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Editoriali

Bologna, quello strano traffico all'Università: l'intervista shock ad una studentessa

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Tempo di lettura 6 minuti La studentessa: "Purtroppo è vero, talvolta gli spacciatori del centro vanno in quei locali, specialmente nei mesi invernali, perché possono stare al caldo e nessuno li controlla"

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di Andrea Barbi


BOLOGNA –  Giovedì scorso, al numero civico 36 di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano e in piena zona universitaria ha avuto luogo una di quelle scene che mai si vorrebbero né dovrebbero vedere, specialmente nel luogo, per eccellenza, deputato alla cultura, l'Ateneo. Una delle biblioteche, con annessa aula studio, della facoltà di Lettere e Beni culturali è stata messa a soqquadro durante gli scontri tra alcuni studenti del Collettivo Universitario Autonomo e le forze dell'ordine della Polizia in assetto antisommossa. Diversi filmati, uno in particolare, che è stato caricato, in tempo reale su YouTube, mostrano la suddetta aula studio sottosopra, libri a terra, tavoli e sedie scaraventati un po' ovunque; immagini che fanno rabbrividire chiunque abbia un minimo di sensibilità nei confronti della cultura. Tutti i quotidiani nazionali si sono già ampiamente occupati delle dinamiche di questi fatti e il mondo della politica, come sempre, si è diviso su fronti opposti di giudizio riguardo questa vicenda. Sono stati intervistati i massimi rappresentanti del rettorato del più antico ateneo al mondo, l'Alma Mater Studiorum di Bologna, ma quello di cui quasi nessuno si è curato è il parere degli stessi studenti riguardo l'accaduto. Senza lo volontà di provare a ricostruire una dinamica dello scontro, con lo scopo di scaricare tutte le colpe su qualcuno o a puntare il dito su una categoria di persone etichettandole come violente e sovversive nel caso degli studenti, o reazionarie e dispotiche nel caso delle forze dell'ordine. Perché non solo non sarebbe utile ma, in questo caso, si continuerebbe a gettare benzina sul fuoco di una polemica che  fin dall'inizio ha mostrando i toni demagogici e populisti della becera strumentalizzazione politica. Quello che risulterebbe interessante e anche utile al fine di permettere, anche a chi è estraneo agli ambienti universitari e non risiede a Bologna, di potersi fare una idea obiettiva su quanto stia capitando nel capoluogo emiliano, sarebbe sentire il parere di una persona super partes che sia informata sulla vicenda e viva in prima persona quell'ambiente universitario.
 
A tal proposito L'Osservatore d'Italia ha deciso di intervistare una studentessa che non fa parte di alcun movimento politico e quel giorno si trovava, per pura casualità, a passare per via Zamboni. Si chiama S. A Bologna si trova benissimo ed è entusiasta di poter assaporare quel fermento culturale e quell'apertura mentale tipica delle grandi città e in particolare del capoluogo emiliano, che scarseggia nelle piccole realtà di provincia, come quella dalla quale proviene lei.
 
Quel giorno Sara, poco dopo le 18, stava uscendo da una delle aule studio, frequentatissime dagli studenti dei vari corsi della facoltà di lettere con sede in via Zamboni, sita al numero civico 33, cioè a pochi metri dalla biblioteca ove si erano asserragliati gli studenti del collettivo in segno di protesta. Stava per andare a recuperare la sua bicicletta, come sempre, che usa per i suoi spostamenti in città, quando si è trovata di fronte alla fase finale degli scontri tra le forze dell'ordine e gli studenti. Afferma di non conoscere le esatte dinamiche della situazione che si era creata, ma sostiene il fatto che da entrambe le parti la situazione sia sfuggita di mano. Come spesso accade, durante questo tipo di manifestazioni, tutti sono stati presi alla sprovvista: gli studenti non si aspettavano l'arrivo di uno schieramento così grande di poliziotti in assetto antisommossa e probabilmente le forze dell'ordine non avevano previsto una forte resistenza da parte degli stessi studenti. Fatta questa premessa abbiamo chiesto alla nostra intervistata di spiegarci come si sia arrivati a questa situazione, culminata in un sgombero forzato, e quale sia il suo parere di giovane ragazza estranea ai fatti, ma con un grande senso civico e personalmente molto interessata ed impegnata per le cause inerenti la tutela diritti civili per cui non esita a spendersi e mettersi in gioco.

