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Editoriali

Tutti tranquilli (si fa per dire): c’e’ Lord Conter il cavaliere che da bianco è diventato nero

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E così abbiamo un ‘nuovo governo’. Cioè, metà del governo vecchio, più un’altra armata fra vecchi PD e raccogliticci nuovi elementi eterogenei, da cui si comprende come gli sforzi del Cavaliere Nero ‘Giuseppi’ Conte lo abbiano portato a raschiare il fondo del barile. Ma non da solo. Già, il Cavaliere Nero, quello che si era presentato come Sir Galahad, il Cavaliere Bianco senza macchia e senza paura, l’avvocato degli Italiani. Ma che tale non si è dimostrato. All’inizio lo avevamo creduto un novello Cincinnato, con quella dichiarazione che aveva rilasciato al suo esordio, che diceva pressappoco così: La mia esperienza politica inizia e finisce qui. Dopo questo governo, non rimarrò in politica. Lo faccio solo per amore degli Italiani e dell’Italia. Più o meno. Il sen so era quello. Ma poi qualcosa è cambiato, facendoci capire che in politica i miracoli non esistono. Il sospetto, però che la sua condotta fosse già viziata all’inizio da alcune riserve mentali, sorge quando si da’ un’occhiata a chi è ‘Giuseppi’ Conte, il Cavaliere senza macchia e senza paura, il sir Galahad che dal bianco ha virato improvvisamente al nero più fosco. Quando si è presentato a giurare davanti a Mattarella, lo stesso (Mattarella) avrebbe potuto dirgli che poteva farne a meno, che era ancora ‘sotto giuramento’, come succede nei tribunali per i testimoni. Giurare e stragiurare fedeltà alla Repubblica – e non all’Italia – non giova alla condotta di un presidente del Consiglio: non ha semplicemente senso. Come per la campanella. Conte è succeduto a se stesso, passandola da una mano all’altra, in una ennesima comica finale che tutta questa compagine governativa rappresenta, riproponendosi alla nostra memoria come la famosa armata raccogliticcia del cavaliere Brancaleone da Norcia. Un’armata radunata in fretta e furia per evitare non già l’aumento dell’IVA, ma le elezioni che il Capo dello Stato sarebbe stato costretto ad indire, sciogliendo le camere. L’abbiamo visto, invece, il Presidente, sorridente e felice, dopo che Conte aveva sciolto la riserva nelle sue mani: una delle rare occasioni in cui ha mostrato buonumore, bisogna dire. Possiamo pensare che si sia sentito sollevato. E possiamo legittimamente pensare che il suo sollievo sia dipeso dal fatto che finalmente le comprensibili pressioni esogene che lo preoccupavano sarebbero cessate. Tutto andava nella direzione giusta. Riportano alcuni giornali che nel momento più delicato della trattativa la Merkel ha telefonato a Conte, spronandolo a fare il governo a tutti i costi ‘per fermare i sovranisti’.

Quello che irrita ogni buon cittadino italiano, alla fine, è proprio questa ingerenza nei nostri affari interni, che riporta alla mente un’altra ingerenza del genere, quella di Adolf Hitler. E sappiamo com’è andata a finire. Questo è uno dei motivi ‘fondanti’ della nuova ‘maggioranza’ solo parlamentare, ma gradita alla Merkel e ai suoi sodali. Ma in che mani siamo? Un altro motivo fondante di questo ‘nuovo’ governo voluto da Renzi (lo avevamo detto che avrebbe ricicciato dopo il suo ingresso ufficiale nel Club Bilderberg, durante l’ultima riunione, la 67esima, a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al due giugno) è la grande abbuffata di poltrone che si prospetta: 140 superpoltrone da spartire, per ridisegnare la mappa del potere. E nel 2022 la nomina del Presidente della Repubblica: scommettiamo che andrà a Prodi? Mentre, come scrive un quotidiano in prima pagina, con i comunisti al potere i Vescovi stappano bottiglie di champagne e i migranti fanno festa.

Diciamo intanto che Salvini, bene o male, aveva e continua ad avere contro tutti, ma proprio tutti, compreso il papa Bergoglio, un gesuita portato al soglio pontificio dopo aver costretto alle dimissioni Benedetto XVI. Delle oscure trame del Vaticano poco o nulla sappiamo. Sappiamo però che esse sono oscure – e per il grosso pubblico incomprensibili – tanto da indurre Francesco a scegliere di non abitare nelle stanze avite di S. Pietro, ma di far capo a Santa Marta. Timore di far la fine di Giovanni Paolo Primo? Il sospetto è legittimo, guardando poi cos’è successo con il Secondo, autore di una rivoluzione epocale, che il buon Luciani evidentemente non era idoneo a provocare.

