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The Division 2, la rinascita parte da Washington D.C.

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A distanza di tre anni dall’uscita di The Division, Ubisoft e Massive Entertainment hanno lanciato di recente sul mercato The Division 2, sequel del titolo originale per Pc, Xbox One e PS4.  L’avventura, ambientata sempre nel presente alternativo ideato da Tom Clancy, lascia le strade infette e innevate di New York per una versione primaverile e apparentemente meno “contagiosa” della capitale Washington D.C. A livello di trama il titolo possiede una solida base su cui poggiare e si sviluppa in maniera interessante. Sono passati 7 mesi da quando il “Veleno Verde”, così viene chiamato il virus creato dal Dr. Gordon Amherest, è stato diffuso approfittando dell’euforia del Black Friday per causare un’epidemia capace di mettere rapidamente in ginocchio non solo la città di New York, vero e proprio focolaio della malattia, ma gli Usa nella loro interezza.

Dopo essersi prodigata per aiutare la JFT nelle operazioni di soccorso, aver contrastato la dilagante ondata di criminalità che ha inevitabilmente invaso le strade innevate di New York e aver scoperto i motivi che hanno spinto il Dr. Amherest a diffondere l’agente patogeno, La Divisione, il reparto speciale composto da agenti dormienti della Strategic Homeland Security “risvegliati” dal Presidente attraverso la Direttiva 51, riceve una richiesta di aiuto proveniente da Washington D.C. In The Division 2 la capitale degli Stati Uniti, identificata da tutti come uno dei punti fermi della rinascita del Paese, è infatti tenuta in scacco da bande criminali più o meno organizzate che, analogamente a quanto accaduto a New York, stanno approfittando della situazione disperata per tentare di prendere il controllo della città. In questo scenario entra in gioco il protagonista del titolo. Quali agenti della Divisione si viene infatti inviati a Washington D.C. dopo una breve sequenza iniziale, che funge da tutorial di base e che fa da transizione tra le due ambientazioni. Una volta arrivati nella capitale statunitense, il giocatore viene immediatamente coinvolto nelle operazioni di difesa e ri-conquista gestite dalla Divisione, che nel corso delle oltre 30 ore necessarie per completare la trama lo vedranno impegnato a liberare i vari quartieri della città e a riattivare progressivamente la rete di comunicazione SHADE in un classico mix di missioni principali e secondarie che vengono rivelate passo dopo passo al giocatore dalla base operativa, allestita per l’occasione all’interno della Casa Bianca. The Division 2, come già largamente preannunciato da Ubisoft stessa, non rappresenta una rivoluzione, ma una versione più matura e rifinita del sistema di gioco originale, titolo capace comunque di raccogliere consensi nonostante alcuni inevitabili difetti che hanno causato il disappunto dei giocatori. Con questa nuova produzione la software house francese conserva lo stesso sistema del predecessore, con la sostanziale differenza però che promette un grandissimo numero di contenuti in più. Fortunatamente sembra che la lezione del titolo originale sia stata recepita dagli sviluppatori, infatti, raggiungendo il level cap a 30 e proseguendo ben oltre al semplice debellare la minaccia e rimettere il Presidente al posto che gli compete le cose da fare sono veramente molte. Ma andiamo con ordine. Parlando di gameplay, The Division 2 ha inizio con un editor del personaggio. A questo punto dopo un brevissimo prologo si viene catapultati nella dura realtà di Washington D.C. I primi passi nella capitale statunitense fanno capire subito che si ha a che fare con una location ben differente dalla New York gelata dall’inverno e dalla desolazione, depredata del suo splendore dalle gang criminali e distrutta dal virus che l’ha messa in ginocchio. I paesaggi assolati, più vivi e meno claustrofobici, però sono solo l’anticamera di un’altra città in rovina sulle cui strade si combatte ancora la battaglia tra la vita e la morte. I sopravvissuti stanno tentando di instaurare un nuovo ordine ma le gang sono ancora un ostacolo. In questo scenario gli agenti della Divisione avranno ancora una volta il compito di combattere i nemici della pace per ribaltare la situazione e cercare di creare un nuovo mondo. Insomma, in The Division 2 cambia il periodo, il clima, gli equilibri, eppure gli elementi che hanno contraddistinto e posto le basi per il gameplay del gioco originale sono tutti lì, immediatamente riconoscibili. In questo sequel la Casa Bianca funge da quartier generale delle operazioni della divisione, ed è quindi un luogo dove tornare a raccogliere i frutti degli sforzi in missione, acquisendo nuove abilità e potenziando il proprio arsenale. Inoltre, da qui si diramano tutte le altre operazioni per la riconquista della capitale.