 
Sara come e quando è nata la questione?
 
“Lo scorso 25 gennaio l'università ha fatto montare i tornelli all'entrata del civico 36 di via Zamboni in previsione di tenere aperta quell'aula studio fino a mezza notte, per dare la possibilità, agli studenti che ne hanno bisogno, di studiare fino a quell'ora. Da quel momento, i toni del malcontento, che già aleggiava nell'aria da un po', si sono concretizzati e alcuni studenti del collettivo hanno iniziato a fare volantinaggio tra gli studenti di lettere per diffondere la loro contrarietà a questo a provvedimento preso dall'alto, senza consultare i frequentatori della stessa aula studio.”
 
 
In cosa consistono questi tornelli?
 
“Sono come quelli presenti anche nei supermercati, o altri luoghi come gli aeroporti ecc… Servono per controllare l'afflusso di persone che entra in un determinato luogo. In questo caso bisogna inserire il proprio badge, quello di cui tutti gli studenti sono provvisti, nell'apposito spazio collegato ad un sistema elettronico che riconosce i tuoi dati anagrafici, in modo tale da riservare l'ingresso ai soli studenti e controllare le affluenze.”
 
 
Sono presenti anche in altre aule studio?
 
“Certo, in quasi tutte le aule studio a Bologna si usa questo sistema e dove non c'è, comunque ti viene richiesto, dagli addetti, un documento di identità. Quella era l'unica aula studio ad ingresso completamente libero e non controllato.”

 
Qual è la situazione di quella aula studio, chi la frequenta?
 
“Chiunque può frequentarla, anche io ci sono andata diverse volte, ma preferisco recarmi in altri posti per studiare come al civico 33, dov'ero giovedì pomeriggio.”
 
Perché?
 
“Per diversi motivi. Primo perché la stessa struttura di quel luogo spesso mi impedisce di concentrarmi. Ad esempio il fatto che sia dislocata su due piani collegati fra loro da una vecchia scala in legno che fa molto rumore al passaggio di chiunque, scricchiola e il rumore dei passi rimbomba in tutto il piano terra. Questo mi disturba. Poi c'è un costante via vai di persone che si recano nella zona nella quale ci sono le macchinette del caffè. E' l'unica posto nella facoltà dove oltre a studiare ci si può anche prendere una pausa sorseggiando un caffè e fumando un caffè in compagnia, in quanto c'è anche una panchina all'aperto alla quale si accede proprio dalla stanza delle macchinette per il caffè.”

Riguardo al fatto che sia mal frequentata è stato detto di tutto. Qual è la verità?
 
“Bé la maggioranza di chi la frequenta è iscritta all'università e ci va per studiare, poi purtroppo è vero, talvolta gli spacciatori del centro vanno in quei locali, specialmente nei mesi invernali, perché possono stare al caldo e nessuno li controlla. Questo significa che anche i loro acquirenti si rechino lì per fare i loro acquisti che avvengono principalmente nei bagni maschili. Questo è innegabile, ma non significa che chi la frequenti sia un drogato o un criminale, ripeto la maggioranza sono studenti normalissimi.”
 
 
Ma tu come giovane donna non hai paura di frequentare un luogo dove avvengono questi traffici?
 
“A me non è mai capitato alcunché da quando sono a Bologna e io non ho mai paura di andare in giro sola per la città anche la sera, ma se devo essere sincera quando mi capita di studiare fino a tardi preferisco evitare quell'aula studio proprio perché so che non è controllata e potrebbe esserci  qualche persona poco raccomandabile.”
 
Quindi ti senti più sicura quando studi in un luogo controllato?
 
Certo, mi sembra ovvio. Specialmente se devo rimanerci fino a tardi.

 
Allora qual è il motivo che ha spinto il collettivo studentesco ad opporsi in modo così estremo a quei tornelli che sarebbe utili per la sicurezza degli stessi studenti?
 
