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Dark Souls Remastered, il capolavoro originale di Miyazaki torna in grande stile

Quando si vuole intraprendere un’opera di riedizione di un titolo che è diventato un’icona del gaming, come Dark Souls di From Software, vista l’entità dell’intervento che si vuole compiere, i rischi sono elevatissimi. Cambiare anche il più piccolo particolare in un titolo basato sull’attenzione per il dettaglio e su un simbolismo così ben strutturato può in un sol colpo demolire l’impianto originale e attirare le ire di una delle community più prolifiche e intransigenti del web. Per questo, quando From Software annunciò il ritorno del proprio capolavoro sull’attuale generazione di console, i timori dei fan più accaniti iniziarono a moltiplicarsi vistosamente. Ora che Dark Souls Remastered è finalmente realtà, possiamo dire che l’opera di Miyazaki è riuscita a resistere agli strali del tempo, segno che quando alla base di un titolo c’è un ottimo lavoro il prodotto finale è destinato a resistere. Tutto ciò che era presente nel capolavoro originale è fortunatamente ancora intatto e, nonostante il passare del tempo, l’atmosfera silenziosa, oscura e ansiogena riesce ad avere lo stesso meraviglioso effetto di sempre su chi si trova dinanzi lo schermo. È evidente fin da subito che gli sviluppatori di Virtuos, lo studio asiatico che si è occupato del porting in collaborazione con Bandai Namco, si siano concentrati unicamente sull’adattamento estetico di tutta l’esperienza. Prima ancora di iniziare a vagare per le prigioni dei non-morti ci si accorge che anche i testi e le illustrazioni hanno ora una definizione ben maggiore di quella originale, sgranata e offuscata. La risoluzione è infatti la prima protagonista del miglioramento estetico generale e moltiplica esponenzialmente la quantità di pixel a schermo. Basti pensare che viene addirittura quadruplicata su PlayStation 4 Pro, Xbox One X e PC, dove si raggiungono i 4K senza troppe difficoltà. Lo stesso trattamento è stato riservato anche per le texture, finalmente limpide nel rivestire e rappresentare armature, armi ed incantesimi, rendendo il tutto decisamente più ricco di dettagli. In un gioco che narra la sua storia anche tramite le fattezze di un oggetto o il disegno su uno scudo, questo lavoro acquisisce ancora più importanza. Tramite risoluzione e texture migliorate la definizione grafica di tutto il titolo raggiunge livelli di precisione così alta da emozionare chi ha trascorso centinaia di ore sul titolo originale. Nel particolare sono due i miglioramenti che rappresentano le novità più interessanti di Dark Souls Remastered. L’illuminazione avanzata permette finalmente alle fonti luminose di influire sull’aspetto delle texture e mostra la proiezione di ombre dinamiche molto più al passo coi tempi. Alcuni piccoli effetti grafici, come gli sprite delle anime e alcune sorgenti di luce, sono poi stati completamente tirati a nuovo. Dove però si vede il vero salto in avanti rispetto al passato è nella fluidità dell’azione di gioco, infatti, il framerate è saldamente ancorato sui sessanta frame per secondo, anche nelle. situazioni più concitate e pesanti sul motore di gioco. Per quanto riguarda la giocabilità, niente è stato cambiato e persino la risposta dei comandi è la stessa di un tempo. Il regno di Lordran svetta ancora una volta in tutta la sua maestosità, e si offre tale e quale a come era in passato.

Tutto ciò che avviene in Dark Souls non è finalizzato a causare la morte di chi gioca, ma ad indicare quali sono gli inciampi da non ripetere in futuro. Si tratta di un modo d’intendere il gaming molto comune oggi, ma che nel 2011 era in una fase di scoperta, oppure di “riscoperta” per coloro che provenivano dalla vecchia scuola a 8 e 16 bit. Si muore, si perdono tutte le anime accumulate in quella sessione e si lotta con tutte le proprie forze per non crollare nuovamente prima di aver raggiunto la zona del trapasso. L’incedere della produzione di From Software è grosso modo questo dall’inizio alla fine, intervallato dal tiepido sollievo di quei falò che simboleggiano l’oscurità verso cui sta precipitando il regno. A conti fatti, Dark Souls Remastered continua oggettivamente ad avere una sua attualità, anche al netto di due sequel che ne hanno ampliato non poco le caratteristiche e i contenuti. Chi avrà modo di avvicinarsi al primo episodio dopo aver già provato i suddetti eredi potrebbe trovarsi tra le mani un titolo più lento e macchinoso, al quale mancheranno alcune finezze introdotte solo successivamente. L’assenza iniziale del teletrasporto tra falò, un sistema di crafting eccessivamente intricato, il limite a 2 anelli, così come anche l’impossibilità di effettuare un respec: il lavoro di From Software è rimasto quell’originale diamante grezzo, dotato sì di un proprio equilibrio, ma anche piuttosto rigido se paragonato ai suoi successori. L’unico approccio possibile con una simile produzione è lo stesso che era richiesto nel 2011, pretendendo tanta umiltà, ma anche moltissima pazienza, nel tentativo di padroneggiare un gameplay molto ragionato e non sempre immediato. Se la componente visiva rappresenta sicuramente il principale fattore di novità per coloro che vorranno avvicinarsi a Dark Souls Remastered, non bisogna però tralasciare le diffuse innovazioni che ha subìto il gameplay, soprattutto per quanto riguarda il reparto online. Il titolo può infatti ora contare su server dedicati che vanno a soppiantare il vecchio e fastidioso sistema basato sul peer to peer, complice di tante situazioni surreali dovute alla discontinuità nella trasmissione dei dati tra giocatori. Una nuova base da cui partire per ricostruire un mondo fatto di segni d’evocazione, aiuti e macchie di sangue, ripopolando quello che negli ultimi anni era veramente diventato un regno abbandonato a se stesso. È lodevole inoltre notare come il team di sviluppo abbia provveduto ad inserire altri piacevoli cambiamenti al comparto multiplayer di Dark Souls, come ad esempio la possibilità di evocare direttamente un amico grazie allo stesso sistema di password già visto nel terzo capitolo. Un’introduzione che in parte snatura il senso di abbandono e di casualità che i giocatori del 2011 ricorderanno molto bene, ma che allo stesso tempo consente di godere appieno della possibilità di affrontare in cooperativa le infinite sfide delle terre dei Lord.

È stato aumentato anche il numero di invasioni possibili: un membro ospitante, tre aiutanti e due giocatori ostili, per un totale di sei non morti che possono scontrarsi contemporaneamente nello stesso match. Un’eventualità che è stata estesa anche alla modalità Arena, che ora offre anche battaglie 3v3 e un deathmatch tra 6 giocatori. Tirando le somme, presa per quello che è, questa edizione raggiunge in pieno il suo obiettivo: permettere di giocare il primo Dark Souls nella sua veste migliore. Certo, in alcuni casi il peso degli anni si fa sentire e l’aspetto spoglio, seppur definito delle ambientazioni, avrebbe forse meritato un trattamento ulteriore, ma fortunatamente nulla di tutto questo fa gridare allo scandalo o pregiudica la giocabilità del titolo. Dark Souls Remastered, insomma, è la giusta occasione per recuperare un capolavoro del recente passato se non avete avuto il piacere di giocarlo nel 2011, oppure di avventurarsi nelle terre delle anime oscure tra le storie di draghi e giganti ancora una volta ma con una veste grafica migliorata, un comparto multiplayer assolutamente di tutto rispetto e una fluidità che rende l’esperienza assolutamente incredibile. Il prezzo conveniente unito alla presenza dei contenuti aggiuntivi a nostro avviso sono la ciliegina sulla torta in più che rendono l’acquisto di Dark Souls Remastered ancora più goloso. Quindi, sia che si sia dei veterani del titolo originale, sia che ci si avvicini per la prima volta a questo capolavoro, questa riedizione merita assolutamente l’acquisto.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 9
Sonoro: 8,5
Gameplay: 8
Longevità: 9
VOTO FINALE: 8,5

 

Francesco Pellegrino Lise




Conan Exiles, un survival game duro e crudele nell’universo di Robert E. Howard

Con oltre un anno trascorso in accesso anticipato su Steam, Conan Exiles è uno degli esempi più lampanti di gioco che ha saputo adattarsi al feedback degli utenti modificandosi in meglio. Ambientato nel mondo fantasy creato da Robert E. Howard, il gioco si presenta agli occhi dei giocatori Xbox One e PS4 come un survival duro e puro che scaglia i giocatori senza risorse e nudi in un mondo ostile. Conan Exiles lascia fin da subito il giocatore in balia di se stesso proprio per anticipare quale sarà la dura realtà in cui bisognerà sopravvivere e combattere. Dopo una breve introduzione, scandita da una cutscene nella quale mette il giocatore nei panni di un criminale esiliato e condannato a morte che viene tirato giù dalla croce da Conan, il protagonista si ritroverà direttamente all’interno di un avanzato sistema di generazione del personaggio che offre ampie opzioni di modifica sia per quanto concerne la corporatura che per i lineamenti del volto. Una volta portate a termine queste formalità, l’avventura ha finalmente inizio, ma non sarà subito facile abituarsi al sistema di controllo e soprattutto alle dinamiche necessarie per la progressione del proprio alter ego virtuale. La flebile premessa narrativa lascia immediatamente spazio ad una fitta rete di richieste, le quali si faranno man mano sempre più complesse e articolate, raggruppate in una sezione del menu denominata “avventura”. I primi compiti suggeriti saranno estremamente semplici e rivestiranno il ruolo di tutorial per coloro che si trovano alla prima esperienza con il genere di riferimento. Ciò significa che fin dall’inizio in Conan Exiles bisognerà darsi da fare per bere o mangiare non appena ce ne sarà bisogno, ma sarà necessario anche reperire risorse da utilizzare per la creazione di strumenti inizialmente semplici e successivamente più complessi e utili. La prima ora si passa accumulando rami, rocce, fibre vegetali e via dicendo. Grazie a questi oggetti si potrà assemblare una rudimentale arma, ma anche un giaciglio di fortuna da cui ripartire in caso di morte. All’inizio il personaggio creato è un essere umano con muscoli ben sviluppati ma flosci, ha una resistenza alla fatica molto limitata, che gli consente di correre o nuotare solo per brevi tratti e di arrampicarsi su dirupi di modesta altezza. Proprio in virtù di questo, nelle prime ore, è sconsigliato andare a zonzo per la mappa, in quanto è molto facile imbattersi in animali selvaggi che con un paio di colpi si riveleranno letali. Stesso discorso va fatto per gli altri esuli, più organizzati e numerosi. Attaccarne uno per procurarsi del cibo significa attirare l’attenzione di almeno altri due, il che si traduce con morte certa. Stesso iter se si proverà a fare qualche uccisione stealth. Inoltre, anche una caduta da altezze medie farà calare drasticamente la barra dell’energia, che non potrà essere ripristinata se non mangiando cibo abbastanza nutriente. Insomma, nella fase iniziale di Conan Exiles bisognerà accontentarsi di larve ed insetti, ma soprattutto bisognerà procedere un passo alla volta per non finire miseramente sotto terra. Parlando di gameplay, appena preso il controllo del personaggio, completamente nudo, bisognerà sbrigarsi a fuggire dal deserto dove ci si trova, raggiungendo un territorio più amichevole, per così dire. Prima però sarà possibile fare la conoscenza del sistema di crafting, che occuperà per la maggior parte del tempo di gioco chi si trova dinanzi lo schermo. Raccolte alcune fibre vegetali, dei sassi e dei bastoni, sarà possibile costruire dei vestiti e avere i primi strumenti di lavoro: un piccone e un’accetta, entrambi di pietra, molto rozzi e poco resistenti.