Come nel suo predecessore, anche in The Division 2 l’esplorazione è sempre libera e lascia la scelta di decidere se perderci tra le strade alla ricerca di risorse utili, o farsi guidare dal navigatore verso la prossima destinazione. Ingaggiare il nemico sottraendogli man mano terreno prezioso e roccaforti, sarà invece utile per far avanzare gli alleati e sfruttare il territorio per mutarlo in un checkpoint prezioso da cui ripartire grazie allo spostamento rapido. Tali avamposti ora si sommano ai rifugi, ricordando da vicino quelli presenti nella serie di Far Cry. Sempre parlando di assonanze con il passato, anche in questo nuovo capitolo della saga torna anche l’interfaccia che simula la realtà aumentata a disposizione degli Agenti. Tramite effetti minimali e ben definiti, questa funzione segnala tutti i dettagli di cui è necessario essere a conoscenza: dagli spostamenti possibili grazie alla copertura in movimento, fino agli indicatori di energia e ricarica nostra e dei nemici, passando per tutta una serie di minuzie utili a immedesimarsi in un soldato dalle capacità tecnologiche avanzate. Per chi ha già giocato al titolo originale, affrontare The Division 2 avrà un sapore molto familiare. A livello grafico lo SnowDrop Engine fa un lavoro squisito: Washington D.C. non genererà lo stesso incanto di una New York in balia delle tempeste di neve nel periodo natalizio, ma la mole di detriti dispersa per le strade unita a scenari urbani devastati, risulta inquietantemente credibile, da lasciare ancora una volta a bocca aperta. Sicuramente Ubisoft da questo punto di vista merita un grande plauso: nonostante i capolavori usciti in questi tre anni nel panorama videoludico, quello di The Division è uno dei setting più curati nella storia dei videogiochi se comparati alla vastità della mappa. La cura maniacale per il dettaglio, la ricerca della perfezione in ogni strada, palazzo o sotterraneo raggiunge il suo apice nelle missioni principali, quando ci si trova a dover esplorare edifici complessi nell’architettura, che raccontano tramite una quantità spropositata di oggetti i loro scopi passati. La sensazione di desolazione e smarrimento che si prova in questa versione di Washington D.C. è veramente stupefacente e anche solo passeggiare nelle strade della capitale americana provoca un brivido lungo la schiena. La città però non è solo quello che si vede passeggiando fra i palazzi, infatti le strade celano anche laboratori sotterranei, uffici governativi, locali commerciali e tanto altro. Il nostro consiglio? Usare meno possibile il viaggio rapido e godersi le bellezze offerte da The Division 2. L’esplorazione libera poi, oltre che essere un ottimo metodo per trovare risorse e far esperienza, è anche un’ottima tattica per poter scoprire segreti e trovare collezionabili che approfondiscono la fase più critica dell’epidemia. Ovviamente il gioco non è perfetto, infatti è presente qualche sporadica sbavatura come qualche glitch o alcune texture che si caricano in ritardo, ma difronte alla maestosità dell’ambiente queste piccolezze sono nulla. Il difetto peggiore dell’ultima produzione Ubisoft però è la poca caratterizzazione dei personaggi i quali non riescono a raccontare con efficacia tutto ciò che hanno passato nei mesi dell’epidemia. Anche il protagonista soffre di questo difetto e purtroppo risulta essere un semplice spettatore muto degli eventi che coinvolgono i sopravvissuti alla piaga. Mai una parola, mai un’emozione, mai una reazione. Il proprio alter ego virtuale è freddo, impassibile e insensibile. Quest’aspetto purtroppo, a nostro avviso, è il difetto peggiore per un titolo del genere. Parlando di altro, come già visto a New York, ogni tanto è possibile trovare in giro i così detti dispositivi ECHO che, tramite la realtà aumentata, ricostruiscono scene chiave avvenute nel passato, aiutando chi gioca a capire cosa ha portato al collasso la città. Purtroppo questi espedienti non riescono a generare il climax necessario a emozionare chi sta con il pad in mano e il doppiaggio in Italiano, seppur completo, risulta alle volte in un’interpretazione priva di mordente. Insomma, dinanzi a una catastrofe di questo genere come minimo ci si aspetta un pathos maggiore.