“Personalmente credo che il significato della protesta non derivi tanto dal non volere i tornelli in sé, ma dall'opporsi ad una totale mancanza di dialogo da parte delle autorità nei confronti degli studenti che per questo non si sentono considerati. Questa è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, i tornelli sono solo il simbolo di una continua imposizione da parte del rettorato di decisioni prese in modo univoco. Da quando sono qui alcuni rappresentanti degli studenti si battono e protestano contro il continuo aumento di alcuni servizi come quello della mensa che ora costa molto, per non parlare del continuo aumento delle stesse tasse di iscrizione ad una università che diventa sempre più chiusa e proibitiva per chi non ha grandi capacità economiche. Limitare l'ingresso a quel luogo che da molti è vissuto anche come un ruolo di aggregazione oltre che di studio è stata vista come una ulteriore privazione da parte del collettivo che inizialmente ha cercato di manifestare il proprio dissenso in modo pacifico, poi quando nessuno dei rappresentanti dell'Ateneo li ha ascoltati come provocazione hanno staccato i tornelli e li hanno portati davanti al rettorato, sperando così di riuscire a farsi ascoltare. Il rettorato ha invece deciso di chiudere quell'aula studio e così gli studenti del collettivo l'hanno considerato un affronto al quale hanno risposto occupandola. A quel punto è stata chiamata la polizia per effettuare uno sgombero forzato.”
 
 
Qual è la tua opinione a riguardo?
 
“Io credo che tutti abbiano sbagliato e la situazione sia stata gestita nel peggiore dei modi. Innanzitutto io mi dissocio da ogni tipo di violenza, perché la violenza genera solo altra violenza e non risolve i problemi. Tuttavia se un atteggiamento sbagliato da parte di certi studenti lo posso anche perdonare proprio in virtù dell'inesperienza e dell'esuberanza che caratterizza noi giovani che veniamo all'università proprio per imparare, non riesco a tollerarlo da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Sono loro ad avere la responsabilità di dare il buon esempio alle nuove generazioni, se loro sono i primi a mancarci di rispetto, come possono pretendere che noi lo abbiamo nei loro confronti? Se l'università non fosse completamente indifferente ai bisogni dei propri studenti che pagano per frequentarla, non si sarebbe mai verificata questa situazione spiacevole. Quello che il collettivo ha fatto è stato un gesto sbagliato dettato dall'esasperazione di chi si batte per tutelare i diritti della propria categoria senza ottenere la minima considerazione.”
 
 
Gli altri studenti che ne pensano?
 
“Riguardo la questione dei tornelli molti erano perplessi, non avevano una opinione precisa in merito, alcuni erano favorevoli, ma tutti come me sono scossi da quanto è successo, anche perché come spesso capita in queste situazioni sono state coinvolte persone che non avevano nulla a che vedere con la protesta del collettivo. Ci sarei potuta capitare in mezzo anche io agli scontri con la polizia e non mi sarebbe piaciuto prendermi una manganellata in testa solo perchè passavo di fronte alla mia facoltà. Spero che almeno quanto è successo farà capire, a chi di dovere, che bisogna iniziare ad ascoltare gli studenti, specialmente quelli pacifici, perché l'università siamo noi.”

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Querele temerarie, a chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”

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Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero

Ci sono giornalisti che ammiro perché timbrano il cartellino e non si sentono neppure in dovere di fare i conti con la propria coscienza quando qualcuno si rivolge a loro per sottoporgli “un caso” e loro fanno spallucce e lasciano stare. Vivono sicuramente meglio perché in realtà non fanno alcun servizio concreto alla collettività che ogni tanto si aspetta che qualche professionista dell’informazione sollevi quel tappeto polveroso e ricerchi la verità sostanziale dei fatti nell’interesse di una comunità che ha il diritto dovere di essere informata.

Una premessa per dire che la sottoscritta, iscritta all’ordine dei giornalisti, categoria Professionisti, tessera numero 083762, si sente lesa nei suoi diritti inviolabili. Mi sento messa a tacere da chi ha le spalle più larghe di me, da chi non vuole giornalisti “rompipalle” tra le scatole.

Tutti gli avvocati che ho sentito mi dicono che la persecuzione va provata ma il puzzle è difficile, ci vuole tempo, i giudici devono crederci e allora il desiderio di giustizia e la sana voglia di continuare a fare il mio mestiere sembra volermi abbandonare sempre di più.