Per fortuna nel frattempo si sarà guadagnato qualche livello e si potrà decidere di assegnare dei punti non solo alle sei caratteristiche del personaggio, ma anche a delle nuove ricette per il crafting, così da avere più opzioni, tra le quali delle armi vere e proprie e i primi materiali da costruzione per gli edifici. Nonostante i miglioramenti apportati nel corso del periodo di sviluppo, la parte del crafting è quella rimasta più costante nel tempo e non è cambiata molto rispetto all’inizio. Per raccogliere materiale basterà trovare le risorse e colpirle con lo strumento giusto. Ovviamente più sarà forte il proprio alter ego virtuale, e più risorse si potranno trasportare. In generale, la difficoltà di gioco che offre Conan Exiles è calibrata bene, ma varia moltissimo a seconda di come si decide di affrontare l’avventura, giocabile da soli, in cooperativa o in PvP. Prima di andare avanti con la descrizione del gameplay, è giusto specificare che, come praticamente tutti i survival che lo prevedono, Conan Exiles dà il meglio di sé quando giocato in cooperativa con degli amici. Il sistema migliore per capire bene questo titolo è iniziare per gradi, studiare il sistema di gioco in single player o con qualche amico, per poi tentare la fortuna online, magari su server in cui i rifugi sono indistruttibili. Tornando al gameplay, sbloccate alcune ricette e raccolte le necessarie materie prime, sarà possibile finalmente innalzare un piccolo rifugio, arredandolo magari con un letto di foglie, una cassa per togliersi dall’inventario il materiale in eccesso e un falò per cucinare il cibo. Proseguendo nell’avventura si avrà a disposizione molta più mobilia da fabbricare, oltre alla possibilità d’installare alcuni banchi da lavoro, indispensabili per realizzare l’equipaggiamento migliore. Da principio sarà bene posizionare la propria casa vicino a uno specchio d’acqua, così da non aver problemi per placare la sete. Per la fame invece bisognerà, come già accennato, accontentarsi di qualche insetto, almeno finché non si sarà appresa l’arte della caccia. Il posto dove ci si trova all’inizio ha solo a disposizione le materie basilari, appena si cresce di qualche livello, però, ha inizio la vera avventura con l’esplorazione dell’interno della mappa. Conan Exiles gestisce la crescita del personaggio e della difficoltà di gioco in modo graduale e impeccabile: i materiali migliori si trovano nelle aree più remote, raggiungibili solo quando si dispone di un personaggio abbastanza forte da sopravvivere ai nemici che si fanno gradualmente più forti. I primi sono degli altri esiliati, dei coccodrilli giganti e delle tartarughe, tutti pericolosi ma lenti e alla lunga facilmente gestibili. Più avanti invece si incontreranno alcune tribù molto forti e numerose, dei giganti di ghiaccio, degli scheletri viventi, dei mammut, dei puma e tanti altri avversari ancora, che renderanno problematica, ma allo stesso tempo gratificante l’esplorazione dei diversi luoghi che la mappa offre.

In Conan Exiles ci sono anche dei boss, ossia degli avversari particolarmente potenti posti normalmente in fondo a qualche pericoloso dungeon, che possono essere affrontati solo con l’equipaggiamento giusto e con l’adeguata esperienza individuale. E qui entra in gioco il sistema di combattimento. Sebbene nelle prime versioni di gioco questo fosse assolutamente complesso e difficile da padroneggiare, adesso affrontare i nemici risulta veramente divertente e appagante. Grazie all’introduzione del sistema di combo e mosse speciali, diverse per ogni arma, e la maggiore e più precisa risposta dei corpi ai colpi inferti, adesso entrare in un villaggio pieno di nemici non è più uno strazio, così come affrontarne di più contemporaneamente. Certo, non è una passeggiata e si muore lo stesso molto di frequente, ma almeno si riesce a comprendere da dove arrivano i colpi e si vede chiaramente quando si va a segno, senza che le armi scivolino sui corpi degli avversari. Gli sviluppatori hanno aggiunto anche una barra della vita sui nemici per darci subito un’idea della loro resistenza, così magari da non perdere tempo con quelli troppo forti. Grazie a questi miglioramenti assume molto più senso la costruzione di nuovo equipaggiamento, che non si limita a essere una compensazione dei difetti del sistema di combattimento, ma un premio per l’abilità dimostrata sul campo di battaglia. Certo, ci vuole qualche ora di gioco per avere almeno delle armi e delle corazze di ferro, e molto di più per arrivare a quelle fatte di materiali pregiati, ma i bonus che danno sono finalmente percettibili e fanno la differenza. Dal punto di vista tecnico, Conan Exiles non stupisce particolarmente, al di là del framerate ballerino e di una qualità complessiva non eclatante, a dare particolarmente fastidio sono soprattutto una gestione non ottimale della telecamera che inficia l’esperienza di gioco in generale. Il modello poligonale principale non è male, ma buona parte delle ambientazioni iniziali sono a dir poco scarne. Con il procedere dell’avventura le location migliorano e la grafica si assesta su livelli medio alti, ma nel complesso il lavoro svolto non fa gridare al miracolo. L’interfaccia, poi, è un elemento che i giocatori console troveranno scomodo da utilizzare. Fin dai primi minuti risulta chiaro che gli sviluppatori non si sono spremuti per rendere la fruizione del gioco comoda agli utenti PS4 e Xbox One. Le schermate dell’inventario sono chiaramente disegnate per essere esplorate con un mouse, farlo con un controller è scomodo sia per la lentezza di movimento del cursore, sia per la difficoltà nel capire quale elemento venga evidenziato. Detto ciò, tirando le somme, Conan Exiles non è un videogame adatto a tutti. E’ un survival game che procede lentamente, a cui bisogna dedicare molte e molte ore prima di ottenere i risultati desiderati, ma allo stesso tempo per chi ha pazienza, i frutti di tutto il tempo speso per far crescere il proprio alter ego virtuale garantirà diverse soddisfazioni. Un titolo del genere farà la gioia degli amanti del crafting, invece per chi preferisce un po’ di azione allo stato puro, meccaniche intuitive e risultati più veloci consigliamo di navigare verso altri lidi.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 7
Sonoro: 8
Gameplay: 7,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Burnout Paradise Remastered, tornano le corse sfrenate e gli incidenti spettacolari

Dopo anni di assenza, Burnout, la serie che ha reso celebre il team Criterion, ritorna su console grazie alla versione rimasterizzata di Burnout Paradise. Se, come molti degli amanti della serie che hanno già solpato a dovere questo titolo ben 10 anni fa, vi state chiedendo vale la pena acquistarlo ancora una volta? La risposta è: assolutamente sì. Anche a distanza di così tanto tempo, infatti, il gioco targato EA si conferma come uno dei migliori racing arcade di sempre e su PS4 come anche su Xbox One gira ad una velocità e garantisce una fluidità in grado di far letteralmente schizzare gli occhi fuori dalle orbite. Il lavoro svolto su questa “nuova” versione del gioco è veramente degno di nota. Ovviamente è bene sottolineare che stiamo parlando di una rimasterizzazione, non di un remake, quindi significa che la base rimane comunque quella del gioco originale comprensivo di tutte le sue espansioni. Burnout Paradise è stato ripulito e tirato a lucido con nuovi effetti di luce, colori più vivi e texture in alta risoluzione, inoltre il passaggio su hardware più potenti ha però permesso agli sviluppatori di alzare i dettagli al massimo, inserire un po’ di macchine in più su schermo e far girare il tutto senza alcun affanno. Per chi non lo sapesse o non ha avuto il piacere di giocare il titolo 10 anni fa, Burnout Paradise è un racing game ambientato a Paradise City, città di fantasia che ricorda alla lontana Los Angeles. In questo scenario migliaia di chilometri di strade liberamente esplorabili sono il luogo in cui bisognerà affrontare decine di rivali a cui far assaggiare un po’ di metallo rovente a suoni di corse folli, incidenti spettacolari, salti e acrobazie folli.

https://www.youtube.com/watch?v=qDaJe0kOuxc

A differenza dei capitoli precedenti in Burnout Paradise non ci sono gare isolate, ma a ogni incrocio della città sarà possibile fermarsi per dare il via a uno dei tanti tipi di sfide. Le gare classiche sfruttano al meglio la natura open-world del gioco. In questa tipologia di sfida c’è un punto di partenza e un traguardo da raggiungere, ma tutto quello che accadrà nel mezzo dipenderà dal giocatore, quindi si potrà scegliere il percorso migliore da utilizzare, le scorciatoie da prendere e il momento adatto per eliminare i rivali provocando spettacolari incidenti a colpi di sportellate a tutto gas. Gli incidenti, chiamati Takedown, sono da sempre il marchio di fabbrica di Burnout e anche in questo capitolo rivestono un ruolo importante. Oltre a consentire di rallentare notevolmente un rivale, caricheranno la barra del Nitro consentendo di andare ancora più veloce. Il turbo potrà essere riempito anche correndo contromano, effettuando acrobazie e commettendo ogni tipo d’infrazione, l’importante è che sia sempre attivo in quanto senza di esso gli avversari avranno una chance in più di arrivare prima al traguardo. Se si è amanti delle gare a eliminazione si potrà partecipare alle Furie Stradali, modalità di gioco in cui sarà richiesto di mandare fuori strada più avversari possibile, invece se si vuole provare il brivido del pericolo si potrà partecipare alle sfide Stunt che richiedono il raggiungimento di un certo punteggio attraverso salti, derapate e sorpassi pericolosi. Molto intense sono poi le gare “Uomo nel Mirino”, nelle quali si verrà presi di mira da “sicari” alla guida di potenti mezzi neri che avranno il preciso scopo di mandare il giocatore fuori strada prima che esso arrivi al traguardo. Esistono poi delle gare chiamate Strada Rovente, che possono essere affrontate solo con determinati tipi di vettura. Inizialmente molte di queste saranno precluse, ma sarà possibile tornarci per affrontarle quando si avrà a disposizione il bolide adatto. Le macchine del gioco non sono su licenza ufficiale ma non sarà difficile vedere in loro parecchie somiglianze con modelli realmente esistenti. Paradise City è divisa in quartieri e in un’apposita schermata si potrà tenere sotto controllo la percentuale di completamento del gioco e delle singole sfide in ogni zona. Nella mappa si possono vedere anche gli eventi e i luoghi già scoperti, che potrete raggiungere facilmente in poco tempo. I parecchi i chilometri di strada a disposizione e gli infiniti bivi sono il modo migliore per scoprire scorciatoie e luoghi segreti che nascondono sfide e collezionabili. Alla luce di tutto questo, la cosa migliore da fare per vivere al meglio l’esperienza di Burnout Paradise è girare per la città senza un obiettivo preciso e affrontare le gare quando lo si ritiene più opportuno, andare in giro e fare quello che si vuole e imparare la mappa al meglio in modo tale da avere una chance in più durante le gare. Ciò che più importa è che in quest’edizione rimasterizzata del titolo EA è che lo spirito del gioco è rimasto intatto, alla pari del divertimento. Una volta avviato il gioco ed essere partiti con il mezzo in giro per le strade di Paradise City oltre alle gare si potranno incontrare gli sfasciacarrozze, nei quali cambiare vettura scegliendo tra quelle sbloccate, le stazioni di servizio, utili per ricaricare la barra del turbo una gara e le carrozzerie, nelle quali entrare se si vuole dare una nuova livrea al proprio bolide. Ultime, ma non per importanza ci sono le Officine, utili da raggiungere assolutamente nel caso in cui il mezzo abbia subito gravi danni.

