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Galaxy A70, Samsung scommette sulla fascia media

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Con il Galaxy A70 Samsung potenzia la scuderia dei suoi smartphone di fascia media con un nuovo modello. L’azienda coreana ha infatti svelato sul suo sito questo nuovo device che verrà lanciato sul mercato a breve. Il dispositivo ha la peculiarità di possedere alcune caratteristiche premium che faranno sicuramente gola ai più giovani e a chi non vuole spendere una fortuna per un telefonino. La più evidente fra tutte è di sicuro lo schermo molto ampio, un Infinity-U Amoled da 6,7 pollici senza cornici e con piccolo notch a goccia. Di buon livello anche tutto l’hardware dedicato al comparto fotografico. Nella parte posteriore si trova un sensore principale da ben 32 megapixel coadiuvato da un grandangolo da 8 megapixel e un sensore di profondità (Tof) da 5 megapixel. Anche la fotocamera per i selfie è da 32 megapixel. Altra caratteristica che rende il dispositivo uno smartphone davvero appetibile è la grande batteria, da 4.500 mAh, a ricarica veloce, per “condividere, giocare e trasmettere tutto il giorno”, spiega l’azienda. Il nuovo smartphone di casa Samsung può fare affidamento sul sistema operativo Android 9, Ram da 6-8 GB e memoria interna da 128 GB espandibile. Integra inoltre un lettore di impronte digitali nello schermo per l’autenticazione, che avviene anche tramite riconoscimento facciale. I colori disponibili al lancio sono quattro: nero, blu, bianco e corallo. Insomma, con questo Galaxy A70 Samsung propone un device al passo con i tempi e con diverse caratteristiche interessanti. I dettagli sul processore dello smartphone non sono ancora noti, così come il prezzo e la data di uscita. Nuove informazioni sono attese il 10 aprile, giorno in cui a Milano, Bangkok e San Paolo si terrà il Galaxy Event 2019. Se siete interessati al Galaxy A70 e volete saperne di più non vi resta altro che attendere ancora una manciata di giorni.

F. P. L.

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Dragon Ball Z Kakarot, un sogno che diventa realtà

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Dragon Ball Z Kakarot è più di un semplice videogioco per Xbox One, Ps4 e Pc, ma è un vero e proprio sogno per gli appassionati del manga di Akira Toriyama. Ripercorrere tutte le vicende del fumetto e vivere gli scontri visti nell’anime, infatti, è davvero una vera e propria gioia per chi è cresciuto a pane e onde energetiche, sognando di combattere al fianco di Goku e compagni per difendere la terra. Questo titolo infatti non è un prodotto dedicato solo alle nuove generazioni di giocatori, ma soprattutto sarà apprezzato da chi ha superato la soglia dei trenta e che nei lontani anni ’90 aspettava l’uscita dei fumetti per capire come sarebbero finite le avventure del Saiyan più amato di tutti i tempi. Ma andiamo al dunque, Dragon Ball Z: Kakarot è un’esperienza che vive di tutte quelle cose che hanno reso l’anime di Toriyama un’opera incredibile. Non bisogna cercare l’anima del videogioco negli scontri all’ultimo sangue, nei tecnicismi o nelle sfumature del gameplay, infatti il titolo non è un picchiaduro fatto per affrontare gli amici o sconosciuti online, ma è un action-rpg per giocatore singolo che punta alla scoperta della trama del fumetto. Certo, ci si può avvicinare al titolo con fare circospetto diffidando della classica trasposizione videoludica di manga e anime. Ma la verità è che quando si preme il pulsante start e parte l’indimenticabile opening originale “Cha La, Head Cha La”, Goku è già riuscito a far breccia nei cuori degli appassionati con una potenza inaudita. La forza dell’opera messa in piedi dai ragazzi di CyberConnect2 è davvero incredibile: quando si ha occasione di visitare in prima persona luoghi storici come la Kame House, il pianeta di Re Kaioh e il piccolo cottage di Nonno Gohan, ciascun elemento del gameplay finisce per passare in secondo piano.  Esaminando più da vicino il titolo possiamo senza dubbio asserire che Dragon Ball Z Kakarot si pone l’ambizioso obiettivo di racchiudere in un videogame l’epopea dei Guerrieri Z, ovvero l’intera seconda serie animata tratta dall’opera di Toriyama, dall’arrivo del Saiyan Radish fino al tramonto del terribile Majin Bu. Inutile dire, quindi, che si tratta di una vera e propria fornace di momenti leggendari, dall’epico scontro contro Nappa e Vegeta, passando per la prima trasformazione di Goku sul pianeta Namecc, attraverso gli epici scontri con i Cyborg e Cell, fino all’epico scontro con Majin Bu, una pellicola che si srotola senza sosta sullo sfondo dei combattimenti più iconici della saga. Sono circa trenta le ore d’intrattenimento offerte dall’avventura (ma seguendo le quest secondarie e cercando tutti i collezionabili si arriva tranquillamente a 50), che al cuore è semplicemente una riproposizione in scala uno a uno delle quattro grandi minacce al centro dell’anime. I capitoli si susseguono come vere e proprie puntate, con tanto di narratore esterno e anticipazioni dell’episodio successivo, snocciolando interminabili scene d’intermezzo che reinterpretano i momenti chiave coprendo la maggior parte dell’intreccio, ma glissando su qualche elemento considerato secondario, come ad esempio la vicenda ambientata nel futuro di Trunks che fa capolino solo nell’endgame.

