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Destiny 2 torna a volare con I Rinnegati

Con “I Rinnegati” Bungie cambia marcia e dona a Destiny 2 tutto quello che i fan desideravano fin dalla sua uscita un anno fa su Pc, Ps4 e Xbox One (qui la nostra recensione del gioco base). Il totale cambio di registro impresso dalla software house statunitense al titolo è avvertibile già fin dalle prime battute quando si affronta la campagna. I toni, i dialoghi fra i personaggi e l’atmosfera generale sono ben più cupi rispetto a quanto già visto e finalmente l’aria che si respira in game è straordinariamente coinvolgente. I Rinnegati si svolge da principio sull’Atollo, una zona che tutti i giocatori del capitolo originale ricorderanno benissimo. Situato nella cintura di asteroidi fra Marte e Giove, questo luogo è la casa degli Insonni, una fra le razze che compongono la sconfinata lore di Destiny. L’evento su cui ruota la campagna de I Rinnegati, e che dona all’intero titolo una vena davvero emozionante, è l’uccisione di Cayde-6, mentore dei cacciatori dell’Avanguardia nonché uno fra i personaggi più amati della saga, da parte di Uldren Sov, fratello della regina Mara. Questo personaggio la cui ultima apparizione è stata durante l’espansione di Destiny 1 “Il Re dei Corrotti”, ha vagato per un certo tempo senza meta per il sistema solare in seguito alla sconfitta subita da parte di Oryx: finito prima su Marte e poi nei pressi della Prigione degli Anziani, ed è caduto preda di una strana follia che l’ha spinto a liberare gli otto Baroni rinchiusi in questa struttura per compiere un piano che ha qualcosa di diabolico. Proprio da qui ha inizio la trama de I Rinnegati. Proprio per fermare quest’evasione è richiesto l’intervento di Cayde-6 e del giocatore che insieme a Petra Venji irrompono nella prigione degli anziani. Da qui la storia si snoda attraverso una manciata di missioni principali, completabili in poche ore e concentrate perlopiù su Uldren, sulla sua pazzia e sulle sue visioni dell’amata sorella, che lo attanagliano e lentamente lo logorano. In aggiunta, vanno considerate anche le otto avventure legate all’uccisione di altrettanti Baroni: queste ultime, per difficoltà e progettazione, non hanno nulla da invidiare all’intreccio principale, a differenza, (e per fortuna) di quelle presenti nel gioco base e nelle prime due espansioni. Una volta terminata la campagna però, I Rinnegati non finisce qui, ma lancia il giocatore in una vastissima serie di attività end game che ampliano la storia e che rendono il titolo firmato Bungie una vera perla nell’Olimpo del gaming. Con I Rinnegati, vengono rese disponibili ben due nuove zone esplorabili: la Riva Contorta e la Città Sognante, ognuna ben più grande dei due pianeti introdotti ne “La Mente Bellica” e “La Maledizione di Osiride”, ovvero Marte e soprattutto Mercurio, ed entrambe con i loro personaggi, i propri eventi e tantissimi segreti.

Ma procediamo con ordine. La Riva Contorta è il primo posto in cui si metterà piede nel corso della storia. Questo luogo appare come una vera e propria terra di nessuno, popolata da criminali da tenere a bada e in cui l’unica legge vigente è quella del Ragno, un grosso guerriero caduto ben poco amichevole, ma con cui bisognerà stringere un’alleanza nel segno della guerra contro i Baroni e contro Uldren Sov. È proprio lui, infatti, a commissionare le taglie di eliminazione degli infami e dei fuggitivi della prigione degli anziani, quest che in qualche modo scandiscono e inframmezzano le vicende de I Rinnegati e conducono pian piano all’endgame, il quale è stato completamente stravolto in positivo. Con la nuova espansione di Destiny 2 infatti è stata introdotta un numero incredibile di taglie giornaliere, riscattabili perlopiù ovunque, oltre a qualche speciale taglia settimanale che, permetteranno di far crescere il proprio pg con armi e armature potenti, nonché di ottenere alcuni fra i nuovi pezzi esotici, come l’arco Demonio della Trinità e il fucile Signore dei Lupi. Altre armi esotiche, come l’Asso di Picche e l’Accompagnatore, sono invece ottenibili tramite imprese esotiche, a loro volta più complesse che in passato e che richiederanno di compiere determinate azioni per poter ottenere la tanto agognata arma. Sia la progressione verso il nuovo cap di Potere (ora fissato a 600) che il drop degli oggetti più potenti sono stati profondamente rivisti, tornando in un certo senso ai vecchi fasti del primo Destiny. Ci sarà da fare anche per riuscire a ottenere le nuove Super Abilità: I Rinnegati, infatti, introduce ben 9 nuove ultimate, portando il totale a 18. Benché molto spettacolari e utili per stimolare l’uso di tattiche differenti, le super sono accompagnate da un rinnovamento alle abilità dei guardiani che aggiungono un po’ di pepe ai combattimenti. Se la Riva Contorta funge da vero e proprio campo di battaglia per quanto riguarda la storia, la seconda location, ossia La Città Sognante, è un’immensa area che ospita moltissime delle attività end game. Questo luogo misterioso al di là dell’incredibile lavoro tecnico, senza ombra di dubbio è un un’area fra le più belle mai viste nell’universo di Destiny, è una zona pulsante e viva, ricca di eventi nuovi e vecchi, di settori perduti totalmente rivisitati, di segreti, di missioni settimanali e di piccole sfide. Ovviamente La Città Sognante è anche teatro del nuovo raid, che a differenza di quanto visto nell’anno uno, riserverà parecchie sorprese ai giocatori, anche ai più skillati. Nella Città Sognante si potrà parlare con Petra Venji, che qui ricopre lo stesso ruolo svolto dal Ragno nella Riva Contorta: un vero e proprio raddoppio di cose da fare e oggetti da ottenere, ogni destinazione, infatti, si porta dietro le sue armi e armature, che da solo basta a tenere impegnati per molti giorni della settimana, fino al successivo reset, dove tutto torna come prima e le taglie tornano disponibili. Questa volta, insomma, sembra proprio che Bungie sia riuscita a rendere di nuovo Destiny un vero e proprio hobby, al quale dedicarsi anche soltanto per le piccole cose come il completamento di una taglia o l’ottenimento di un’arma con perk migliori. Fra le novità de I Rinnegati tornano anche le Perk casuali su armi e armature, quindi ottenere un fucile o dei gambali buoni o rari non vuol dire necessariamente aver ottenuto la sua versione più potente e tutto questo ovviamente spinge il giocatore a giocare e rigiocare per ottenere i pezzi migliori per il proprio guardiano.

Con I Rinnegati, Destiny 2 ha ritrovato ciò che più di tutto era mancato in questo controverso sequel: il piacere della scoperta. Non è raro lasciarsi andare all’esplorazione della Città Sognante in cerca di segreti, si tratti di piccole statue a forma di gatto che possono donare armature e armi leggendarie, pozioni speciali che possono permettere di trascendere la realtà e portare i giocatori in un’altra dimensione o manufatti misteriosi in grado di proiettare i guardiani in furiosi combattimenti contro orde di avversari. È il caso di una nuova attività PvE chiamata Pozzo Cieco, che sulla falsariga di altre arene come la Corte di Oryx, la Forgia dell’Arconte e il recente Protocollo d’Intensificazione, permette di avviare degli scontri impegnativi dall’area di pattuglia, sfruttando la collaborazione con altri giocatori presenti in zona. La modalità utilizza una sorta di “doni” per attivare scontri sempre più difficili, caratterizzati da meccaniche uniche e boss dalle fattezze e dalle abilità differenti. Per completare queste attività bisognerà però lavorare in sinergia e sfruttare a dovere i mezzi offerti dalle nuove super abilità: gli scontri sono impegnativi e soprattutto se si è bassi di luce molto complessi da portare a termine, ma il divertimento è certamente assicurato. L’altra grande nonché piacevolissima novità dall’espansione I Rinnegati è Azzardo. Si tratta di una nuova modalità di gioco che fonde sapientemente dinamiche PvE con l’adrenalina di uno scontro PvP. Qui due team composti da quattro giocatori vengono chiamati a sconfiggere nemici controllati dall’intelligenza artificiale, che lasciano cadere a terra dei cristalli, chiamati pegni, una volta eliminati. Tali item vanno portati al centro della mappa: la prima squadra che deposita un totale di settantacinque token evoca un boss “Primordiale” che, se eliminato, concede la vittoria. Ma ovviamente non finisce tutto qui: se è vero, infatti, che ogni team porta avanti la partita sulla propria mappa, bisogna considerare che questi livelli sono collegati tra loro attraverso un portale: ogni qual volta un giocatore deposita i pegni, nel campo degli avversari si materializza un nemico di livello variabile in grado di mettergli i bastoni tra le ruote e rallentarli. È persino possibile sferrare un attacco diretto all’altro team inviando un singolo membro della squadra, così da creare il pandemonio tra i ranghi del team nemico. Inutile dire che è richiesta una dose pazzesca di coordinazione per portare a casa la partita: un gruppo affiatato e compatto avrà quasi sempre una marcia in più rispetto a quattro giocatori casuali che non comunicano tra loro. Ne I Rinnegati Bungie ha ovviamente aggiunto una manciata di assalti nuovi di zecca, nuove mappe pvp e ovviamente reintroduce l’appuntamento mensile con Lo Stendardo di Ferro. Ancora assenti le Prove dei Nove, ma siamo certi che a breve torneranno anch’esse. Ulteriore novità sono i Trionfi e le collezioni: i primi fungono da Grimorio in game, quindi compiendo determinate azioni, ispezionando oggetti o eliminando boss verranno svelati tantissimi retroscena inerenti alla lore del gioco. Le collezioni invece sono un elenco di tutti gli oggetti acquisiti a partire dall’anno scorso. Gli oggetti anno 1 e le armi e armature esotiche potranno essere recuperati pagando una piccola somma di oggetti reperibili in game, quelli anno 2 invece non potranno essere recuperati in quanto, avendo un roll delle perk casuali, i giocatori potrebbero ottenere l’arma perfetta in breve tempo. Ne i rinnegati è stato inoltre cambiato il sistema armi del PvP, esso infatti riabbraccia quanto visto sul primo Destiny, ora fucili a pompa, cecchini e fucili a fusione potranno essere equipaggiati come armi primarie o secondarie e questo ha finalmente reso più vario i combattimenti.