https://www.youtube.com/watch?v=xaTy_zM4W1w

Per gli amanti dei collezionabili, Burnout Paradise Remastered mette anche a disposizione 400 cartelli stradali da distruggere, cancelli da sfondare, salti acrobatici e garage nascosti. Trovarli tutti sarà una vera impresa, ma alla fine la soddisfazione sarà davvero tanta. Giocando a Burnout Paradise Remasterd in qualsiasi momento si potrà entrare in modalità multiplayer. Non ci sono schermate separate o menù a cui accedere, infatti basterà premere destra sulla croce direzionale per invitare un amico ad una sfida, entrare in una gara con altri corridori o creare una partita personalizzata. Questa edizione rimasterizzata tra l’altro include gli 8 DLC del gioco originale. Big Surf Island offre nuove sfide e veicoli, Cops and Robbers aggiunge una modalità inseguimento online e le livree della polizia per tutte le macchine di Paradise. Legendary Cars butta nel mucchio dei bolidi dal sapore cinematografico che non faticherete a riconoscere, mentre l’espansione Burnout Bikes include quattro mostri su due ruote: FV1100, FV1100-T1, Firehawk V4 e Firehawk GP Competition. Non mancano neanche una manciata di macchinine giocattolo del pacchetto Toys e le sfide aggiuntive del DLC Cagney. Da sottolineare anche la presenza del Party Pack, introdotto a suo tempo nell’edizione Ultimate Box di Burnout Paradise. Questa modalità multiplayer offline consente ad un massimo di 8 giocatori di intraprendere una serie di sfide veloci scegliendo tra Abilità, Velocità e Stunt. Per quanto riguarda il comparto audio, il gioco offre una colonna sonora assolutamente eccezionale: oltre che l’immortale Paradise City dei Guns n’Roses, la tracklist è infarcita di brani rock assolutamente adrenalinici di artisti famosi e non. Gli effetti sonori, poi, sono esaltanti e sempre ben calibrati. Questo fa si che nonostante le migliaia di situazioni surreali che si affronteranno, il tutto risulti sempre credibile. Graficamente parlando, nonostante si tratti di un’edizione rimasterizzata, il lavoro svolto è davvero eccellente. I modelli sono stati tirati a lucido e la città appare più bella e viva che mai. Il frame rate, poi, inchiodato sui 60 fps al secondo rendono l’esperienza di gioco estremamente fluida e appagante. Tirando le somme, questo Burnout Paradise Remastered è veramente un acquisto imperdibile per tutti coloro che sentivano la mancanza della saga, ma anche per chi vuole un gioco di corse assurdo e scanzonato che sia diverso dai soliti simulatori di guida ultra realistici. Burnout Paradise è divertimento allo stato puro e lasciarselo sfuggire, anche in virtù del golosissimo prezzo, sarebbe un vero errore.

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8,5
Gameplay: 8,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 8,5

Francesco Pellegrino Lise




Fifa 18, EA celebra la coppa del mondo con il dlc gratuito “World Cup Russia”

Una grande novità è in arrivo per tutti i fan di Fifa 18. Electronic Arts, infatti, celebra il più grande torneo di calcio dell’anno con 2018 FIFA World Cup Russia, l’aggiornamento scaricabile gratuitamente da tutti i possessori del titolo calcistico di EA. L’update offre l’opportunità unica di vivere il torneo mondiale attraverso gli elementi ufficiali del titolo, come le squadre, gli stadi, le divise, gli stemmi, i palloni ufficiali e l’ambito trofeo in palio. Gli appassionati e possessori di PlayStation 4, Xbox One, Origin per PC e Nintendo Switch potranno scaricare gratuitamente il contenuto a partire dal 29 maggio. Il “World Cup Mode” aggiungerà ulteriore profondità a FIFA 18, permettendo agli appassionati di questo videogioco di cimentarsi nell’inedita modalità dedicata alla Coppa del Mondo e che promette nuove sfide e la riproduzione perfetta di quanto succederà davvero in Russia dal 14 giugno al 15 luglio prossimi. Per permettere una completa “full immersion” nell’atmosfera dei Mondiali la Electronic Arts interverrà radicalmente sul gioco, aggiungendo una miriade di dettagli. Ad esempio saranno inserite le rappresentative nazionali che si sono qualificate per la Coppa del Mondo e che invece erano assenti nel gioco, ben 12 nuove squadre provenienti da tutto il mondo. A queste si aggiungeranno nuovi palloni, nuove divise e naturalmente nuovi giocatori, mentre quelli già presenti nel gioco vedranno le proprie caratteristiche aggiornate sulla scia delle prestazioni offerte nel mondo reale.

L’aggiornamento 2018 FIFA World Cup Russia permette di scegliere una delle 32 nazionali qualificate per vivere il sogno del mondiale e scrivere la propria storia nel torneo, dalla fase a gironi alla finale di Mosca in modalità Amichevole Online e Torneo Online. Inoltre, con il Torneo FIFA World Cup Personalizzato è possibile scegliere una delle nazionali incluse in FIFA 18 per creare un torneo unico, selezionando anche nazionali non qualificate come Italia, Cile e USA. Per immergersi nelle più calde atmosfere degli stadi e cimentarsi in partite offline, da solo o con amici, è stata inclusa anche la modalità Calcio d’Inizio FIFA World Cup. Nel nuovissimo DLC saranno inoltre inclusi, riprodotti con fedeltà assoluta, i 12 stadi che ospiteranno la manifestazione, mentre anche la modalità Ultimate Team sarà aggiornata e in parte rivisitata: le carte di moltissimi calciatori saranno aggiornate per rispecchiarne i valori attuali e rendere ancor più realistico il gioco, ma non mancheranno le icone più famose nella storia dei Mondiali e un nuovissimo sistema di intesa che si baserà sulla nazionalità e sulle confederazioni di appartenenza. Naturalmente saranno presenti, insieme all’Ultimate Team, anche le ormai celebri “Sfide Creazione Rosa”, che avranno temi e premi ispirati alla Coppa del Mondo e che sicuramente allungheranno la longevità di un gioco che è già un successo e che con questo splendido aggiornamento gratuito mira ad avvicinarsi ancora di più ai cuori dei propri fan in vista dell’uscita autunnale di FIFA 19. Non resta altro che scaldare i polpastrelli in attesa di questo succosissimo dlc.

 

Francesco Pellegrino Lise




God of War, un Kratos feroce e maturo approda sulla PlayStation 4

Qualsiasi appassionato di videogames conosce o ha giocato almeno una volta a God of War, saga esclusiva PlayStation che si è evoluta nel corso degli anni, partendo nel 2005 dalla Ps2 fino a giungere all’odierna Ps4. Questo titolo porta dentro di sé echi di un passato a dir poco epico che l’hanno portato ad essere un punto di riferimento nel genere action in terza persona e che hanno portato il protagonista, Kratos, a diventare una vera e propria icona del gaming di casa Sony. In questo nuovo God of War, ultimo capolavoro in esclusiva su PlayStation 4, tale eredità si mescola con un presente più maturo, moderno, in linea con quelle che sono le produzioni attuali, ma soprattutto che abbandona il lato estremamente selvaggio del protagonista mettendo in mostra un aspetto più “umano” del Dio della guerra. Ma veniamo alla trama: tanti anni sono passati dalla disfatta di Zeus e dal crollo del suo Pantheon. Sono trascorsi anni di pace, fatti di una vita regolare, di nuovi affetti familiari e di una paternità faticosa, forse non desiderata. Di questa misteriosa stagione della vita di Kratos quasi non si fa menzione nel nuovo God of War. Il grande balzo temporale mette nelle mani dei giocatori un eroe invecchiato, taciturno e barbuto, ma non per questo meno carismatico degli anni delle sue imprese. Kratos porta ancora le cicatrici delle sue antiche avventure, in lui ribolle la stessa fierezza ereditata dall’educazione di Sparta, ma il dio della guerra ha deciso di cambiare. Di crescere, di trasformarsi, di diventare più maturo. Alla stessa maniera della serie di cui è protagonista, che ci propone un episodio diverso ma non irriconoscibile, grandioso come un tempo ma deciso ad evolversi. God of War per Ps4, insomma, rappresenta la volontà di rifondare il canone dell’action, di allargarne i confini abbracciando un incedere più avventuroso e meno volto ai combattimenti troppo forzati. Le premesse della trama sono interessanti e fanno capire da subito che ci si trova in una situazione nuova, rispetto al passato della saga. Kratos, come già detto, è invecchiato e ha anche un figlio, Atreus, un ragazzino inesperto che a inizio gioco muove i primi passi nel mondo della caccia e del combattimento. Tutta la trama principale è basata sul viaggio che Kratos e Atreus intraprendono per portare a termine un preciso obiettivo. Ed è nel corso di questo viaggio che il giocatore può scoprire qualcosa in più sul nuovo Kratos, abituarsi al suo cambiamento, anche caratteriale, osservarlo nel ruolo di padre e apprezzare il gran bel lavoro di sceneggiatura fatto dagli scrittori di Santa Monica Studio.