Durante il peregrinare del protagonista si verrà spesso a contatto con informazioni su personaggi e retroscena che arrivano a coinvolgere il governo americano, il presidente e il suo personale, ma, come già evidenziato, l’assenza di una caratterizzazione precisa e profonda dei personaggi in questione si dimostra un neo non di poco conto. Fortunatamente la musica cambia nelle sessioni di gioco dove bisogna combattere, infatti, nonostante il game loop è uguale a quello visto in passato: si dal rifugio che si preferisce, si affronta la missione fino a raggiungere il nemico più corazzato, si aumenta il livello, si acquisisce nuovo equipaggiamento e si va vanti così, il combat system è davvero ben fatto. Le missioni sono lunghe e impegnative, con l’IA che seppur prevedibile in molti casi, mette a dura prova il giocatore cercando di aggirarlo e circondarlo il più possibile, facendo uso anche di tecnologia avanzata e dell’ambiente circostante. La strategia in battaglia, con le maggiori variabili introdotte da nuovi strumenti e tipologie di nemici, acquista un minimo di profondità in più, che finalmente varia l’azione per non renderla troppo ripetitiva ed estenuante. In The Division 2 il senso di progressione è dato dal ritrovamento e dal crafting dell’arsenale più potente, al pari del primo capitolo, riducendo il comparto narrativo a mera preparazione a quello che bisognerà affrontare una volta raggiunto il level cap. Ossia il coop online e quindi la Dark Zone, che comporterà a sua volta l’inevitabile grinding alla ricerca dell’equipaggiamento più raro e potente. L’introduzione dei Clan, le marche degli equipaggiamenti e la personalizzazione dei i droni, contribuiscono ad aggiungere qualche novità in più. Nonostante questo, però, è la struttura generale a non subire cambiamenti di sorta fino al raggiungimento del level cap e dell’end-game. La mancanza di innovazione nella formula generale fa storcere il naso, ma sarebbe etichettare The Division 2 come una sorta di espansione sarebbe un errore. A livello di personalizzazione e crescita del personaggio, man mano che sale di livello il proprio alter-ego ottiene dei punti abilità, che possono essere spesi per sbloccare uno degli 8 strumenti tecnologici sviluppati per incrementare le capacità difensive degli Agenti. Il catalogo delle dotazioni utilizzabili sul campo di battaglia dopo averle assegnate a uno dei due tasti dorsali, che include torrette difensive, scudi, droni, lanciatori chimici e altri simpatici accessori, non solo è molto vario ma può anche essere personalizzato in modo puntuale dal giocatore attraverso numerose varianti, offensive o difensive, che possono essere sbloccate utilizzando le componenti di tecnologia SHADE ottenute come ricompense per le missioni completate o raccolte durante l’esplorazione. Salendo di livello il giocatore può inoltre equipaggiare armi e dotazioni più performanti. The Division 2 include, proprio come il suo predecessore, 7 categorie di armi differenti e un nutrito elenco di accessori come fondine, corazze, guanti e simili, ognuna delle quali è dotata di caratteristiche uniche che dipendono non solo dal livello, ma anche dal grado di rarità delle stesse, che viene identificato anche in questa occasione dal colore e che corrisponde ad un numero crescente di bonus e malus passivi o attivabili, come nel caso delle armi, solo completando specifiche sfide o soddisfacendo requisiti precisi. Alcuni oggetti inoltre faranno parte dello stesso “brand”, il che permette di sbloccare vantaggi aggiuntivi quando si indossano 2 o più elementi della stessa famiglia. Alcune parti dell’equipaggiamento, così come gli strumenti sbloccabili consumando punti Abilità, possiedono inoltre uno o più slot dedicati ad accessori e mod tramite i quali si può cambiarne sia l’aspetto estetico che le caratteristiche base. Le modifiche estetiche, così come i capi di abbigliamento con i quali personalizzare l’aspetto del personaggio, possono essere recuperate sul campo di battaglia o acquistate nello store dedicato presente all’interno del gioco spendendo crediti Premium, ottenibili tramite classiche microtransazioni, mentre gli accessori relativi all’equipaggiamento non solo possono essere raccolti, ma possono anche essere craftati, così come tutto il resto, consumando le risorse raccolte esplorando o smantellando gli oggetti dei quali sentiamo di non avere più bisogno. Per farlo è però necessario possedere o sbloccare il relativo progetto, il che permette di parlare anche di un altro aspetto legato alla progressione all’interno di The Division 2. Nel nuovo titolo di Massive Entertainment infatti non bisogna solo far crescere il proprio personaggio, ma anche la base operativa e gli insediamenti presenti in città ottenendo in cambio, in aggiunta ai classici punti esperienza e alle ricompense pecuniarie, anche la fedeltà di alcuni NPC, i quali torneranno alla Casa Bianca per occuparsi di specifiche attività come il poligono di tiro, l’area fai da te o l’intelligence, e tanti utili progetti. Per ottenere tutto ciò non basta però completare le numerose missioni secondarie proposte nei rispettivi insediamenti, ma è necessario contribuire al benessere e allo sviluppo degli stessi donando materiali ed equipaggiamenti o completando particolari attività per le strade delle città. Parlando della progressione è poi impossibile non spendere due parole sul sistema di gestione delle sessioni cooperative, capace di ridurre il divario tra Agenti di livelli diversi grazie ad un sistema di adattamento dinamico della difficoltà affiancato da un sistema di “boost” che innalza il livello dei giocatori più deboli per rendere più equilibrata l’intera esperienza. Il sistema permette inoltre di scambiarsi le armi raccolte mentre si gioca in gruppo, così da favorire una gestione meno limitata dal loot. Insomma, The Division 2 è un gioco a cui bisognerà dedicare moltissimo tempo.