Insomma, dietro Conte si intravvede la longa manus del potere gesuita, se non papale. Sarà ormai noto ai più che ‘Giuseppi’ ha studiato in un collegio facente capo ad una fondazione tenuta dal cardinal Silvestrini, recentemente scomparso (niente male, morto un Papa se ne fa un altro, figuriamoci un cardinale).

Silvestrini è stato il più grande protettore di Conte

Pare che fosse (Silvestrini) addirittura il potere della Curia romana dietro Andreotti, il successore del cardinal Casaroli. Uno dei gesuiti che hanno brigato per portare Bergoglio dov’è adesso. E chi è oggi l’uomo più potente dopo Bergoglio? Proprio monsignor Pietro Parolin, attuale segretario di Stato del Vaticano. Quello che strillava più forte degli altri contro Salvini. E con Parolin c’è un coacervo di personaggi legatissimi a Conte, il professore più appoggiato dal Vaticano. Praticamente uno che ha lo stesso potere che aveva Andreotti. D’altronde, da Volturara Appula a Roma il passo è lungo, e se non hai chi ti aiuta non lo potrai mai compiere.

Zingaretti. Ne vogliamo parlare?

In piena crisi di uomini e vocazioni – un po’ come la chiesa Cattolica – il PD è stato costretto ad eleggerlo segretario. Ormai i DEM hanno in mano un fascio di foglie secche, un partito logorato dagli scandali – anche se sottaciuti, per lo più – distrutto da Renzi, pieno di personaggi stanchi politicamente, ormai non più in grado di esprimere nulla, per la maggior parte svogliati, disinteressati, inquisiti, condannati, processati, scaduti come lo yogurth. Zingaretti, l’uomo del nulla, s’è mostrato subito svogliato, incredulo, inadeguato. Secondo lui questo matrimonio non sarebbe stato da fare, e la sua posizione iniziale lo dimostrava. Ancor più quando Di Maio ha portato a venti, tassativi ed irrinunciabili, i dieci punti iniziali. Si sarà sentito un poveraccio lo Zinga con i suoi soli cinque punti.

L’accordo ha sfiorato il fallimento

Ma dietro le quinte c’era chi ha brigato per forzare la mano ai Cinquestelle. Nell’ordine, Renzi, Prodi, Merkel, l’Unione Europea, cioè il club Bilderberg. Il Cavaliere Nero ha fatto il resto. Una volta nei piccoli paesi delle nostre provincie, specialmente nel meridione, esisteva la figura del sensale, quello che presiedeva al mercato del bestiame, aiutando compratori e venditori, e con lo stesso savoir faire organizzava i matrimoni. Senza che una famiglia o l’altra dovessero compromettersi, rischiando la faccia con un rifiuto, si occupavano di portare da una famiglia all’altra le proposte e le condizioni per unire due giovani – che in pratica s’erano solo visti per strada, o a messa, ma che non avevano mai neanche scambiata una parola – e combinare il matrimonio. Si chiamavano – absit iniuria – ‘ruffiani’. In senso buono, naturalmente. Ma certamente Zingaretti e Di Maio non sarebbero convolati ad ingiuste nozze senza l’opera di mediazione di Giuseppe Conte. Il segretario del PD avrà tirato un sospiro di sollievo, accorgendosi che c’era qualcuno molto più capace di lui che gli toglieva le castagne dal fuoco. Di Maio avrà benevolmente accolto l’intervento tanto invocato del Cavaliere Nero, accorgendosi troppo tardi della fregatura. Infatti, il più del tempo lui dovrà pensare non ai suoi venti punti cinquestellati per ridare diritti ai cittadini, ma soltanto delle questioni che riguardano l’Italia all’estero. Così se lo sono tolto dai piedi. Ai bambini si dice d’andar fuori a giocare, di solito, quando danno fastidio. In più dovrà anche imparare almeno l’inglese, e speriamo che i risultati siano migliori di quelli di don Matteo Renzi con il suo inglese ‘creativo’. Spicca in tutto questo la mancanza di spessore di Zingaretti, (a proposito lui, l’inglese, lo conosce?) il quale dall’inizio s’è messo in bocca due o tre slogan che andava ripetendo continuamente, in ogni occasione, ricordando il ragazzino di Miseria e Nobiltà, a cui avevano detto di ripetere, a chiunque lo avesse interrogato, la stessa frase, cioè “Vincenzo m’è padre a me.” Così Zingaretti a tutti ripeteva che “E’ finito il governo dell’odio (l’unico odio è stato quello dei Piddini contro Salvini), abbiamo un governo di svolta per salvare l’Italia (attenti alle svolte, non sai cosa c’è dietro l’angolo. Quanto poi a salvare l’Italia, già ci hanno pensato gli Americani nel 44, dopo Garibaldi. E non credo che ci trovassimo in quella condizione).” Quanto poi alla ‘discontinuità’ che lui invocava, intendendo un ‘governo nuovo’, in realtà il governo è nato vecchio. Solo alcuni elementi sono nuovi. Non si capisce bene perché si vada a caccia del nuovo quando il vecchio alla fine funzionava, ed è stato interrotto non da Salvini, ma da quella frangia di 5stelle che ha votato per Ursula Von Der Leyen alla Commissione europea.