Il ritmo di questo nuovo God of War è molto particolare

Sicuramente più lento rispetto al passato della saga, ma comunque convincente per altri motivi. Il rapporto tra Kratos e Atreus è uno degli aspetti più belli da seguire, nel corso del viaggio, ma in generale è l’evoluzione dei tanti elementi di gioco a colpire, convincere, soddisfare. C’è il progresso della trama stessa, con l’aggiunta di nuovi dettagli man mano che si procede nell’avventura, c’è il progresso di Kratos, che può imparare nuove abilità di combattimento e diventare più forte con nuovi pezzi di equipaggiamento, c’è il progresso del gioco, che si apre a nuove possibilità grazie all’ottenimento di strumenti che permettono di sbloccare nuove situazioni. E tutti questi elementi, insieme, contribuiscono a rendere il viaggio estremamente affascinante e magistralmente cadenzato. Insomma, affrontando il nuovo God of War, man mano che si procede nell’avventura è tutto un susseguirsi di emozioni uniche che difficilmente potranno essere cancellate dalla memoria. A livello di gameplay le attività principali in cui il giocatore è coinvolto sono fondamentalmente tre: l’esplorazione attenta di nuove aree, il combattimento contro diversi tipi di nemici, la risoluzione di enigmi ambientali. L’esplorazione è abbastanza libera in alcune precise fasi del gioco e lo diventa totalmente dopo l’end game, ma ovviamente il risultato non è come quello di un classico open world. God of War per PS4 è un gioco che vuole anche un po’ guidare il giocatore, almeno finché non avrà completato la trama principale. C’è spesso modo di distrarsi dalla storia, ed è anche consigliabile farlo, perché è proprio grazie all’esplorazione e al completamento di missioni secondarie che è possibile ottenere esperienza utile a sbloccare nuove abilità di combattimento e pezzi di equipaggiamento indispensabili per rendere Kratos all’altezza delle sfide più ardue. Progredire con il protagonista, quindi, significa anche esplorare per bene tutto ciò che il gioco ha da offrire. Quindi, se si vuole diventare più forti, bisogna sfruttare al cento per cento il mondo di gioco, imparare a conoscerne tutti i segreti ed esplorarne tutti i posti più nascosti. Se fino a questo punto è evidente quanto questo nuovo capitolo della saga di God of War sia stato potenziato in ogni elemento con risultati molto positivi: è più grande, più longevo, più narrato, più profondo, più personalizzabile, è proprio nel momento in cui ci si focalizza sul combattimento e sui nemici che le cose si fanno meno univoche nel giudizio. Il totale cambio di visuale ha portato il gioco a trasformarsi da un action puro, quasi sul confine di un hack & slash, con tanto di indicatore delle combo portate a termine e telecamera fissa, a un videogame d’azione tattico in terza persona con visuale libera alle spalle, perfettamente in linea con le tendenze del momento. Il movimento è più lento, pur non essendo mai legnoso, ma si trascina dietro delle importanti limitazioni, come l’impossibilità di tenere sott’occhio l’intero campo di battaglia relegando all’uso di indicatori visibili e alle continue urla di Atreus la percezione dei colpi in arrivo dalle spalle. Per il resto la meccanica si basa sui classici elementi che sono presenti negli action RPG odierni: ci sono i colpi inferti dall’arma equipaggiata o dalla distanza attraverso Atreus, la schivata rapida e con capriola, la parata con tanto di contromossa se attivata al momento giusto, lo stordimento dei nemici indicato da una seconda barra che affianca quella della vita e che viene influenzata dai colpi in base alla tipologia di resistenza dell’avversario. Quando quest’ultimo valore raggiunge il massimo, il nemico può essere preso da Kratos dando il via a una piccola cutscene di esecuzione o a un quick time event che permette di infliggere un certo numero di colpi prima che il nemico si risvegli. Il problema è che, una volta maturato un tot di ore sul campo di battaglia, ci si rende conto che il combat system è nato dalla fusione di molte cose già viste che tutte insieme non riescono a soddisfare pienamente il giocatore più esigente o quello abituato ai vecchi ritmi della saga.

Purtroppo in questo nuovo God of War il set di mosse a disposizione è limitato e molto lento

Nella sua crescita ed evoluzione e dopo una decina di ore si prenderà coscienza che basta utilizzare sempre e soltanto poche combinazioni di attacco per proseguire senza troppi problemi. Nulla da dire invece sulla sensazione d’impatto e sul feedback dei colpi, e più in generale sulla coreografia degli scontri. Ottima invece la gestione di Atreus: il ragazzo ha dei comportamenti abbastanza aggressivi e partecipa sempre agli scontri in autonomia distraendo gli avversari per aiutarci con gli attacchi e risultando sempre molto efficace nel lancio delle frecce. Queste, oltre ad essere gestite in automatico dal personaggio, possono essere controllate direttamente con la pressione di un tasto e risultano cruciali sia per consentire di bersagliare e colpire una specifica tipologia di nemico, sia per rallentare e stordire tutti gli avversari. Per quanto concerne la “crescita” del personaggio, Kratos ha diversi modi per potenziarsi. Innanzitutto, vincendo gli scontri con i nemici guadagna punti esperienza, che possono essere spesi per acquistare abilità utili in combattimento. Queste abilità sono legate allo sviluppo della sua ascia Leviatano, che a sua volta va potenziata grazie all’ottenimento di appositi materiali. Più si potenzia l’ascia, più si sbloccano nuove abilità da acquisire tramite l’investimento dei punti esperienza guadagnati. Queste abilità sono fondamentalmente nuovi attacchi e/o nuove combo eseguibili in combattimento. Possono riguardare l’utilizzo dell’ascia o anche il combattimento “pugno e scudo” che comunque si rivela molto importante in diverse occasioni. Il Leviatano, poi, può essere arricchito da due attacchi runici: nel gioco se ne trovano diversi e sta al giocatore scegliere quali utilizzare ed è bene sottolineare che li si può cambiare in qualsiasi momento, come se fossero pezzi di equipaggiamento. Allo stesso modo in cui si può cambiare in qualsiasi momento il pomo dell’ascia, che è un vero e proprio pezzo di equipaggiamento, in grado di fornire miglioramenti alle caratteristiche basilari di Kratos, oltre a fornire abilità specifiche. Oltre al pomo dell’ascia Kratos può indossare e migliorare anche pezzi per il busto, le braccia e i fianchi, oltre a un talismano. Ciascuno di questi pezzi va a incrementare le statistiche del personaggio, che sono Forza. Kratos quindi non sale di livello semplicemente uccidendo nemici, ma diventa più forte migliorando la sua ascia, sbloccando nuove abilità e potenziando il suo equipaggiamento oppure ottenendone uno migliore. Dal punto di vista grafico, questo nuovo God of War è uno dei videogames meglio realizzati fino ad oggi, grazie al connubio di un’ottima realizzazione tecnica a una sensazionale direzione artistica. I modelli dei personaggi e dei nemici sono assolutamente eccellenti, così come lo sono molte ambientazioni. Anche le animazioni e la regia di alcuni momenti giocano il loro importante ruolo nell’appagamento audiovisivo che God of War è capace di generare. Molto buono anche il doppiaggio italiano, che va a coprire una mole di dialoghi davvero sorprendente per un episodio della serie. E questa, tra l’altro, è un’altra caratteristica molto apprezzabile e gestita in modo molto intelligente. Svariati elementi della “lore” di questo nuovo God of War e dell’interpretazione della mitologia nordica che Santa Monica propone, vengono raccontati in dialoghi tra i personaggi, che avvengono nei momenti in cui è più opportuno che avvengano, come quando ci si sposta in barca da un posto all’altro, senza quindi andare a sovrapporsi a momenti di gioco in cui si sta necessariamente pensando ad altre esigenze. Unico neo della produzione è l’assenza di una modalità multigiocatore online che a nostro avviso, nel 2018, è una componente fondamentale per la pubblicazione di un software.

Un titolo assolutamente imperdibile per i possessori di PlayStation 4

Tirando le somme, questo Nuovo God of War è un titolo assolutamente imperdibile per i possessori di PlayStation 4 in quanto spreme al meglio le potenzialità della piattaforma di gioco di casa Sony e catapulta i giocatori in un’avventura epica che è destinata a rimanere nell’Olimpo dei videogames. Da solo il nuovo God of War vale l’acquisto di una PS4, quindi, se siete videogiocatori incalliti o se siete ancora indecisi se acquistare l’ammiraglia da gioco del colosso nipponico, a nostro avviso questa è proprio l’occasione giusta.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 10
Sonoro: 9,5
Gameplay: 8,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 9

 

Francesco Pellegrino Lise




Assassin’s Creed Rogue Remastered, il capitolo più cupo della saga torna su Next Gen

A distanza di quattro anni dal lancio, Ubisoft propone l’edizione rimasterizzata di Assassin’s Creed Rogue, capitolo più oscuro dell’intera serie passato in sordina per via della sua uscita esclusivamente su Pc, Xbox 360 e Ps3, ma soprattutto perché fu messo in vendita nello stesso periodo di “Unity”, primo titolo della serie che usciva sulle console next gen. Già al tempo del lancio, questo titolo di “transizione” da un’epoca videoludica a un’altra, era stato etichettato come una copia carbone del bellissimo “Black Flag”, dal momento che ne recuperava pressoché integralmente buona parte delle meccaniche di gioco. La vera novità di Rogue, però, consisteva nelle sue ambizioni narrative: per la prima volta nella saga, infatti, il giocatore era chiamato ad impersonare un templare, nemico giurato degli Assassini. Da un simile spunto “rivoluzionario” non è germogliato però un gameplay altrettanto coraggioso. Dinanzi alle caraibiche meraviglie di “AC Black Flag” o alle sublimi architetture parigine di “Unity”, le lunghe traversate marine di Shay apparivano lievemente sottotono. Eppure, nel complesso, Rogue non era certo un prodotto da sottovalutare: mescolando alcune soluzioni di gioco estrapolate dai suoi predecessori, l’opera ha finito per incarnare un ottimo riassunto delle caratteristiche chiave del brand. Pertanto, la versione rimasterizzata di Rogue, che trasporta anche su Xbox One e PS4 l’ultimo capitolo della così detta “trilogia americana”, racchiude l’essenza vera degli Assassin’s Creed, prima che la serie decidesse di “migrare” verso nuovi orizzonti creativi.

Assassin’s Creed Rogue racconta il viaggio di Shay Cormac evidenziando una vera e propria presa di coscienza, ma soprattutto stravolgendo la così netta distinzione tra buoni e cattivi presente fin dai primi titoli della saga. Dopotutto, prima di essere la storia di un eterno conflitto tra due schieramenti, quella di Assassin’s Creed racconta una storia di uomini. Nonostante alcuni buchi di sceneggiatura, è stato il terzo capitolo della serie a instillare il seme del dubbio nella mente dei giocatori: chi ha memoria della seppur breve alleanza tra Haytham Kenway e il figlio Connor? In quei frangenti il Gran Maestro Templare espone la sua versione dei fatti al giovane, mettendo in luce le fragilità del credo degli Assassini. Da quel preciso momento la serie ha iniziato a non vestire più soltanto il bianco o il nero, anzi ha ridefinito sé stessa con diverse tonalità di chiaroscuro. Assassin’s Creed Rogue, non ha fatto altro che trattare a fondo i temi di cui sopra, narrando – tra le altre cose – vicende un po’ più interessanti e circostanziate rispetto a quanto visto in “Black Flag”. Ubisoft ha quindi deciso di dare una seconda chance a questo titolo proponendolo in versione rimasterizzata per tutti i giocatori che vogliono saperne di più sul ciclo a stelle e strisce dell’opera. Il protagonista di Assassin’s Creed Rogue è diverso da tutti gli altri in quanto va oltre la fede nella sua fazione d’appartenenza, e cerca di vedere con i propri occhi ciò che è giusto o sbagliato, senza lasciarsi incantare da ideali predeterminati. Shay è un Assassino, ma non nutre più fiducia nel “credo”, colpevole – a suo dire – d’aver agito senza moralità alcuna. Pronto a tradire la causa della Confraternita pur di rispettare il suo codice d’onore, il protagonista si arruola così tra le fila del nemico, indossando le vesti di un Templare. Giocando ad Assassin’s Creed Rogue ci si accorge di come esso rimanga un capitolo di spessore all’interno della timeline, un tassello mancante che, sebbene non del tutto indispensabile, aiuta a fare chiarezza su alcuni snodi dell’epopea di Ubisoft. Laddove, almeno nelle premesse, la storyline tenti di imboccare sentieri alternativi a quelli canonici, ludicamente tutto resta estremamente tradizionale. Questo immobilismo, sia chiaro, non è per forza un male, specialmente se consideriamo che la base di partenza è la stessa di “Black Flag”, un gioco che ha saputo traghettare la serie verso lidi avventurosi e pirateschi. Ecco che, come nel quarto episodio, anche in Rogue le battaglie navali svolgono un ruolo centrale. La Morrigan è un’imbarcazione da domare, imbellettare, potenziare: si potrà così veleggiare tra le onde, godersi i panorami lontani, il sibilo della brezza, i canti marinareschi. Ancora oggi, se Rogue sopravvive alle intemperie degli anni, il merito spetta a questo instancabile gusto per i viaggi a bordo dell’imbarcazione, per le avvincenti battaglie navali, per i saccheggi e gli abbordaggi, per gli inseguimenti rocamboleschi fra le onde in tempests, per la scoperta di atolli deserti e tesori sommersi. Nel 2014, Ubisoft commise l’errore di proporre un’esperienza troppo simile a quella del suo predecessore uscito appena un anno prima, limitando fortemente lo stimolo, il gusto ed il desiderio di perdersi al largo dell’oceano. Ma oggi, dopo essere stati avvolti dal solleone d’Egitto con Origins (qui la nostra recensione) ed aver attraversato immense distese di sabbia, bagnarsi con l’acqua salata del mare trasmette una sensazione quasi di novità. In quanto a giocabilità, Assassin’s Creed Rogue non era particolarmente originale già quattro anni fa, e questa edizione rimasterizzata del prodotto non apporta alcun cambiamento. L’impostazione iniziale è esattamente quella di Black Flag: nelle primissime battute della storia si ottiene una nave e la si utilizza per muoversi all’interno di mappe marittime, alternando la missione principale ad attività collaterali. A questo si aggiungono le classiche missioni individuali per il brand, da effettuare in ambienti urbani più o meno estesi.