Per quanto riguarda la componente multigiocatore che ha caratterizzato il titolo, anche in The Division 2 fa ritorno la zona nera. Per chi non avesse giocato al primo, è bene sottolineare che esse sono delle aree della mappa ancora contaminate dal Veleno Verde nelle quali squadre di giocatori umani possono decidere di cooperare o di darsi battaglia mentre tentano di sopravvivere ai nemici controllati dalla I.A. e di recuperare equipaggiamenti speciali, che prima di poter essere utilizzati devono però essere decontaminati. Per farlo è necessario raggiungere delle specifiche aree della Zona Nera e richiedere l’intervento di un elicottero, cercando nel frattempo di non farsi sottrarre il prezioso bottino da altri giocatori. Uccidere gli altri agenti e rubare non sono però azioni da compiere troppo alla leggera. I giocatori che decidono di “macchiarsi” di questi crimini diventano infatti dei “traditori”, esponendosi così al rischio di affrontare scontri in PvP, che a differenza di quanto accadeva in passato rimangono disattivati fino a quando il giocatore non viene etichettato come tale. Lo status di traditore si articola su tre livelli crescenti, ai quali corrispondono ricompense e “via di uscita differenti”. Chi si dedica solo al furto diventa un traditore “semplice”, il che non comporta altre conseguenze se non quella di poter essere attaccati. Nel momento in cui si uccide un altro agente si diventa però dei Rinnegati, con conseguente comparsa di una taglia sulla propria testa, la cui entità e durata variano in modo proporzionale alle azioni commesse. Per uscire da questo status, e ottenere le ricompense, bisogna resistere fino a quando la taglia non scade, altrimenti sarà il nostro killer a riscuoterle. Coloro che uccidono un discreto numero di Agenti diventano poi i bersagli di vere e proprie “Cacce all’Uomo”, dalle quali è possibile uscire solo raggiungendo uno dei terminali SHADE presenti nella zona, attraverso cui è possibile ripulire la propria fedina o, perché no, incrementare ulteriormente la propria reputazione per ottenere ancora più ricompense. Queste però non sono le uniche differenze presenti col passato. Infatti in The Division 2 le zone nere sono ben 3, ognuna delle quali propone ai giocatori un teatro di battaglia differente presentato attraverso una missione specifica. Per evitare il ripetersi delle situazioni poco gradevoli viste nel primo capitolo, gli sviluppatori hanno inoltre deciso di normalizzare le statistiche legate agli equipaggiamenti di chi si avventura nelle Zone Nere, così da porre l’accento sulle capacità dei giocatori piuttosto che sulle loro dotazioni. Le Zone Nere inoltre non rappresentano però l’unica componente PvP presente in The Division 2. Per venire incontro alle richieste della community, il nuovo capitolo include anche una modalità di scontro tra giocatori più convenzionale accessibile in qualunque momento dopo aver completato il prologo iniziale, chiamata Conflitto. Qui al momento trovano spazio due tipologie di sfide classiche, ovvero Schermaglia e Dominio. Anche in questo caso le statistiche delle dotazioni vengono normalizzate prima di ogni incontro ed è presente una progressione separata rispetto a quella del titolo principale, così come accade nelle Zone Nere. Tirando le somme, con The Division 2 Ubisoft e Massive Entertainment hanno fatto tesoro degli errori passati e dei feedback ricevuti dai giocatori, creando un titolo che lascia davvero poco spazio alle critiche. La quantità di contenuti, un end-game ricco di attività e un sistema di progressione ben strutturato ed appagante rendono il secondo capitolo del franchise un “must have” per tutti gli appassionati del genere. Uniche controindicazioni? Lasciar perdere se si ha poco tempo ed evitare di giocare in solitaria in quanto l’esperienza di gioco è ancora più appassionante se giocata con altri 3 amici.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 9,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 9

Longevità: 9

VOTO FINALE: 9

Francesco Pellegrino Lise

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Outriders il nuovo “Looter Shooter” con elementi RPG di Square Enix

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Outriders è il nuovo looter-shooter cooperativo sviluppato da People Can Fly e prodotto da Square-Enix per Pc, Xbox e PlayStation. Ma veniamo al dunque: la Terra è finita. Questo è il rassicurante incipit del gioco, e a distruggerla sono stati proprio gli esseri umani. Da questo drammatico evento parte l’affannosa ricerca di un nuovo pianeta da colonizzare, e la scelta cade sul rigoglioso Enoch, un mondo all’apparenza perfetto per ridare una terra natia al genere umano, ma che inevitabilmente cela parecchi lati oscuri che porteranno il giocatore ad affrontare una colonizzazione tutt’altro che semplice. Il gioco ha inizio con uno scarno editor che permette ai giocatori di creare il proprio personaggio. Sarà possibile selezionare il sesso, uno tra i non molti volti, l’acconciatura e qualche dettaglio come trucco e cicatrici varie. Dopo aver fatto ciò ci si potrà finalmente buttare nella mischia. L’inizio di Outriders ha uno svolgimento piuttosto lento e, nella prima fase di gioco, si limita ad illustrare le meccaniche di base, fatte di sparatorie in terza persona con la possibilità di sfruttare i ripari disseminati nel mondo di gioco. Il protagonista del gioco è un membro degli Outriders, l’avanguardia di quel che rimane del genere umano. Il compito del proprio alter ego virtuale è quello di sincerarsi delle condizioni del pianeta alieno per poi dare il via alla colonizzazione vera e propria. Naturalmente le cose non saranno esattamente come da previsioni, e ad attendere il colonizzatore ci sarà una catastrofica tempesta magnetica capace di sterminare quasi tutti i membri della spedizione. Anche il protagonista viene travolto da questa terribile calamità, ma sorprendentemente non verrà ucciso, ma sarà lasciato in fin di vita e con capacità decisamente inaspettate. Durante l’abbattersi della tempesta il nostro Outrider riuscirà a stento a raggiungere le capsule criogeniche nel disperato tentativo di guarire le proprie ferite, e verrà ibernato per risvegliarsi trent’anni dopo, quando la situazione su Enoch è ormai precipitata. Una volta risvegliati, infatti, bisognerà calarsi in un mondo in rovina, con la razza umana divisa, in guerra e dispersa su un pianeta diventato improvvisamente ostile e pericoloso. D’ora in poi il protagonista scoprirà di non essere più un normale umano ma bensì una “Mutazione” dotata di poteri speciali, e bisognerà far luce sugli avvenimenti che hanno ridotto la razza umana allo stremo avvicinandola all’inevitabile estinzione. La trama non è certamente il fiore all’occhiello di questa produzione e non brilla per originalità, ma contribuisce a creare una discreta atmosfera grazie ai molti misteri che circondano l’arrivo del protagonista e che andranno a dipanarsi nel corso della storia, ma anche svelati tramite i molti collezionabili che raccontano nel dettaglio tutto quello che è accaduto nei trent’anni del sonno criogenico. Una volta terminata questa fase iniziale, il gioco entra nel vivo facendo scegliere al giocatore una tra le quattro classi a disposizione, aspetto che andrà ad influenzare profondamente il gameplay di Outriders. Si potrà scegliere se calarsi nei panni del Tecnomante, perfetto per gli scontri a lunga distanza grazie ai suoi gadget tecnologici che ci aiuteranno durante gli scontri, mentre il Piromante fa largo uso dell’evocazione e del potere del fuoco per farsi largo negli scontri a media distanza; il Mistificatore invece è perfetto per attacchi a corta distanza mordi e fuggi grazie ai suoi poteri che gli permettono di manipolare lo spazio ed il tempo, ed infine il Distruttore rappresenta la classe “tank” del gioco, con una grandissima resistenza e capace di sfondare le linee nemiche grazie alla sua enorme potenza di fuoco. Ognuna di queste classi porta in dote poteri speciali che ben presto diventano uno degli aspetti più importanti del gioco. Questi attacchi vengono associati ai tasti dorsali del controller e ne sblocchiamo di nuovi man mano che si sale di livello, decidendo di volta in volta quali utilizzare.

