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Editoriali

Tutti tranquilli (si fa per dire): c’e’ Lord Conter il cavaliere che da bianco è diventato nero

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E così abbiamo un ‘nuovo governo’. Cioè, metà del governo vecchio, più un’altra armata fra vecchi PD e raccogliticci nuovi elementi eterogenei, da cui si comprende come gli sforzi del Cavaliere Nero ‘Giuseppi’ Conte lo abbiano portato a raschiare il fondo del barile. Ma non da solo. Già, il Cavaliere Nero, quello che si era presentato come Sir Galahad, il Cavaliere Bianco senza macchia e senza paura, l’avvocato degli Italiani. Ma che tale non si è dimostrato. All’inizio lo avevamo creduto un novello Cincinnato, con quella dichiarazione che aveva rilasciato al suo esordio, che diceva pressappoco così: La mia esperienza politica inizia e finisce qui. Dopo questo governo, non rimarrò in politica. Lo faccio solo per amore degli Italiani e dell’Italia. Più o meno. Il sen so era quello. Ma poi qualcosa è cambiato, facendoci capire che in politica i miracoli non esistono. Il sospetto, però che la sua condotta fosse già viziata all’inizio da alcune riserve mentali, sorge quando si da’ un’occhiata a chi è ‘Giuseppi’ Conte, il Cavaliere senza macchia e senza paura, il sir Galahad che dal bianco ha virato improvvisamente al nero più fosco. Quando si è presentato a giurare davanti a Mattarella, lo stesso (Mattarella) avrebbe potuto dirgli che poteva farne a meno, che era ancora ‘sotto giuramento’, come succede nei tribunali per i testimoni. Giurare e stragiurare fedeltà alla Repubblica – e non all’Italia – non giova alla condotta di un presidente del Consiglio: non ha semplicemente senso. Come per la campanella. Conte è succeduto a se stesso, passandola da una mano all’altra, in una ennesima comica finale che tutta questa compagine governativa rappresenta, riproponendosi alla nostra memoria come la famosa armata raccogliticcia del cavaliere Brancaleone da Norcia. Un’armata radunata in fretta e furia per evitare non già l’aumento dell’IVA, ma le elezioni che il Capo dello Stato sarebbe stato costretto ad indire, sciogliendo le camere. L’abbiamo visto, invece, il Presidente, sorridente e felice, dopo che Conte aveva sciolto la riserva nelle sue mani: una delle rare occasioni in cui ha mostrato buonumore, bisogna dire. Possiamo pensare che si sia sentito sollevato. E possiamo legittimamente pensare che il suo sollievo sia dipeso dal fatto che finalmente le comprensibili pressioni esogene che lo preoccupavano sarebbero cessate. Tutto andava nella direzione giusta. Riportano alcuni giornali che nel momento più delicato della trattativa la Merkel ha telefonato a Conte, spronandolo a fare il governo a tutti i costi ‘per fermare i sovranisti’.

Quello che irrita ogni buon cittadino italiano, alla fine, è proprio questa ingerenza nei nostri affari interni, che riporta alla mente un’altra ingerenza del genere, quella di Adolf Hitler. E sappiamo com’è andata a finire. Questo è uno dei motivi ‘fondanti’ della nuova ‘maggioranza’ solo parlamentare, ma gradita alla Merkel e ai suoi sodali. Ma in che mani siamo? Un altro motivo fondante di questo ‘nuovo’ governo voluto da Renzi (lo avevamo detto che avrebbe ricicciato dopo il suo ingresso ufficiale nel Club Bilderberg, durante l’ultima riunione, la 67esima, a Montreux, in Svizzera, dal 30 maggio al due giugno) è la grande abbuffata di poltrone che si prospetta: 140 superpoltrone da spartire, per ridisegnare la mappa del potere. E nel 2022 la nomina del Presidente della Repubblica: scommettiamo che andrà a Prodi? Mentre, come scrive un quotidiano in prima pagina, con i comunisti al potere i Vescovi stappano bottiglie di champagne e i migranti fanno festa.

