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Roma, metro A: i treni possono viaggiare con le telecamere rotte
Tempo di lettura 2 minutiLa nuova disposizione mitiga le avarie agli impianti di videosorveglianza in dotazione ai treni Caf
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7 anni faon
ROMA – Novità nella circolazione dei treni nella Linea A della metropolitana, la più frequentata, introdotta dalla Direzione d’Esercizio con la D.O. 170 del 24 luglio. Secondo la quale, le segnalazioni riscontrate dai macchinisti agli impianti di videosorveglianza a circuito chiuso, di cui i convogli CAF (MA 300) sono dotati, non “dovranno essere prese in considerazione. Le corse dovranno in ogni caso svolgersi nel rispetto dei vigenti Regolamenti, Istruzioni, Disposizioni Operative ed Ordini di Servizio”.
Anche nella metropolitana, Atac ricorre a provvedimenti mirati che, di fatto, aggirano le criticità ma evitano l’apertura di guasti da parte del personale e, come conseguenza logica, la perdita delle corse. Insomma, la produzione innanzitutto, così almeno sembra, the show must go on. “Visto l’esito positivo delle verifiche e prove effettuate in data 25.05.2019 e 11.06.2019 – recita la nota -, ed il parere favorevole espresso dall’Ustif con nota prot. 140649 del 26.06.2019, si dispone la circolazione di un numero limitato di treni MA300 con impianto TVCC con funzioni degradate: non attiva la visualizzazione dell’area interessata dall’azionamento della maniglia di allarme passeggeri; non attiva la visualizzazione della fiancata del treno in fase di salita e discesa dei passeggeri”.
Pertanto, “il personale di condotta” deve attenersi “a quanto prescritto dal Regolamento Circolazione Treni in merito al segnale di allarme, in occasione di attivazione di una maniglia di allarme da parte di un passeggero” nonché accertarsi “sempre, in partenza da una stazione, del regolare incarrozzamento dei passeggeri, come previsto dal Regolamento Circolazione Treni”. Questo fino al prossimo al 30 settembre (nodo al fazzoletto).
E, come detto, le eventuali “segnalazioni di avaria TVCC sul SICAS [lo schermo nelle cabine guida, ndr] non dovranno essere prese in considerazione” e, allo stesso tempo, le “eventuali mancate visualizzazioni di una o più telecamere devono essere annotate sul modello A0404 (T280)”. Il personale è, dunque, avvisato e non ha scusanti, al solito. Punto. Ma, a lume di naso, non sarebbe stato meglio intervenire prima?
Sul fronte dei lavoratori si leva la voce del profilo twitter ConduttoreMetrob, una volta ascoltati i colleghi della Linea A: “Ci risiamo, l’Azienda invece di risolvere i problemi, li sposta sul personale operativo. Secondo noi, in un sistema complesso, come la metropolitana, non ci dovrebbero essere falle nei sistemi a sussidio della sicurezza; sistemi utili in caso di presenza di borseggiatori o di criticità all’interno dei vagoni. Ovviamente ci atterremo alla disposizione odierna, la seguiremo, ma solleveremo ogni nostro dubbio secondo le procedure aziendali. Non vorremo fare la fine delle ferrovie concesse, che per il non adeguamento viaggiano a servizio ridotto. Vi terremo aggiornati sulle risposte che l’azienda ci darà”.
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RAI-X, Castelli Romani: tra cocaina e munizioni. Se la provincia diventa “zona franca”, l’Arma non può bastare
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12 ore faon
6 Febbraio 2026By
Chiara Rai
LARIANO (Roma) – Un casolare, un centro cittadino insospettabile, e dentro il kit perfetto della criminalità moderna: 33 grammi di cocaina, qualche grammo di hashish e, soprattutto, un arsenale di oltre 400 cartucce calibro 12 e proiettili calibro 38. È il bilancio dell’ultimo blitz messo a segno dai Carabinieri della Compagnia di Velletri lo scorso 2 febbraio. A finire in manette una donna di 42 anni, protagonista di un’economia sommersa che a Lariano, come nel resto della provincia sud di Roma, sembra non conoscere crisi.