Uno degli aspetti principali di questi poteri, specialmente all’inizio, è che rappresentano l’unico modo per poter ripristinare i punti vita. Diventa quindi importante saperli sfruttare nel modo migliore, riuscendo al contempo ad eliminare i nemici, ma anche a rigenerare la propria salute e gli scudi. Inutile dire che oltre alla loro indubbia utilità, gli attacchi speciali rappresentano anche una vera e propria gioia da utilizzare. Questo contribuisce ad attenuare significativamente l’importanza della meccanica di copertura presente nel gioco: affidarsi unicamente alle coperture in Outriders porta solo ad un risultato: la morte. Non solo perché le coperture possono essere distrutte, lasciando completamente allo scoperto il personaggio, ma anche per via delle routine comportamentali dei nemici: che siano umani ribelli, creature indigene di Enoch o altre fazioni di cui non vi sveleremo nulla, ogni gruppo di nemici che si affrontano sarà sempre composto da avversari di vario genere. Oltre ai classici fucilieri o agli infallibili cecchini piazzati in lontananza, ci sono sempre gruppi di antagonisti che attaccheranno venendo incontro forti della loro agilità e dei loro colpi corpo a corpo, oppure i corazzati che si fanno scudo delle loro armature per non fermarsi di fronte a nulla. Tutti questi aspetti mettono il giocatore nella condizione di sfruttare le coperture quando necessario, ma soprattutto spingono nella direzione di combattimenti più dinamici, ricchi d’azione e che ben presto diverranno letteralmente frenetici. Outriders cala nei suoi particolari meccanismi di gioco un po’ alla volta e, dopo aver assaggiato le varie classi ed i relativi poteri, entra in gioco un’altra delle sue peculiarità: la personalizzazione delle armi e le relative meccaniche di Looter Shooter. Come ogni gioco appartenente a questo genere, i nemici “droppano” ricompense che potranno essere armi o parti di equipaggiamento. Come da tradizione sono suddivise in categorie da quelle comuni passando per le rare, arrivando infine a quelle di classe Elite e Leggendario. Se nelle prime fasi di gioco si avrà a che fare solo con armi arrugginite o comuni nel migliore dei casi, proseguendo nella storia e salendo di livello si potranno raccogliere armi rare, ed in questo frangente entra in scena un’altra caratteristica peculiare di Outriders: le Mod. Partendo come già detto dalle armi rare, sarà presente una Mod che va a modificare il comportamento degli attacchi speciali, portando bonus di vario genere capaci ad esempio di infliggere più danni, effetti di stato o migliorare le capacità curative di quel determinato attacco. Ogni arma ha quindi una o due Mod predefinite, e basterà rottamarla per poi ritrovare quelle stesse Mod nell’inventario, pronte per essere riutilizzate su altre armi o armature. Si potrà quindi equipaggiare un set di Mod perfetto per potenziare il proprio stile di gioco, favorendo alcuni aspetti ad altri a seconda delle intenzioni che si hanno e dando una profondità davvero invidiabile a tutto ciò che concerne il nostro equipaggiamento. Anche le Mod sono suddivise per livelli, tre relativi alle Mod per le armi ed altri tre dedicati alle Mod per l’equipaggiamento. Nel primo caso le Mod di primo livello permetteranno di applicare svariati bonus agli attacchi speciali, mentre salendo di livello si andrà a modificare il comportamento stesso delle nostre armi tramite una serie di bonus che vanno dal classico aumento dei parametri di danno, a reazioni più elaborate come esplosioni che dilanieranno i corpi dei nemici andando anche a ferire chiunque si trovi nei paraggi del malcapitato. Lo stesso succede con le Mod dedicate alla corazza e anche in questo caso si potrà agire su un grande numero di effetti bonus tra cui scegliere.