Quattordici voti fuori dagli accordi che hanno permesso l’elezione della Von Der Leyen (per appena nove voti) e dato un taglio netto al governo gialloverde, separando appunto il giallo dal verde. In pratica, il governo era già defunto quando Conte, in Senato, gli ha dato il colpo di grazia, dicendo che se nessuno aveva il coraggio di farlo, la parola fine l’avrebbe messa lui, andando ipso facto dal Presidente della Repubblica. Zingaretti si è sentito in dovere di rassicurare gli elettori promettendo il ‘nuovo’, ma il nuovo non sempre è meglio del vecchio, specie quando rispecchia una maggioranza solo parlamentare. (L’ingresso di LEU nell’esecutivo rispecchia proprio l’esigenza di ottenere i ‘numeri’ al Senato). L’unica novità sarà quella di smontare ciò che di buono aveva fatto Salvini: si riapriranno i porti, (ritornando ai morti in mare, a favorire gli scafisti e i mercanti di uomini, ridando vigore alle associazioni che lucrano sui migranti, riempiendo le nostre strade di disperati o di delinquenti senza dimora, pericolosi per il cittadino medio), si abrogheranno i decreti sicurezza, si imporrà una tassa sui patrimoni, eccetera eccetera. Nel nome della novità a tutti i costi, con lo spauracchio di un aumento dell’IVA che, a quanto pare sarebbe assorbita in sede di produzione e non peserebbe sui consumatori, in realtà per distruggere ciò che gli Italiani, la maggior parte, hanno visto con favore. Magari anche in materia di legittima difesa, ritornare a quella leggina – l’art 52 CP – che non tutela le persone per bene. L’Italia non ha mai negato la salvezza in mare. Ma una cosa è raccogliere in mare ottanta, cento disperati su di un gommone lasciato apposta lì perché affondi, un’altra è portarli sempre tutti in Italia, trasformandola in un immenso campo profughi. E qui ci sarebbe da dire tanto. In ogni caso, lo Zinga, compiuta la sua missione impossibile, ha deciso di tornarsene al palazzo della Regione, dove lui è qualcuno, rinunciando ad una vita politica senza certezze, visto come i governi vanno e vengono. Probabilmente anche suggestionato da tutte le fonti d’informazione che danno a questo governo vita breve. Meglio stare alla Regione, dove potrà comodamente continuare a raccogliere il frutto delle proprie fatiche, magari commissariando ancora i Comuni per costringerli, nonostante un referendum popolare plebiscitario abbia sancito che l’acqua è un bene comune, e non va privatizzata, ad accettare l’amministrazione della società Talete, che pare abbia grossi problemi di contabilità da recuperare sugli utenti, per cui l’attuale bolletta idrica di noi cittadini con Talete sarebbe quintuplicata, e di questo testimoniano tutti coloro che da anni pagano l’acqua alla Società Talete. Non sappiamo per far bene a chi, dato che da sempre l’acqua è stata fornita ai cittadini dal proprio Comune. Ma tant’è: a questo governo l’Europa ha già aperto le braccia e le gambe, lasciando intendere che da oggi in poi gli sforamenti e le flessibilità saranno più che possibili, addirittura graditi, anzi a controllare questi fattori economici ci vedrebbero bene proprio un italiano, magari quel Gentiloni che con il suo stile inglesizzante vanta anche qualche quarto di nobiltà. Paolo Gentiloni Silveri, dei Conti Gentiloni Silveri, signori di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino, laurea in Scienze Politiche alla Sapienza, dal 1990 giornalista professionista. Un uomo grigio, grigio nei capelli, grigio negli abiti di sartoria, grigio nei comportamenti: tanto, come diceva il maggiordomo dai guanti grigi accarezzando il lato B della sua padrona “Signora – alle sue rimostranze – il grigio va su tutto”. Insomma, da oggi ogni problema è risolto, i media non fanno altro che adottare toni trionfalistici per ogni minimo rumore politico, cantiamo Alleluia, l’Italia è finalmente salva, giusto sul ciglio del burrone, ma grazie a Dio è arrivato il favoloso Settimo Cavalleggeri; avviata così ora verso un sicuro futuro di crescita e di benessere, con lo spread ai minimi storici e il debito pubblico avviato all’annientamento.

Mattarella chiede ufficialmente ‘Un ruolo di primo piano nella UE’, ciò che non s’era mai sognato di fare col governo gialloverde: ma sarà ‘super partes’?

