzati devono però essere decontaminati. Per farlo è necessario raggiungere delle specifiche aree della Zona Nera e richiedere l’intervento di un elicottero, cercando nel frattempo di non farsi sottrarre il prezioso bottino da altri giocatori. Uccidere gli altri agenti e rubare non sono però azioni da compiere troppo alla leggera. I giocatori che decidono di “macchiarsi” di questi crimini diventano infatti dei “traditori”, esponendosi così al rischio di affrontare scontri in PvP, che a differenza di quanto accadeva in passato rimangono disattivati fino a quando il giocatore non viene etichettato come tale. Lo status di traditore si articola su tre livelli crescenti, ai quali corrispondono ricompense e “via di uscita differenti”. Chi si dedica solo al furto diventa un traditore “semplice”, il che non comporta altre conseguenze se non quella di poter essere attaccati. Nel momento in cui si uccide un altro agente si diventa però dei Rinnegati, con conseguente comparsa di una taglia sulla propria testa, la cui entità e durata variano in modo proporzionale alle azioni commesse. Per uscire da questo status, e ottenere le ricompense, bisogna resistere fino a quando la taglia non scade, altrimenti sarà il nostro killer a riscuoterle. Coloro che uccidono un discreto numero di Agenti diventano poi i bersagli di vere e proprie “Cacce all’Uomo”, dalle quali è possibile uscire solo raggiungendo uno dei terminali SHADE presenti nella zona, attraverso cui è possibile ripulire la propria fedina o, perché no, incrementare ulteriormente la propria reputazione per ottenere ancora più ricompense. Queste però non sono le uniche differenze presenti col passato. Infatti in The Division 2 le zone nere sono ben 3, ognuna delle quali propone ai giocatori un teatro di battaglia differente presentato attraverso una missione specifica. Per evitare il ripetersi delle situazioni poco gradevoli viste nel primo capitolo, gli sviluppatori hanno inoltre deciso di normalizzare le statistiche legate agli equipaggiamenti di chi si avventura nelle Zone Nere, così da porre l’accento sulle capacità dei giocatori piuttosto che sulle loro dotazioni. Le Zone Nere inoltre non rappresentano però l’unica componente PvP presente in The Division 2. Per venire incontro alle richieste della community, il nuovo capitolo include anche una modalità di scontro tra giocatori più convenzionale accessibile in qualunque momento dopo aver completato il prologo iniziale, chiamata Conflitto. Qui al momento trovano spazio due tipologie di sfide classiche, ovvero Schermaglia e Dominio. Anche in questo caso le statistiche delle dotazioni vengono normalizzate prima di ogni incontro ed è presente una progressione separata rispetto a quella del titolo principale, così come accade nelle Zone Nere. Tirando le somme, con The Division 2 Ubisoft e Massive Entertainment hanno fatto tesoro degli errori passati e dei feedback ricevuti dai giocatori, creando un titolo che lascia davvero poco spazio alle critiche. La quantità di contenuti, un end-game ricco di attività e un sistema di progressione ben strutturato ed appagante rendono il secondo capitolo del franchise un “must have” per tutti gli appassionati del genere. Uniche controindicazioni? Lasciar perdere se si ha poco tempo ed evitare di giocare in solitaria in quanto l’esperienza di gioco è ancora più appassionante se giocata con altri 3 amici.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 9

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9

Francesco Pellegrino Lise

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Maneater, vita da squali in formato videogame