La struttura di gioco di Outriders si lascia affrontare tranquillamente in Single Player dall’inizio alla fine, rendendolo effettivamente un gioco fatto e finito, aperto comunque ad eventuali e future aggiunte tramite espansioni di vario genere, con inoltre la possibilità di affrontarlo in cooperativa fino a tre giocatori. La storia è lineare e permette di esplorare Enoch, suddividendolo nei più classici degli stage, ognuno in zone diverse del pianeta contraddistinte da diversi biomi, passando dai resti di città in rovina, attraverso foreste e paludi, fino alle lande deserte delle fasi finali della campagna. Il gioco è quindi suddiviso tra le missioni principali, accompagnato da un discreto numero di missioni secondarie e da attività di vario genere come la caccia alle bestie più feroci del pianeta alieno, od alle taglie poste sulla testa di alcuni criminali, arrivando infine alla ricerca di antichi cimeli che ricordano come era la vita sulla Terra ormai distrutta. Ognuna di queste attività ovviamente offre ricompense sotto forma di esperienza, armi di livello superiore e così via, il tutto dettato dal livello di difficoltà impostato, che può regolarsi autonomamente grazie al Livello del Mondo. Man mano che ci si fa largo tra le numerosissime fila nemiche, infatti, il livello del Mondo sale attraverso i 15 livelli disponibili. L’aumento di livello del Mondo comporta la possibilità di ottenere ed equipaggiare armi di livello superiore al proprio, ma contemporaneamente anche il livello dei nemici subisce lo stesso incremento, mantenendo il tasso di sfida sempre piuttosto alto ed impegnativo. Come detto, il Livello del Mondo si adatta alle prestazioni del giocatore sul campo di battaglia: se si riuscirà a farsi largo senza mai morire il livello salirà a ritmi sostenuti, mettendo continuamente alla prova il giocatore; se invece si incontreranno troppe difficoltà o si incapperà in continue morti premature, il Livello del Mondo si abbasserà cercando di aiutare il giocatore a superare le difficoltà incontrate. In ogni caso, è possibile modificare la possibilità di disattivare la crescita automatica del tasso di difficoltà e viceversa, alzandolo o abbassandolo senza limitazioni a seconda delle difficoltà che ci si troverà affrontando un particolare punto di gioco. Dopo aver concluso la campagna – e per farlo ci vorranno circa 40 ore comprendendo anche le missioni secondarie – c’è la possibilità di affrontare le Spedizioni: queste sono collegate al finale del gioco, quindi cercheremo di non svelare alcun dettaglio che vada a toccare parti della trama. Vi basti sapere che le Spedizioni altro non sono che particolari missioni di recupero di alcuni Pod orbitali con al loro interno un notevole numero di ricompense di altissimo livello. Ovviamente per recuperarle sarà necessario affrontare enormi orde di nemici in missioni che metteranno seriamente in difficoltà i giocatori. Essendo missioni di alto livello e relative alla fase Endgame del gioco, è caldamente consigliato di affrontarle in compagnia di altri giocatori ormai giunti al Level Cap – in questo caso il Livello 30 – visto anche che le ricompense migliori verranno guadagnate solo completando queste particolari missioni entro un tempo limite. Anche le Spedizioni offrono un livello di difficoltà crescente e, esattamente come il Livello del Mondo, avranno 15 livelli di difficoltà. Ovviamente, anche in questo caso, a maggiori difficoltà corrispondono ricompense migliori, permettendo di portare il nostro alter ego virtuale ed il suo equipaggiamento a livelli altissimi. Tirando le somme, possiamo dire che Outriders è un gioco particolare: da una parte abbiamo un gameplay divertente e frenetico in grado di offrire combattimenti memorabili e terribilmente soddisfacenti, con ottime meccaniche da Looter Shooter, una buona gestione dell’equipaggiamento e la moltitudine di Mod che ci permettono di personalizzare il gameplay in maniera davvero profonda e sorprendente. Il tutto connesso ad un sistema di difficoltà dinamica davvero intelligente e strettamente collegato al Loot. Outriders è un progetto riuscito, che nonostante alcuni difetti si presenta come un’esperienza spettacolare, da non sottovalutare in nessun caso. La storia all’inizio poco incisiva si evolve nel modo giusto con l’aumentare delle ore, proprio come le possibilità offerte dal fantastico sistema loot and shoot, che unito a quello di crafting permette di creare un alter ego su misura per ogni giocatore. Provatelo, soprattutto visto che è gratuito se avete un abbonamento Gamepass Ultimate su Xbox, e siamo sicuri che non ve ne pentirete.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Sony: a maggio arrivano le tv Full Array Led Bravia XR X90J con intelligenza cognitiva