I Dem hanno i loro ai posti di combattimento, (hanno già incominciato a tirar calci ai grillini), anche se qualche curriculum rimane basso, ma proprio basso – come lo Zinga, con il suo diploma di odontotecnico che immaginiamo in cornice, appeso dietro alla poltrona della scrivania del suo studio privato, come di prassi. O qualcun altro/a che vanta la terza media, e di cui neanche Wikipedia riporta la biografia: ma che volete, quando si va al Sindacato non ti chiedono di più. E comunque è vietato criticarlo/a, soprattutto per il suo abbigliamento ‘creativo’.
Su tutti svetta il Cavaliere Nero, novello Brancaleone da Norcia, divenuto avvocato dei migranti – dei quali non contrasterà più l’accoglienza, ma la caldeggerà – che con il curriculum lungo due braccia sopperisce ad ogni mancanza. Mala tempora currunt.

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Governo Pd5: aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’

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Aggiungi un’altra poltrona che c’e’ un sottosegretario in piu’ o anche aggiungi un altro sottosegretario perché c’è una poltrona in più. Tutto dipende dal punto di vista di chi guarda, ma l’oggetto è sempre “quello”, la spartizione delle poltrone.

Finalmente la faida per l’appropriazione delle poltrone si è sedata e la squadra del Governo Conte 2.0, sembra finalmente, avere trovato la pace. I viceministri sono stati collocati proporzionalmente, 4 al PD e 6 al M5S. Le ghiotte poltrone dei sottosegretari sono state condivise “in buona armonia” tra i commensali del gran banchetto luculliano a Montecitorio. Agli invitati M5S è andato il boccone del prete, cioè 21 postazioni; al PD sono state riservate 18 poltrone; a LEU per gratitudine sono state servite 2 portate ed 1 poltrona è stata regalata come obolo al Movimento Associativo Italiani all’Estero. Lo so, di quest’ultimo nessuno ne conosceva l’esistenza. Così è, ma a Conte 2.0 faceva comodo.

A questo punto l’Italiano ignaro tira un sospiro di sollievo e va a dormire tranquillo, pensando che ormai l’Italia si trova in mani sicure, il cambiamento avviato, la svolta pure e la barca va. Ma le cose stanno proprio così? Non pare proprio. Ci vuole un grande senso di realismo per crederlo. Nel caso del governo Conte 2.0 i due movimenti girano su rotatori opposti. Attualmente stanno al semaforo. Si guardano in faccia. Si studiano e sono attenti a non sovrastarsi a vicenda. Davanti a loro una corsa ad ostacoli e lungo il percorso della maratona, sui bordi del sentiero, li attende una folla oceanica, che non sta lì per applaudirli, al contrario per rinfacciargli il volta faccia, e piccoli e grandi, anziani e non solo gridano il loro dissenso.

Se il buongiorno si vede dal mattino, l’infuocata querelle fra i due “colori” per la spartizione dei sottosegretari e dei viceministri non lascia alcun dubbio. E’ stato peggio del concorso per la selezione dei Navigator quando a Roma si sono presentati 100 mila candidati. Per le poltrone dei sottosegretari e viceministri si dice che a Montecitorio ci sia stata una folla incontrollabile e qualche accesa discussione tra la “riva gialla e la riva rossa”.

Gente che segue gli avvenimenti come vengono trasmessi dalle varie reti, ieri sera commentavano. Si sentivano commenti di ogni genere e alcuni non si possono riportare qui per rispetto di chi legge. Un signore di una certa età vantandosi d’avere avuto la fortuna di ascoltare le battute di Ernesto Calindri e Franco Volpi nel Carosello della China Martini, esternando tutto il suo scetticismo esclamava:“Non può durare. Dura minga, dura no”.

È naturale che la reazione alla decisione di procedere a questa forma di governo da parte del Colle, battezzato il governo del cambiamento, della svolta, possa essere il disincanto di una domanda: durerà questo governo, e, se sì, avrà davvero i margini di consenso, in Parlamento, per poter governare davvero, per dare risposte efficaci ai problemi del Paese?
Tratteniamo il respiro. Domani è un altro giorno…

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Giuseppe Conte: il re è nudo

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Giuseppe Conte, da Volturara Appula, in provincia di Foggia, sulle montagne della Daunia, altitudine circa 550 mt. sul livello del mare, abitanti poco più di 400: praticamente un condominio. Il nome Volturara – associato all’aggettivo Appula, per la sua collocazione in Puglia – significa ‘Città degli avvoltoi’, dal latino ‘Vultur’, ‘avvoltoio’ , un rapace poco elegante che si nutre di carcasse in putrefazione, uno spazzino della natura. Un uccello rapace dalla grande apertura alare, ma non nobile come l’aquila: in realtà asservito ad uno scopo ben preciso. Un uccello dalle grandi ali, ma dalla moralità di saprofago. Un luogo che ha dato i natali al nostro, degno cittadino di quel piccolissimo Comune, figlio del segretario comunale e di una maestra elementare, cresciuto all’ombra dei Gesuiti del Collegio Nazareth, che nella evidenza delle cose lo hanno accompagnato dov’è ora: da Volturara a Bruxelles il passo è lungo.