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Maneater è molto di più che un semplice videogame, è un vero e proprio “shark-simulator” in salsa agrodolce. Chi non ha mai sognato almeno una volta nella vita di essere uno squalo? Di vagare libero per il mare ed essere un temuto predatore degli oceani, e magari di attaccare un bel banco di pesci o una spiaggia affollata di bagnanti? Bene adesso tutto questo è possibile a patto di avere un Pc, una Xbox One o una Ps4. Ma veniamo al dunque, l’avventura proposta da Tripwire Interactive prende la struttura dei giochi d’azione moderni, quelli open world zeppi di contaminazioni gdr, e la trasporta nel linguaggio sottomarino: i nemici sono i pesci e i predatori, i punti esperienza diventano le sostanze nutritive, mentre l’equipaggiamento è vincolato alla sconfitta di precisi umani armati di fiocine. Quel che ne viene fuori è un’idea innovativa e vincente ma soprattutto unica nel suo genere nel panorama videoludico odierno. La premessa narrativa di Maneater vede consumarsi una rivalità tra lo squalo protagonista e un pescatore di pesci cani di vecchia data, nata da una scintilla che non vi riveleremo per evitare di rovinarvi la trama. Peccato che lo sviluppo della storia sia affidato ad una piccola manciata di cinematiche, per poi affidare il resto ad un narratore pungente che racconterà la vicenda come se fosse una sorta di documentario. Chiaro è che lo scopo è mangiarsi quel pescatore sino all’ultimo capello, ma, prima di raggiungerlo, bisognerà crescere ed evolversi a modo, perché inizialmente il protagonista di Maneater è solo un giovane predatore, certamente temibile, ma non abbastanza da poter mettere fuori gioco uno dei cacciatori di squali più noti della scena. Gettato in acqua come uno scarto e sfregiato, il protagonista della storia darà le sue prime pinnate cercando di destreggiarsi in una palude, dove tartarughe e lucci saranno necessari per crescere ed evolversi. All’inizio ci si muove goffamente in ambienti piuttosto angusti, quasi in controtendenza rispetto alla libertà che ci si potrebbe aspettare da un gioco sugli squali. Questa sensazione di essere costretti in un ambiente troppo piccolo e serrato però ce la si porterà appresso per quasi tutta la durata del gioco. Della decina di aree disponibili, solo due infatti sono realmente ambientate nelle profondità oceaniche. L’acqua gialla, le alghe e una scarsa visibilità accompagnano la prima ora di gioco mentre si cerca di sfuggire agli alligatori e si divorano piccole prede per accrescere la massa muscolare.

In Maneater ogni singola preda conta nell’ambito dell’evoluzione e per ognuna di esse si guadagna esperienza, utile a scalare i 30 livelli e raggiungere lo stato di megalodonte. Un esemplare molto lontano tuttavia dalle dimensioni di quelli descritti nelle leggende marinaresche e più vicino ad un grosso squalo bianco. La struttura corporea durante tutta la fase di crescita sarà invece basata sulle linee dello squalo Leuca, con una realizzazione tecnica davvero di alto livello. Il modello poligonale è infatti curatissimo e ricco di dettagli e le animazioni del nuoto risultano fluide e piacevoli anche solo da guardare. Purtroppo non appena si prende la mano con il sistema di controllo e si desidera iniziare a fare qualcosa di più complesso rispetto alla classica nuotata il gioco inizia a perdere qualche colpo, con animazioni che perdono di fluidità e che male si incastrano tra di loro, trasformando la sinuosa flessibilità dello squalo in una serie di scatti frenetici. La telecamera poi non aiuta di certo e mentre un segnalino ci indicherà quale preda siamo in grado di raggiungere con il nostro morso non sarà inusuale perdere completamente di vista l’obiettivo mentre ci muoviamo rapidamente sotto o sopra di esso. La tridimensionalità dell’oceano, insomma, non viene gestita ottimamente e se si può chiudere un occhio quando si ha tra le mani un piccolo squaletto da controllare, la situazione cambierà drasticamente quando il megalodonte andrà ad occupare gran parte dello schermo. A peggiorare le cose ci si mettono poi le azioni di schivata e di salto troppo veloci per permettere alla telecamera di seguire il proprio pesce in modo adeguato. Per quanto riguarda l’aspetto “ruolistico” offerto da Maneater: tutte le prede offrono sostanzialmente due tipi di nutrienti: minerali e olio, che vanno, una volta accumulati in un determinato numero, spesi nelle grotte, speciali checkpoint sicuri dove rinascere in caso di morte, per far evolvere lo squalo. Si potranno così equipaggiare abilità passive che aumentano e velocizzano la digestione, amplificano il sonar per trovare collezionabili e prede più velocemente o aumentano statistiche come nuoto e resistenza alla mancanza di acqua. Già perché Maneater non si fa mancare proprio nulla quando si parla di trash e non sarà inusuale farsi intere camminate sul molo alla ricerca di qualche bel pescatore da divorare. Uccidere umani permetterà di raccogliere filamenti del DNA, una risorsa che altrimenti sarà possibile recuperare solo uccidendo altri predatori degli oceani e che servirà ad attivare personalizzazioni extra. Esistono infatti anche tre set speciali mascherati da evoluzioni che si potranno letteralmente indossare e che cambieranno enormemente l’aspetto del proprio squalo. Si potrà per esempio far comparire escrescenze ossee così da aumentare le resistenze o iniziare ad emettere fulmini bruciacchiando tutto ciò che si avvicina troppo. Insomma da questo punto di vista Maneater non delude affatto.