Se Edward Kenway si muoveva in un’unica mappa di Cuba e dintorni, l’avventura di Shay ne presenta due, la River Valley e l’Atlantico del Nord. Meno estese del predecessore, si differenziano per la natura e il clima, e presentano un paio di insediamenti minori accessibili senza caricamenti. L’unica ambientazione cittadina è New York, la cui mappa è in buona parte ripresa dal terzo capitolo della serie. Le meccaniche a disposizione del giocatore, a terra come in mare, sono sempre le stesse: arrampicata, mimetizzazione e stealth sono quelli ovviamente già visti in “Black Flag”, con la cerbottana sostituita da un fucile ad aria compressa. Allo stesso modo non sono cambiati né il sistema di guida della Morrigan né il suo sistema di potenziamento. Anche il combattimento, tanto in mare quanto a terra, non si muove da com’era sulle piattaforme old gen. Se la trama principale è ristretta in sei sequenze di ricordi, per una durata complessiva di circa una decina di ore, le attività collaterali sono come sempre abbondanti e tengono impegnati i giocatori per almeno il doppio del tempo. In Assassin’s Creed Rogue l’unico elemento effettivamente nuovo rispetto ai titoli precedenti è la possibilità di subire abbordaggi e non solo farli. Questa condizione avviene quando la Morrigan viene speronata con successo dal veliero avversario, cosa che obbligherà i giocatori a difendersi in corpo a corpo. Cacciare gli animali rimane comunque abbastanza velleitario, così come il potenziamento del personaggio, tanto che si finisce per concentrare tutte le finanze solo sulla Morrigan procurandosi i materiali con la pirateria. Per dare vita a questo Assassin’s Creed Rogue: Remastered, Ubisoft ha rimesso insieme buona parte del team originale, che con piacere è tornato a lavoro sulle gesta di Shay Cormac. Gli sforzi della squadra hanno permesso al gioco di offrire una risoluzione di 4K sia su Xbox One X che su PS4 Pro e di arricchire la presentazione visiva con una serie di accorgimenti grafici. Le texture in alta definizione, le luci e le ombre di qualità più elevata e una miglior effettistica in generale, non potranno che far piacere a coloro che vestiranno i panni del cacciatore di Assassini per la prima volta. I miglioramenti grafici e le differenze con le versioni della scorsa generazione sono evidenti anche su PS4 e Xbox One, che vantano tutte le migliorie di cui sopra e una risoluzione di 1080p. Sul fronte sonoro, Rogue si presenta bene grazie a un doppiaggio in Italiano sempre calzante e a una colonna sonora avvincente. Tirando le somme, se vi state chiedendo se vale effettivamente la pena di acquistare Assassin’s Creed Rogue Remastered, la risposta è sì, a patto che non lo abbiate giocato in versione “old gen” o siate dei fan sfegatati della serie che vogliono avere la collezione al completo. L’avventura di Shay è assolutamente godibile anche a 4 anni di distanza dalla sua uscita e se si vuole avere una visuale globale dell’intero universo della serie, non giocare questo capitolo sarebbe un vero e proprio errore.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 8
Gameplay: 8
Longevità: 7,5
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




A.O.T. 2, il sequel del videogame ispirato al manga best seller

Koei Tecmo ha da poco lanciato A.O.T. 2 (Attack on Titan), il nuovo capitolo della colossale serie action per PlayStation 4, Nintendo Switch, Xbox One e Steam. In questo sequel è possibile rivivere la caotica e frenetica azione del manga attraverso gli occhi di un cadetto creato su misura; con una nuova prospettiva del tutto nuova sugli iconici eventi della serie. I giocatori sperimenteranno la nuova e migliorata Omni-Directional Mobility Gear, che offrirà un’avanzata libertà di movimento e una precisa mira utile per contrattaccare le mosse potenziate dei Giganti. Per chi non lo sapesse “L’Attacco dei Giganti” o “Attack on Titan” è un’opera congegnata da Hajime Isayama e questa produzione ha riscosso un grosso successo negli ultimi anni grazie alla sua storia capace di tenere alta l’attenzione di tutti gli appassionati sparsi per tutto il globo. La serie videoludica di questo franchise – sviluppata dagli sviluppatori di Omega Force – è riuscita anch’essa a meravigliare gli utenti attraverso meccaniche innovative, adrenaliniche e soprattutto molto simili alla controparte su carta e trasmessa successivamente in versione anime in tv.

Per quanto riguarda la trama, il gioco, come anche il manga, è ambientato in un mondo di fantasia dove la razza umana è stata quasi decimata dalla prima apparizione di giganti, ossia colossi molto simili all’uomo per le fattezze, ma dotati di intelligenza molto limitata. La loro natura li spinge a uccidere gli uomini e non hanno particolari necessità di cibo e acqua per vivere. L’unica salvezza per il genere umano è rappresentata da tre cinta di mura gigantesche chiamate Wall Maria, Wall Rose e Wal Sina, rispettivamente dalla più esterna a quella più interna. Per garantire una maggiore protezione da eventuali attacchi, la civiltà in questione ha sviluppato un’organizzazione militare che comprende tre rami con altrettanti compiti: il Corpo di Guarnigione (responsabile della difesa delle città e della manutenzione delle mura), il Corpo di Gendarmeria (garante dell’ordine pubblico) e infine il Corpo di Ricerca (soldati ricognitori che si spingono oltre alle mura alla ricerca di nuove informazioni sui giganti per poterli finalmente annientare). Dopo molti anni di sconfitte e di morti, l’uomo ha congegnato una particolare attrezzatura, l’ Omni-Directional Mobility Gear, che permette di effettuare il cosiddetto “Movimento Tridimensionale”. Questa tecnologia consente a un semplice soldato di “volare” attraverso l’utilizzo di rampini lanciati a grande velocità e a gas ad alta pressione. La storia inizia nell’anno 845 quando appare dal nulla un gigante – denominato Gigante Colossale – capace con un solo calcio di perforare Wall Maria, nel distretto di Shiganshina. Questo avvenimento ha concesso a tanti giganti di intrufolarsi nelle mura di cinta e di conseguenza mangiare molti umili cittadini che vivevano nelle vicinanze. In questa tragedia riescono a salvarsi tre bambini – i protagonisti della saga di Attack on Titan – Eren Jaeger, Mikasa Ackermann e Armin Arelet. I tre sono accomunati dalla stessa storia e intraprendono una carriera militare per combattere l’avanzata nemica e di vendicarsi della morte dei propri cari. Fin dai primissimi minuti A.O.T.2 spiega questi avvenimenti attraverso una serie di filmati molto brevi e successivamente consente agli utenti di creare un proprio personaggio che affiancherà quelli descritti in precedenza e agli altri membri del 104esimo corpo dei cadetti. L’alter-ego viene introdotto nella narrazione come un “soldato anonimo” presente nella trama originale dell’anime e la storia viene raccontata attraverso gli occhi di quest’ultimo.

Esattamente come il suo predecessore, A.O.T. 2 offre una corposa Modalità Storia che, a dispetto dei pronostici, permette al giocatore di rivivere non solo gli eventi della seconda stagione dell’anime, ma anche di ripercorrere ancora una volta le vicende raccontate nella prima serie televisiva e nel videogioco lanciato soltanto due anni fa. Tutto ciò rappresenta un perfetto punto di partenza per chiunque non abbia provato il precedente titolo. A.O.T. 2 presenta però una fondamentale differenza rispetto al suo predecessore, ossia, come già detto qualche riga più in alto, la possibilità di creare un proprio avatar personalizzabile e di riscoprire la travagliata storia del fumetto best seller attraverso un nuovo punto di vista. Cresciuto nel piccolo distretto di Shiganshina, cosa che difatti lo rende un coetaneo di Eren Jeager, Mikasa Ackerman e Armin Arlert, il protagonista creato dal giocatore è uno dei pochi superstiti del tremendo attacco perpetrato all’inizio della vicenda dal Gigante Colossale e dal Gigante Corazzato, il quale, durante l’incidente, finisce col renderlo orfano. Salito per caso a bordo di un vascello di soccorso, il giovane si imbatte proprio nello stesso Eren, il quale compie l’ambiziosa promessa di sterminare ogni singolo titano; è proprio questo fatidico incontro a spronare anche l’avatar, rimasto ormai solo, ad unirsi al 104° Corpo Cadetti per diventare un soldato, soddisfare la propria sete di vendetta e riprendersi la città perduta. Dopo aver personalizzato l’aspetto, l’abbigliamento e persino il sesso del protagonista controllato dal giocatore, A.O.T. 2 pone i gamers subito dinanzi ad una delle più interessanti novità della modalità Storia, ossia la cosiddetta “Vita quotidiana”. Mentre la prima incarnazione della saga si limitava a proporre una lunga selezione di missioni cui prendere parte in rapida successione, il nuovo episodio intervalla le suddette spedizioni con lunghi via vai per le strade delle tantissime location esplorabili. Tra un incarico e l’altro, durante le fasi di vita quotidiana, l’avatar può quindi scoprire dei nuovi negozi e altrettanti servizi, ma soprattutto iniziare una conversazione con i personaggi originali del cast, al fine di incrementarne l’affezione, approfondirne la caratterizzazione e sbloccare nuove abilità. Ogni personaggio dispone infatti di un parametro relativo all’amicizia, il quale sale di livello attraverso una serie di azioni che spaziano dalla collaborazione sul campo di battaglia alla scelta delle giuste risposte durante i dialoghi tenuti fra i vari attori principali. Compiacendo i compagni e instaurando legami sociali sempre più saldi, l’avatar eredita di volta in volta le abilità dei commilitoni, consentendo al giocatore non solo di apprendere dei gustosi aneddoti inediti sui propri beniamini, ma persino di personalizzare il personaggio controllato per tutta la durata della campagna principale. A patto di disporre di un adeguato numero di Punti Abilità, l’avatar può invero equipaggiare tutte le capacità altrui, le quali corrispondono a nuove azioni o a poderosi incrementi in termini di statistiche, mentre altre ancora tornano utili durante le imprese di tutti i giorni. Alternando sapientemente le missioni e la vita quotidiana, la modalità storia di A.O.T. 2 vanta dunque una longevità di tutto rispetto che, nel caso in cui si decida di approfondire i legami con tutti i vari personaggi del gioco e svelare dei retroscena assenti persino nell’anime e nel manga originale, potrebbe portar via diverse decine di ore.