Mettiamo un piccolo comune in provincia di Roma dove mi sono spostata con la mia famiglia nel 2005. Arrivo e Nemi è un paesino meraviglioso, sembra una piccola Svizzera innevata (siamo arrivati a dicembre, era pressappoco la Vigilia di Natale quando abbiamo messo piede in casa). In quella cornice pulita, verde e che infonde serenità decidiamo di fermarci. Proprio lì muovono i primi passi i nostri figli, proprio da lì inizia il mio percorso per diventare giornalista.

Non sò se è stata più la voglia di far emergere situazioni, di voler fornire un servizio a quella che era la mia comunità adottiva ma inizio a scrivere, senza paura delle ripercussioni. Le prime querele nei miei confronti le firma il sindaco di Nemi Alberto Bertucci per una serie di motivi tra cui probabilmente la presa d’atto che non sarei stata mai una “brava giornalista”.

Il Comune di Nemi, ovvero i cittadini, hanno iniziato ovviamente a pagare le spese legali (non sarebbe stato meglio lasciar perdere?). Tra i primi articoli ne scrissi uno di cronaca che diceva semplicemente che il cimitero era chiuso durante un giorno festivo, una settimana prima della commemorazione dei defunti. Misi anche la foto del cancello chiuso a corredo dell’articolo ricco di dichiarazioni di chi era andato al cimitero e non aveva potuto portare i fiori. Scrissi quell’articolo 9 anni fa, il 28 ottobre 2012, decidendo di dare voce ai cittadini che mi chiamarono per denunciare il fatto. Fu il primo di una lunga serie che mi portò a ricevere tanta attenzione da parte dell’attuale amministrazione. La querela fu archiviata perché ovviamente il fatto era vero.

Nel frattempo, a darmi il benvenuto, un vicino di casa, grande elettore e amico del sindaco decise di farmi una serie di esposti chiedendo di verificare se l’abitazione che avevamo comprato fosse in regola con il distanziamento dai confini, l’utilizzo della cantina…ecc.

A spingerlo a fare esposti, forse le segnalazioni di movimenti di terra sul costone del lago sempre segnalatoci (anche mio marito ha sempre seguito l’attività del giornale) dai residenti. Segnalazioni a cui demmo voce, ci furono controlli e in quel caso se ne occupò anche l’autorità competente. Poi demmo anche voce al comitato I Corsi che chiedeva di saperne di più su una lottizzazione nella zona. Prima regola di un giornalista “gobbo” mai dare voce alle minoranze, mai rompere piuttosto meglio raccontare che Nemi è praticamente perfetta grazie a chi l’amministra.

Ricordo quando entrarono in casa nostra le forze dell’ordine: sembrava di essere in un film. Misurarono tutto, entrarono dappertutto, quasi come se nascondessi qualche carico di stupefacente o un pericoloso latitante. Anche quella fu una forte pressione da sopportare. Ma più pensavo dentro di me che qualcuno stesse abusando del suo potere e più mi convincevo che scrivere sarebbe stato il mio antidoto. Credevamo di fare la cosa giusta ma non sapevamo che ci saremmo scontrati contro forze ben più grandi.

Quel periodo la moglie di questo vicino mi scrisse dei messaggi di minaccia a me e alla mia famiglia. Querelai per paura di ripercussioni ma poi persone vicine mi convinsero a rimettere la querela, “in fondo non era poi un atto così grave, c’era d’aspettarselo visti gli articoli”.

Sempre nel 2012 o giù di lì (molte cose le ho volute rimuovere per non lasciarmi fagocitare) purtroppo per me che avrei dovuto dare la notizia, arrivò l’imputazione e poi il rinvio a giudizio e poi il processo per turbativa d’asta e frode nei pubblici incanti per il sindaco di Nemi Bertucci. Un lungo processo terminato soltanto tre anni fa circa con la prescrizione. Senza che si sia chiarito nulla. Puff… il tempo ha cancellato tutto.