A livello di gameplay possiamo dire che giocare a Maneater è semplice e divertente fin da subito. Le meccaniche ruotano attorno al nuoto e al mangiare, con l’occasionale colpo di coda per stordire le prede e un po’ di parkour terrestre che permette di divorare qualche malcapitato, prendere scorciatoie e accaparrare collezionabili. Il nuoto è costituito da due azioni principali da padroneggiare: il movimento semplice e la meccanica di affondo più veloce che consiste essenzialmente nello scatto. Anche l’alimentazione è facile da padroneggiare; c’è un pulsante legato al mordere e deglutire, che può essere sviluppato ulteriormente con più pressioni quando necessario. Oltre a nutrirsi e nuotare, lo squalo protagonista di Maneater ha qualche altro trucco nelle sue branchie. Tali abilità si traducono sotto forma di colpi di coda e con la possibilità di fare una breve passeggiata a sulla riva. La coda può essere utilizzata per stordire i pesci e le persone, rendendola un’ottima meccanica per affrontare forti predatori in scenari di combattimento e può essere ulteriormente sviluppata per agire come mossa a distanza che consente di divorare più pesci. Allo stesso modo, lo squalo può balzare fuori dall’acqua verso la terra per raggiungere nuove aree e banchettare con esseri umani ignari. La riva è dove il protagonista è più limitato in quanto può rimanere a terra solo per poco tempo, pena per una permanenza troppo lunga è una tragica morte per soffocamento. Parlando del combattimento di Maneater, esso ruota attorno all’affrontare altri predatori e cacciatori di squali umani che viaggiano in barca. Gli altri nemici acquatici sono molto vari e spaziano dagli alligatori alle orche, e ognuno differisce in forza a seconda delle dimensioni dello squalo che si sta comandando. Ad esempio, gli alligatori si dimostrano terrificanti nemici all’inizio della storia, tuttavia, man mano che si aumenta di massa, i coccodrilli possono essere eliminati in quasi un morso. I nemici umani, invece, sono l’equivalente di Maneater della polizia nei titoli open world. Quando si causa troppa confusione e si divorano troppi umani, vengono schierati mercenari che punteranno ad uccidere il pesce cane comandato dal giocatore. In questo caso è meglio darsi alla fuga perché più mercenari si divoreranno, più forti saranno le unità che verranno inviate successivamente a dare la caccia al protagonista della storia. Per mantenere sempre freschi gli scenari di combattimento ad ogni livello, Maneater offre combattimenti contro i boss in diversi punti della storia. Essi si suddividono in incontri con mini-boss più facili in cui ci si trova ad affrontare versioni più forti dei numerosi predatori presenti nel gioco, o combattimenti contro boss speciali che sono sopra-livellati e che garantiscono speciali bonus/abilità una volta sconfitti. Tirando le somme, nonostante Maneater sia un gioco non privo di difetti, nel complesso si dimostra essere un prodotto originale, divertente e soprattutto che è in grado di garantire diverse ore di gioco. Una grafica piacevole, miscelata a un’altrettanto buona cura per i dettagli e a un sonoro sempre gradevole fanno si che l’intera produzione sia un titolo da non ignorare. Se si è alla ricerca di qualcosa di diverso, Maneater non deluderà le vostre aspettative.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8

Gamelay: 8,5

Longevità: 7,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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iPhone 11 da record, è lo smartphone più venduto al mondo