Conte è volato a riferire alla sua superiore Ursula Von Der Leyen, non appena terminata la scontata cerimonia di fiducia al nuovo governo in Senato, lasciando il suo scranno dorato ancora caldo. Una visita lampo. L’uomo che sussurrava alla Merkel è andato a presentare alla presidente della Commissione europea la sua obbedienza, senza riceverne particolari elogi. Tutto era previsto, e non era ammesso che fosse il contrario.

Salvini fa paura. Con il suo piglio rozzo ma efficiente, con il suo vocabolario grezzo, ma espressivo ha fatto paura a tutti i papaveri dell’UE. Ha fatto paura anche per il suo potere aggregante, e per il progetto di creare una forza populista e sovranista con i capi di Stato di altri Paesi – come Orbàn e la Le Pen – che potesse bilanciare lo strapotere di una Unione Europea strumento di poteri forti che vengono da lontano. Tanto che a Bruxelles, ma anche a Strasburgo, a Parigi e a Berlino, si sono disposti a contrastarlo, e l’hanno fatto con la loro consueta efficienza da Spectre. Oggi è chiaro a tutti che il ribaltone che Salvini – definito ‘traditore’ da Conte e dai Cinquestelle, i veri traditori – aveva percepito, non era una scusa per indire nuove elezioni e capitalizzare i consensi che i sondaggi gli accreditavano.

La manovra sotterranea targata Renzi era già in atto da almeno sei mesi, e bloccava l’attività parlamentare, già prima che Matteo Salvini dichiarasse finita l’esperienza di governo. Dell’inciucio tra PD e 5stelle s’è saputo da una anonima Gola Profonda. Un ministro – di cui tutti, naturalmente conoscono nome e cognome – che non ha resistito alla tentazione di vantarsi di aver tramato con altri pentastellati per far cadere il governo, bloccandone le azioni, cosa di cui Salvini si lamentava da parecchio. La certezza è che anche Giuseppe Conte sapesse tutto, e che se ne sia fatto complice, alla luce del suo convinto europeismo. Tanti, troppi, non hanno ben compreso il motivo dell’interruzione di un esecutivo che alla fine sembrava poter durare, e il torto dell’ex ministro dell’Interno è stato quello di non spiegare chiaramente, fuor dai denti, ciò che era successo. A volte l’impulsività è segno anche di ingenuità, e ciò che circolava in quei giorni soprattutto sui social, a proposito dei rapporti fra PD e 5 Stelle non consentiva l’ipotesi di una combine. Tutta scena. Anche, e soprattutto, quando Di Maio ha dichiarato platealmente “Mai con il partito di Bibbiano”.

Il professor Giuseppe Conte, l’ex Cincinnato, l’ex Cavaliere Senza Macchia e Senza Paura, l’ex avvocato del popolo italiano e ora avvocato di Bruxelles, è uscito, da quella fiducia data al ‘suo’ governo, molto ridimensionato. Caduta la maschera, si è mostrato per quello che è, un esecutore degli ordini impartiti dalla UE, un sodale di Merkel e Macron, l’artefice di un’operazione che non è stata fatta in nome del popolo italiano, a cui sempre più si vuol togliere la dignità d’essere un popolo, padrone e sovrano in casa propria. La conversazione al bancone del bar tra Conte e la Merkel, sussurrata in un orecchio, e di cui lo stesso Conte s’è affrettato a dare una sua spiegazione, nel nome di una ormai fallimentare pretesa di ‘trasparenza’, è la dimostrazione della supinità di ‘Giuseppi’ nei confronti di una UE e di una Merkel che, pur non avendo una posizione ufficiale in seno al Parlamento Europeo, detta le regole del gioco.

Ricorda tanto il Napolitano di qualche anno fa. Come ha anche fatto con una telefonata, la Merkel, durante la formazione della nuova compagine trovaticcia, per raccomandarsi che non fosse dato spazio ai sovranisti. Così, il governo è nato da una maggioranza riguardante numeri e cifre che erano buoni il 5 di marzo del 2018, ma che ormai non sono più quelli.

Una maggioranza di carta e sulla carta, per capitalizzare – i Cinquestelle – consensi ormai svaniti, che appartengono al passato e che non crediamo tornerranno. Un governo retto da una maggioranza inesistente nel paese, buona solo per le aule parlamentari. Un’operazione concepita per evitare di subire il sorpasso – già avvenuto, secondo i sondaggi – della Lega nei confronti del M5S. Una trappola in cui siamo caduti tutti, confusi dai discorsi di Giuseppe Conte.