In Dragon Ball Z Kakarot, dietro la realizzazione delle strutture, delle immense vallate e delle metropoli che caratterizzano da sempre l’opera di Toriyama, si nasconde un profondo rispetto per il tratto dell’autore, e anche le animazioni più complesse durante i combattimenti rendono onore alle indimenticabili immagini del manga. Il comparto estetico, nei momenti che contano, sprizza fedeltà all’opera originale da tutti i pori, realizzando un perfetto tributo alla storia di Goku e, attraverso l’Enciclopedia Z accessibile in gioco, il più grande compendio mai dedicato all’universo delle Sfere del Drago. Il problema è che, fra una sequenza cinematica e un volo su Namecc, arrivano anche i momenti in cui Dragon Ball Z: Kakarot si ricorda di essere un videogioco. Il sistema di combattimento, figlio della tradizione anime fighter in 3D, mescola elementi della serie Budokai Tenkaichi con le più recenti caratteristiche di Xenoverse, e tale miscela non si discosta particolarmente dalla formula del button smasher. Fra tempeste di colpi e tecniche speciali, l’obiettivo è quello di sovrastare l’avversario sfruttando al massimo schivate perfette, assist, inseguimenti e fendenti per spezzare la guardia. Purtroppo il combat system non è particolarmente difficile da gestire, e alla fine ci si riduce a caricare la propria aura e scagliare super mosse, piuttosto che concatenare pugni e calci, teletrasportarsi e colpire alle spalle. Nonostante la componente estetica sia impeccabile e trae grande beneficio dalle animazioni e dalle arene distruttibili, lo stesso non si può dire della realizzazione tecnica in generale. Le battaglie sono perlopiù un caos nel quale riempire di botte l’avversario prima che sia lui a fare lo stesso, e l’intero sistema di bilanciamento è costantemente diviso fra scontri di una semplicità disarmante e inspiegabili picchi nella curva della difficoltà. Affrontare nemici anche solo di 3 livelli di potere più alti può rivelarsi fatale e frustrante. Il nostro consiglio per affrontare al meglio il gioco è infatti quello di affrontare molti combattimenti casuali, svolgere tutti gli allenamenti e fare le missioni secondarie. Così facendo non ci si troverà quasi mai in situazioni di estremo svantaggio. Per quanto riguarda l’aspetto più rpg di Dragon Ball Z Kakarot possiamo dire che il sistema di progressione è legato a doppio filo con l’incedere della trama, e nonostante la deriva GDR assunta dall’esperienza open-world, l’unico modo per stare al passo con la forza combattiva dei nemici è proseguire nell’avventura. Insomma, se da una parte bisogna scordarsi il farming nonostante la presenza degli scontri casuali e delle attività secondarie, dall’altra è più che mai evidente la difficoltà emersa nel bilanciare l’equazione fra fedeltà narrativa, combat system e sfumature free roaming. Quando non si è impegnati nelle attività inerenti alla trama, Dragon Ball Z: Kakarot alza il sipario su una completa riproposizione dell’universo della serie, per l’occasione trasformato in un parco di divertimenti a tema. Si può andare a pesca dietro casa di Goku, cacciare cervi nei pochi boschi accanto alla Capsule Corporation, fare una capatina all’arena del Torneo Mondiale, andare a ritirare un paio di Senzu da Korin e svolazzare fra una regione e l’altra in cerca delle Sfere del Drago. Ed è proprio in questi segmenti che risiede l’essenza del titolo, nella possibilità di respirare l’atmosfera di Dragon Ball a pieni polmoni, di poggiare i piedi nei luoghi più iconici della serie, di sfrecciare nel cielo alieno vestendo i panni del principe dei Saiyan, di Piccolo, Gohan o chiunque sia possibile controllare in quello specifico frangente.