Il fatto di cronaca è lo specchio di un fenomeno che non possiamo più definire “episodico”. La criminalità nei Castelli Romani sta cambiando pelle: non è più solo la “trasferta” della malavita romana, ma una pianta autoctona che mette radici tra le vigne e i centri storici. Trovare centinaia di munizioni insieme alla droga ci dice che il salto di qualità è avvenuto: non si tratta solo di spaccio, ma di un controllo del territorio che richiede “ferro”.
L’ombra delle grandi organizzazioni resta lunga. Come evidenziato anche da analisi di settore e dalle recenti scarcerazioni di esponenti di spicco dei clan calabresi tra il 2025 e l’inizio del 2026, gli equilibri della provincia di Roma sono “vasi comunicanti” con le dinamiche mafiose nazionali. Il sequestro di Lariano è solo la punta di un iceberg che vede i locali pubblici e le abitazioni civili trasformarsi, talvolta, in magazzini o centri di smistamento.
La criminalità prospera dove lo Stato arretra, non solo in termini di sicurezza, ma anche di servizi. L’isolamento infrastrutturale che spesso colpisce la provincia sud — si pensi ai recenti disagi sulla rete ferroviaria tra Roma e Frosinone previsti proprio per questo febbraio 2026 — contribuisce a una percezione di abbandono delle periferie. In queste zone d’ombra, il crimine prova a sostituirsi alle istituzioni.
Inoltre, preoccupa la sicurezza nei luoghi di aggregazione. Recentemente, persino la zona del lago, tra Bracciano e dintorni, è stata scossa da attentati incendiari ai danni di locali frequentati dai giovani. È il segno che il “sistema” prova a infiltrare o intimidire anche i luoghi del divertimento, rendendo la socialità un terreno minato.
L’attività dei Carabinieri di Velletri è stata magistrale: tempestiva e frutto di una conoscenza capillare. Ma fino a quando potremo delegare la tenuta sociale di un’intera provincia solo alle divise? L’impegno dell’Arma non può essere fine a se stesso. Servono anticorpi sociali, come il progetto #cuoriconnessi che proprio in questi giorni celebra il suo decennio di lotta al cyberbullismo e alla devianza giovanile all’Auditorium Parco della Musica. È lì, nell’educazione e nel coinvolgimento delle famiglie, che si gioca la partita decisiva.
Mentre i Carabinieri continuano a ripulire con abnegazione le strade da cocaina e proiettili, la politica e la società civile devono rispondere con la stessa velocità. Servono trasporti efficienti per rompere l’isolamento delle periferie, una prevenzione culturale martellante per le nuove generazioni e un controllo serrato sui locali pubblici. Solo così potremo evitare che i comuni dei Castelli diventino “porti franchi” del malaffare. Il coraggio di un arresto deve diventare il coraggio di una comunità intera.
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RAI-X – quel codice di sangue a Santa Palomba. “L’Abisso del Fortino: quando l’odio si fa asfalto”
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3 giorni faon
4 Febbraio 2026By
Chiara Rai
Investita tre volte e colpita a bastonate, 55enne finisce in fin di vita. Arrestati padre e figlia per tentato omicidio. Dietro il massacro spunta l’ombra del “Fortino”: si indaga su un debito non pagato.
Ci sono notizie che non sono solo cronaca nera; sono squarci che si aprono sulla carne viva di una società che, in certi angoli dimenticati, ha smesso di essere umana. Quello che è accaduto in via dei Papiri, alle porte di Santa Palomba, non lontano da Albano Laziale non è una lite finita male. È un’esecuzione fallita, un rituale di ferocia tribale che ci sbatte in faccia una realtà che preferiremmo confinare nei film di genere.
Una donna di 55 anni attirata in una trappola da una vicina. Un incontro che diventa un massacro: prima le bastonate di un uomo di 72 anni – un padre, pensate – e poi il corpo della vittima usato come bersaglio da un’auto lanciata a tutta velocità. Non una, ma tre volte. «Ammazzala», gridava il genitore mentre la figlia schiacciava l’acceleratore.