Non si capisce perché al Presidente del Consiglio serva tanto tempo per preparare un discorso, come è stato sia per l’intervento al Senato, quando lui stesso si è preoccupato di mostrare il suo ‘coraggio’ nello staccare la spina al governo gialloverde, sia in occasione del voto di fiducia scontato alla Camera, sia per la fiducia scontata al Senato. Non si capisce perché gli ci voglia tanto tempo per scrivere sempre le stesse banalità, con l’abuso di termini quali ‘coraggio’, ‘nuovo’, ‘crescita’, ‘lotta all’evasione fiscale’, ‘lotta alla disoccupazione’, ‘lavoro per i giovani’, ‘asili nido per tutti’, ‘responsabilità’, e via così, in un festival dell’ovvio e dello zuccheroso, e mentre, come si dice a Roma, ‘le chiacchiere stanno a zero’ ; mentre il sospetto è che quelle chiacchiere nascondano altri programmi che non si vogliono esplicitare. Per poi andare a baciare la pantofola alla Merkel e alla Von Der Leyne. Intanto la corsa alle poltrone di sottosegretario è incominciata e già finita, e qualcuno è rimasto a terra, perchè, come riferisce un quotidiano oggi, i sederi sono in numero eccedente l’effettiva disponibilità. Qualcun altro si dovrà accontentare, aspettando di scalare l’ambita posizione in appresso, come è accaduto alla ora ‘ministra’ delle Politiche Agricole Teresa Bellanova. La quale, per non smentire la sua appartenenza alla Casta controllata da Bruxelles, ha subito aperto le braccia agli OGM, Organismi Geneticamente Modificati, prodotti dalla americana Monsanto, i quali, nonostante non sia stato dimostrato scientificamente, non possono non essere a lungo termine nocivi per l’organismo umano; e al CETA, quell’accordo di libero scambio con gli USA e il Canada, da cui riceviamo migliaia di tonnellate di grano al glifosato, che in altri Paesi pare sia smaltito come rifiuto tossico. Il Glifosato è un erbicida non selettivo sospettato d’essere cancerogeno e mutageno, che viene usato specialmente in Canada per la raccolta precoce del grano, prodotto dalla Monsanto e ora anche dalla tedesca Bayer, e del quale proprio la Germania ha vietato l’uso nelle sue campagne. Un accordo, il CETA, micidiale per i nostri produttori – ma probabilmente remunerativo per i nostri politici – che troveranno il mercato interno invaso da prodotti non italiani, e quindi senza quelle caratteristiche di controllo che contraddistinguono ciò che in Italia si produce, oltre alla concorrenza sleale dei prezzi. È questo, e come tale si è immediatamente rivelato, terreno di scontro con i 5 Stelle, mentre i nostri agricoltori, lontani dall’essere protetti dal loro Ministro, già protestano.
Sul fronte fiscale si affaccia una tassa del 2 % per i prelievi in contante eccedenti i 1500 euro mensili, nell’ambito della disincentivazione all’uso del contante: il controllo economico è una delle leve più forti nei confronti di un popolo, e il pretesto è sempre quello della lotta all’evasione fiscale, mentre chi deve evadere lo fa ancora e sempre con la massima tranquillità. Sono ‘I grande evasori’: tutti sanno chi sono, ma sono troppo potenti per attaccarli.

Mentre il sindaco di Lampedusa, all’arrivo degli 81 della Ocean Viking, strilla “Siamo accoglienti ma non stupidi!” Zingaretti tuona che bisogna aprire i porti, “Senza se e senza ma”, espressione molto cara ai nostri politici. Anche se lui, da segretario del PD, non avrebbe alcuna voce in capitolo per ordinare gli sbarchi: ma tant’è, Salvini bisogna contrastarlo sempre e comunque, e anche questo è obbedienza all’UE -Macron-Merkel-Bilderberg. Nonostante le fantasie di Conte, che millanta accordi europei per l’accoglienza ai migranti, e le minacce di una sanzione (per ora solo ipotetica) per gli Stati membri che non obbediscano, le sue richieste non hanno trovato, appunto, accoglienza. Basterà pagare la sanzione e non accogliere gli africani, sarà sempre più vantaggioso economicamente e non creerà disturbo alla popolazione e problemi al governo. Intanto quelli della Ocean Viking rimarranno tutti in Italia, stavolta sì, senza se e senza ma, mentre pare che in Libia migliaia di persone siano già pronte ad imbarcarsi sul solito gommone-navetta per venire da noi, che ormai non abbiamo più protezione. Vengono per i motivi più disparati, ma intuibili: abbiamo scoperto di recente – ma non c’è voluto molto – che tante donne in stato interessante vengono a partorire in Italia, dove hanno a disposizione il nostro sistema sanitario, con completa assistenza al parto, per il quale non pagano una lira, tanto chi paga siamo noi. Mentre a noi tocca aspettare mesi per una TAC o un esame salvavita, e le cure della Lorenzin – per non dir mancamento della Grillo – hanno tranciato in maniera assolutamente orizzontale presidi medici indispensabili, sulla base soltanto di un ipotetico numero di ingressi e distanze misurabili sulla carta.