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L’iPhone 11 segna un nuovo record e fa segnare al colosso di Cupertino un nuovo successo. Lo smartphone della Mela Morsicata è infatti diventato lo smartphone più popolare al mondo, superando i risultati messi a segno un anno fa dall’iPhone XR nonostante l’epidemia di coronavirus abbia contratto il mercato. Secondo gli analisti di Omdia, nel primo trimestre dell’anno l’iPhone 11 è stato il telefono più gettonato su scala globale, con 19,5 milioni di unità consegnate. L’iPhone XR nel primo trimestre del 2019 si era fermato a 13,6 milioni di unità. Con l’ultimo modello di smartphone Apple è riuscita a trovare il giusto equilibrio tra prezzi e funzionalità, garantendo un forte appeal del dispositivo. Al lancio, l’iPhone 11 costava 50 dollari in meno rispetto al suo predecessore iPhone XR. Tuttavia, nonostante il prezzo più basso, iPhone 11 presenta una configurazione a doppia fotocamera, un importante aggiornamento rispetto alla configurazione a obiettivo singolo del precedente leader di mercato. Questa novità si è rivelata estremamente attraente per i consumatori, favorendo l’aumento delle vendite. Al secondo posto tra gli smartphone più venduti nei primi tre mesi del 2020 c’è il Galaxy A51 di Samsung con 6,8 milioni di pezzi. Seguono il Redmi Note 8 e il Redmi Note 8 Pro di Xiaomi con 6,6 e 6,1 milioni di smartphone rispettivamente. Al quinto posto l’iPhone XR (4,7 milioni) precede l’iPhone 11 Pro Max (4,2 milioni). La classifica prosegue con il Galaxy A10s (3,9 milioni), l’iPhone 11 Pro (3,8 milioni), il Galaxy S20 Plus 5G (3,5 milioni) e il Galaxy A30s (3,4 milioni). Guardando agli smartphone 5G, il Galaxy S20 Plus 5G di Samsung apre la classifica, davanti al Mate 30 5G (2,9 milioni) di Huawei e al Mate 30 Pro 5G (2,7 milioni), al Galaxy S20 5G (2,4 milioni) e al Galaxy S20 Ultra 5G (2,3 milioni). Tuttavia, a causa della pandemia da COVID-19, in molti Paesi il mercato degli smartphone continuerà a contrarsi ed insieme ad esso anche il ritmo di espansione del 5G. Unica eccezione è la Cina, dove il mercato degli smartphone si sta riprendendo rapidamente.

F.P.L.

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Saints Row The Third Remastered, la gang torna a 60 fps

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Saints Row The Third Remastered arriva sulle attuali piattaforme di gioco a quasi 10 anni dall’uscita del titolo originale e lo fa con una veste grafica del tutto restaurata e molte piccole chicche che faranno la gioia dei gamers. Lanciata inizialmente nel 2011 per le maggiori piattaforme del tempo, questa bizzarra ed egocentrica opera di Deep Silver Volition torna in grande spolvero per far nuovamente morire dalle risate a suon di colpi di armi da fuoco ed esplosioni pirotecniche. Ricordato per essere sempre stato “il fratellastro meno cool di GTA“, con questo terzo capitolo Saints Row ritrovò la sua dimensione discostandosi dal classico stereotipo e, soprattutto, dall’ombra del suo “parente non di sangue” targato Rockstar Games. Restando sempre sopra le righe per non perdere l’identità costruita con i precedenti titoli, nel 2011 era riuscito a ritagliarsi il suo spazio e a conquistare una buona fetta di mercato. Saints Row The Third Remastered è disponibile per Xbox One, versione da noi testata, ma anche per PlaySation 4 e PC. Prima di parlare dell’aspetto puramente tecnico di questa riedizione, vogliamo introdurre brevemente l’opera per far comprendere a chi non avesse mai giocato prima d’ora a quest’avventura di che cosa si sta parlando.

In Saints Row The Third i giocatori vestiranno i panni di una gang di criminali chiamata per l’appunto i Third Streets Saints. Nata da piccoli crimini stradali e controlli di quartiere nella città di Stilwater (Michigan), la banda di delinquenti è ormai divenuta un vasto impero criminale e mediatico che ha guadagnato un potere incredibile, al punto da avere la maggiore influenza come brand a livello nazionale. Saints Row The Third Remastered inizia con il protagonista, che l’utente potrà creare a suo piacimento tramite un editor ben fatto che permetterà anche di regolare la dotazione sessuale del proprio alter ego virtuale, impegnato in un ambizioso colpo a una banca. Purtroppo la rapina però non va liscia come avrebbe dovuto, e da qui il giocatore sarà impegnato in una rocambolesca fuga che definire cinematografica è persino riduttivo: sterminando praticamente un intero esercito di nemici costituito da guardie del corpo spietate, gang nemiche e persino agguerritissimi agenti SWAT. Il protagonista, insieme ai suoi fidati compagni, si farà strada sul tetto di un edificio facendo saltare in aria innumerevoli elicotteri e riuscendo persino a sfuggire dall’aereo del “Sindacato” (organizzazione rivale che ricatta i Saints), e a salvarsi tramite una surreale escursione in parapendio con sparatorie volanti incorporate. Dopo questa fase action inizierà la classica esperienza di gioco open world criminale, avendo accesso a un appartamento munito di garage che ospita già tanti mezzi disponibili, e potendo contare su diversi contatti che ci offrono rapine, crimini e lotte con le gang rivali per allargare il territorio. Tutte queste missioni ricompensano con denaro e con punti rispetto, che consentono si salire di grado e di sbloccare nuove bocche da fuoco, potenziamenti, proprietà e quant’altro, in un modo abbastanza familiare per chi conosce i free roaming criminali. Nonostante il gameplay di Saints Row The Third Remastered soffra ormai il peso degli anni, il gioco risulta ancora molto divertente. Sebbene alcune meccaniche non siano articolate quanto ci si aspetterebbe, l’estrema irriverenza e la follia di tutto ciò che ci viene offerto farà soprassedere sulle dinamiche di gameplay non proprio fresche. Dal linguaggio estremamente scurrile alle auto istrioniche, ai mezzi estremi e alle armi teleguidate, tutto quello che si può fare risulta folle, estremamente soddisfacente e incredibilmente divertente.