Per quanto riguarda il raid Bungie ha fatto davvero un lavoro incredibile, infatti non c’è mai stata nella storia di Destiny un’incursione tanto complessa e stimolante. Ultimo Desiderio è un capolavoro di design, un’impresa esaltante e una sfida senza precedenti. Ogni singolo step richiede mobilità e soprattutto coordinazione fra i membri, dinamismo e capacità di adattamento; tutte le boss-fight hanno una fase di danno ben distinta e soddisfacente, tutte un nemico riconoscibile e spietato. Dentro il raid ci sono puzzle ambientali, prove di destrezza, corse affannose e terribili, avversari titanici e misteri da scoprire. Per capire se Ultimo Desiderio sopravviverà alla prova del tempo, ovviamente, bisognerà aspettare un bel po’, ma allo stato attuale dei fatti questa Incursione ribadisce quali risultati può raggiungere il team di sviluppo quando è focalizzato sulla sua visione originale. Il Raid, è stato importante anche per un altro motivo. Al primo completamento da parte della community, qualcosa nella Città Sognante è cambiato. Si tratta, al momento, di cose di poco conto: nuove missioni che permettono di scoprire qualche dettaglio in più sulla storia degli Insonni, e le Tecnidi liberate dal giogo di Riven si aggirano per la loro Città, pronte a dispensare consigli ai Guardiani, insegnando loro le tradizioni del popolo che hanno giurato di proteggere. Sempre dopo il primo completamento dell’incursione da parte della community sono apparse anche una nuova mappa per Azzardo e un nuovo Assalto, “La Corrotta”, che è a nostro avviso il più bello mai concepito, infinitamente superiore per struttura e impatto scenico anche all’ottimo “Pyramidion”. Insomma, con la Città Sognante gli sviluppatori hanno fatto centro perché l’idea di un mondo che si evolve grazie alle azioni della community è semplicemente meravigliosa. Anche chi non ha ancora messo piede nell’Incursione, in qualche modo, viene messo al corrente della grande impresa, si sente partecipe e coinvolto. Non solo: gli equilibri della Città Sognante saranno modificati ancora e ancora dalle azioni dei Guardiani, basta dare uno sguardo ai Trionfi. Un’ultima nota di merito va come al solito alla colonna sonora del gioco, che, anche quest’anno riporta brani veramente emozionanti che rendono ogni attività di gioco ancora più emozionante ed esaltante. A questa va affiancato anche un doppiaggio in lingua italiana ben fatto ed estremamente coerente con le situazioni che si vedono sullo schermo. Tirando le somme, con I Rinnegati Bungie è riuscita a compiere un vero e proprio miracolo in quanto ha salvato dalla monotonia un titolo che possedeva delle basi solide, ma che le sfruttava davvero molto poco. Con l’anno 2 Destiny 2 torna ad essere un titolo vivo, con un’infinità di cose da fare, con delle attività interessanti e mai noiose, con delle modalità di gioco nuove davvero esaltanti e altre vecchie finalmente migliorate. Questa volta il team di sviluppo ha fatto davvero le cose in grande e proprio per questa ragione consigliamo a chiunque di acquistare I Rinnegati. Lasciarselo scappare sarebbe davvero un gravissimo errore.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 9,5
Sonoro: 9,5
Gameplay: 10
Longevità: 9,5
VOTO FINALE: 9,5

Francesco Pellegrino Lise




Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr, l’action-rpg ispirato al gioco di miniature

Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr è un videogame ispirato al gioco di miniature che appassiona da anni migliaia di fan in tutto il globo. Il titolo, uscito qualche mese fa su pc e di recente su Xbox One e PS4, si presenta come un action-Rpg che rispecchia alla perfezione le atmosfere e le ambientazioni descritte nei manuali del gioco classico. Proprio per tale ragione esso farà la gioia degli appassionati che da sempre aspettavano un videogame di questo livello. Ma veniamo al dunque: vale davvero la pena acquistare questo titolo? La nostra risposta è assolutamente sì e nelle prossime righe scoprirete il perché. Per chi non conoscesse l’universo di Warhammer 40.000 è bene sapere che nel quarantesimo millennio, l’umanità si raccoglie intorno a quello che molti etichettano come Imperatore-dio, che in realtà è un uomo potenziato geneticamente e con incredibili capacità psioniche. L’imperatore-dio, sul finire di una terrificante guerra civile che è costata miliardi di vittime, è ridotto in fin di vita, tenuto in questo mondo in maniera artificiale. Secondo alcuni, anche in questo stato “vegetativo”, per merito della sua divina volontà, impedisce alle forze perniciose e ai potentissimi invasori alieni di schiacciare o estinguere l’umanità intera. I Sacri Ordini dell’Inquisizione dell’Imperatore sono una polizia segreta che risponde direttamente alla volontà dell’Imperatore-dio senza mediazioni e senza rendere conto ad altre autorità dell’impero. E’ suddivisa in sacri ordini che combattono minacce aliene, eresie che mettono in dubbio la figura dell’imperatore e segreti degli imperi avversi a quello dell’umanità. Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr mette il giocatore nei panni di un Inquisitore dell’Impero dell’Uomo il quale dovrà svolgere un compito estremamente delicato che occuperà moltissime ore di gioco a chi deciderà di affrontare il titolo. Il settore Caligari è una regione dimenticata ai confini dell’Imperium, lontana dalle guerre più sanguinose, ma turbata da possenti tempeste Warp e da alvei di ribelli e di cultisti del Caos. In quel posto invisibile perfino all’occhio dell’Imperatore si muove un enorme relitto spaziale, una nave-monastero chiamata Martyr e scomparsa tantissimi anni or sono: incaricato dai Lord Inquisitori del Conclave di Caligari, il protagonista del gioco si reca sul luogo per indagare su alcune anomalie. Ben presto il suo fiuto per le eresie rileva la presenza di una cancerosa infestazione del dio caotico Nurgle, che ha trasformato la Martyr in un empio santuario di corruzione. A quel punto ha il via la violenta operazione di purga, condotta per mezzo di spade a catena, lanciafiamme, fucili al plasma e chi più ne ha più ne metta. Le premesse che giustifichino le mattanze tipiche degli action RPG in stile Diablo ci sono tutte, e bisogna dire che si sposano alla perfezione con il contesto di Warhammer 40.000 e con l’operato dell’Inquisizione in particolare.

Parlando di gameplay: la vera particolarità del titolo risiede nella gestione del proprio avatar, il quale non dispone di vere e proprie abilità: nonostante la presenza di 3 classi (ognuna con altrettante sottoclassi), l’albero delle abilità di ciascuna di esse consiste esclusivamente in una serie di abilità passive. Ad eccezione di alcune peculiarità specifiche della classe, come gli incantesimi dello Psyker, a caratterizzarne le abilità attive saranno le armi equipaggiate. In Inquisitor ogni classe non ha alcun vincolo per quanto riguarda l’equipaggiamento, la cui varietà è notevole e spazia tra numerose tipologie di spade, fucili laser, martelli, mitragliatrici e così via. Ciascuno di questi strumenti di morte, una volta equipaggiato, permette di attivare degli attacchi più o meno particolari, come una spazzata con la spada o un colpo di precisione con i fucili. Grazie alla possibilità di passare tra due preset con la semplice pressione di un tasto potremo studiare una build che renda letali in ogni situazione. La varietà d’equipaggiamento è a dir poco fondamentale, visto che le creature che si dovranno affrontare possono attaccare sia da vicino che da lontano. A venire in aiuto di chi gioca però c’è il sistema di coperture, che con la semplice pressione di un tasto dà modo al personaggio di accovacciarsi dietro un riparo e sporgersi solo per fare fuoco. Nessun luogo però è sicuro, visto che ogni singolo riparo può essere distrutto a suon di proiettili, esponendo così l’inquisitore al fuoco nemico e costringendolo a trovare un nuovo angolo da cui difendersi o di attaccare a testa bassa gettandosi nella mischia. Proprio come il sistema di coperture, anche il resto dei controlli è stato perfettamente adattato al controller, con il personaggio che aggancia automaticamente il nemico o l’obiettivo più vicino, che verrà evidenziato su schermo. In aggiunta c’è anche un sistema di lock-on sul bersaglio, ma la continua rotazione della telecamera intorno al nemico lo rende abbastanza scomodo. È inoltre possibile muovere liberamente la telecamera tramite l’utilizzo dello stick destro, che permette non solo di ruotarla ma anche di avvicinarla al protagonista.