Mentre gli inquirenti analizzano i fotogrammi delle telecamere di sorveglianza, che hanno cristallizzato questo orrore, il movente punta dritto al cuore di tenebra della zona: il cosiddetto “Fortino”. Chiamarlo complesso di case popolari è un eufemismo. Per la Direzione Distrettuale Antimafia è una piazza di spaccio isolata, recintata, un micromondo dove le leggi dello Stato sono carta straccia e dove, in passato, ha respirato persino l’ombra della Banda della Magliana con figure come Fabiola Moretti.
Il sospetto è quello di un debito. Forse pochi spiccioli, forse una ritorsione legata agli affari del quartiere. Ma qui sta il punto: nel “Fortino”, la vita umana ha un prezzo così basso da poter essere barattata con tre passaggi di pneumatici e qualche colpo di mazza?
La cosa che più mi fa rabbrividire, e che dovrebbe far riflettere tutti noi, non è solo la violenza della 34enne, ma la regia del padre. Un uomo di 72 anni che, invece di essere custode di saggezza o freno inibitore, diventa l’istigatore, il braccio armato e il mandante morale di un massacro.
Siamo di fronte a un’eredità criminale che si tramanda di generazione in generazione. Il “Fortino” non è solo un luogo fisico fatto di cemento e recinzioni; è una gabbia mentale dove la risoluzione dei conflitti passa solo attraverso l’annientamento dell’altro. In certi contesti, l’auto non è un mezzo di trasporto, è un’arma; la vicina non è una persona, è un ostacolo da rimuovere. Questa è la sconfitta della civiltà urbana: abbiamo creato zone dove lo Stato entra solo con le manette e il blitz (come nel 2022), ma dove la cultura del sopruso resta sovrana tra una retata e l’altra.
Possiamo arrestare i colpevoli – e grazie al lavoro incessante del Commissariato Esposizione, padre e figlia sono già in carcere con l’accusa di tentato omicidio – ma come si arresta il degrado di un “Fortino”? Quel perimetro di case popolari a Santa Palomba è, per la magistratura e per chi ci vive, una zona franca dove le lancette della storia criminale romana sembrano essersi fermate agli anni della sanguinosa Banda della Magliana.
Il legame più profondo e inquietante tra il “Fortino” e la malavita storica è incarnato da una figura femminile, come già detto, quella di Fabiola Moretti. Considerata la “testimone chiave” di un’epoca irripetibile, la Moretti è stata la compagna di Antonio Mancini (detto l’Accattone) e una delle donne più vicine a Enrico De Pedis (Renatino), il boss che elevò la Banda a holding del crimine.
Il fatto che una figura di tale calibro criminale — coinvolta in inchieste che vanno dall’omicidio Pecorelli al caso Orlandi — abbia scelto proprio via dei Papiri come sua “base” non è un caso. Il “Fortino” offre ciò che ogni latitante o boss cerca: isolamento e controllo. La conformazione stessa del complesso, circondato dalla campagna e facilmente sorvegliabile, permette di avvistare le forze dell’ordine con chilometri di anticipo, creando un sistema di protezione reciproca tra i residenti che spesso sfocia nell’omertà forzata.
Se negli anni ’80 e ’90 il controllo era militare, oggi il “Fortino” è una delle piazze di spaccio più remunerative del quadrante Ardeatina-Pomezia. Il blitz del 2022 ha rivelato una struttura gerarchica solida, dove il traffico di cocaina e hashish non è solo un affare economico, ma un collante sociale.
In questo contesto, l’episodio della 55enne investita tre volte assume una luce ancora più sinistra. Nel codice non scritto del “Fortino”, un debito o uno sgarro non si risolvono in tribunale, ma con la pubblica dimostrazione di forza. L’aggressione di lunedì scorso, avvenuta davanti agli occhi di altri residenti (uno dei quali ha poi avuto il coraggio di soccorrere la vittima), serviva a ribadire chi comanda. L’uso dell’auto come arma di esecuzione è una firma: non è un omicidio “pulito”, è un atto brutale volto a seminare terrore.