Dopo questo breve ma doveroso riassunto della trama passiamo a descrivere i cambiamenti tecnici apportati a questo Saint Row The Third Remastered. Prima di ogni cosa si nota che la risoluzione nativa è stata incrementata, arrivando a 1080p su console base e 1440p (con upscaling a 4K) su PS4 Pro e Xbox One X, mentre su PC ovviamente c’è il supporto alle risoluzioni native più estreme. Per quanto riguarda il frame-rate, questo è bloccato di default a 30fps, un aspetto che potrebbe inizialmente dar storcere la bocca, ma fortunatamente nel menu delle opzioni esiste l’opzione per passare ai tanto agognati 60fps. L’aumento di risoluzione è il classico lavoro che si fa in sede di rimasterizzazione ma anche il minimo sindacale. Il remaster di Saints Row The Third va però fortunatamente ben oltre: il gioco infatti gira su un motore basato sulla fisica che applica anche un’inedita illuminazione globale. Il look ora risulta totalmente nuovo grazie a tre nuovi metodi di occlusione ambientale che si combinano tra loro a seconda del tipo di oggetto o texture. Depth of field e motion blur sono stati potenziati, così come la nebbia e gli effetti volumetrici. Sono stati aggiunti anche nuovi effetti post-processing come aberrazione cromatica e grana cinematografica, che assieme a nuovi filtri UV, anti-aliasing, riflessi ambientali e delle superfici, HDR e nuovi gradienti di colore in base all’ora del giorno, restituiscono al mondo di gioco un aspetto nuovo e più realistico. Un grande lavoro è stato svolto anche sulle texture e sugli elementi del mondo. Le texture presenti in Saints Row The Third Remasterd sono ad alta risoluzione e le animazioni dei modelli non sono più compresse. Elementi come vegetazione, cespugli degli alberi e shader in alcuni casi sono stati completamente rifatti da zero. La tessellazione è stata migliorata, sono state aggiunti materiali riflettenti ai vetri di finestre e finestrini delle auto, e l’illuminazione degli interni è stata riprogettata per adattarsi al nuovo sistema governato dalla fisica. Insomma, ci si trova dinanzi a un lavoro davvero curato e ben fatto.

Saints Row The Third Remasted però ha anche altro da offrire, infatti, il pacchetto comprende tutti gli oltre 30 DLC rilasciati dopo il lancio originale su console last-gen, alcuni dei quali sono disponibili da subito in forma di elementi cosmetici o missioni alternative. Questi contenuti aggiuntivi sono davvero tanti e all’epoca del lancio costavano anche parecchio. Se tutto questo non dovesse bastare, sottolineiamo che si può affrontare l’intera storia in co-op online e aiutare i propri amici entrando nella loro partita, alzando così l’asticella del divertimento. Ultima ma non per questo meno importante è anche la “Modalità Lorda”, che permette di affrontare una serie di scagnozzi a ondate come una sorta di Orda, impugnando armi pazze come un enorme dildo di gomma. Insomma, tirando le somme, il pacchetto offerto da Saints Row The Third Remasterd è davvero un’ottima occasione per poter rivivere in maniera migliorata l’esperienza di gioco vissuta un decennio fa, poter giocare a tutti gli elementi post lancio, ma anche, nel caso in cui non si abbia avuto la fortuna di giocare al titolo originale, di scoprire un videogame esilarante, volutamente iperbolico, spregiudicato, ma soprattutto estremamente divertente. Credete a noi: lasciarselo sfuggire sarebbe un vero peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9

Sonoro: 9

Gameplay: 8

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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