Tra le nuove caratteristiche di A.O.T. 2 c’è l’Azione di Squadra sul campo di battaglia; che include opzioni di supporto offerte dai membri del proprio team. Le opzioni includono Salvataggio, Recupero e la Titan Transformation; quest’ultima offre a un membro del team il potenziale per sbloccare il potere dei Giganti. Con i Giganti in grado di sfoggiare movimenti potenziati, gli Scout dovranno usare strategicamente un arsenale di nuove abilità per sopravvivere; dagli attacchi evade-style, come l’abilità dell’azionamento a gancio, agli attacchi furtivi di lunga portata, strategicamente studiati con l’aiuto del nuovo strumento monoculare. Persino il terreno di gioco, in questa seconda incarnazione del brand, assume un’importante valenza strategica. Se in passato i giocatori erano soliti sfruttare i compagni per rifornirsi di oggetti, cambiare le lame smussate del proprio equipaggiamento e fare il pieno di gas, A.O.T. 2 ha invece introdotto le basi, che spaziano da quelle estrattive, utili per recuperare materiali rari, a quelle d’artiglieria automatizzata, per sottomettere i titani a colpi di cannone. In questo caso, tuttavia, gli insediamenti alleati non saranno sempre disponibili sulla mappa, ma dovranno essere edificati sul posto attraverso l’uso degli appositi segnali di costruzione, recuperabili completando le missioni secondarie. Di conseguenza, se in passato la principale attrattiva di A.O.T. era rappresentata dagli scontri con gli Anomali – titani particolarmente ostici e dal comportamento imprevedibile, in grado di neutralizzare qualsiasi manovra evasiva – tutte le nuove meccaniche proposte dal team di sviluppo introducono un genuino livello di strategia che, ai livelli di difficoltà più elevati, saprà soddisfare anche i giocatori più “skillati”. Come nel precedente episodio, ciascuna vittoria premia con i Fondi Corpo, necessari per acquistare oggetti e costruire nuove attrezzature. Personalizzabile durante la vita quotidiana, l’armamentario ripropone il semplicissimo sistema di crafting già esaminato due anni fa, con l’unica eccezione che stavolta i giocatori avranno accesso a una gamma di armi ben più variegata. In A.O.T. 2, i giocatori potranno anche divertirsi in una delle nuove modalità online appena introdotte, ossia la modalità Annihilation; una tipologia di gioco 4v4 dove gli Scouts dovranno competere per raggiungere il punteggio più alto, sconfiggendo Giganti e catturando basi. Inoltre potranno combattere l’uno contro l’altro per ottenere il miglior punteggio e ascendere in cima alla leader board. Nella modalità storia Co-op, invece, i giocatori potranno richiedere l’aiuto dei loro amici mentre completano l’avvincente trama della storia principale. Quanto detto fino a ora però è solo l’inizio in quanto una nuova accattivante modalità online, con Giganti giocabili, sarà disponibile dopo il lancio. Dal punto di vista estetico A.O.T. 2 si rivela un titolo estremamente piacevole da vedere, tanto quanto, a suo tempo, lo era stato il predecessore. Il confronto diretto non è casuale: eesattamente come Wings of Freedom, questo seguito punta forte sulla bontà del suo cel shading, su una costruzione poligonale buona e sulla perfetta riproduzione dei modelli di tutti i personaggi principali della serie di riferimento. I filmati in computer grafica potrebbero essere tranquillamente scambiati per quelli originali, come originali sono anche le voci dei doppiatori giapponesi (con sottotitoli in italiano), che offrono grandi prove recitative, talmente buone da andare oltre la barriera linguistica e veicolare eccellentemente le emozioni dei personaggi. I passi avanti più evidenti rispetto al primo titolo sono stati fatti a livello di ambientazioni, che, pur rimanendo un gradino sotto ai modelli dei personaggi in quanto a dettaglio e pulizia, si sono dimostrate assai più varie e particolareggiate di quelle del capitolo precedente. A livello di performance, il framerate è sempre stabile, con cali minimi e mai che pesano sul gameplay, con tempi di caricamento decisamente brevi in ogni frangente. Tirando le somme, con A.O.T. 2 gli amanti della serie saranno assolutamente felici di trovarsi fra le mani un prodotto solido, bello da vedere, da giocare e da condividere assieme ai propri amici online.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 9
Gameplay: 8,5
Longevità: 8,5
VOTO FINALE: 8,5

 

Francesco Pellegrino Lise




Surviving Mars, alla conquista del pianeta rosso

Paradox Interactive ha lanciato Surviving Mars, un videogioco di management strategico che permette ai giocatori di pianificare, costruire e sostenere una colonia sul pianeta rosso. Creato da Haemimont Games, Surviving Mars, sfida i giocatori a sviluppare infrastrutture sostenibili su Marte, inviando una coraggiosa squadra di coloni e aiutando la loro popolazione a sopravvivere e prosperare. Il gioco è disponibile in tutto il mondo su PlayStation 4, Xbox One, Linux, MacOS e PC, ad un prezzo di 39,99 euro. Una volta lanciato il gioco il menù offre due diverse modalità di base: la partenza normale e la partenza facilitata. La prima è la scelta dedicata ai giocatori meno esperti in questo genere di giochi, la seconda invece è dedicata a chi mangia “pane e giochi gestionali”. Optando per la partenza facilitata sarà a disposizione una partita con impostazioni di base fatte apposta per render la vita più semlice a chi gioca. Oltre a questo spicca anche la modalità “New Game” che permette di avviare una partita personalizzando tutti gli aspetti della missione, aumentando o diminuendo il livello di difficoltà. In new game è possibile personalizzare diversi aspetti: scegliere uno sponsor di missione piuttosto che un altro, ad esempio, cambia la quantità di fondi a disposizione variando anche il numero di persone che sono intenzionate a prendere parte alla missione, e così via. Altra importante personalizzazione disponibile è data dal profilo psicologico della missione (ossia il ruolo che ricopre il giocatore), qui si possono scegliere profili in grado di garantire bonus diversi che vanno a variare la difficoltà della sfida. Il politico ha sin da subito una maggiore disponibilità di fondi, mentre il “rocket scientist” ha un secondo razzo gratuito e così via. Sempre dal menù iniziale di Surviving Mars è possibile anche personalizzare il logo della missione e la tipologia delle anomalie che compariranno sul pianeta, ossia delle zone che, una volta studiate con l’attrezzatura adatta, forniscono potenziamenti, nuove tecnologie via discorrendo. Una volta scelto come impostare la propria esperienza di gioco e che tipo di partita affrontare, è il momento di personalizzare il razzo. Marte è un pianeta freddo, duro e inospitale, quindi il primo razzo che toccherà terra sarà completamente privo di equipaggio umano ed avrà il solo scopo di portare sul posto droni e attrezzatura scientifica per preparare il terreno prima dell’arrivo dei coloni. Quello che si sceglie di mettere nel primo razzo, quindi, servirà ad affrontare al meglio il primo approccio con la superficie del pianeta rosso. Una scelta obbligata è comunque quella di spedire con il primo lancio veicoli che permettono di interagire e colonizzare Marte. L’Explorer analizza il terreno marziano e le varie anomalie, il Rover invece serve a caricare i droni e ne funge da centro di comando mentre il Transport, come dice la parola stessa, serve da trasporto per le risorse che magari possono essere ricavate anche in posti molto lontani rispetto alla base. Nella dotazione iniziale del razzo si potrà anche scegliere la quantità di risorse che si deciderà di portare dalla Terra. Anche le sonde orbitali possono essere modificate: con queste è possibile scoprire e scannerizzare immediatamente nuovi quadranti del pianeta. Ovviamente una sonda scansiona un solo quadrante prima di essere distrutta. L’ultima fase da dedicare prima di arrivare su Marte è dedicata al luogo di atterraggio del razzo. Ogni sito ha la sua quantità di risorse disponibili da utilizzare, di montagne e rilievi che possono infastidire e di minacce da affrontare.

E’ possibile anche scegliere un luogo qualsiasi della superficie del pianeta, senza essere per forza legati alle zone predefinite, che però vengono scelte perché hanno già tutto ciò che serve per sviluppare la colonia. Una volta che si è ultimata la personalizzazione della partita, si può entrare nel vivo dell’azione. Prima di procedere all’atterraggio sulla superfice marziana, viene mostrata una griglia di dimensioni 10×10 con un solo esagono disponibile per far atterrare il razzo. Ovviamente se si è scelto di portare i moduli sonda, sarà possibile scannerizzare nuove zone al fine di avere più scelte sulla zona in cui posizionare la base. Sin dai primi istanti di gioco, si viene seguiti da una serie di aiuti pop-up che fungono quasi da tutorial. E’ bene cercare di far tesoro al meglio di questi consigli, perché un vero e proprio tutorial è completamente assente e i comandi sono moltissimi e a volte anche difficili da capire. In Surviving Mars fondamentale è, innanzitutto, come in ogni city-builder che si rispetti, ottenere una fonte di energia; su Marte questo vuol dire pannelli solari o pale eoliche. Inoltre, installare una bella batteria che conserva energia fa sempre bene. Fatto questo, servono piccole piattaforme di ricarica per i droni e cavi elettrici che le colleghino alle fonti di energia. Prima di proseguire alla descrizione e all’utilizzo degli altri edifici è necessario parlare delle risorse. Su Marte ci sarà bisogno di: cemento, metalli, polimeri (serve edificio che converta acqua e combustibile), pezzi di ricambio meccanici (edificio che converte metallo), carburante (edificio che converte acqua) e elementi elettronici (edificio che converte metalli rari). Di queste risorse solo il cemento è estraibile senza l’aiuto di lavoratori umani, ma tutti questi elementi sono anche trasportabili dal pianeta Terra. Oltre a queste risorse ci sono quelle legate alla vita umana: acqua (estraibile da giacimenti o sintetizzabile con macchinari che generano vapore), ossigeno (edificio che converte l’acqua) e cibo (vari edifici che utilizzano principalmente il lavoro umano). Acqua e ossigeno sono producibili anche senza l’aiuto di lavoratori umani. Ora, da questa lunga lista, all’inizio, è il caso di preoccuparsi soltanto dell’acqua, dell’ossigeno e del cemento (risorsa base per costruire qualsiasi cosa). Una volta messa in piedi una struttura in grado di produrre queste risorse-base in buone quantità si può pensare alla fase successiva: l’arrivo dei colonizzatori e il focus su produzioni più avanzate. Per permettere la vita su Marte servono i così detti “dome”, ossia enormi cupole di vetro rinforzato all’interno del quale bisogna far arrivare elettricità, acqua e ossigeno che permettano la vita e il funzionamento degli edifici che saranno costruiti al loro interno: abitazioni, coltivazioni, ristoranti, infermerie, stazioni di polizia, intrattenimenti vari, aziende, centri di ricerca e via discorrendo. In Surviving Mars i “dome” sono abbastanza ampi ma il numero di alloggi è e per ogni dome sarà necessario pianificare minuziosamente sia i tipi di lavoratori che servono, a seconda degli edifici che si costruiscono, sia i tipi di intrattenimento e servizi da installare. L’offerta di Surviving Mars non finisce qui, infatti, combinando attività terrestri con la ricerca sul pianeta Rosso si accumulano punti-ricerca che si possono usare per effettuare a numerosissime scoperte scientifiche suddivise in cinque specializzazioni (biologia, ingegneria, robotica, fisica e società). Queste scoperte sono organizzate in maniera random in ogni partita e questo vuol dire che ogni volta che si gioca ci si troverà con abilità ed edifici differenti a disposizione in momenti diversi del gioco. Da sola questa caratteristica rende Surviving Mars estremamente longevo. Gli edifici e le attività che si possono costruire ed eseguire su Marte sono moltissime e tutte molto interessanti e ben calibrate in quanto a costo di risorse e relativi benefici.