Dalla base operativa dell’inquisitore, nella quale sono presenti i vari NPC che fungono da mercanti, fabbri (in grado di personalizzare colore e materiali dell’equipaggiamento) e così via, è possibile accedere alle modalità PvP e coop. La prima consiste in scontri 1 contro 1 o 2 contro 2, mentre la seconda permette di gironzolare per il Settore Caligari in compagnia di altri 3 giocatori (o amici) all’interno di qualsiasi missione che non faccia parte della campagna. Di grande pregio la scelta degli sviluppatori di equilibrare le statistiche dei giocatori in base a quelle dell’host, in modo da non rendere la parte cooperativa frustrante per chi ha un livello troppo basso rispetto ai compagni. Il gioco permette anche di giocare in coop locale, ma il secondo giocatore non manterrà in alcun modo i progressi fatti. Per quanto riguarda l’equipaggiamento del proprio eroe, la gestione dell’inventario è molto semplice in quanto la raccolta di oro e oggetti avviene in automatico nel corso delle missioni. A differenza di altri titoli dello stesso genere, infatti, Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr presenta missioni singole all’interno delle quali non si può in alcun modo accedere all’inventario. Durante questi incarichi non si avrà quindi modo di controllare il bottino ottenuto, per farlo bisognerà necessariamente attendere la schermata finale, con tanto di punteggi. Tale meccanica risulta essere piuttosto scomoda in quanto costringe i giocatori a ritornare nell’hub centrale nel caso una nuova arma equipaggiata per la prima volta in una determinata missione non dovesse piacere particolarmente o non dovesse risultare efficace come si pensava. Gli stessi oggetti raccolti sono tutti piuttosto anonimi dal punto di vista estetico e anche quelli più rari non hanno una forte identità come, ad esempio, quelli presenti in un Diablo qualsiasi. Questo è un peccato perché l’ampissimo universo di gioco avrebbe consentito una vastissima possibilità in questo ambito. Tecnicamente parlando, Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr si difende molto bene su ogni fronte a patto che si apprezzino i videogame in stile Diablo. Colonna sonora originale ed effetti sono di buon livello, inoltre la direzione del sonoro è nel complesso di grande pregio. Anche il doppiaggio in lingua originale (inglese) è ben reso e in alcuni momenti riesce a immortalare i momenti di epicità come gli scontri contro i nemici e le mostruose creature che si parano dinanzi gli occhi di chi gioca. Graficamente parlando, poi, assistiamo ad un’ottima ricostruzione dello Space Hulk Martyr (da cui il titolo del gioco) intorno a cui ruota tutto l’interesse dell’inquisitore di cui si vestono i panni. Le indagini, tuttavia, non si limitano a far esplorare in lungo e in largo una delle più grandi navi monastero degli Space Marine dell’umanità. Il protagonista sarà chiamato ad esplorare una mappa del settore Caligari, una grande porzione galattica in cui decine di pianeti attendono le inquisitorie attenzioni di chi gioca. Insomma anche a livello di longevità Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr soddisfa le aspettative dei fan. Tirando le somme, il titolo rappresenterà sicuramente un prodotto imperdibile per gli appassionati del gioco da tavolo e per gli amanti del genere action-rpg. La semplicità dei comandi, dei menù e della gestione degli oggetti, poi, rappresenta un’ottima base di partenza per chi si volesse avvicinare al genere per la prima volta. Insomma, Warhammer 40.000 Inquisitor Martyr, nonostante sia un videogame dedicato ad una precisa fetta di fruitori può rappresentare un ottimo inizio per scoprire la bellezza e la profondità di un universo assolutamente immenso e conosciuto da pochi.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8,5
Gameplay: 8,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 8,5

 

Francesco Pellegrino Lise




Shenmue I e II tornano in versione remastered su Xbox One, PS4 e Pc

Un piccolo grande sogno per gli amanti della serie targata SEGA è finalmente realtà: Shenmue I e II sono ora disponibili in versione fisica e digitale per Playstation 4 e Xbox One e in versione solo digitale per PC. Con il ritorno di questi appassionati titoli sarà possibile rivivere ancora una volta una storia di vendetta e mistero senza tempo che ha appassionato migliaia di persone in tutto il globo a partire dal lontano 1999 (data di lancio del primo capitolo ndr). Per anni si è atteso invano il terzo capitolo, poi finalmente l’annuncio: a partire dall’Agosto 2019 sarà finalmente disponibile. Quindi nell’attesa che il nuovo titolo della serie sia lanciato SEGA ha deciso di pubblicare questa collection che comprende i primi due titoli della serie. Per coloro che non lo conoscono, in Shenmue si vestono i panni di Ryo Hazuki, il quale, un giorno rientrando a casa dopo il suo allenamento quotidiano assiste alla morte del padre. Il genitore viene ucciso a sangue freddo da un esperto di arti marziali cinese noto come Lan Di, giunto in Giappone per impadronirsi dei sacri e magici specchi del Drago e Fenice. Deciso a vendicarsi Ryo partirà per un lungo viaggio che lo porterà fino in Cina dove farà un’importante scoperta. Non intendiamo rivelare altro riguardo alla trama per evitare di rovinare l’esperienza di gioco a chi si avvicina per la prima volta al brand, ma quello che possiamo assicurare è che a livello di storyline il software SEGA è decisamente di alto livello e merita di essere approfondito. Shenmue è un gioco particolare, un titolo difficile da inquadrare in uno qualsiasi dei generi oggi conosciuti, perchè c’è sia l’azione con le fasi picchiaduro e con i Quick Time Events, c’è una grande componente narrativa che si rivela attraverso l’esplorazione e i dialoghi con le centinaia di NPC che popolano il mondo di gioco, c’è una componente da gioco di ruolo basata sull’apprendimento di nuove mosse da utilizzare nei combattimenti, ci sono sessioni di guida con gare e corse contro il tempo, insomma c’è davvero un po’ di tutto. Nonostante ciò, Shenmue è un gioco lento, alcuni lo potrebbero definire “rilassante”, il che badate bene non coincide con noiso o brutto, tutto sta ai gusti personali. La componente esplorativa, infatti, è alla base dell’infrastruttura di gioco, con i dialoghi, i testi e una bellissima storia da scoprire passo passo, ma le altre fasi elencate vengono proposte ad un ottimo ritmo, studiato per spezzare e soprattutto per dare la sensazione di un gioco vario, tanto che nessuna di queste ha una netta supremazia sulle altre, tolta, ovviamente, la parte iniziale, utile a prendere dimestichezza con i comandi, croce e delizia del gioco originale e forte interrogativo di questa nuova edizione in alta definizione. Fortunatamente il team di sviluppo 3dt, che si è occupato delle operazioni di rimasterizzazione, è riuscito in parte a modernizzare quelli che, ad oggi, risulterebbero dei controlli farraginosi e impacciati, dovuti al controller di una console uscita venti anni fa. La scelta di una telecamera bloccata a 180 gradi frontali rispetto al punto cardine e un’unica leva analogica sul controller del Dreamcast hanno portato AM2 (team di sviluppo originale) a mappare i controlli di Ryo sul d-pad, optando dunque per una sorta di tank control e difficili da rimappare su una leva analogica a causa della telecamera semibloccata. Oggi come allora, infatti, i controlli non risultano immediatamente familiari, e ci vorrà più di qualche minuto per imparare a padroneggiarli al meglio, soprattutto negli spazi chiusi. Il discorso, però, cambia molto nelle fasi di lotta e di guida, che grazie a meccaniche completamente diverse rispetto a quelle dell’esplorazione, risultano migliori rispetto alle originali, soprattutto in precisione e reattività. Le fasi picchiaduro in particolare risultano ancor più godibili rispetto alla prima edizione del titolo, libere della “classica” macchinosità derivante dalla serie Virtua Fitghter, nonostante le meccaniche siano esattamente le stesse del gioco realizzato sempre da Yu Suzuki, con combinazioni di tasi e movimenti per mosse diverse, che si possono imparare lungo il percorso di Ryo nella sua avventura, grazie agli insegnamenti delle persone incontrate o a pergamene da acquistare od ottenere.


Reimmergersi nelle atmosfere del vivo mondo di Shenmue fa ancora il suo squisito effetto a livello di emozioni e colori, ma i controlli, oggi, potrebbero risultare indigesti ai più, e questo rinnovamento apportato dagli sviluppatori potrebbe essere un buon compromesso per chi non ha mai giocato uno dei due giochi della serie creata da Yu Suzuki. Ovviamente va sottolineato che, trattandosi prevalentemente di esplorazione, questa sorta di tank control non inficia sulla godibilità dei giochi, ma può risultare difficilmente digeribile a chi non ha mai avuto a che fare con la serie. A livello di gameplay è bene ricordare che Shenmue è un’avventura che si basa sull’esplorazione in backtracking, che “maschera” il tutto da open world, ma rientra a pieno titolo nel genere dei free roaming, in quanto non ci sono missioni che si susseguono ma permette di seguire la trama principale con modi e tempi dettati dal giocatore. Ci sono eventi che hanno i connotati di missioni secondarie per cui però non si riceve alcuna ricompensa una volta portate a termine, perché la decisione di concluderle o meno arriva dalle emozioni che tali eventi provocano nel giocatore, trattandosi di spaccati di vita di NPC che, volendo, possono essere ignorati. Tutto questo, inoltre, è amalgamato nei modi e nei tempi giusti con altre attività che, proprio per il modo in cui sono inserite nei giochi, risultano complementari e mai banali, con meccaniche di gameplay che non annoiano mai. Per quanto riguarda il comparto estetico il lavoro svolto dal team di sviluppo è veramente apprezzabile: la direzione artistica originale è esaltata sulle console di attuale generazione da un ottimo lavoro in fase di pulizia, rendering, colori, contrasti e illuminazione. I 3dt sono riusciti anche ad applicare un ottimo anti-aliasing che restituisce un quadro generale colorato e molto definito, il massimo che si potesse fare col materiale a disposizione, che nei modelli poligonali rispecchia esattamente l’epoca in cui si è visto per la prima volta Shenmue. Peccato solo per le scene di intermezzo che, a differenza delle fasi di gioco che ora sono in formato 16:9, vengono presentate con due bande nere verticali ai lati per ovviare alla maggiore ampiezza degli schermi odierni rispetto ai televisori 4:3, che era il formato standard all’epoca del Dreamcast. Tirando le somme Shenmue I e II sono dei titoli atipici, oggi come allora, ed è per questo che anche a distanza di quasi 20 anni possono essere considerati titoli “di nicchia”, esattamente come quando uscirono. Possono essere amati od odiati, dipende semplicemente dai gusti personali. Se amate la cultura orientale, se volete una bella storia da scoprire piano piano attraverso dialoghi ed esplorazione con i modi e i tempi giusti, allora Shenmue e Shenmue II sono dei giochi che dovete possedere nonostante i comandi ostici, eredità dei tempi in cui uscirono i titoli originali. Se volete vivere uno spaccato di vita del Giappone e della Cina rurale di fine anni ‘80 e volete essere letteralmente rapiti da una direzione artistica e da una storia appassionante allora l’acquisto è obbligatorio.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 7,5
Sonoro: 7,5
Gameplay: 8
Longevità: 7,5
VOTO FINALE: 7,5

 