Diciamo intanto che Salvini, bene o male, aveva e continua ad avere contro tutti, ma proprio tutti, compreso il papa Bergoglio, un gesuita portato al soglio pontificio dopo aver costretto alle dimissioni Benedetto XVI. Delle oscure trame del Vaticano poco o nulla sappiamo. Sappiamo però che esse sono oscure – e per il grosso pubblico incomprensibili – tanto da indurre Francesco a scegliere di non abitare nelle stanze avite di S. Pietro, ma di far capo a Santa Marta. Timore di far la fine di Giovanni Paolo Primo? Il sospetto è legittimo, guardando poi cos’è successo con il Secondo, autore di una rivoluzione epocale, che il buon Luciani evidentemente non era idoneo a provocare.

Insomma, dietro Conte si intravvede la longa manus del potere gesuita, se non papale. Sarà ormai noto ai più che ‘Giuseppi’ ha studiato in un collegio facente capo ad una fondazione tenuta dal cardinal Silvestrini, recentemente scomparso (niente male, morto un Papa se ne fa un altro, figuriamoci un cardinale).

Silvestrini è stato il più grande protettore di Conte

Pare che fosse (Silvestrini) addirittura il potere della Curia romana dietro Andreotti, il successore del cardinal Casaroli. Uno dei gesuiti che hanno brigato per portare Bergoglio dov’è adesso. E chi è oggi l’uomo più potente dopo Bergoglio? Proprio monsignor Pietro Parolin, attuale segretario di Stato del Vaticano. Quello che strillava più forte degli altri contro Salvini. E con Parolin c’è un coacervo di personaggi legatissimi a Conte, il professore più appoggiato dal Vaticano. Praticamente uno che ha lo stesso potere che aveva Andreotti. D’altronde, da Volturara Appula a Roma il passo è lungo, e se non hai chi ti aiuta non lo potrai mai compiere.

Zingaretti. Ne vogliamo parlare?

In piena crisi di uomini e vocazioni – un po’ come la chiesa Cattolica – il PD è stato costretto ad eleggerlo segretario. Ormai i DEM hanno in mano un fascio di foglie secche, un partito logorato dagli scandali – anche se sottaciuti, per lo più – distrutto da Renzi, pieno di personaggi stanchi politicamente, ormai non più in grado di esprimere nulla, per la maggior parte svogliati, disinteressati, inquisiti, condannati, processati, scaduti come lo yogurth. Zingaretti, l’uomo del nulla, s’è mostrato subito svogliato, incredulo, inadeguato. Secondo lui questo matrimonio non sarebbe stato da fare, e la sua posizione iniziale lo dimostrava. Ancor più quando Di Maio ha portato a venti, tassativi ed irrinunciabili, i dieci punti iniziali. Si sarà sentito un poveraccio lo Zinga con i suoi soli cinque punti.