Nel corso della fase esplorativa dell’universo offerto da Dragon Ball Z Kakarot i protagonisti sono costantemente presi di mira da perfidi robot dell’esercito del “Fiocco Rosso”, Saibaiman, scagnozzi dell’esercito di Freezer e poche altre varianti degli stessi nemici minori che si è costretti ad affrontare più e più volte, praticamente ad ogni avvio di una Storia Secondaria, mentre le poche attività che non implicano il combattimento si riducono a semplicissime missioni di raccolta che rispetto alla carica della trama principale stonano un po’. Questo è un vero peccato, perché gli sviluppatori avevano perseguito l’ottima intuizione di riportare in scena numerosi protagonisti dell’originale serie animata attraverso le attività collaterali. Lunch, Taobaibai, la banda di Pilaf, l’androide Numero 8 e tantissimi altri volti noti fanno spesso capolino fra un viaggio e l’altro, ma salvo rarissimi casi non riescono ad incidere sul giocato né sulla qualità dei contenuti, presentandosi come situazioni riempitive più che mai trascurabili. Dove, invece, riescono a lasciare il segno, è nell’interessante sistema di progressione rappresentato dalle Comunità. Le Comunità non sono altro che piccoli alberi delle abilità che incarnano una determinata categoria di personaggi, come ad esempio combattenti, cuochi e insegnanti. Sbloccando i soliti noti del manga, è possibile inserirli in una determinata Comunità per accrescere le statistiche dell’intero cast, ed è bene tener conto del legame che intercorre fra figure adiacenti. Affiancando Piccolo a Gohan, giusto per citarne uno, si otterrà un considerevole bonus alle statistiche di entrambi, e lo stesso risultato si raggiungerà intrecciando ad esempio gli insegnamenti del Maestro Muten con quelli di Shen della Scuola della Gru. Per quanto strano possa suonare, Dragon Ball Z: Kakarot è al tempo stesso molto vicino ed estremamente lontano dall’essere il miglior videogioco dedicato alla storia di Goku e compgni. Ciascuna buona intuizione avrebbe potuto essere realizzata meglio, e questo pensiero è una costante che emerge fin dalle prime battute del gameplay per poi esplodere nel comparto endgame, segmento che più di ogni altro soffre dell’assenza di qualsivoglia modalità versus, dell’impossibilità di incarnare buona parte del cast e delle sopracitate mancanze fra le attività, i minigiochi e la componente GDR. Tirando le somme, Dragon Ball Z: Kakarot è un titolo imperdibile per qualsiasi fan dell’opera originale, un tripudio di ricordi che non può far altro che accontentare chiunque fosse in cerca di un nuovo viaggio attraverso la Serie Z, giocatori volenterosi di salutare ancora una volta l’eroe della terra con un largo sorriso dipinto sul volto. Ovviamente se quello che si vuole è un titolo che ripercorra la storia in single player dell’opera di Toriyama, allora questo titolo è ciò che state cercando. Se però avete voglia di un prodotto che offra una natura da picchiaduro, che abbia una componente di lotta profonda e che soprattutto abbia una componente multigiocatore solida, allora è meglio navigare verso altri lidi. In sostanza Dragon Ball Z Kakarot è come sfogliare un bellissimo libro, con la differenza che le gesta dei protagonisti sarà il lettore a viverle in prima persona, A nostro avviso il titolo, dopo una vastissima gamma di picchiaduro ispirati alla saga è quello che ci voleva per ricordare la storia dei Saiyan, per farla conoscere ai più giovani e per cambiare finalmente direzione rispetto a quanto già visto negli ultimi anni. Nonostante qualche imperfezione la produzione di Bandai Namco, a nostro avviso, è una vera e propria perla che è destinata a risplendere per molto tempo nell’universo dei videogame dedicati a Dragon Ball. Non giocarlo sarebbe un vero peccato.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 9

Gameplay: 8

Longevità: 8,5

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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Rotary Cellphone, il telefono vintage con rotore