La malavita storica romana ha lasciato in queste periferie un “metodo”. Le nuove generazioni — come la 34enne arrestata insieme al padre — sono cresciute nel culto di quei personaggi che un tempo dominavano la città. Il padre di 72 anni, che incita la figlia a passare sul corpo della vicina, rappresenta il ponte vivente tra la vecchia guardia criminale e la nuova ferocia metropolitana.
La storia del “Fortino” ci insegna che non basta arrestare i singoli per smantellare un sistema. Finché via dei Papiri rimarrà un’isola recintata, lontana dai servizi, dai trasporti e dallo sguardo dello Stato, la malavita continuerà a trovarvi un terreno fertile.
La sfida per Roma e per la sua provincia è trasformare queste “fortezze” in quartieri aperti. Senza una riqualificazione profonda che passi per l’abbattimento delle barriere fisiche e sociali, il “Fortino” continuerà a sfornare storie di cronaca nera che affondano le radici nel sangue degli anni di piombo e della Magliana, in un ciclo che sembra non avere mai fine.
La soluzione non è solo repressiva. Se un quadrante della Capitale viene chiamato “Fortino”, significa che abbiamo permesso che si fortificasse contro la legalità.
Serve una presenza costante dello Stato che non sia solo quella delle sirene. Servono presidi sociali, scuole aperte fino a tardi, illuminazione e, soprattutto, una riqualificazione che impedisca a questi caseggiati di essere isole separate dal resto del mondo.
Sembra un’utopia in via dei Papiri, ma se non iniziamo a scardinare l’idea che “il debito si paga col sangue”, continueremo a produrre 72enni che incitano le figlie a diventare assassine.
Siamo tutti connessi, dicevamo nell’ultima puntata. E il “Fortino” è un tumore che si nutre dell’indifferenza di chi vive a pochi chilometri di distanza e pensa che quella sia “un’altra Roma”. Non lo è. È la nostra Roma, e finché esisteranno zone dove la vita vale meno di un’auto usata come un ariete, nessuno di noi potrà dirsi davvero al sicuro.
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RAI-X, Istanbul, l’ultima fermata prima dell’abisso: noi non siamo esenti da quello che succede “fuori”
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4 giorni faon
3 Febbraio 2026By
Chiara Rai
Siamo arrivati a quel punto del film in cui la musica si abbassa e il respiro si fa corto. Solo che questo non è un film. Siamo seduti su una polveriera chiamata Medio Oriente e la miccia, corta come non mai, scotta tra le dita di attori che sembrano aver dimenticato il significato della parola “ritirata”.
Venerdì 6 febbraio 2026, a Istanbul, si consumerà quello che molti definiscono l’ultimo atto diplomatico. Da una parte il ministro iraniano Aragchi, dall’altra gli inviati di Trump, Witkoff e Kushner. Sullo sfondo, il Pentagono che sibila: «Senza intesa, siamo pronti ad agire».
Se stiamo pensando che questa sia la solita crisi passeggera, è il momento di aprire gli occhi. Siamo di fronte a un bivio storico dove la guerra non è più un’ipotesi remota, ma un’opzione operativa.
Mentre sul web si discute animatamente se prendere parte a strampalate iniziative senza senso, o si perde tempo a nutrire gli odiatori seriali che accrescono i loro ego tra un commento e l’altro, il mondo reale si muove. Dobbiamo smetterla di pensare alla politica internazionale come a qualcosa di “distante” o “accademico”. Noi non ne siamo esenti.