L’accordo ha sfiorato il fallimento

Ma dietro le quinte c’era chi ha brigato per forzare la mano ai Cinquestelle. Nell’ordine, Renzi, Prodi, Merkel, l’Unione Europea, cioè il club Bilderberg. Il Cavaliere Nero ha fatto il resto. Una volta nei piccoli paesi delle nostre provincie, specialmente nel meridione, esisteva la figura del sensale, quello che presiedeva al mercato del bestiame, aiutando compratori e venditori, e con lo stesso savoir faire organizzava i matrimoni. Senza che una famiglia o l’altra dovessero compromettersi, rischiando la faccia con un rifiuto, si occupavano di portare da una famiglia all’altra le proposte e le condizioni per unire due giovani – che in pratica s’erano solo visti per strada, o a messa, ma che non avevano mai neanche scambiata una parola – e combinare il matrimonio. Si chiamavano – absit iniuria – ‘ruffiani’. In senso buono, naturalmente. Ma certamente Zingaretti e Di Maio non sarebbero convolati ad ingiuste nozze senza l’opera di mediazione di Giuseppe Conte. Il segretario del PD avrà tirato un sospiro di sollievo, accorgendosi che c’era qualcuno molto più capace di lui che gli toglieva le castagne dal fuoco. Di Maio avrà benevolmente accolto l’intervento tanto invocato del Cavaliere Nero, accorgendosi troppo tardi della fregatura. Infatti, il più del tempo lui dovrà pensare non ai suoi venti punti cinquestellati per ridare diritti ai cittadini, ma soltanto delle questioni che riguardano l’Italia all’estero. Così se lo sono tolto dai piedi. Ai bambini si dice d’andar fuori a giocare, di solito, quando danno fastidio. In più dovrà anche imparare almeno l’inglese, e speriamo che i risultati siano migliori di quelli di don Matteo Renzi con il suo inglese ‘creativo’. Spicca in tutto questo la mancanza di spessore di Zingaretti, (a proposito lui, l’inglese, lo conosce?) il quale dall’inizio s’è messo in bocca due o tre slogan che andava ripetendo continuamente, in ogni occasione, ricordando il ragazzino di Miseria e Nobiltà, a cui avevano detto di ripetere, a chiunque lo avesse interrogato, la stessa frase, cioè “Vincenzo m’è padre a me.” Così Zingaretti a tutti ripeteva che “E’ finito il governo dell’odio (l’unico odio è stato quello dei Piddini contro Salvini), abbiamo un governo di svolta per salvare l’Italia (attenti alle svolte, non sai cosa c’è dietro l’angolo. Quanto poi a salvare l’Italia, già ci hanno pensato gli Americani nel 44, dopo Garibaldi. E non credo che ci trovassimo in quella condizione).” Quanto poi alla ‘discontinuità’ che lui invocava, intendendo un ‘governo nuovo’, in realtà il governo è nato vecchio. Solo alcuni elementi sono nuovi. Non si capisce bene perché si vada a caccia del nuovo quando il vecchio alla fine funzionava, ed è stato interrotto non da Salvini, ma da quella frangia di 5stelle che ha votato per Ursula Von Der Leyen alla Commissione europea.