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Sony annuncia che tra qualche settimana si potranno acquistare i nuovi televisori Full Array LED 4K HDR della serie BRAVIA XR X90J. Gli ultimissimi modelli lanciati da Sony rientrano nella gamma di televisori BRAVIA XR dotati di Cognitive Processor XR™, un processore che sfrutta un metodo di elaborazione più innovativo ed efficace rispetto all’IA convenzionale per replicare le modalità di ascolto e visione del cervello umano. Quando osserviamo qualcosa, ci focalizziamo inconsciamente su alcuni punti. L’intelligenza cognitiva di Cognitive Processor XR divide lo schermo in numerose zone e individua la posizione del “punto focale” nell’immagine. Mentre l’intelligenza artificiale (IA) convenzionale è in grado di rilevare ed esaminare colori, contrasto, dettagli e tutti gli altri componenti dell’immagine solo separatamente, il nuovo Cognitive Processor XR esegue un’analisi incrociata simultanea, proprio come fa il nostro cervello. Questo processo fa sì che tutti gli elementi vengano regolati in modo congiunto tra loro, con un risultato finale nettamente migliore, in cui ogni fattore viene sincronizzato e la scena appare realistica, a livelli inarrivabili per l’IA convenzionale. Cognitive Processor XR riesce anche ad analizzare la posizione del suono nel segnale, in modo da coordinare con precisione l’audio e le immagini sullo schermo. Il sistema, inoltre, ottimizza ogni input sonoro in qualità 3D surround per generare un’acustica immersiva e accuratissima.

La tecnologia apprende, analizza e interpreta quantità di dati senza precedenti e ottimizza con un algoritmo intelligente ogni pixel, ogni fotogramma e ogni suono, dando vita all’effetto più realistico mai raggiunto da Sony. Sullo schermo Full Array LED dei TV 4K HDR BRAVIA XR X90J, le immagini acquistano una profondità e una naturalezza senza precedenti. L’elaborazione del Cognitive Processor XR, unita alla tecnologia Full Array LED, produce risultati ultra-realistici, caratterizzati da contrasti vividi. I TV Full Array LED 4K HDR BRAVIA XR X90J offrono l’esclusivo servizio BRAVIA CORE, incluso su tutti i nuovi modelli della serie XR, che mette a disposizione sia una selezione degli ultimi titoli premium e classici SPE, sia la più ampia collezione IMAX Enhanced. Per la prima volta nel settore, BRAVIA CORE vanta la tecnologia Pure Stream, che consente di ottenere una qualità quasi equivalente all’UHD BD lossless con lo streaming fino a 80 Mbps. Il modello X90J è l’ideale per il gaming. Collegato a una console di nuova generazione, si avvale delle funzionalità HDMI 2.1 (ad esempio, la visualizzazione in 4K a 120 fps, il VRR e l’ALLM) per assicurare una risposta immediata ai comandi. I TV Full Array LED 4K HDR BRAVIA XR X90J saranno disponibili in formato da 50, 55 e 65”. Le consegne sono previste da maggio. In un secondo momento sarà disponibile anche la versione da 75”. Per maggiori informazioni, visitare il sito www.sony.it.

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Spacebase Startopia il videogame gestionale “spaziale”

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Spacebase Startopia è un videogioco ambientato nello spazio di natura gestionale abbastanza classico che però non manca di presentare alcuni assi nella manica che lo rendono appetibile per molti appassionati del genere. Ovviamente se si sta cercando un titolo manageriale con una componente narrativa di livello a fare da sfondo con Spacebase Startopia non troverà certamente il gioco dei propri sogni, ma in ogni caso il team di Realmforge Studios ha comunque organizzato qualcosa di simile ad una piccola campagna. Il software infatti propone infatti al giocatore tre modalità di gioco: la campagna, la modalità single player e quella multiplayer. Parlando della modalità campagna, come già detto, non ci si deve aspettare una grande storia e nemmeno una grande durata, questa modalità serve più che altro da grosso tutorial e serve a trasmettere al giocatore le meccaniche di gioco base che poi bisognerà utilizzare al meglio nelle altre due modalità. La campagna è composta da una decina di missioni ognuna pensata per far apprendere al giocatore una determinata meccanica di gioco. Si passerà quindi dai temi principali come l’interazione con i vari ospiti fino alle parti più legate alla socialità o ai primi rudimenti sulle partite in multiplayer o in cooperativa. Il gioco è un prodotto adatto a chiunque, anche per i giocatori che non hanno dimestichezza con l’inglese, infatti, Spacebase Startopia è localizzato in italiano e quindi non si avrà alcun tipo di difficoltà nel districarsi tra incarichi, menu e interfaccia di gioco anche se non si conosce la lingua d’oltre Manica. La struttura spaziale che i giocatori saranno chiamati a comandare è suddivisa in tre settori principali, ognuno di essi adibiti a strutture e oggetti unici, utili per il buon funzionamento della stazione spaziale e essenziali per accogliere gli alieni che popolano la galassia. Il successo o il fallimento risiede nel soddisfare le esigenze dei clienti e il raggiungimento degli obiettivi imposti dagli scenari di prova in cui bisognerà ricoprire il ruolo di comandante. Il cuore pulsante che raccoglie l’energia necessaria per compiere qualsiasi azione si trova sul Sottoponte, il comparto più importante dove poter collocare tutti gli edifici principali atti alla gestione e al miglioramento della base. Nelle prime battute della campagna si impareranno quali sono le strutture imprescindibili di cui la stazione spaziale necessita. All’interno del Sottoponte è obbligatorio installare edifici per l’accoglienza come ostelli e centri medici ma anche complessi di gestione indispensabili come il Centro di comunicazioni e la Stazione di riciclaggio per i rifiuti. I visitatori di razze diverse hanno infatti delle esigenze particolari e saranno più attenti alle carenze; ad esempio le Blatte troveranno un tasso di sporcizia più tollerabile rispetto alle Driadi, amanti della natura e dell’aria pulita. La diversità di ospiti è inoltre essenziale in termini di personale da assumere, infatti, ogni complesso adibito al funzionamento della nostra base richiederà dipendenti di razze specifiche.