Francesco Pellegrino Lise




Mega Man X Legacy Collection, Capcom rilancia la saga cult

All’interno del percorso che Capcom ha presentato qualche mese fa durante l’evento per celebrare i trent’anni di Mega Man, oltre all’undicesimo capitolo del franchise, in uscita il prossimo 2 Ottobre, vi era anche la Mega Man X Legacy Collection. Essa è una raccolta antologica dedicata alla seconda serie canonica delle avventure del “Blue Bomber”, offrendo una struttura analoga alla precedente collezione dedicata alla saga canonica, prosegue l’obbiettivo della celebre azienda di Osaka di voler rendere disponibili tutti i titoli principali dedicati al personaggio usciti nelle precedenti tre decadi, offrendo la possibilità ai giocatori di poterli fruire nella loro meravigliosa essenza retrò su un unica piattaforma di gioco. Ecco quindi arrivare su Xbox One, PlayStation 4 e Nintendo Switch la Mega Man X Legacy Collection, disponibile in volume 1 e 2 oppure in un unico bundle che contiene tutti e 8 i capitoli della serie. Parlando un po’ di storia, l’arco narrativo della serie di Mega Man X si dipana su otto capitoli resi disponibili fra il 1993 e il 2004 per la quasi totalità delle piattaforme disponibili nelle varie “generazioni videoludiche” che si susseguirono nel corso di quella decade. L’universo della serie X del Blue Bomber è un universo più complesso rispetto alla serie canonica, infatti la saga si svolge in un imprecisato XXII secolo (Anno 21XX). In quest’epoca un archeologo umano, il Dr. Cain, rinviene i resti del laboratorio dell’illustre Dr. Thomas Light, deceduto in circostanze sconosciute cento anni prima. All’interno della struttura in rovina, Cain, ritrova una capsula contenente un Robot dalle fattezze umanoidi dotato di intelligenza, libero arbitrio e in gradi di provare emozioni normalmente esclusive al genere umano. Si tratta della versione X di Mega Man, il robot assistente del Dr. Light che eliminò la minaccia dei Robot Master nel secolo precedente, salvando il genere umano dalla prima, storica ribellione delle macchine. Il Dr. Cain, affascinato dall’androide inizia a studiarne l’avanzata tecnologia e, basandosi sul suo modello, realizza dei robot con caratteristiche simili: i “Reploidi”. A un anno dalla distribuzione su scala globale di questi esseri artificiali, atti ad aiutare il genere umano nello svolgimento dei compiti più faticosi, la storia si ripete e alcuni Reploidi si ribellano ai loro creatori, dando origine a una nuova minaccia conosciuta come Maverick. Per preservare la stabilità del mondo, il governo decide di istituire i “Maverick Hunter”, un corpo scelto di Reploidi incaricato di sottomettere la minaccia incombente. A capo del progetto viene posto il Dr. Cain che a sua volta sceglierà Sigma, un androide progettato per essere immune a qualsivoglia difetto futuro, come comandante del corpo scelto. Sigma, però, attuerà una ribellione su vasta scala soggiogando i Maverick hunter al suo volere e decretando che la migliore difesa per il genere umano è la sua diretta estinzione. Mega Man X, spinto dalla convinzione di aver in qualche modo contribuito alla generazione, e conseguente ribellione, si unisce a quello che resta dei Maverick Hunters e, assieme a Zero, un altro androide buono dalle sembianze umane e armato di una potente spada, cominceranno una guerra atta a riportare l’ordine e fermare Sigma.

Se è vero che non tutti i Mega Man X abbiano lo stesso charme, quasi nulla si può dire alla Legacy Collection 1 che include i primi quattro episodi della serie. Mega Man X 3 è forse il più debole del quartetto, ma più che altro perché, nonostante le novità che introduceva – come la possibilità di controllare Zero, seppur molto limitata – come ultimo titolo per SNES era un po’ troppo simile ai suoi predecessori. Mega Man X e Mega Man X 2, invece, sono semplicemente inattaccabili, e forse perché erano meno carichi in termini di gameplay e vivevano ancora in un momento di relativa semplicità in cui il design degli stage e dei boss era l’assoluto protagonista. Questa compilation esce inoltre in un periodo in cui va forte il gusto per il retrogaming e la pixelart, perciò è ancora più facile apprezzare il livello di dettaglio che gli artisti di Capcom erano riusciti a infondere in ogni stage e in ogni sprite, garantendo una varietà di nemici e situazioni ancora oggi incredibile. Il primo titolo della serie X a dare maggior risalto alla componente narrativa è Mega Man X 4, il gioco che chiude la Legacy Collection 1 e che fece il suo esordio su PlayStation e Sega Saturn nel 1997. Molti fan lo considerano il miglior esponente del franchise per via delle numerose sequenze di intermezzo a cartoni animati, della trama elaborata, musiche estremamente esaltanti e, soprattutto, per la possibilità di controllare una versione di Zero completamente diversa da X sia nelle meccaniche, sia nello sviluppo della storia.

La seconda compilation include, naturalmente, gli altri quattro giochi usciti tra il 2000 e il 2004 con risultati altalenanti. Mega Man X 5, nelle idee originali del producer storico Keiji Inafune, avrebbe dovuto concludere la storia con un finale strappalacrime. Sul fronte del gameplay, introduceva non poche novità come la possibilità di abbassarsi e di aggrapparsi a dei supporti, ma anche una serie di meccaniche simil RPG che avrebbero dovuto rinverdire la formula: secondo molti fan, invece, finirono soltanto con l’appesantirla e i finali multipli, basati sulla progressione del giocatore e su alcune scelte compiute tra uno stage e l’altro, hanno incasinato non poco la mitologia della serie. Mega Man X 6, infatti, si svolge poco dopo la conclusione del quinto episodio, e rimette in discussione alcuni colpi di scena con conseguenze ambigue. Sono entrambi ottimi platform, caratterizzati da una grafica 2D ancora più pulita e definita, ma si sente facilmente scricchiolare la struttura e il budget ristretto. La situazione per quanto riguarda Mega Man X 7 e Mega Man X 8 è invece molto più complicata. I due titoli che chiudono la Legacy Collection 2 uscirono entrambi per PlayStation 2 tra il 2003 e il 2004. Capcom aveva cercato disperatamente di rinnovare la formula della serie ma Mega Man X 7 l’aveva più che altro stravolta: impiegando un motore 3D e l’effetto cel shading, lo sviluppatore nipponico aveva deciso di alternare alle sequenze a scorrimento orizzontale una serie di stage completamente tridimensionali in cui Mega Man, Zero o il nuovo comprimario Axl sono ripresi da una telecamera alle spalle. L’idea potrebbe non sembrare malvagia, ma il ritmo e il sistema di controllo non riuscivano assolutamente a replicare i fasti dei precedenti episodi. Per questo motivo, Mega Man X 8 tornava a proporre una struttura a due dimensioni e mezzo, impiegando i poligoni solo per modernizzare l’aspetto del gioco. In questo senso, l’ultimo Mega Man X a uscire in assoluto è anche uno dei migliori della compilation grazie al ritmo serrato dell’azione, a una serie di novità interessanti – come la possibilità di controllare due personaggi per volta – e a un level design molto più curato rispetto agli altri titoli della Legacy Collection 2.

Il piatto forte degli extra proposti dalla Mega Man X Legacy Collection si presenta, infine, attraverso una particolare modalità X Challenge che vi farà affrontare due Maverick contemporaneamente attraverso una meccanica di gioco decisamente interessante. All’inizio di ogni scontro vi verranno mostrati i due Maverick che andrete ad affrontare e vi verrà concesso di scegliere tre potenziamenti fra tutti quelli disponibili nei capitoli presenti all’interno della raccolta. La possibilità di conoscere in anticipo i vostri antagonisti vi permetterà una scelta dei Power-Up maggiormente ragionata prima di cominciare la battaglia. I duelli si susseguiranno attraverso una struttura simile alle modalità Arcade dei picchiaduro più tradizionali, facendo affrontare al giocatore una serie di scontri in successione e offrendo un simpatico “divertissement” in grado di garantire una sfida appagante e diversa dalle canoniche Boss Challenge presenti in altri esponenti del genere. I fan più accaniti, poi, saranno lieti di sapere che nelle collections è disponibile oltre che la possibilità di esplorare una modalità museo con tante curiosità come foto, storia e la possibilità di ascoltare le musiche dei videogames, anche l’OAV il giorno di Sigma. Ricordiamo che come già sottolineato qualche riga più in alto, Capcom ha ben pensato di dividere in due pacchetti questa Legacy Collection ed è possibile scegliere quale acquistare digitalmente a un prezzo individuale piuttosto contenuto oppure di prenderle entrambe in bundle risparmiando qualche euro sul totale. Tirando le somme, con questa raccolta Capcom dimostra di aver ben chiaro come si celebra l’anniversario di una serie storica che ha fatto la gioia di milioni di persone e che tutt’ora fa sempre piacere ad essere giocata. Anche in questa occasione, così come nei casi di Street Fighter e della saga classica di Mega Man, il pacchetto è ricco, corposo e curato nei minimi dettagli. I più esigenti potrebbero lamentarsi per l’assenza del gioco di corse “Mega Man Battle & Chase”, presente nella vecchia collection uscita su Nintendo Game Cube, ma si tratta di una mancanza davvero trascurabile visto che la raccolta è tutta concentrata sulla serie X. Con poco meno di 40 euro vi potrete aggiudicare 8 titoli eccellenti, un OAV, centinaia di illustrazioni e ore di musiche eccezionali. Insomma, a nostro avviso questa Mega Man X Legacy COllection rappresenta un’offerta davvero imperdibile.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 9
Gameplay: 9,5
Longevità: 9,5
VOTO FINALE: 9

 