Surviving Mars premia la pianificazione e l’ordine, sia per quanto riguarda la costruzione e l’uso degli spazi, sia per quanto riguarda la gestione umana sulla colonia. Insomma, giocando a colonizzare Marte non si rischia mai di rimanere con le mani in mano. Per quanto riguarda l’audio, uno dei pregi più grandi di Surviving Mars è la colonna sonora, fattore che generalmente lasciata in secondo piano in questo genere di giochi. Invece qui ci si trova dinanzi a una varietà di brani notevole, sempre orecchiabili e mai ripetitivi, distribuiti in cinque diverse stazioni radio con generi musicali molto diversi gli uni dagli altri. Sicuramente una cosa inusuale in un titolo gestionale. Surviving Mars mostra anche il suo ottimo aspetto estetico con texture ben realizzate ed effetti speciali molto caratteristici. La polvere rossa, tipica del pianeta, è sempre presente e ricoprirà presto gli edifici indicando il livello di manutenzione necessaria, ma anche i dettagli delle strutture e dei colonizzatori sono ottimi e abbondanti. La visuale zoomabile e ruotabile, poi, rende possibile l’arrivare a osservare da vicino i colonizzatori in ogni momento della giornata per vedere che cosa stanno facendo e come procede la loro permanenza sul pianeta Rosso. Surviving Mars è un titolo che fa della longevità il suo punto di forza nonostante manchi un comparto multiplayer. Costruire una colonia di una certa rilevanza su Marte può richiedere decine di ore di gioco e l’esperienza è assolutamente rigiocabile grazie alle diverse zone, ai livelli di difficoltà, alla ricerca randomizzata, al diverso pool di colonizzatori, ai disastri e ai misteri. Ma l’esperienza non è solo longeva, è anche divertente, interessante e stimolante; le ore scorrono veloci e ci si ritrova impegnati in sessioni in cui si perde completamente il senso del tempo e l’unica cosa che ha importanza è ottenere quel flusso di risorse che tanto serve o stabilizzare quei colonizzatori problematici. Tirando le somme, Surviving Mars è un city-builder realizzato con una passione e una cura talmente evidenti che smettere di giocare per tornare alla vita quotidiana quasi dispiace. La difficoltà comunque abbastanza elevata e il tempo necessario per vedere i primi risultati concreti fanno di questo titolo un gioco non per tutti. Chi desidera azione pura e adrenalina è meglio che navighi verso altri lidi. Chi invece cerca un’esperienza rilassante, appagante e che necessita di molto tempo a disposizione da dedicare, troverà in surviving Mars un piccolo e originale capolavoro.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8
Sonoro: 8
Gameplay: 7
Longevità: 9
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise




Final Fantasy XV è ancora più grande con la Royal edition

Final Fantasy XV Royal Edition è un nuovo pacchetto completo pensato per i possessori di PlayStation 4 e Xbox One. Forte di una mole immensa di contenuti, il dlc permette di giocare per ore e ore in uno degli universi più ispirati della serie. Il gdr uscito due anni fa (qui la nostra recensione dell’edizione di lancio 2016) continua quindi ad arricchirsi di novità e aggiornamenti che lo rendono ancora più unico nel suo genere. Final Fantasy XV Royal Edition è davvero quanto di meglio si possa desiderare per gli appassionati del titolo anche se lascia ancora spazio per il futuro, infatti, questa versione del gioco non comprende al suo interno i futuri contenuti annunciati da Square Enix, ma si “limita” a unire in un unico pacchetto il gioco base, il “season pass”, tutti gli oggetti DLC rilasciati singolarmente (fra cui l’utilissimo Booster Pack) e, ultimo ma non meno importante, il Royal Pack, ultimo arrivato del Final Fantasy XV Universe. Si tratta di una versione pensata per i giocatori che, volenti o nolenti, non hanno vissuto il titolo al lancio e non hanno accesso alla Windows Edition per PC; tutti gli altri potranno invece acquistare singolarmente il Royal Pack, in formato digitale, dai rispettivi store online, al prezzo di listino di 14,99 Euro. Tra contenuti scaricabili aggiuntivi, add-on, zone extra, nuovi nemici e missioni secondarie ci si trova quasi dinanzi ad una versione raddoppiata del titolo canonico. L’elemento forse più interessanti di tutti è l’aggiunta di una nuova zona finale, le Rovine di Insomnia, che presenta adesso nemici come Cerberus e Omega. Qui, inoltre, sarà possibile affrontare gli antichi sovrani del mondo di gioco. Una maggiore libertà nell’esplorazione del mondo di Eos, inoltre, viene ora garantita dalla presenza dello Yacht del padre di Noctis, col quale si potrà salpare tra le acque di Capo Caem e quelle di Altissia. Con l’imbarcazione è possibile accedere anche a nuovi pesci e ricette, aggiunta che farà la gioia dei collezionisti. Ma il pacchetto offerto da Final Fantasy XV Royal Edition è significativo anche per la quantità di oggetti che mette a disposizione dei giocatori. Ci sono più di una dozzina di contenuti liberamente scaricabili, tra armi, verniciature per la Regalia, la vettura di Noctis, e dei set di oggetti. Ci sono inoltre tutti i DLC dedicati ai personaggi secondari, che ampliano le ore di gioco offerte: Episode Gladio, Episode Prompto, l’espansione Online Comrades, e Episode Ignis.

La stessa Regalia ora può essere potenziata al modello Type-D per guidarla anche fuori strada. Persino la mitologia e le leggende dei vari luoghi sono state perfezionate, ampliate e approfondite, permettendo di saperne di più su un mondo già di per sè ricchissimo e affascinante. Tirando le somme si può dire che Final Fantasy XV Royal Edition è finalmente il titolo che tutti si aspettavano già nel 2016, ossia: un gioco completo, al pieno delle sue possibilità, dove sicuramente c’è ancora qualcosa da migliorare, come sempre, ma tutto quello che è presente funziona come dovrebbe. Questa Royal edition di Final Fantasy XV include una tale mole di contenuti da giustificare ancora una volta il prezzo pieno, perché nella sostanza aumenta di almeno 25 ore l’esplorazione, l’approfondimento e la raccolta di collezionabili. Oltre ad offrire tanti spunti secondari nel corso della stessa avventura. Se avete già giocato Final Fantasy XV, potete avere l’occasione di riscoprire il titolo, e vi sembrerà ancora freschissimo come due anni fa, questo perché, vi ricordiamo, il gioco base nonostante fosse “troncato” in alcuni punti poggiava su fondamenta solidissime, una trama avvincente, e quindi possedeva tutte le carte per essere ricordato come uno degli episodi più epici della saga di Final Fantasy.

 

GIUDIZIO FINALE 9

 

Francesco Pellegrino Lise




Devil May Cry HD Collection, Dante torna su Pc, Xbox One e Ps4

Quando un gioco scrive la storia di un certo periodo del gaming è più che giusto riproporlo in versione rimasterizzata per le generazioni successive di console. Questo è proprio il caso della Devil may Cry Hd Collection, ossia un’edizione che ripropone i primi tre capitoli della serie che hanno reso Dante, il carismatico protagonista che indossa l’iconico cappotto di pelle rossa, un vero simbolo per tutti gli appassionati di videogames. Devil May Cry, al tempo in cui fu lanciato, ossia nel lontano 2001, rappresentava la perfetta incarnazione di un gioco destinato a scrivere la storia. Prodotto da Capcom, una software house che negli anni ’90 aveva già ampiamente contribuito a definire i contorni del mercato e che era destinata a farlo anche in futuro, con il primo capitolo di questa saga la casa nipponica contribuì al grandioso successo dell’era PlayStation 2. Adesso a distanza di 17 anni è arrivata la possibilità di rispolverare questi ricordi, grazie alla HD Collection di Devil May Cry che Capcom ha pubblicato su PS4, Xbox One e PC. Il lavoro svolto dal team di sviluppo, però, non riesce però a rendere il giusto merito all’epicità dei primi 3 capitoli della serie, infatti la HD Collection rappresenta di fatto una versione leggermente ammodernata dell’omonima pubblicazione già arrivata ben sei anni fa sulle console della scorsa generazione (PS3 e Xbox 360). L’aggiornamento tecnico, sostanzialmente relegato all’incremento della risoluzione, risulta essere troppo marginale per giustificare il prezzo di (ri)lancio. Il problema attorno al quale ruota l’intera produzione di questa HD Collection, infatti, risiede nell’aver riproposto tre titoli che non sono stati minimamente rivisti dal punto di vista tecnico. Tutte le cutscenes, dal primo al terzo capitolo, sono rimaste inalterate, accompagnate da una scarsa pulizia delle texture e un’immagine “stretchata” che soprattutto nei sottotitoli e in tutti i testi che supportano l’esperienza si mostra in maniera fastidiosa. Tutte le schermate d’intermezzo, tra cui quella che anticipa ogni livello oppure tutti i menù, comprese le animazioni delle armi – soprattutto quelle del primo capitolo – non hanno subito alcun tipo di modifica e sono state proposte così come erano originariamente.