Era Aprile del 2013 quando all’epoca scrivevo sul quotidiano Il Tempo come collaboratore per la cronaca di Roma e Metropoli. Dopo diversi accertamenti e segnalazioni scrissi su Il Tempo: “Stipendio doppio per il sindaco Ma non gli spetta”. Approfondii il caso su questo quotidiano L’Osservatore d’Italia. Naturalmente il sindaco Bertucci non querelò il quotidiano Il Tempo per l’articolo da me firmato ma querelò sempre e soltanto me e il mio giornale per diffamazione. In seguito la Procura della Corte dei Conti chiese in merito al sindaco Bertucci la restituzione di somme “indebitamente percepite” ma poi non si seppe più nulla neppure di questa vicenda se nonché dovemmo difenderci con l’avvocato anche da questa causa, finita poi in prescrizione. E pure qui, nonostante le interrogazioni dei consiglieri di opposizione, non si è mai avuta risposta sulle successive attività amministrative.

Proseguo o devo fare un inciso su tutta la pressione che abbiamo dovuto sopportare soltanto per aver svolto il nostro lavoro? E poi volendo parlare dell’enorme esborso economico: migliaia di euro contro pochi spiccioli pagati per gli articoli scritti. L’unica grande consolazione è aver agito con la schiena dritta e senza che nessuno, nonostante i biechi tentativi, ci zittisse. Abbiamo scritto e detto e io, in fondo in fondo, ho sempre creduto che a proteggerci fosse la buona fede, la professionalità e soprattutto gli articoli 3 e 21 della Costituzione italiana che dovrebbero tutelare soprattutto chi sceglie di fare un mestieraccio come il giornalista di inchiesta.

Proseguo. Seguimmo una inchiesta sugli Ncc a Nemi che 8 anni fa portò ai sequestri di licenze a 8 persone che le avevano ottenute con false attestazioni. Un’altra operazione innescata con gli articoli de L’Osservatore D’Italia.

Sette anni fa denunciammo insieme a coraggiosi cittadini di Nemi la volontà di costruire delle ville nel Parco (ai Verbiti). Abbiamo scritto innumerevoli articoli con fotografie e atti. Quattro anni fa i carabinieri hanno definitivamente chiuso il caso e sequestrato il complesso.

Intanto ancora interrogativi in paese e la gente chiede spiegazioni. Tra una querela e uno sgambetto, il Comune ha addirittura acquisito l’intonaco esterno della mia abitazione. Poi, il macigno. Arriva un progetto dal nome inglese. Nel 2017 questo progetto prende un finanziamento dall’Europa di oltre due milioni di euro, tramite Horizon. In concomitanza con l’arrivo del finanziamento, molti cittadini di Nemi ci segnalano una moltitudine di acquisti immobiliari sul territorio da parte di “stranieri”.

Avremmo potuto girarci dall’altra parte e fare finta di nulla. Ma ancora una volta ci siamo chiesti: è giusto ignorare le tante segnalazioni? Fatti i doverosi accertamenti, qualche anno per accumulare visure, dichiarazioni, atti e interviste per poi pubblicare quattro articoli, soltanto la minima parte di quanto avevamo acquisito, gli unici articoli totalmente supportati da visure catastali e carte che ne comprovassero l’attendibilità. Circa un anno fa pubblichiamo la notizia: dalle visure emerse che gli stranieri che in poco tempo avevano acquistato 12 immobili figuravano anche nel progetto beneficiario dei fondi europei. Non abbiamo trovato solo questi elementi ma altri particolari che abbiamo preferito non pubblicare perché li ritenevamo “pesanti”, cose che poveri giornalisti di un “giornalino online” non avrebbero potuto sostenere. Così, abbiamo ritenuto di affidarci alle autorità competenti.

La Guardia di Finanza ha fatto accertamenti, consegnato di recente in Procura un fascicolo con delle rilevanze che non sappiamo che fine faranno e se verranno prescritte ma intanto, la signora straniera presente negli articoli, anziché ricorrere al diritto di replica, alla rettifica oppure anziché accogliere la mia richiesta d’intervista per fare chiarezza ha iniziato uno dei più pesanti affronti alla libertà di stampa: ha presentato due querele penali per diffamazione e mi ha citata in sede civile chiedendomi 100 mila euro di risarcimento per presunti danni che avrebbe avuto a causa dei quattro articoli che abbiamo scritto.