Francesco Pellegrino Lise




Hungry Shark World, il videogame dell’estate targato Ubisoft

Appassionati di mare, ma soprattutto di squali rallegratevi perché è arrivato anche su Xbox One, PlayStation 4 e Nintendo Switch, Hungry Shark World. Il titolo Ubisoft, nato come videogame mobile, si propone come un divertente passatempo che non richiede grande impegno a livello di continuità, ed è quindi un titolo adatto a chi ha poco tempo per giocare ma non vuole rinunciare a concedersi una breve pausa. Una volta preso in mano il controller, Hungry Shark World si presenta come un arcade vecchio stile, proprio come quelli che spopolavano nelle sale giochi negli anni ’90. Ma partiamo da principio, il videogame di Ubisoft non possiede una trama articolata, ma è una storia appena accennata e serve solo come pretesto per andare avanti nel gioco. Ovviamente in Hungry Shark World si vestono i panni di uno squalo che dovrà accumulare punti mangiando pesci, persone e altre creature marine, ma anche collezionare tesori e compiere missioni. Tutte queste attività sono necessarie per riuscire a liberare altri squali più grandi che una volta salvati potranno essere comandati. Ogni pesce è sempre più grande del suo predecessore, nuota più velocemente e ha un morso più potente, qualità che permetterà di divorare pesci prima impossibili da attaccare e di deglutire prede utilizzando un minor numero di attacchi. Ogni partita di Hungry Shark World è destinata a finire con la dipartita del povero animale in quanto bisognerà tenere sempre d’occhio la barra della vita che, man mano che passa il tempo o si subiranno attacchi, scenderà sempre più in fretta. L’unico modo di restare in vita è divorare tutto ciò che è commestibile evitando predatori più grandi, meduse, pesci velenosi, mine, lava e molti altri pericoli. Il gameplay rimarrà invariato praticamente per tutta la durata del titolo: lo squalo si nutrirà automaticamente della fauna marina più piccola, richiedendo invece la pressione di un tasto per le prede più grosse e sostanziose, mentre tenendo premuto un altro pulsante si attiverà uno scatto per aumentare la velocità o rompere delle barriere che interrompono il cammino (a patto che lo squalo che si sta controllando sia abbastanza grosso). Bene, a questo punto va sottolineato che per quanto si possa esplorare la mappa e per quante ore si passi in mare aperto, il gameplay ne cambierà ne verrà ampliato. In Hungry Shark World l’obbiettivo ultimo (ed unico) di sbloccare quanti più personaggi, mappe e numerosi gear (indumenti che danno bonus aggiuntivi) possibili.

Sul fronte grafico e tecnico il titolo di Ubisoft non delude, infatti è stato fatto un buon lavoro sia sui modelli che sulle texture degli squali protagonisti. Le animazioni sono un po’ scarne, ma non per questo brutte da vedere e il lavoro per adattare il gioco alle console è stato svolto in maniera egregia. Parlando di difetti invece, spesso purtroppo si nota un framerate non esattamente stabile, con qualche scatto di troppo, dei caricamenti davvero lunghi e una ripetitività di fondo dovuta al fatto che il videogame nasce come titolo mobile. La componente audio, invece, non stupisce, ma risulta essere divertente e appagante. Nelle primissime sezioni di gioco le risate saranno davvero molte grazie ai richiami alle colonne sonore ben più note, una su tutti Lo Squalo, o per le urla dei poveri bagnanti pronti per diventare lo spuntino del pesce che si sta controllando. Quindi alla luce di tutto questo, la componente sonora funziona bene e rappresenta uno degli aspetti positivi del software. In conclusione, Hungry Shark World prova fin da subito ad essere un gioco divertente e leggero, proponendo una formula già rodata che ha trovato la sua miniera d’oro su smartphone, e che fortunatamente su console vede eliminate del tutto le microtransazioni. Consapevoli della natura originale del titolo e del potenziale delle attuali console quindi ci sentiamo di consigliarvi Hungry Shark World se avete poco tempo per giocare, se volete un titolo leggero che funzioni da passatempo per voi, i vostri amici o i vostri figli. Se siete alla caccia di videogame a cui dedicare molto tempo ogni giorno, con una trama profonda e che richieda un livello di abilità e concentrazione molto alto, allora vi consigliamo di navigare verso altri lidi.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8
Gameplay: 9
Longevità: 7
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Shining Resonance Refrain, la saga JRPG torna finalmente in Occidente

A patto di non essere fan di vecchia data o quei tipi di giocatori che adoravano il genere JRPG d’importazione, è molto difficile che si conosca la saga di Shining, una serie longeva quasi quanto quelle di best seller del genere come Final Fantasy e Dragon Quest. Lanciato da SEGA negli anni ‘90, il franchise era noto anche nel nostro continente, almeno fino a quando il colosso nipponico, nella seconda metà degli anni 2000, decise di confinare la serie nel solo continente asiatico. Dopo ben 14 anni dall’uscita di Shining Soul II per GBA, il publisher ha deciso di riprovarci, lanciando sui mercati occidentali la versione rimasterizzata di Shining Resonance, un action RPG uscito nel 2014 su PlayStation 3. Disponibile adesso su PlayStation 4, Nintendo Switch e per la prima volta anche su Xbox One, Shining Resonance Refrain include non solo i circa 150 DLC distribuiti per l’edizione originale, ma anche una buon numero di accorgimenti tecnici studiati apposta per rendere ancora più unica questa splendida riedizione. La trama di Shining Resonance è un classico dei JRPG e affonda le sue radici in molte leggende del fantasy classico con richiami alla mitologia norrena. Il gioco è ambientato in un mondo fantasy e colorato, dove i draghi governavano l’intera terra di Alfheim e convivevano pacificamente con gli Elfi. Utilizzando le mistiche Canzoni Runiche, questi potevano addirittura entrare in comunione con le possenti creature e sfruttarne gli straordinari poteri. Il meraviglioso regno idilliaco di Alfheim venne però sconvolto da Deus, un essere malvagio e più potente di qualsiasi drago esistito, che dopo aver spaccato in due fazioni la razza elfica provocò una guerra che avrebbe inghiottito il mondo intero e che sarebbe stata ricordata negli annali di storia col nome di Ragnarok. A distanza di mille anni dalla sconfitta di Deus, i draghi risultano ormai estinti, ma la terra di Alfheim continua ad essere attanagliata nella morsa della guerra: il vicino e potente Impero di Lombardia ha già conquistato mezzo continente e si prepara a schiacciare i piccoli regni alleati di Astoria e Wellant. L’unica speranza rimasta alle due nazioni è rappresentata dai Dragneer, i guerrieri che utilizzano in battaglia degli antichi strumenti musicali donati ai mortali dal leggendario Shining Dragon: una creatura che ora giace nel corpo del giovane spadaccino chiamato Yuma. Orfano sin dalla giovane età, il ragazzo in grado di trasformarsi nella bestia mitologica è tuttavia impaurito dalle sue capacità e ha deciso di tenere nascosto il suo segreto, almeno finché una sfortunata serie di eventi non lo costringerà a farne uso e ad evocare la spada Vandelhorn. In seguito a questa premessa non proprio originale e ricca di cliché, il giovane familiarizzerà sempre più coi poteri dello Shining Dragon e deciderà di mettersi al servizio del regno di Astoria, per garantire la libertà ai suoi pacifici abitanti. Grazie alla musica i potenti Dragoneer possono “comunicare” con i draghi e sfruttare il loro potere in battaglia. Ogni protagonista del gioco possiede un’arma chiamata Armonics, che naturalmente ricorda uno strumento. Questa può essere usata/suonato nel corso delle battaglie per ottenere dei bonus temporanei. Non tutti i personaggi che si usano saranno Dragoneer, ma ciò non significa che siano meno importanti o utili in battaglia.

Come da tradizione dei JRPG nipponici è possibile modificare in qualsiasi momento la “formazione”, scegliendo tra i protagonisti sbloccati fino a quel momento. A tal proposito è opportuno fare una precisazione: all’inizio del gioco bisognerà decidere se giocare l’avventura Classica o la versione Refrain. Quest’ultima viene consigliata a chi ha già portato a termine l’avventura. Questo perché la presenza di due nuovi personaggi giocabili, disponibili quasi da subito, potrebbe creare un po’ di confusione. Detto in parole povere, scegliendo da subito la modalità Refrain si verrà a conoscenza di dettagli della trama in modo brusco e apparentemente insensato, con il rischio quindi di perdere importanti dettagli e di compromettere l’esperienza di gioco. A livello di gameplay, il titolo è un action-GdR con combattimenti in tempo reale, un character design molto curato e che gode di una longevità immensa. Ovviamente Shining Resonance Refrain posside un’importante componente “social”, con dialoghi, relazioni da instaurare e persino incontri romantici tra i vari membri del party. Il combat-system è piuttosto basico, soprattutto se si è abituati a JRPG che prediligono scontri più tattici. In sostanza le battaglie sono in stile button mashing senza particolari varianti in cui, anche grazie alla valida IA degli alleati, rimanere uccisi anche nelle battute finali del gioco è piuttosto raro. La barra della stamina infatti si riempie molto velocemente, i poteri curativi dei compagni evitano sempre il peggio e il protagonista Yuma può trasformarsi in un possente drago dagli attacchi devastanti in grado di rompere le difese di qualsiasi nemico. È vero che abusando di questo potere c’è il rischio che Yuma entri in modalità berserk e inizi a prendersela anche con gli alleati, ma questi possono intonare un canto in grado di calmare la furia di Yuma e quindi di riequilibrare le sorti del combattimento. Ovviamente in Shining Resonance Refrain sono presenti anche poteri speciali e abilità da migliorare nel corso del gioco, ma a parte le armi Armonic e le gemme Aspect non aspettatevi comunque nulla di molto profondo, anche perché al passaggio di ogni livello di esperienza non è possibile assegnare punti abilità o migliorare le classiche statistiche tipiche di qualsiasi GdR. Aspetto piacevole di Shining Resonance Refrain è l’importanza dei legami con i vari membri del party, utili non solo per scoprire il background narrativo di quelli che più intrigano il giocatore, ma anche per costruire una sorta di patto-amicizia che, se abbastanza solido, può portare a potenziamenti temporanei in sede di combattimento.