Il passaggio dalle scene di intermezzo, rimaste in bassa risoluzione, ai momenti di gameplay è visibile, soprattutto perché i secondi godono di una pulizia maggiore, di un tentativo di proporre una risoluzione quantomeno più gradevole: il tutto viene sicuramente supportato adeguatamente da quelli che sono gli fps che assicurano una fluidità al titolo non solo molto alta, ma anche molto stabile, aspetti che non sono da sottovalutare e che danno un valore sicuramente più alto alla saga. Dall’altro lato, però, la telecamera continua ad avere le medesime problematiche che presentavano i Devil May Cry originali, con dei ribaltamenti della visuale che nelle stanze più anguste risultano essere abbastanza fastidiosi. L’immagine, poi, resta a 4:3 quando Dante raccoglierà un oggetto, andando a contrastare i 16:9 delle scene normali con delle bande nere laterali e con un fondale opaco e sfocato. E’ importante segnalare che se la versione PC riesce a offrire una risoluzione in 4K, quella per console non si sposta dai 1080p, confermando che il lavoro svolto non si discosta tantissimo da quanto proposto al pubblico sei anni fa. Complessivamente, per chi volesse lanciarsi in una malinconica “operazione nostalgia”, o per chi avesse intenzione di comprendere e scoprire l’epoca d’oro degli action 3D, giocare alla trilogia di Devil May Cry resta un passaggio obbligato e fortemente consigliato. Quello che però risulta davvero difficile da giustificare è l’operazione commerciale alla base di questa raccolta in alta definizione. È davvero poco comprensibile come, sei anni dopo l’uscita della HD Collection per PS3 ed Xbox 360, il publisher non abbia trovato il tempo necessario a sistemare questi problemi, rendendo la trilogia originale di DMC pienamente godibile anche su questa generazione di console. Se siete appassionati della saga o siete semplicemente intenzionati ad acquistare questo titolo è importante sottolineare che se il capostipite della serie e il suo seguito vanno essenzialmente affrontati con spirito da retrogamer, senza doversi aspettare miracoli grafici, mentre il terzo episodio è ancora oggi godibile senza troppi compromessi. Ma i problemi di questa raccolta sono indipendenti dalla qualità dei titoli che contiene. Capcom si è limitata a prendere una trilogia pubblicata durante la scorsa generazione, ne ha aumentato la risoluzione, ma ha lasciato inalterate le cut-scene e i menù. Tale rimasterizzazione a metà non giustifica il costo pieno del prodotto e potrebbe far storcere la bocca a chi si aspettava una messa a nuovo di una delle serie più importanti del mondo del gaming. Tirando le somme, se avete nostalgia dei primi tre episodi della saga, oppure volete far vedere ai vostri figli come erano i videogames quasi 20 anni fa, questa raccolta fa per voi. Nel caso contrario, se avete già spolpato questi titoli quando uscirono o avete giocato la collection su Ps3 o Xbox 360, il suo acquisto potrebbe sembrare superfluo.

 

GIUDIZIO GLOBALE:

Grafica: 5,5
Sonoro: 6
Gameplay: 6
Longevità: 6,5

VOTO FINALE: 6

 

Francesco Pellegrino Lise




Metal Gear Survive, lo spin-off della saga Konami arriva su Xbox One, Ps4 e Pc

Prima di entrare nel vivo della recensione è bene premettere che Metal Gear Survive deve essere visto e valutato per quello che è, ossia un semplice spin off ambientato nell’universo della serie, un episodio a sè che non si propone in alcun modo di continuare o arricchire la storia pensata da Hideo Kojima. Metal Gear Survive non si vuole presentare agli occhi del mondo come un nuovo capitolo della saga principale, pertanto, il titolo sarà da noi descritto e valutato proprio come un videogame del tutto slegato dalle opere di Kojima ed è proprio con questo spirito che bisognerebbe giocarlo.

La trama di Metal Gear Survive ha inizio nel 1975, durante l’attacco contro Big Boss alla Mother Base, l’ormai celebre piattaforma marittima e sua base delle operazioni

Come ormai gli appassionati della saga sapranno, l’attacco è andato a buon fine, e Big Boss si trova costretto a scappare insieme a Miller e a pochi altri superstiti. Poco dopo la sua fuga, però, si apre nel cielo un grosso wormhole che risucchia al suo interno tutto quello che trova. La scena si concentra su due soldati in particolare, il protagonista, e un compagno, Seth. Sfortunatamente non si riesce a salvarlo e Seth viene risucchiato nel portale mentre l’alter ego virtuale di chi gioca cadrà a terra perdendo i sensi e venendo dato per morto. Dopo circa sei mesi da questo fatto, il protagonista sarà risvegliato in una struttura appartenente alla Sezione Wardenclyffe, un’organizzazione di ricerca segreta del governo, e un uomo soprannominato Goodluck aggiornerà il giocatore sulla situazione. Goodluck frà sapere che il Wormhole collega il mondo a una dimensione alternativa dove si è diffusa un’infezione che trasforma gli umani in creature simili a zombie, e spiega inoltre che il contatto del protagonista con esso lo ha infettato. A questo punto verrà assegnata la missione che bisognerà portare a termine, ossia: attraversare il wormhole e raggiungere Dite, cioè la destinazione da raggiungere, trovare una cura per l’infezione e salvare gli eventuali superstiti. Una volta ascoltato il brief e ottenuto il soprannome di “capitano”, il protagonista sarà pronto a partire per la sua missione. I primi due personaggi con cui si farà conoscenza su Dite saranno Reeve, un soldato che combatteva nello schieramento opposto sulla Mother Base, e Virgil, una IA dalla doppia personalità che guiderà il giocatore durante la sua permanenza su Dite. A questi, nelle circa 20 ore necessarie a terminare la storia principale, se ne affiancheranno poi altri: un’infermiera di nome Miranda e un poliziotto di nome Nicholas. Nonostante l’incipit da principio possa sembrare un po’ forzato, la narrazione della storia risulta nel suo complesso scorrevole e molto coinvolgente, senza momenti morti e coniata perfettamente per un titolo di questo genere.

Metal Gear Survive si presenta infatti come un Survival nel senso più classico del termine: dall’inizio alla fine della storia l’obiettivo principale sarà sempre lo stesso: sopravvivere. Sin dal primo minuto sarà necessario tenere sotto controllo due statistiche fondamentali, ovvero la fame che rappresenterà la vita massima, e la sete da cui invece dipenderà la stamina, ossia, l’energia necessaria per scattare, arrampicarsi o camminare accovacciati. A queste due, poche ore dopo l’inizio del viaggio su Dite se ne aggiungerà una terza, l’ossigeno, che non servirà nell’area principale, ma che verrà consumata durante le spedizioni nella “polvere”, ossia l’area dominata dagli infetti. Una volta raggiunto il campo base il giocatore avrà a disposizione solo un’area quasi senza difese e con soltanto poche strutture quali: un falò per cuocere il cibo o i banchi da lavoro per craftare gli indumenti, le armi e gli accessori. Tutte le ricette per gli equipaggiamenti e per le postazioni potenziate andranno trovate durante le spedizioni nella polvere. Un discorso simile vale anche per le risorse: tutto ciò che è necessario per costruire strumenti e molto altro ancora bisognerà trovarlo in giro, tra casolari abbandonati e rottami sparsi per la mappa. Queste risorse, da quelle alimentari ai materiali per costruzioni, ricompariranno ciclicamente negli stessi punti. Per ricordare le zone esatte dove si trova un determinato materiale interviene una feature della mappa di gioco molto interessante, che offre la possibilità al giocatore di posizionare a dei segnalini specifici come ad esempio una goccia d’acqua per indicare la presenza di risorse idriche o una testa di pecora per indicare dove poter trovare animali erbivori da cacciare. La mappa di gioco, da principio, sarà completamente oscurata, fatta eccezione per la zona del campo base, e ad ogni rientro da una spedizione si aggiornerà mostrando la morfologia ed eventuali punti di interesse delle zone che sono state esplorate. Gli equipaggiamenti, divisi per rarità attraverso i colori bianco, verde, blu, viola e arancione, sono davvero molti, tra armi corpo a corpo, armi da fuoco, granate e gadget vari. Quindi da questo punto di vista Metal Gear Survive offre una gran varietà. Durante le battaglie sarà possibile inoltre costruire barricate o torrette fisse per aiutare il protagonista a sopravvivere contro le ondate di mostri che si avventeranno su di esso. Armi e costruzioni potranno inoltre avere un danno elementare di fuoco, elettrico o ghiaccio, naturalmente con effetti differenti a seconda del tipo di nemico che bisognerà affrontare. Per quanto riguarda lo sviluppo e la crescita del protagonista, per farlo crescere di livello sarà necessario consumare punti Kuban, ossia la risorsa base del gioco, disponibile presso l’apposita postazione. Questa risorsa potrà essere facilmente ottenuta uccidendo i mostri e raccogliendola dai loro corpi morti, e ad ogni level up si otterrà un punto abilità che sarà possibile spendere per potenziare gli attributi base: forza, vitalità, destrezza e resistenza, o per sbloccare nuove mosse per danneggiare i nemici.

https://www.youtube.com/watch?v=gOb020icOzk

Metal Gear Survive, nonostante non riesca ad offrire una gran varietà di missioni da svolgere, offre la possibilità di giocare in maniera cooperativa online. Infatti, in qualsiasi momento, si potrà usare il proprio personaggio per giocare con altri players in missioni di recupero, una sorta di modalità ibrida fra orda e tower defense, in cui sarà necessario difendere punti specifici. Al contrario delle attività, le creature qui si differenziano molto bene tra di loro e oltre ai vaganti, ossia gli zombie più semplici, sono presenti anche gli striscianti, dei ragni giganti, le vedette, i kamikaze, i cercatori, gli afferratori e i temibili lanciatori. Le missioni multiplayer, purtroppo, soffrono di un’alta dose di monotonia, più di quanto avvenga nella modalità single player, dove la creazione della base permette di avere una gestione più variegata e un’offerta più interessante. In ogni caso l’esperienza in compagnia di altri tre amici è appagante, per le prime occasioni, e riuscirà a donare qualche interessante variante all’esperienza in solitaria nelle lande di Dite. Per quanto riguarda la grafica, il comparto tecnico si presenta molto solido grazie al Fox Engine, che non ha di certo bisogno di presentazioni: la campionatura sonora appartiene a quella che è presente in Metal Gear Solid V e non stona con il resto dell’esperienza, che dal punto di vista visivo pianta bene i piedi a terra e non dà spazio a incertezze o imperfezioni. Tirando le somme, con questo Metal Gear Survive Konami lancia sul mercato un’interessante variante alla storia canonica di Ideo Kojima. Metal Gear Survive paga lo scotto del nome che porta, ma trascina l’eredità e l’iconografica della saga nell’ambito dei survival, inventandosi una linea temporale alternativa per raccontare una storia sicuramente meno credibile, ma non per questo priva di spunti interessanti. Creando un sistema di progressione tripartito, basato sullo sviluppo di personaggio, equipaggiamento e base, il titolo riesce a valorizzare in maniera convincente delle meccaniche survival basilari ma efficaci. Quello che stupisce è però la struttura della campagna e la quantità di contenuti presenti dopo trenta ore di gioco, infatti, Metal Gear Survive propone un endgame suddiviso tra missioni co-op ed una fase esplorativa rinvigorita dalla presenza di boss inediti e sottoclassi da potenziare. Allo stato attuale dei fatti il punto debole del prodotto è soprattutto la monotonia del multiplayer, che spesso diventa meccanico, anche se non risulta mai banale o poco impegnativo. Per quanto per i puristi della serie sia legittimo non avere in simpatia Metal Gear Survive, chiunque deciderà di avvicinarsi al titolo con mente aperta, troverà nel prodotto di Konami un gioco di sopravvivenza più che discreto, che potrebbe addirittura migliorare nel caso in cui il supporto post-lancio sia costante e continuo. Insomma, Metal Gear Survive, seppur non fa gridare al miracolo, offre un’esperienza di gioco appagante, un livello di sfida buono e molte ore di sano divertimento.

 

GIUDIZIO GLOBALE:
Grafica: 8,5
Sonoro: 8
Gameplay: 8
Longevità: 7,5
VOTO FINALE: 8

 

Francesco Pellegrino Lise