Il giudice ha respinto le richieste della straniera tra cui la richiesta dei 100 mila euro e la richiesta di cancellare gli articoli, ha riconosciuto la fondatezza delle informazioni degli articoli ma ha rilevato che in alcuni passaggi io abbia “superato la continenza”, ovvero abbia in qualche modo indotto il lettore ad avere dubbi sulla liceità della loro azione. Abbiamo rispettato la sentenza e stiamo pagando le spese legali pari a circa 11 mila euro.

Ben 500 euro al mese per aver detto cose vere ma secondo il giudizio del giudice civile le abbiamo dette male o meglio avremmo potuto dirle meglio. Ebbene, non siamo ancora nella fase del primo grado, l’ordinanza del giudice civile che ci condanna alle spese legali è di settembre e qualche giorno fa, tanto per rimanere in tema di “querele temerarie”, la signora straniera ci ha citati in giudizio davanti al giudice ordinario civile chiedendoci 500 mila euro (nel frattempo la somma è lievitata) perché le abbiamo cagionato delle perdite di commesse, dei danni economici oltre che psicologici.

La signora, che quasi ogni giorno vediamo sorridente a Nemi e che si beffa di noi insieme a un suo stretto amico (di recente qualcuno ha anche scritto qualcosa di poco edificante su un muro) nel suo ufficietto con il suo business perché è una imprenditrice, nel frattempo a luglio ha aperto anche un’altra attività e sempre insieme all’altro “straniero” con qui ha comprato i 12 immobili. La signora ha rinunciato agli utili della società in favore del suo socio che paga le tasse in un altro Paese.

Nel frattempo abbiamo affrontato altre spese legali per fare un reclamo rispetto all’ordinanza del giudice civile che ci condanna a spese legali per noi insostenibili soltanto perché a suo avviso abbiamo superato la continenza pur dicendo cose vere. L’udienza per il reclamo si terrà il 10 gennaio prossimo.

Ad Aprile ci aspetta la prima udienza per difenderci da una richiesta di 500 mila euro e nel frattempo stiamo pagando 500 euro al mese di spese legali. La legge sulle querele temerarie (che permetterebbe un canale giudiziario diverso) è ferma in Senato perché alcuni partiti sono contrari alla tutela dei giornalisti rispetto richieste esagerate di risarcimento economico soltanto per cercare di fermarli. Nel frattempo mio marito è stato querelato dal sindaco Bertucci perché da amministratore del gruppo Facebook Nemi Notizie ha pubblicato una domanda rivolta al primo cittadino formulata da uno sconosciuto che voleva avere chiarimenti. Sarebbe colpevole di aver permesso che una persona formulasse questa domanda. I primi giorni di dicembre si terrà l’udienza.

Questo articolo o meglio commento personale che ho scritto è in realtà una richiesta di attenzione per una categoria messa in ginocchio. I giornalisti che scavano, che ascoltano le segnalazioni che ci mettono la faccia e scrivono nero su bianco anche le cose più indigeste.

La signora straniera, oltre al mezzo milione di euro, ha chiesto che mai più e per sempre non si parli del progetto e di lei.

Devo dire che il desiderio di gettarci tutto alle spalle c’è perché al netto di tutto quello che è successo mi ritrovo con una pressione addosso troppo sproporzionata rispetto al beneficio del diritto dovere di informare la cittadinanza. Il servizio pubblico costa troppo. Meglio parlare di ricette di cucina, del fatto che a Nemi non esiste il Covid o che sia stata trovata la terza nave o fatto causa alla Merkel.

Noi giornalisti siamo esseri umani in carne ed ossa, anche non volendo, forse, esprimiamo dei sentimenti ma ciò che ci spinge a scrivere è soltanto l’interesse di fornire un servizio alla collettività.

Se la signora avesse davvero voluto che non si parlasse del progetto avrebbe potuto rispondere semplicemente a delle domande senza chiedere cifre stratosferiche a una professionista e madre di famiglia. E io non posso permettermi perizie sui danni morali che mi stanno cagionando. Non so’ fin quando potrò permettermi di pagare le spese legali per difendermi, per il momento lo facciamo a testa alta perché fortunatamente lavoro e sono una apprezzata professionista.

Chiedo alla categoria tutta, a l’organismo di cui mi pregio appartenere di non lasciare da solo chi cerca di essere un giornalista libero. Mio padre che non c’è più mi ha sempre detto che da piccola avevo una postura retta. Camminavo con il viso alto e la schiena dritta. Oggi non mi vergogno di guardarmi allo specchio e quando entro al Tribunale per parare i colpi penso che alla fine la giustizia e la verità avranno la meglio.