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Voglia di vintage? Non ne potete più della supertecnologia che ormai ci circonda? Bene, è in arrivo un telefono con un rotore per comporre il numero, simile a quello che montavano i telefoni casalinghi anni fa, per combattere le distrazioni da notifica. Si chiama Rotary Cellphone, ed è il progetto originale e vintage dell’ingegnere Justine Haupt che in una intervista a Wired ha dichiarato esplicitamente di essere “anti-smartphone”. “In un mondo iperconnesso con persone che usano telefoni che non controllano e non comprendono, volevo qualcosa che fosse interamente mio, personale e assolutamente tattile, che mi desse anche una scusa per non mandare messaggi – scrive Haupt sul sito del suo progetto -. Ma anche per dimostrare che è possibile avere un telefono perfettamente utilizzabile che va ben oltre il touchscreen”. Il Rotary Cellphone, oltre all’iconico disco rotante per comporre i numeri, ha uno schermo a inchiostro elettronico che mostra eventuali chiamate perse. A governare il funzionamento c’è una scheda Arduino. Sul lato c’è anche un piccolo indicatore a led che indica la situazione del segnale. Tutti i pezzi fisici provengono da un vecchio telefono Western Electric Timeline, mentre il corpo è stato ottenuto grazie ad una stampante 3D. Sul sito ufficiale, Justine Haupte ha condiviso tutti passaggi del progetto nel caso qualche utente fosse interessato a costruirsene uno a casa. Rotary Cellphone è la dimostrazione che nell’ultimo periodo l’invasione di dispositivi sempre connessi, in grado di far tutto, che “capiscono” i nostri gusti, memorizzano i nostri percorsi preferiti e che sanno fare qualsiasi cosa, iniziano a non essere così amati. Sarà per la loro “invasività” nelle nostre vite, per il bombardamento di notifiche, per il fatto che ogni anno ne esce una versione aggiornata o per via del fatto che i prezzi sono sempre più proibitivi, in ogni caso, la voglia di tornare al passato si fa sentire sempre più forte, e Rotary Cellphone ne è la riprova.

F.P.L.

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Journey to the Savage Planet, il nuovo mondo ci aspetta

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Journey to the Savage Planet è il titolo di debutto del Typhoon Studios, il prodotto è un gioco estremamente interessante, che vede l’esplorazione e la ricerca sposare l’avventura e il divertimento puro. Il titolo, disponibile su Pc, Xbox One e Ps4, offre oltre a quanto detto una modalità cooperativa che raddoppia la componente ricreativa e rende ogni situazione ancora più interessante da vivere. Ma veniamo al dunque, una volta lanciato il gioco la prima cosa che si udirà è l’esuberante quanto fastidiosa voce di Martin Tweed, CEO della Kindred Aerospace. Il suo parlare rimbomba nella sala comandi del Javelin, l’astronave, nonché base operativa del giocatore in Journey to the Savage Planet. Sullo schermo continua ad andare una trasmissione di benvenuto che ricorda i capisaldi della missione: esplorare, catalogare, inviare i dati alla casa base, sopravvivere e valutare se il pianeta AR-Y 26 è idoneo per un insediamento terrestre. Ed è proprio questa la missione del giocatore, capire se è possibile stabilire una colonia su questo sperduto mondo valutando rischi e vantaggi, scoprendo la flora e la fauna, ma anche cercare di restare in vita per trasmettere i dati sulla Terra. Journey to the Savage Planet, insomma, è un gioco divertente e sufficientemente profondo, creativo nei limiti di una struttura piuttosto canonica, bello da vedere e da ascoltare per merito di uno stile ben tracciato. Il collante di tutta l’opera è un’efficace e a tratti irriverente comicità, capace di donare a questo primo lavoro targato Typhoon Studios un carattere piuttosto raro di questi tempi. Il coloratissimo Journey to the Savage Planet propone una ricca varietà di uccelli palla ma anche di altrettante creature decisamente bislacche, come una sorta di tacchino stellare a due teste talmente vile da urlare a squarciagola dalla paura ogni volta che noterà un nostro tentativo di avvicinamento. L’incipit del gioco non è meno strambo: il o i protagonisti, a seconda se si gioca da soli o in compagnia, sono stati pagati per esplorare un nuovo mondo dalla quarta migliore compagnia specializzata in viaggi spaziali, e per via di importanti tagli al budget non è stato fornito nessun tipo di equipaggiamento che potrà però essere costruito sul posto grazie a una futuristica stampante 3D. Il vero lusso è un sistema di clonazione automatico che permetterà ai giocatori di tornare in vita ogni volta che accadrà qualcosa di brutto come ad esempio l’essere sbranati da qualche bestia del luogo o quando si precipiterà in un mare di lava o in un profondo crepaccio.