Così, per fare un esempio, mentre a Viterbo si raddoppia l’Ospedale di Belcolle, a Ronciglione, a ventitré chilometri di strada tutta curve, impraticabile d’inverno con la neve, si chiude l’Ospedale S. Anna, una struttura che funzionava benissimo ed era completa e punto di riferimento per i paesi circonvicini, ridotta ormai a semplice Punto di Assistenza Infermieristica, privata anche della possibilità di fare un prelievo di sangue.
Dicevamo di Conte. Ci era apparso come un gigante, ma si è affrettato a dimostrare d’essere un pigmeo, agli ordini di una Europa che all’Italia s’è già presentata male, con l’inganno e l’austerity, quella misura del governo Monti che ha distrutto ad arte la nostra economia, e ancora ne subiamo gli effetti. Mentre all’orizzonte s’affacciano, tra l’altro, l’eutanasia, i matrimoni e le adozioni gay, il gender, lo Ius Soli, la patrimoniale tanto cara alle sinistre. Un’altra delle banalità ricorrenti dei discorsi programmatici di Conte è la lotta alla mafia: tutti argomenti demagogici, che fanno presa sul grande pubblico, complici i giornali e le TV di Stato.

A proposito di mafia, di quelle ufficiali noi ne abbiamo almeno tre. A queste s’è aggiunta, di recente la più crudele, la nigeriana – arrivata con i barconi – quella del commercio degli organi. Certamente di mafie ce n’è ancora di più, di quelle che tengono il profilo tanto basso da non essere individuate. Ma ce n’è una che ci avviluppa tutti – alla fine la mafia è un fatto culturale e storico – e che circola nei corridoi del potere politico, tanto che non è appropriato chiamarla mafia, perché non ne ha i metodi; ma, alla fine, i risultati sono gli stessi. È una sorta di organismo amorfo, mutante, proteiforme. Ricorda un’ameba, che si trasforma secondo le sue esigenze, e che clona se stessa, moltiplicandosi, in un groviglio inestricabile e inestricato, che si nutre di corruzione, di mazzette, di favori, di poteri, di inciuci, di clientele, di voti di scambio; che si nutre di intrighi di palazzo, di pugnalate alla schiena, di tradimenti; che si cerca, si avviluppa, si mescola, si prende e si lascia, mai mostrando il suo vero volto, ma a volte mescolandosi e incastrandosi in poteri in odore di illegalità, al punto che non si distinguono più i limiti dell’uno e dell’altro. Alla ricerca del potere che diviene fine a se stesso, confondendo il fine col mezzo; potere politico, potere economico, clientele. L’Italia è il Paese delle raccomandazioni e dei raccomandati, della ricerca dell’onorevole o del monsignore, per trovare lavoro, essere promossi agli studi, sistemarsi la vita: in cambio di voti.
Oggi, da ciò che vediamo leggendo fra le righe, lo scopo dei politici non è più l’amministrazione della Repubblica; quella Res Publica, o Cosa Pubblica – la casa di tutti – che una volta era affidata a probiviri, da gente integra, al di sopra di ogni sospetto, ( da cui il termine ‘candidato’, dalla veste candida di ognuno che simboleggiava la sua mancanza di colpe) oggi asservita a chi il potere lo vuole esercitare per i propri scopi e non certo per il bene dei cittadini. La corsa alle poltrone è diventata un fenomeno tale, che non è più possibile tenerlo nascosto, è sotto gli occhi di tutti.

Ma ciò che fa orrore, quando se n’è acquisita l’immagine, è questo organismo ectoplasmatico, impalpabile e amorfo che muta, si trasforma, permea, corrode, corrompe, unisce e divide, prendendo ogni volta la forma che più riesce ad ingannare il popolo bue, ma mai quella vera, autentica e veritiera. Quello che vediamo nei programmi politici, e quello che ci ammanniscono come orientamento politico, non è mai la verità; o, per meglio dire, la realtà. È solo fuffa per gli idioti, controinformazione, menzogna, con il contentino, quando a loro aggrada, di portarci al voto; che poi viene utilizzato come all’ameba fa comodo. Oggi abbiamo un governo che non risponde alla volontà popolare, accuratamente dribblata. Un governo giuridicamente esatto, costituzionalmente perfetto, derivato dagli accordi proteiformi dei corridoi del palazzo, con un ‘pigmeo’ a capo dello stesso. Un ex-gigante ridimensionato, a cui va tutta la nostra compassione di uomini liberi. Mentre lui, libero, non è.