Successivamente i giocatori saranno chiamati a gestire anche gli altri due settori presenti nella stazione spaziale come ad esempio il Divertiponte, il comparto intermedio dove i visitatori potranno ballare in discoteca o scommettere nelle sale bingo. Tutte le strutture accessorie per tenere alto l’umore dei vacanzieri saranno gradualmente sbloccabili dalla scheda di ricerca apposita e migliorabili una volta che si sarà costruito un Centro di Ricerca al piano superiore sul Sottoponte. Più il tasso di divertimento è alto, più i clienti facoltosi vorranno spendere la propria energia su questo ponte adibito allo svago, sbloccando così tipologie di ospiti sempre più ricchi e dai desideri più raffinati. Con l’arrivo di una clientela snob si potrà infatti adornare il Divertiponte con locali di cucina molecolare, ristoranti di sushi e attrazioni da luna park sempre più folli. A completare la disamina dei tre ponti presenti all’interno di Spacebase Startopia c’è il Bioponte, una sezione completamente dedicata alla natura e ai biomi nativi dei visitatori. Sarà possibile conformare a proprio piacimento le sezioni di quest’area, costruendo collinette, avvallamenti, specchi d’acqua o colline fiorite. Cambiare il bioma o renderne un tipo particolare più ampio rispetto ad un altro diventa essenziale in alcuni momenti del gioco, dato che ci sarà bisogno di precise risorse per poter migliorare la base. Dopo aver assunto un numero sufficienti di Driadi che si occuperanno della cura e della crescita di questo particolare ponte, sarà possibile assumere ulteriori alieni che andranno a costruire un tempio per soddisfare l’esigenza spirituale dei viaggiatori. Attenzione però, il Bioponte potrà regalare ulteriori sorprese, come la presenza casuale di boccioli alieni che una volta schiusi daranno vita ad un’infestazione di forme di vita nemiche pronte a distruggere la stazione. L’ulteriore valuta presente all’interno di Spacebase Startopia, oltre all’essenziale e fondamentale energia, è rappresentata dai punti prestigio, un valore che si incrementa nel tempo in base alla soddisfazione degli alieni che vengono a farvi visita sulla stazione spaziale. Ovviamente, migliore sarà la valutazione della base, più il conteggio di tale punteggio aumenterà velocemente. Con essi è possibile sbloccare nuove fasce di visitatori, partendo dai camionisti spaziali fino ai viaggiatori snob, ed ognuna di queste categorie darà quindi accesso a specifiche costruzioni per poter soddisfare a pieno i bisogni della clientela di riferimento. Ma non è solo il divertimento il fulcro della progressione, trovando infatti in queste categorie anche la possibilità di costruire le stazioni di polizia e la prigione per contrastare il crimine a bordo, e di erigere un Laboratorio di ricerca dove poter migliorare le strutture per garantire un grado migliore di efficienza e soddisfazione. Inoltre sarà possibile avere accesso anche alle schede di combattimento e sabotaggio, con le quali entrare in conflitto nelle partire multiplayer o in determinati scenari della campagna prestabiliti con gli altri comandanti. Per potere avere la meglio sugli avversari si potranno utilizzare strumenti devastanti come Mech per distruggere i nuclei di energia altrui o si potranno inviare spie per sabotare i punti nevralgici degli sfidanti. Insomma, di cose da fare in Spacebase Startopia ce ne sono davvero molte.

Le buone notizie non si fermano solamente sul fronte delle meccaniche di gioco, della localizzazione e dell’incredibile varietà si cose da sviluppare, Spacebase Startopia infatti presenta una direzione artistica di tutto rispetto, fresca e originale e, soprattutto, condita da una buona dose di ironia e di follia che rende il tutto divertente e stempera anche le situazioni più critiche. Tutto molto buono anche sul fronte tecnico: abbiamo testato a lungo a Spacebase Startopia su Xbox Series X e non abbiamo rilevato problemi di sorta, il frame rate è sempre risultato stabile e l’aspetto visivo sempre di prim’ordine. Certo non è un titolo che presenta o necessita di una grafica fotorealistica, ma la veste proposta e il motore di gioco fanno il loro lavoro regalando degli scorci molto belli. Infine, ci teniamo a sottolineare che nel corso della nostra lunga prova non abbiamo rilevato alcun tipo di bug o problema bloccante. Pollice all’insù anche per quanto riguarda il comparto sonoro: la colonna sonora fa il suo dovere così come gli effetti speciali. Da questo punto di vista il comparto audio aiuta molto il giocatore ad immedesimarsi nei panni di un vero comandante di una base spaziale e l’esperienza di gioco ne giova assolutamente. Tirando le somme, se siete alla ricerca di un titolo gestionale particolare, fuori dalle righe, originale e che vi faccia spesso sorridere, Spacebase Startopia rappresenta un videogame da giocare assolutamente. Che giochiate da Pc, Xbox, PlayStation o Switch, non importa, infatti il gioco sarà sempre pronto ad offrirvi prestazioni di buon livello garantendo un perfetto mix di divertimento e soddisfazione.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8

Sonoro: 8

Gameplay: 8

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8

Francesco Pellegrino Lise

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