Tecnicamente parlando il gioco non fa mistero di arrivare dalla passata generazione, con un impatto grafico mediamente piatto, ma tendenzialmente solido. Il character design mostra un buon lavoro concettuale e l’utilizzo dei costumi presenti nei DLC rendono migliore il colpo d’occhio, mostrando una definizione maggiore nelle texture rispetto a quelli originali. Di tutt’altro livello la davvero buona colonna sonora visto anche che dopo poche ore di gioco vi sarà chiara l’importanza della musica in Shining Resonance Refrain. E il doppiaggio? Ottimo anch’esso, a patto di scegliere quello nipponico. Da evitare quello inglese, mentre va segnalato con forza la presenza dei testi solo in lingua anglosassone. Niente italiano, scelta che pesa non poco, vista anche l’enorme mole di dialoghi (presenti in game. Se proprio non masticate l’inglese, meglio pensare due volte all’acquisto, in quanto, vista la natura del gioco, essi sono di vitale importanza. Tirando le somme, Shining Resonance Refrain è un JRPG ben studiato, sebbene non all’ultimo grido e gradevole dal punto di vista grafico, un titolo capace di dare spunti interessanti sulla gestione del party e i combattimenti venendo, inoltre, venduto a prezzo se non budget, comunque inferiore alle cifre canoniche, niente male per un pacchetto da 45 ore di gioco circa. Quindi, a patto che si capisca un po’ d’inglese, il software è un ottimo prodotto, capace di tener compagnia durante le calde giornate estive e con la possibilità di rivivere l’avventura una seconda volta grazie alla doppia storia disponibile.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8
Gameplay: 7,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Ubisoft torna in pista con The Crew 2

Ubisoft riporta i giocatori a gareggiare su bolidi fiammanti con The Crew 2, sequel dell’innovativo racing game uscito 4 anni fa su Pc, Xbox One, PS4 e che torna anche stavolta sulle medesime piattaforme. In questo sequel l’obiettivo degli sviluppatori è quello di creare un mondo in stile MMO dove i giocatori possono sia competere in maniera cooperativa, sia unirsi in “clan” per sfidare altri piloti in adrenaliniche gare a bordo di bolidi fiammanti in una mappa immensa. In The Crew 2 tutto questo è possibile in quanto viene proposta una riproduzione di ben 1900 miglia quadrate del territorio continentale degli Stati Uniti, compreso delle sue città più famose come Detroit, New York, Los Angeles, Miami, Las Vegas e delle sue zone rurali. Anche se la mappa di gioco è praticamente identica a quella vista nel primo episodio, le differenze sono palpabili durante l’esplorazione, soprattutto dal punto di vista artistico/grafico. Gli sviluppatori di Ivory Tower, infatti, hanno davvero rimesso mano sul comparto tecnico, migliorando il sistema di illuminazione, i riflessi e l’effettistica e introducendo una risoluzione 4K per le console più potenti in circolazione. Il ciclo giorno e notte, il meteo dinamico e un frame rate solido e ancorato ai 30fps esaltano l’open world dell’esperienza, che, almeno visivamente, nonostante qualche pop-up di troppo, riesce a regalare scorci davvero suggestivi, perfetti per spingere al massimo la modalità foto e video editing, completi di diversi setting per tutti i gusti e con la possibilità di riavvolgere il tempo per fotografare il momento perfetto; sfrecciare tra le strade di una città, rimanere incantati da un tramonto nel Grand Canyon, prendere il sole sulle spiagge di Miami, fare il coast to coast o semplicemente girovagare nel Dakota con la frequente e tipica pioggia scrosciante, rende il tutto estremamente emozionante e a tratti ineguagliabile. Tra le novità più succose in game spiccano due tipologie di nuovi veicoli, gli aerei e i motoscafi, innesti volti ad incrementare la varietà generale del gioco, che offrono la possibilità ai giocatori di esibirsi in evoluzioni acrobatiche passando tra un checkpoint e l’altro, opportunamente posti sui tetti dei grattacieli, oppure di muoversi sugli specchi d’acqua che attraversano le zone metropolitane a bordo di modernissime imbarcazioni. Ogni veicolo presente in The Crew 2 ha un sistema di progressione che si rifà a quanto già visto nel titolo originale, anche se qui differisce per il pretesto per gareggiare: non si avrà più a che fare con una trama poco più che abbozzata, semplicemente si verrà catapultati in una sorta di mondo di gare clandestine dove l’obiettivo sarà quello di diventare famosi a suon di followers conquistati attraverso le vittorie. Ovviamente la popolarità si otterrà tagliando per primi il traguardo, inoltre salire sul podio garantirà parti aggiuntive per personalizzare ogni veicolo al fine di renderli maggiormente performanti e appariscenti in gara. Tra le parti aggiuntive spiccano senza dubbio le estetiche come le livree colorate, i cerchioni e gli spoiler, ma sono ovviamente presenti anche tante modifiche che apportano migliorie prestazionali al proprio bolide, includendo velocità, frenata, turbo e così via. Il sistema, va detto, funziona bene e invoglia a sviluppare tutti i veicoli in proprio possesso, e se si desidera collezionarli tutti bisognerà rimboccarsi le maniche in quanto i veicoli presenti in The Crew 2 sono circa duecento.

Ovviamente, essendo il titolo Ubisoft un prodotto destinato a garantire tantissime ore di gioco, il numero e la tipologia di eventi disponibili nella mappa è ulteriormente aumentata, con gare di ogni tipo che includono decine di modalità disponibili, oltre alle sfide che popolano ulteriormente l’area e che di solito consistono nell’eseguire fotografie alla fauna locale, espedienti utili per tentare di colmare un vuoto che altrimenti sarebbe troppo evidente, vista anche la scomparsa degli inseguimenti con la polizia. Infine è bene fare un appunto al gameplay, che si rivela votato all’arcade, forse troppo. Infatti rilasciare l’acceleratore non paga quasi mai, tanto che si percepisce come rischio minore quello di impattare contro gli elementi di contorno delle ambientazioni, anche se il sistema di collisioni lascia parecchio a desiderare: capiterà spesso infatti di riuscire nell’intento di travolgere e sradicare una fermata del bus proseguendo verso il traguardo, ma capiterà anche di schiantarsi contro elementi apparentemente meno resilienti. Per quanto riguarda l’intelligenza dei bot in gara, questa purtroppo non sorprende, infatti per via di un’imprevedibilità troppo bassa, alla fine la vera sfida risulterà essere quella contro il tempo per assicurarsi ulteriori bonus a fine gara. Chiude il quadro un sonoro all’altezza, composto da musiche azzeccate e campionamenti adeguati allo scopo, migliorati ulteriormente rispetto alla discreta base sfoggiata dal prequel. Un’ultima nota, infine, va fatta per l’esperienza online: per la sua natura The Crew 2 impone di essere costantemente connessi alla rete, consentendo così di riuscire a incrociare altri giocatori intenti ad esplorare la vasta ambientazione proposta dal titolo Ubisoft. Al momento ci si può solo confrontare solo in piccole sfide riguardanti i tempi di percorrenza dei tracciati, oppure sulla velocità massima sfoggiata in quel particolare tratto di percorso, in attesa del PvP vero e proprio previsto per il mese di dicembre. Per quanto sia lodevole che il supporto post-lancio sia completamente gratuito (il season pass offre solamente l’accesso anticipato ai veicoli aggiuntivi e poco altro), risulta davvero stravagante che delle componenti fondamentali di ogni racing game (come la modalità competitiva) non siamo presenti dal giorno del lancio ed anzi rappresentino promesse per il futuro. La prima parte del titolo è strutturata come una sorta di campagna, in cui il giocatore è chiamato a visitare quattro punti nevralgici delle competizioni ad alta velocità. Guadagnando follower, popolarità e contanti è possibile sbloccare nuovi mezzi, nuove categorie di gare e nuove attività, in un percorso di crescita che sulle prime sembra ben strutturato.

Il vero problema è che il cammino che porta a diventare una star è davvero troppo breve per riuscire a tenere in piedi la produzione. In circa sette ore di gioco si saranno probabilmente affrontate tutte le competizioni principali, e resteranno le minuscole attività secondarie rappresentate da slalom, opportunità fotografiche, prove di velocità o acrobazie aeree. Quindi è bene mettere in conto che le attività end game, fattore da considerare come seconda parte del titolo, fino all’uscita del PvP in inverno sono veramente poche e poco soddisfacenti. Tirando le somme, si può dire che The Crew 2 inizia la sua corsa verso il successo con un assetto non ottimale. Mancano le modalità competitive, mancano attività secondarie spalmate in maniera uniforme sulla grande mappa di gioco, capaci di trattenere gli utenti sui server anche dopo il completamento della “carriera”. Nei prossimi mesi arriveranno nuove tipologie di veicoli e di gare, assieme al PvP ed alla riscrittura del sistema di loot. Ma per adesso? Ora il gioco si presenta come un arcade leggero, divertente e disimpegnato, senza però particolari guizzi ludici o creativi. Il suo punto di forza è la varietà: di panorami, di veicoli, di situazioni. Ma visto che il concept di base resta quello del primo capitolo, manca l’elemento di originalità a condire il tutto. Intendiamoci, The Crew 2 non è affatto un brutto gioco, diverte ed è bello da vedere, ma per chi si aspetta un racing game in stile MMO, al momento potrebbe restare deluso.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 8,5
Gameplay: 7,5
Longevità: 7,5
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Crash Bandicoot N.Sane Trilogy arriva anche su Xbox One, Pc e Switch

Con l’arrivo della Crash Bandicoot N.Sane Trilogy anche su Xbox One, Pc e Nintendo Switch, il “vero” Crash, quello partorito dalla mente dei programmatori californiani di Naughty Dog, ha smesso ufficialmente di essere una personaggio esclusivo delle console Sony. Il titolo infatti raccoglie i primi tre capitoli della saga, rispettivamente Crash Bandicoot, Crash Bandicoot 2: Cortex Strikes Back e Crash Bandicoot 3: Warped, con una nuova veste grafica, più moderna e meno squadrata rispetto al passato, grazie al lavoro svolto da Vicarious Visions, che si è decisamente concentrato su quella, lasciando quasi invariato tutto il resto, con i pro e i contro di vent’anni fa. Quindi, parlando di giocabilità, almeno per quel che riguarda le meccaniche, c’è ben poco da raccontare se non per i livelli Stormy Ascent e Future Tense che rappresentano qualcosa di inedito, ma non di così rivoluzionario. Le modalità in-game rimangono le medesime, così come i nemici, con il Dr. Neo Cortex come cattivone principale e ricorrente. In game, per facilitarsi la vita è meglio usare i tasti direzionali rispetto alle levette analogiche, dal momento che la maggior parte dei salti, e dei movimenti in generale, avviene in maniera bidirezionale (avanti-dietro, destra-sinistra). Altra meccanica ripresa dal titolo uscito un anno fa su ps4 è la possibilità di usare Coco Bandicoot che, soprattutto per il pubblico femminile, potrebbe rappresentare una novità gradita e al contempo dare importanza alla sorella del protagonista, che non è mai stata troppo al centro del franchise. Su Xbox One i caricamenti sono incredibilmente veloci, forse fin troppo: se da una parte ha una connotazione positiva, visto che si ottimizzano i tempi, dall’altra non permette ai giocatori di leggere i suggerimenti che vengono proposti di volta in volta. Per quel che riguardano i tip, non sempre sono fondamentali, ma per un pubblico che si approccia alla trilogia senza mai averla provata prima, forse era il caso di farli apparire qualche secondo in più.