Il dieci gennaio e ad aprile prossimo non sarò da sola perché faccio parte di una rete di persone di valore che credono nei principi fondamentali della nostra Costituzione. E comunque vada il verdetto lo rispetterò, sicura che la vita è una ruota che gira e che se semini bene raccogli infinite soddisfazioni. Al netto di tutto mi considero molto fortunata perché nonostante gli “schiaffi” ricevuti da persone senza scrupoli ho tanta forza e tanta fede. Il benessere non ha prezzo ma confido nelle azioni delle persone oneste che siedono al vertice dell’Ordine dei giornalisti, del sindacato di Stampa Romana, di Articolo 21, del Governo, affinché la voce afona di chi fa inchiesta non venga sottaciuta da richieste economiche impossibili. Per chi vorrà farsi carico il “caffè è pagato”.

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Lucarella: “Tre mosse auspicabili per cambiare la giustizia e il volto del Paese. Ma serve la politica”

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La riforma Cartabia ha dovuto fare i conti con quel che rimaneva in piedi della c.d. “Bonafede” e il Governo Draghi si appresta, anche in vista dei primi passi post delega fiscale, ad intensificare gli interventi normativi in ambito giudiziario.

Il comparto giustizia, come risaputo, è anche motore di sviluppo e, traduzione economica vuole, condiziona nel bene o nel male la vita quotidiana, l’andamento del PIL, ecc.

Abbiamo voluto sentire su questo tema l’opinione dell’avvocato Angelo Lucarella, vice pres. coord. della Commissione giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, saggista ed attento conoscitore delle dinamiche politiche.

“Indubbiamente il Min. Cartabia sta facendo il possibile stando a quanto, come ho avuto modo di dire qualche mese addietro, l’Unione Europea ci obbliga a fare dal 2016 in special modo con la direttiva sulla non regressione delle tutele e garanzie per gli imputati.

D’altronde nella relazione della Commissione Lattanzi quest’ultimo passaggio è stato evidenziato. Diciamo che intervenire sulla dinamica della prescrizione era un atto dovuto da parte del Governo Draghi e il Ministro della Giustizia, certamente, non si è sottratta alla chiamata di responsabilità.

Il vero problema sarà nella prossima legislatura perché, al netto di questi primi interventi di restyling, c’è da capire quale visione di Paese si voglia mettere a disposizione degli italiani.

Sarei dell’idea che almeno su tre fronti si possa ulteriormente intervenire, ma servirà una politica coesa, consapevole delle sfide e, soprattutto, pronta a confrontarsi con alla base un pensiero di nuova prossimità al cittadino considerando gli inediti assetti che si creeranno a seguito del taglio dei parlamentari.

Al di là di ciò che si sente ormai da mesi (se non anni), come ad esempio la separazione delle carriere, tempi della giustizia, ecc., penso a tre cose:

– costituzionalizzazione della giustizia tributaria e, al contempo, migliorare i Principi di Giusto processo con integrazioni specifiche;

– rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale legandola ad una riserva di legge (escludendo reati medi e di grave entità);

– strutturazione, presso la Corte Costituzionale, di una sorta di ufficio delle pregiudiziali e delle incostituzionalità a cui i cittadini possano ricorrere direttamente (ovviamente ciò implica, evitando la genesi di fatto di un soggetto in sé pletorico, un ridisegno del numero e/o delle funzioni sul fronte del già costituzionalmente previsto atteso che buona parte dell’ingolfamento contenzioso, oggi in mano ai giudici delle leggi, riguarda i famosi conflitti di competenza tra Stato e Regioni attesa la riforma del Titolo quinto di vent’anni fa). 

Ma senza investire sulla formazione e sulle carriere sin dal momento universitario (anche se sono convinto si possa addirittura intervenire prima e cioè sulle scuole), non si può sperare molto.

Occorrono almeno 20 anni per portare a frutto la complessa opera di ridisegnamento di un sistema come quello giudiziario italiano.