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Editoriali

Governo gialloROSA: quanta confusione sotto questo cielo

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Tanta confusione sotto questo cielo. L’Italia e gli italiani sono divisi esattamente a metà se si guarda agli ultimi sondaggi: il blocco di centro destra e quello del centro sinistra forte ora anche dei 5 Stelle si attestano entrambi al 45%.

Lo scossone della crisi di questo pazzo agosto ha portato ad una nuova maggioranza parlamentare. Il governo gialloverde ha lasciato il posto al governo giallorosa (colorare il PD di rosso sarebbe una esagerazione anche per molti democratici tra cui Renzi che tresca a giorni alterni con pezzi di Forza Italia scontenti dall’immobilismo del loro partito). A sugellare il nuovo accordo un nuovo programma riassunto in 26 punti di estremi buoni propositi troppo generici. Anche se il Movimento 5 Stelle e Partito Democratico avranno tempo per dimostrare se alle intenzioni seguiranno i fatti, non si può non ravvisare nell’area dem una dissonanza tra alcune parti del nuovo progetto e quanto fin qui realizzato.

Senza perdersi nel passato professionale di ministri e parlamentari, la figura politica del segretario del PD, Nicola Zingaretti, basta a dimostrarlo. La confort-zone di Zingaretti è la Regione Lazio. La governa da sette anni dopo quattro passati nell’ex Provincia di Roma ora Città Metropolitana. Sono in molti a domandarsi come possa mantenere le cariche di segretario dem, governatore del Lazio e commissario alla sanità laziale.

Nel programma giallorosa, al punto 19 si asserisce la necessità di “tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità”. Non nominare la sanità ai cittadini laziali. Gli ospedali romani sono ai minimi termini e la costruzione del Policlinico dei Castelli Romani con la chiusura di molti ospedali ha creato vari malumori. Inoltre dal 2008 la sanità laziale è in commissariamento, il fondo di dotazione è l’unico in Italia ad essere in negativo per quasi un miliardo di euro. Sul caso è intervenuto più volte l’ex ministro della Salute Giulia Grillo e i 5 Stelle hanno redatto un dossier economico. Ora che a Viale Giorgio Ribotta siede Speranza (Liberi e Uguali), come sarà trattato questo tema?

Per la prima volta i membri del neonato esecutivo hanno fatto riferimento al problema della gestione di Roma. Al Campidoglio dal 22 giugno 2016 si è insediata la giunta del Movimento 5 Stelle di Virginia Raggi che ha sempre rimarcato l’assenza di dialogo con le istituzioni della Regione. La Capitale è subissata da un debito di circa 12 miliardi accumulati tra il 1950 e il 2008. Anche se è nota l’ostilità tra la grillina Lombardi (maggiorente 5 Stelle alla Regione Lazio) e la sindaca di Roma, il governatore dem Zingaretti sembra non essersi mai posto il problema di una sintonia tra Regione e Comune.
Infine la svolta Green del Governo: “Occorre realizzare un Green New Deal, che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti a inserire la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici…” Se i 5 Stelle hanno fatto, sin dalle origini, del sostegno all’ economia circolare e alle fonti di energia rinnovabili una delle loro principali punti programmatici, lo stesso non si può dire per il Partito Democratico. A documentarlo sempre la Regione Lazio. L’ambiente è davvero il tallone d’Achille di Nicola Zingaretti.

Nel suo programma del 3 marzo riporta “sostenibilità sociale, ambientale e economica”. Per motivi di spazio riporteremo solo un caso che riesce a restituire la cifra di un comportamento che è diventato orma prassi a Via della Pisana.

Lo scorso 12 settembre 2018 è stato approvato con emendamenti, l’articolo 3 della proposta di legge regionale n.55 del 2018 sulla semplificazione amministrativa effettuata dalla Giunta regionale del Lazio presieduta da Zingaretti. Questa modifica riguarda la procedura di approvazione dei piani delle aree naturali. In complessivi 7 mesi di silenzio-assenso, il piano dell’area naturale protetta potrà essere approvato senza alcuna discussione. Una norma che quanto meno sembra essere fatta apposta per favorire la speculazione all’interno dei parchi come riporta su Il Fatto Quotidiano Fabio Balocco. Stessa cosa per la costruzione dell’autostrada Roma-Latina, bloccata dal Consiglio Di Stato. L’opera, che Zingaretti descrive come “fondamentale”, cade sul territorio della Riserva naturale statale del litorale romano ed in particolare, per oltre 10km, nella zona 1 dove vige divieto assoluto di realizzare opere architettoniche

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