La missione che i protagonisti di Journey to the Savage Planet dovranno portare a termine è composta da diversi obiettivi: per la compagnia che li ha spediti nello spazio il più importante, come già detto, è capire se il pianeta su cui si è atterrati è abitabile o ha risorse da sfruttare, mentre per chi gioca sarà necessario anche rimettere a posto l’astronave per avere almeno una chance di tornare sani e salvi a casa sul pianeta Terra. Del tutto opzionale, ma assolutamente consigliato, studiare le diverse creature e animali presenti, anche compiendo diversi esperimenti come far esplodere gli uccelli palla mentre sono in aria, o prelevando dei campioni da soggetti ancora in vita, quindi avvicinandoci a nostro rischio e pericolo. Nel corso dell’avventura si scoprirà ben presto anche la presenza di un’altra civiltà su cui la compagnia per cui il protagonista lavora vorrà saperne a tutti i costi di più.  Tutti gli obiettivi opzionali sono naturalmente facoltativi ma è solo portando a termine le diverse missioni secondarie si potranno sbloccare tutte le migliorie all’equipaggiamento disponibili. Anche se una volta ottenute, queste andranno costruite con la stampante apposita, che richiederà alcune materie prime per portare a termine il processo. Ogni creatura rilascerà carbonio e altre sostanze necessarie allo scopo, permettendo così di creare modifiche alla propria arma capaci per esempio di sparare dei blob che amplificheranno i salti, donando allo zaino di ordinanza l’abilità di un piccolo jetpack o, ancora meglio, fornendo un comodo e versatile rampino per raggiungere le zone meno accessibili. Quello di Journey to the Savage Planet è un continuo introdurre nuove meccaniche che funzioneranno come chiavi di accesso per le diverse aree in cui sono suddivisi i suoi quattro biomi, alle quali si aggiungono gli accessori secondari che solitamente servono per accedere alle numerose zone segrete disseminate sulla mappa, oltre che ad aiutare nei combattimenti. Il primo bioma di cui si compone il pianeta AR-Y 26 si presenta come una sorta di eden, ma già a metà della seconda area, popolata da più tipologie di creature contemporaneamente, le cose si faranno ad intervalli decisamente pericolose. Un conto infatti è sparare due colpi a un polpo volante, un’altra è doverne affrontare cinque e più potenti dei precedenti, mentre un’altra dozzina di bestie è pronta ad attaccare alle spalle correndo, volando e sparando contro. Se la situazione dovesse volgere al peggio si può sempre contare su un amico a sorpresa: Journey to the Savage Planet, infatti, come dicevamo, può essere giocato totalmente soli o in compagnia di un amico.

Ovviamente trattandosi di un gioco prodotto con un budget non “stellare”, man mano che si va avanti Journey to the Savage Planet non diventa improvvisamente un brutto gioco, ma ovviamente perde irrimediabilmente parte del suo fascino e della sua inestimabile freschezza iniziale. E questo scivolo verso la normalità lo danneggia particolarmente, in fondo parliamo di un gioco estremamente compatto che, puntando alla fine a testa bassa, può essere portato a termine in una dozzina di ore, longevità che può essere riempita facilmente da contenuti interessanti. Journey to the Savage Planet rimane comunque una piccola ma efficace perla in grado, prima di convincere il suo potenziale pubblico, di attirare l’attenzione di un gigante come Google che, vista la qualità di questa opera prima, ha subito acquistato i Typhoon Studios per renderli parte integrante del futuro di Stadia. Tirando le somme, possiamo comunque dire che Journey to the Savage Planet è un gioco davvero interessante, che merita di essere assolutamente giocato in singolo, ma che dà il meglio di se viene affrontato in compagnia. La forte comicità. La grafica interessante e il clima scanzonato che si avverte durante tutta l’esperienza di gioco fanno sì che questo titolo sia in grado di regalare diverse ore d’intrattenimento. Insomma, essendo un gioco di debutto possiamo dire che i ragazzi del Typhoon Studios hanno fatto davvero centro.

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 8,5

Sonoro: 8,5

Gameplay: 8,5

Longevità: 8

VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise

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