https://www.youtube.com/watch?v=041DBnxBYPI

La versione più interessante, tra quelle rilasciate i primi di luglio è sicuramente quella per Nintendo Switch

Questo perché, come accade con tutti i giochi per la console ibrida giapponese, rende possibile fruire la trilogia in un’inedita modalità portatile. Switch alla mano, Crash Bandicoot N. Sane Trilogy è lo stesso spettacolo visivo di sempre, anche se propone una grafica meno definita e pulita rispetto a tutte le altre versioni per console e PC. In generale, i colori sono più scuri e la visuale è tendenzialmente più sporca per via dell’aliasing, visibile soprattutto in lontananza, e una leggera sfocatura che copre l’immagine. Escluse queste piccole (e forse lecite) differenze, che si notano maggiormente giocando in modalità TV, a livello prestazionale, invece, la N. Sane Trilogy per Switch si presenta nello stesso e identico modo delle altre versioni per console base (PS4 e Xbox One, quindi): il frame rate è ancorato ai 30 fps, mentre la qualità dell’opera di rimasterizzazione di Vicarious Visions resta pregevole e apprezzabilissima sia per qualità che gusto artistico. La condizione generale dell’adattamento viene ammorbidita dalla fruizione sullo splendido schermo di Nintendo Switch, che ho preferito rispetto alla modalità televisiva per due motivi: l’aspetto visivo tendenzialmente più gradevole e la possibilità di giocare in mobilità. La struttura dei livelli, che durano quasi sempre una decina abbondante di minuti, e la spensieratezza del gameplay rendono la N. Sane Trilogy perfetta anche per una partita mordi e fuggi, una situazione pressoché inedita per la maggior parte degli utenti interessati al rifacimento in alta definizione: ci sono stati, in passato, dei capitoli portatili di Crash, ma, escludendo l’emulazione su PSP e PS Vita, questo è l’unico modo per fruire i capitoli principali della saga in movimento.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, su Xbox One normale ed S la trilogia si comporta esattamente come visto e apprezzato un anno fa su PlayStation 4. I 1080p e i 30fps vengono raggiunti senza troppi problemi e, in generale, la grafica è davvero molto piacevole, però la cosa cambia nettamente su Xbox One X, dove si ha letteralmente la sensazione di essere di fronte a un’immagine più pulita e definita, addirittura più di quella che caratterizza da un anno la versione per PlayStation 4 Pro. Ovviamente la versione PC di Crash Bandicoot N. Sane Trilogy è, a ben vedere, il massimo dal punto di vista visivo, però se non si dispone di un pad, il gioco perde molto a livello di feeling, specialmente se si è degli amanti della saga che hanno avuto il piacere di giocare alle versioni originali di 20 anni fa. E’ bene dedicare qualche riga anche ai livelli bonus, Stormy Ascent, già disponibile da luglio scorso su PS4, e Future Tense, arrivato anche su console Sony proprio in concomitanza con il lancio della trilogia su PC, Xbox One e Nintendo Switch. Entrambi gli stage offrono un level design che innalza la difficoltà in maniera esponenziale e che farà davvero dannare i giocatori con salti al millimetro, piattaforme instabili e checkpoint distribuiti col contagocce. Stormy Ascent è un livello ostico pensato in origine da Naughty Dog, Future Tense è invece una trovata totalmente inedita realizzata da Vicarious Visions, che si è ispirata proprio al castello tempestoso del primo contenuto aggiuntivo per proporre la sua personalissima visione per un livello difficile di Crash. Tirando le somme, se vi state chiedendo se vale la pena di acquistare questa Crash Bandicoot N.Sane Trilogy, la nostra risposta è assolutamente sì, infatti qualora voleste rivivere o vogliate scoprire i fasti dell’eroe che ha accompagnato un po’ tutti i gamers dall’era analogica a quella digitale, basterà acquistare il titolo al prezzo di 40 euro e prepararsi a vivere ore ed ore di folle divertimento in salsa old style. Una vera chicca per tutti, un tesoro imperdibile per chi è cresciuto con i videogame del brand.

Francesco Pellegrino Lise




Tutti supereroi con il videogame LEGO Gli Incredibili

Warner Bros. Interactive Entertainment, TT Games, The LEGO Group e Disney e Pixar hanno finalmente lanciato LEGO Gli Incredibili, un nuovo videogioco in cui i giocatori potranno vivere le emozionanti avventure dell’iconica famiglia dotata di superpoteri in sequenze d’azione mozzafiato tratte da entrambi i film (la seconda pellicola sarà nei cinema dal 19 settembre ndr.). I fan scopriranno tutte le straordinarie abilità di cui è dotata la famiglia Parr, e col lavoro di squadra impareranno a combinarle per creare superpoteri unici con cui aiutare i leggendari eroi ad affrontare il crimine in un vibrante mondo fatto di mattoncini e ricco di divertimento ed emozioni. LEGO Gli Incredibili è disponibile per Nintendo Switch, PlayStation 4, Xbox One, e PC. A differenza della maggior parte dei titoli targati LEGO, Gli Incredibili proietta i giocatori all’interno di una storia che non si conosce e non si limita ad affrontare le vicende narrative del film Gli Incredibili 2, ma ritorna sulle orme del titolo originale nella seconda metà del gioco. La formula adottata da TT Gmes resta ancora una volta invariata e, sebbene qualche minuzia meccanica permette di distinguere Lego Gli Incredibili dagli altri titoli basati sull’universo dei mattoncini, l’esperienza di gioco finale resta pressoché invariata. Laddove titoli come Lego Batman o Lego Marvel’s Avengers compensano la disarmante semplicità del titolo con una varietà impressionante nel numero dei personaggi e del carico narrativo che questi portano all’interno delle storie e mini-storie presenti all’interno del mondo di gioco, Lego Gli Incredibili scopre il fianco a causa della monotonia del roster di personaggi proposti che, oltre ad essere inferiore rispetto agli altri titoli LEGO ( Soltanto 113 ), questi non rappresentano un’attrattiva sufficiente soprattutto al di fuori della cerchia della famiglia Parr. Nessuno, per esempio, ha interesse nel selezionare lo scagnozzo di turno per sperimentarne i poteri e la scarsità di alternative proposte all’interno del titolo va a braccetto con una longevità decisamente inferiore alla media dei titoli

Gli Incredibili non rappresenta dunque la migliore espressione videoludica offerta da TT Games, il titolo riesce infatti a raccontare le storie di ben due film ma la durata complessiva delle missioni principali, un totale di 12, 6 per film, non supererà le 7 ore massime. A tradire la natura semplicistica del titolo troviamo infatti un sistema di combattimento ancora incagliato nei suoi problemi di collisioni che si arrende ad un livello di sfida praticamente inesistente il tutto accompagnato da una gestione della telecamera e della prospettiva molto spesso fastidiosa. Anche il gameplay del titolo non è proprio il massimo. Durante l’intera narrazione ci si troverà molto spesso a ripetere ciclicamente le stesse azioni, livello dopo livello. Sconfiggere nemici, risolvere qualche enigma ambientale molto semplice e costruire il mezzo con cui sconfiggere il boss di turno o l’aggeggio utile a salvare la situazione. Giusto per essere onesti, alcuni enigmi sono ben realizzati e qualche battaglia con i boss è divertente da completare, però ripensando ad altri titoli della serie LEGO, come ad esempio LEGO Star Wars: Il risveglio della Forza, il ritmo della narrazione e la varietà delle azioni da svolgere sono nettamente inferiori. Terminato il capitolo iniziale, il gioco lascia i giocatori liberi di esplorare il grande HUB centrale, la città “Municiberg”, forse la parte meglio riuscita dell’intera produzione. Attraverso questa vasta area completamente esplorabile si avrà libero accesso a numerosissime missioni secondarie e a tantissimi collezionabili. Qui, oltre al poter rigiocare tutti i capitoli della trama in “Modalità libera” dando la possibilità di utilizzare tutti i personaggi sbloccati, si potranno anche affrontare le “Ondate di criminalità”, ossia delle missioni secondarie più complesse, basate su più cittadini da salvare, in cui sarà necessario liberare i diversi quartieri della città dai malvagi di turno.