Siamo connessi da fili invisibili ma d’acciaio. Il primo universale concetto è che siamo connessi e non possiamo rimanere indifferenti di fronte scenari di guerra e sofferenza. Il mondo è in disequilibrio proprio perché siamo talmente superficiali da pensare che una guerra dall’altro capo del mondo non ci tocchi. Il perno centrale di questa crisi risiede in una verità che spesso scegliamo di ignorare: l’interconnessione non è un’opzione, ma uno stato di fatto. Viviamo in un sistema a vasi comunicanti dove l’illusione dell’indifferenza è il primo passo verso il disequilibrio globale. Pensare che una guerra lontana da noi sia un evento isolato è una forma di miopia culturale e civile; ogni conflitto trascina con sé un’onda d’urto che frantuma mercati, equilibri sociali e sicurezze collettive. La nostra superficialità è il carburante di questo disordine: credendo di essere spettatori distanti di una sofferenza altrui, non ci accorgiamo che il confine tra “casa nostra” e il “fronte” si è dissolto da tempo. Riconoscere che siamo tutti nodi della stessa rete significa capire che la pace non è un bene di lusso da consumare in solitudine, ma un ecosistema fragile che richiede la nostra attenzione costante. Se smettiamo di guardare fuori, perdiamo la bussola di ciò che accade dentro.
E poi c’è il mercato, ci sono gli oggetti, il cibo e il profitto. Il telefono che abbiamo in mano, i componenti della nostra auto, il grano per il pane. Nulla nasce più in un unico luogo. Se si ferma un ingranaggio a Teheran o a Tel Aviv, la fabbrica sotto casa nostra rallenta e ne risente. L’instabilità fuori casa genera flussi migratori, tensioni sociali e minacce asimmetriche che arrivano dritte nelle nostre piazze. Gli affari “fuori casa” ci riguardano perché l’Italia vive di esportazioni e di stabilità marittima. Un mondo in fiamme non compra il nostro “Made in Italy”.
Il ricatto energetico e lo Stretto di Hormuz
La minaccia più concreta è l’asfissia economica. Se i colloqui di Istanbul dovessero fallire e si passasse alle armi, l’Iran detiene una “chiave” pericolosa: lo Stretto di Hormuz.
Si tratta di un braccio di mare largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, attraverso il quale transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e un terzo del gas naturale liquefatto (GNL). Un blocco di questo passaggio significherebbe:
Esplosione dei prezzi energetici con le bollette che raddoppiano nel giro di una notte.
Inflazione fuori controllo perché se il costo del trasporto aumenta, aumenta il prezzo di ogni singolo bene sullo scaffale del supermercato. Inoltre, nessuna nave oserebbe più transitare, paralizzando i commerci tra Oriente e Occidente.
Per chi non ha seguito ogni passaggio di questa scacchiera di sangue, bisogna fare un passo indietro. Il conflitto con l’Iran non nasce oggi. È una ferita aperta che si è infettata per tre motivi principali:
Il miraggio nucleare: Teheran accelera l’arricchimento dell’uranio come assicurazione sulla vita.
La memoria della “Guerra dei 12 giorni”: il trauma dei bombardamenti dello scorso giugno su siti strategici è ancora vivissimo e condiziona ogni mossa di Teheran.
L’assedio delle sanzioni: l’economia iraniana è strangolata. La convocazione degli ambasciatori UE a Teheran è la risposta rabbiosa a un’Europa che ha inserito i Pasdaran nella lista dei terroristi.
La soluzione: uscire dalla bolla
La critica intelligente che dobbiamo porci è: a chi conviene questo incendio? Non solo agli USA. C’è un asse regionale che spinge per una soluzione di forza. Ma la vera forza oggi non è chi mostra i muscoli, ma chi ha il coraggio di sedersi a quel tavolo a Istanbul e cedere qualcosa per salvare tutto.
La vera scommessa è smettere di essere spettatori passivi di “storie” sui social e iniziare a essere osservatori della Storia con la S maiuscola. Informarsi non è un hobby, è l’unico modo per non farsi travolgere. La rivoluzione di Nadine Stair era fatta di margherite e piedi scalzi; la nostra deve essere fatta di consapevolezza e sguardo lungo. Perché se il Medio Oriente brucia, il fumo arriva fin dentro le nostre stanze. E non ci saranno “like” che potranno spegnerlo.
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