Tuttavia, a monte ci deve essere la buona volontà perché non si può pensare solo ad ingolfare la magistratura di leggi. Ecco, questo è un altro elemento da considerare. Occorre snellire il quadro normativo il più possibile e miglioralo dove c’è bisogno. Ci si può ancora fossilizzare sul concetto che il cittadino possa avere a che fare con migliaia di norme, regolamenti, ecc. per fare qualcosa? Così si rischia che non la faccia più o, peggio il contrario, che cada per forza di cose in situazioni non legittime o lecite. E questa è anche una questione che interferisce con il realismo lavorativo e, di riflesso, sul Pil.

La giustizia è un tema sul quale non si può più temporeggiare. Ne va della credibilità del Paese anche difronte alle sfide del PNRR”.

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Perché Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi?

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La condanna di Mimmo Lucano è arrivata a una quantificazione pari al doppio di quella dell’accusa. Alla fine è stato infatti condannato per la commissione di 16 reati e, nel caso in cui si profilino le caratteristiche del reato continuato, ovvero della commissione di diversi reati accomunati da un medesimo disegno criminoso, il calcolo della pena viene effettuato tenendo presente la pena del reato più grave che potrà essere aumentata dal giudice fino al triplo.

In questo caso il reato peggiore contestato è quello di peculato. Questo reato si ricorda consistere nell’appropriazione di denaro o cosa mobile altrui in ragione della propria funzione di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Secondo gli inquirenti questa tipologia di reato è stata commessa dall’imputato in vari episodi, con l’aggravio del fatto che il danno costituisse una rilevante entità.

Un reato, purtroppo, tra i più diffusi tra coloro che esercitano pubbliche funzioni, tanto da indurre di recente il legislatore ad introdurre pene più severe, con l’emanazione della legge n. 190 del 2012 prima, e della legge n. 69 del 2015 dopo, che hanno fatto passare, infatti, la pena minima da tre a quattro anni e la massima da dieci anni a dieci anni e sei mesi. Quindi si presume che il computo della pena per Mimmo Lucano non sia stato fatto tenendo come base di calcolo il minimo (quattro anni) moltiplicato per tre, ma che sia stata utilizzata una base di calcolo più alta, anche in ragione della natura degli aggravi degli altri reati ad esso ascritti.

Si ricorda che l’accusa aveva chiesto una condanna di 7 anni e 11 mesi, per i reati, tra gli altri, di falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e associazione a delinquere e concussione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Quest’ultimo reato, era il più grave secondo i PM. Per la concussione, infatti, la pena va da sei a dodici anni. Ma il Tribunale ha assolto l’imputato da questo reato, riconoscendo come reato più grave, quindi, quello di peculato.

Tra gli altri reati più gravi, per cui il Lucano è stato dichiarato colpevole sono: abuso d’ufficio, truffa aggravata e associazione a delinquere.

Per i giudici di primo grado, i fatti contestati e posti alla base della condanna scaturiscono da una complessa attività di indagine che ha visto l’ex sindaco di Riace adoperarsi nel combinare matrimoni con il solo fine di far ottenere la cittadinanza a soggetti extracomunitari e per aver messo a disposizione di questi ultimi delle case abbandonate e poi recuperate. Altra accusa era relativa all’affidamento diretto di appalti per la raccolta dei rifiuti alle cooperative Eco-Riace e L’Arcobaleno, per il periodo che va da ottobre 2012 fino all’aprile 2016, senza che fosse stata imbandita una gara d’appalto e senza che le due cooperative fossero iscritte negli albi previsti dalla legge.

Si tratta di una sentenza di primo grado e destinata da ora a raggiungere la Corte di Cassazione. Non sono da escludere colpi di scena per i successivi gradi di giudizio. La pronuncia sulla questione Lucano ha fatto chiaramente molto rumore da un punto di vista politico, nonché mediatico e l’interesse nazionale sulla questione è molto alto perché si sentono tirati in ballo gli ideali contrapposti tra chi si ritiene aperto alle politiche di accoglienza e chi invece preferisce chiudere i confini al prossimo.

In definitiva si può dire che la questione è assai delicata perché da un punto di vista prettamente tecnico-giuridico quello che viene preso in considerazione non è il fine morale dell’operato (suscettibile quindi di una valutazione ideologica) ma la commissione di fatti previsti dalla legge come reato.

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