Fortunatamente la presenza di tanti personaggi presi da altre serie Disney Pixar come Dory di “Alla ricerca di Nemo” o di Russell di “UP” faranno la gioi degli appassionati, inoltre, altra nota positiva, l‘intero titolo è completamente giocabile in cooperativa a schermo condiviso, quindi due amici nella stessa stanza potranno lottare fianco a fianco come dei veri compagni supereroi. Tecnicamente parlando, LEGO: Gli Incredibili resta fedele a tutta la serie di giochi targati LEGO. Per le ambientazioni TT Games regala un mondo incredibilmente bello da vedere, tutto fatto a cubetti e pieno di colori. Sfortunatamente la totale assenza di cali di frame rate non riesce a distogliere l’attenzione dalla corposa dose di pop up che su tutte le piattaforme si nota. Pollice verso anche per quanto riguarda i caricamenti, soprattutto all’inizio e al termine di ogni missione, con picchi nel loading dell’HUB principale che a volte è veramente estenuante. Per quanto riguarda l’audio, il doppiaggio, completamente in italiano, è stato realizzato da quasi tutti i doppiatori del film, ma volendosi incaponire, si avverte un leggero problema di sincro del movimento delle “labbra” con l’audio; molto spesso, soprattutto nei video, potrà capitare di vedere il personaggio muovere la bocca senza emettere alcun suono. Le musiche sono orecchiabili e riprese dal film, nonostante si riducano ad un loop infinito durante l’esplorazione. Tirando le somme, questo LEGO Gli incredibili è un titolo che non riesce a lasciare a bocca aperta, ma possiede anche qualche punto di forza. Se si considera poi che il gioco è un prodotto diretto a un target di gamers giovanissimo, tanti dei difetti sopra elencati non si noteranno e quindi, se visto in questa ottica, il prodotto potrebbe fare la gioia dei più piccini.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 7
Sonoro: 8
Gameplay: 7,5
Longevità: 7,5
VOTO FINALE: 8,5

 

Francesco Pellegrino Lise




Super Bomberman R, il ritorno di un grande classico

A dieci anni di distanza dall’ultimo capitolo del titolo Konami, Super Bomberman R porta gli iconici omini che piazzano bombe sulle nuove piattaforme di gioco. Il titolo nato da principio come esclusiva per Nintendo Switch è arrivato recentemente anche su Xbox One, PS4 e Pc per la gioia di tutti gli appassionati della serie. Il videogame rappresenta la promessa di un meraviglioso viaggio nella memoria, all’epoca in cui Bomberman era sinonimo di frenetiche battaglie multigiocatore, seguite da convulse risate e sfottò a valanga. Super Bomberman R è caratterizzato da diverse modalità di gioco. La campagna singolo giocatore rappresenta un valore aggiunto in grado di intrattenere il giocatore anche in assenza di compagnia. Ovviamente è bene specificare che acquistare questo titolo con il solo intento di godersi la campagna singolo giocatore sarebbe uno spreco di soldi, non tanto per la qualità della stessa, quanto più perché Bomberman in generale è collocabile nel genere dei party game per antonomasia. Detto ciò, la campagna vedrà i giocatori contrapposti nei panni di uno dei classici Bomberman buoni contro cinque Bomberman malvagi capitanati dal perfido Imperatore Buggler. Ciò significa che nei vari mondi di gioco bisognerà affrontare un certo numero di livelli contro mostri “classici” per poi affrontare i boss di fine livello, i Bomberman malvagi appunto. I combattimenti contro i boss si compongono di due parti: una prima fase che consiste nell’affrontare un avversario simile ad un Bomberman, dotato di poteri particolari, ed una seconda fase in cui sarà necessario affrontare una enorme versione potenziata dello stesso avversario in campo aperto. Le missioni offrono alcuni spunti davvero interessanti, purtroppo ripresi solo in parte negli otto livelli a disposizione per le battaglie multigiocatore. La campagna di Super Bomberman R, nonostante qualche missione leggermente più difficile che potrebbe risultare più ostica del normale, fila liscia nel giro di qualche ora. È anche possibile giocare a fianco di un amico grazie alla modalità co-op. Le scene di intermezzo sono coloratissime e caratterizzate da un’animazione piacevole e di buona fattura. Il tutto inoltre è doppiato in lingua inglese a livello professionale che seppur non farà impazzire i più piccoli, dona al videogame di Konami un valore aggiunto.

Come vi dicevamo, il piatto ricco del titolo arriva quando si ha a che fare con il multiplayer, proprio a tal proposito sono presenti ben tre modalità di gioco per quanto riguarda la così detta “Modalità Battaglia”: Battaglia Multigiocatore: per 4 o 8 giocatori, Battaglia in locale: fino a 4 giocatori, Battaglia online: come suggerisce il nome, si tratta di battaglie online che a loro volta si suddividono in altre due sottocategorie, ossia: Battaglia di lega: battaglie per 4 giocatori che ci permettono di scalare le classifiche mondiali, guadagnare PB e sbloccare oggetti estetici e Battaglia libera che permette di creare stanze di gioco e unirsi ai propri amici o partecipare a una Partita Rapida. Graficamente parlando nonostante la visuale isometrica, la precisione dei titoli 2D è comunque altra cosa, l’esperienza di gioco è ugualmente divertentissima, non ci si rende conto di quanto sia assuefacente la formula di gioco fin quando non la si prova, ed è questo un messaggio per coloro che magari non avessero mai avuto modo di mettere le mani su un capitolo della serie, cosa non impossibile, visto l’oblio nel quale era stata confinata degli anni recenti; tutti gli altri sanno benissimo di cosa stiamo parlando, di intensissimi scontri, tra strategia, temerarietà ed errori, scontri che susciteranno sempre ilarità, risolvendosi in grandi esplosioni. Peccato che battagliare online sia un po’ problematico, sia nel cercare sfidanti, sia negli scontri, nei quali il lag si fa sentire, ma da quello che possiamo apprendere Konami è già al lavoro su una patch risolutiva. Esteticamente Super Bomberman R è una vera gioia per gli occhi, sfondi e personaggi sono tutti coloratissimi e le arene di gioco per quanto semplici sono sempre molto gradevoli da vedere e giocare. Tirando le somme, con questo ritorno al passato Konami ha voluto regalare ai nuovi giocatori la possibilità di godere di un titolo evergreen e soprattutto ha donato ai gamers più attempati la possibilità di rivivere le emozioni di un vero pilastro della storia dei videogames. Se si ha la possibilità di giocare in compagnia o di giocare in multiplayer online Super Bomberman R è una vera “esplosione” di divertimento. Provare per credere.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8
Gameplay: 8,5
Longevità: 8
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Street Fighter 30th Anniversary Collection, una raccolta per veri intenditori

Era il lontano 1987 quando il primo Street Fighter fece la sua comparsa nelle sale giochi. A poco a poco il titolo divenne un vero fenomeno di culto che generò negli anni successivi tutta una serie di sequel, spin-off e cross over con altri giochi di lotta rafforzando sempre di più il brand e incidendo a colpi di successo il nome Street Fighter nell’Olimpo del gaming. La vera popolarità la serie l’acquisì però con Street Fighter II: The World Warrior, il picchiaduro 2D in grado di riscrivere le regole del genere come pochi titoli nella storia dei beat ‘em up a incontri. Cos’è che ha reso la saga di Ryu, Ken, e company così memorabile? Cosa ha spinto milioni di fan per ben trenta lunghissimi anni a combattere a colpi di Hadouken, Sonic Boom, Tiger Uppercut e tutte le altre mosse iconiche del titolo di Capcom? A tentare di dare una risposta definitiva ci pensa proprio la Street Fighter 30th Anniversary Collection, ultima compilation dedicata alla serie, che rappresenta di fatto una vera e propria antologia che racchiude i primi tre capitoli ufficiali in ogni loro variante, per un totale di ben 12 titoli differenti. Nello specifico la collezione contiene: Street Fighter (1987); Street Fighter II: The World Warrior (1991), con tutte le sue evoluzioni: Champion Edition (1992), Turbo: Hyper Fighting (1992), Super (1993) e Super Turbo (1994); i tre titoli della serie Alpha: Street Fighter Alpha (1995), Alpha 2 (1996) e Alpha 3 (1998); infine sono presenti le tre incarnazioni di Street Fighter III: New Generation (1997), 2nd Impact (1997) e 3rd Strike (1999). Il grande valore di questa raccolta risiede nel fatto che giocando ai titoli a disposizione ben presto ci si rende conto di tutte le evoluzioni compiute nel corso degli anni sul piano stilistico e su quello del gameplay, ma i veri puristi della saga siamo assolutamente certi potranno passare moltissimo tempo combattendo nelle evoluzioni del secondo capitolo, vero cuore pulsante della Collection targata Capcom. Le simulazioni delle edizioni arcade sono impeccabili e mantengono più o meno le stesse modalità dei titoli come erano in sala giochi, aggiungendo tuttavia la possibilità di una partita in locale e soprattutto la modalità online. Quest’ultima non è disponibile per tutti e dodici i videogames, ma solo per Street Fighter II: Hyper Fighting, Super Street Fighter II: Turbo, Street Fighter Alpha 3 e Street Fighter III: 3rd Strike.

Oltre alle classiche partite Classificate e Casual, la funzionalità online prevede la possibilità per quattro giocatori di entrare in una lobby, dove due di questi, in attesa del loro incontro, potranno assistere al duello degli altri due. Oltre a racchiudere i principali giochi della serie, esclusi ovviamente i recenti Street Fighter IV e V, questa collection offre svariate modalità grafiche per fruire i titoli al meglio. Tutta la sfilza di mosse tipiche delle produzioni di Capcom si possono apprezzare in modalità 4:3, come nei titoli originali, o in 16:9. Se si fruisce dell’immagine in 4:3 si può scegliere se attivare i contorni grafici o se si preferisce avere i bordi neri. I filtri grafici, che simulano i pixel del tubo catodico o dello schermo del cabinato, sono disattivabili, garantendo la sensazione di assoluta libertà di fruizione. Assieme alla possibilità di giocare online, probabilmente la parte migliore di questa Street Fighter 30th Anniversary Collection risiede nel fatto che è possibile ripercorrere alcuni dei momenti storici più importanti della serie grazie alla sezione Museo, la quale comprende una linea temporale interattiva che narra gli eventi che hanno portato il brand ad essere uno dei titoli di punta della scena picchiaduro mondiale. Inoltre in questa modalità si può ripercorrere la storia dei protagonisti, grazie all’inclusione delle intere biografie dei personaggi e si può ascoltare la colonna sonora di tutti e dodici i titoli, pezzo per pezzo. Tirando le somme, questa Street Fighter 30th Anniversary Collection rappresenta a tutti gli effetti una raccolta imperdibile per chiunque abbia almeno fatto una partita a uno dei titoli del colosso nipponico del gaming nel corso della propria vita. Però la vera forza della raccolta risiede anche nel fatto che i nuovi appassionati di videogames potranno scoprire dei veri e propri pezzi di storia, titoli che nonostante gli anni sulle loro spalle riescono sempre a divertire come il primo giorno e che sembrano non aver accusato per nulla i segni del tempo. Se a tutto questo ben di Dio si aggiunge anche il fatto che la Street Fighter 30th Anniversary Collection viene venduta a un prezzo ridotto rispetto gli standard sia su Pc che su Xbox One, Ps4 e Switch, non possedere questa raccolta sarebbe veramente un errore imperdonabile.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 8,5
Gameplay: 9
Longevità: 9,5
VOTO FINALE: 9

 

Francesco Pellegrino Lise