Quattordici voti fuori dagli accordi che hanno permesso l’elezione della Von Der Leyen (per appena nove voti) e dato un taglio netto al governo gialloverde, separando appunto il giallo dal verde. In pratica, il governo era già defunto quando Conte, in Senato, gli ha dato il colpo di grazia, dicendo che se nessuno aveva il coraggio di farlo, la parola fine l’avrebbe messa lui, andando ipso facto dal Presidente della Repubblica. Zingaretti si è sentito in dovere di rassicurare gli elettori promettendo il ‘nuovo’, ma il nuovo non sempre è meglio del vecchio, specie quando rispecchia una maggioranza solo parlamentare. (L’ingresso di LEU nell’esecutivo rispecchia proprio l’esigenza di ottenere i ‘numeri’ al Senato). L’unica novità sarà quella di smontare ciò che di buono aveva fatto Salvini: si riapriranno i porti, (ritornando ai morti in mare, a favorire gli scafisti e i mercanti di uomini, ridando vigore alle associazioni che lucrano sui migranti, riempiendo le nostre strade di disperati o di delinquenti senza dimora, pericolosi per il cittadino medio), si abrogheranno i decreti sicurezza, si imporrà una tassa sui patrimoni, eccetera eccetera. Nel nome della novità a tutti i costi, con lo spauracchio di un aumento dell’IVA che, a quanto pare sarebbe assorbita in sede di produzione e non peserebbe sui consumatori, in realtà per distruggere ciò che gli Italiani, la maggior parte, hanno visto con favore. Magari anche in materia di legittima difesa, ritornare a quella leggina – l’art 52 CP – che non tutela le persone per bene. L’Italia non ha mai negato la salvezza in mare. Ma una cosa è raccogliere in mare ottanta, cento disperati su di un gommone lasciato apposta lì perché affondi, un’altra è portarli sempre tutti in Italia, trasformandola in un immenso campo profughi. E qui ci sarebbe da dire tanto. In ogni caso, lo Zinga, compiuta la sua missione impossibile, ha deciso di tornarsene al palazzo della Regione, dove lui è qualcuno, rinunciando ad una vita politica senza certezze, visto come i governi vanno e vengono. Probabilmente anche suggestionato da tutte le fonti d’informazione che danno a questo governo vita breve. Meglio stare alla Regione, dove potrà comodamente continuare a raccogliere il frutto delle proprie fatiche, magari commissariando ancora i Comuni per costringerli, nonostante un referendum popolare plebiscitario abbia sancito che l’acqua è un bene comune, e non va privatizzata, ad accettare l’amministrazione della società Talete, che pare abbia grossi problemi di contabilità da recuperare sugli utenti, per cui l’attuale bolletta idrica di noi cittadini con Talete sarebbe quintuplicata, e di questo testimoniano tutti coloro che da anni pagano l’acqua alla Società Talete. Non sappiamo per far bene a chi, dato che da sempre l’acqua è stata fornita ai cittadini dal proprio Comune. Ma tant’è: a questo governo l’Europa ha già aperto le braccia e le gambe, lasciando intendere che da oggi in poi gli sforamenti e le flessibilità saranno più che possibili, addirittura graditi, anzi a controllare questi fattori economici ci vedrebbero bene proprio un italiano, magari quel Gentiloni che con il suo stile inglesizzante vanta anche qualche quarto di nobiltà. Paolo Gentiloni Silveri, dei Conti Gentiloni Silveri, signori di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino, laurea in Scienze Politiche alla Sapienza, dal 1990 giornalista professionista. Un uomo grigio, grigio nei capelli, grigio negli abiti di sartoria, grigio nei comportamenti: tanto, come diceva il maggiordomo dai guanti grigi accarezzando il lato B della sua padrona “Signora – alle sue rimostranze – il grigio va su tutto”. Insomma, da oggi ogni problema è risolto, i media non fanno altro che adottare toni trionfalistici per ogni minimo rumore politico, cantiamo Alleluia, l’Italia è finalmente salva, giusto sul ciglio del burrone, ma grazie a Dio è arrivato il favoloso Settimo Cavalleggeri; avviata così ora verso un sicuro futuro di crescita e di benessere, con lo spread ai minimi storici e il debito pubblico avviato all’annientamento.

Mattarella chiede ufficialmente ‘Un ruolo di primo piano nella UE’, ciò che non s’era mai sognato di fare col governo gialloverde: ma sarà ‘super partes’?

I Dem hanno i loro ai posti di combattimento, (hanno già incominciato a tirar calci ai grillini), anche se qualche curriculum rimane basso, ma proprio basso – come lo Zinga, con il suo diploma di odontotecnico che immaginiamo in cornice, appeso dietro alla poltrona della scrivania del suo studio privato, come di prassi. O qualcun altro/a che vanta la terza media, e di cui neanche Wikipedia riporta la biografia: ma che volete, quando si va al Sindacato non ti chiedono di più. E comunque è vietato criticarlo/a, soprattutto per il suo abbigliamento ‘creativo’.
Su tutti svetta il Cavaliere Nero, novello Brancaleone da Norcia, divenuto avvocato dei migranti – dei quali non contrasterà più l’accoglienza, ma la caldeggerà – che con il curriculum lungo due braccia sopperisce ad ogni mancanza. Mala tempora currunt.

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Editoriali

Il presidente Conte e il sindaco coglione

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“Ma perché noi ci teniamo un edile che vale un fico secco, pronto per un soldo di giocarsi la nostra vita? Così che lui in casa fa bisboccia, lui che guadagna più denaro in un giorno di quanto un altro non ne ha di patrimonio. So bene io come ha guadagnato mille monete d’oro. Ma se noi avessimo i coglioni, lui non si darebbe tante arie. Ma oggi il popolo è così; leoni in casa, lepri fuori”.

Le esternazioni piene di sconforto e biasimo, testé citate, non appartengono a Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Non appartengono a nessuno dei leader dell’opposizione. Sono i risentimenti e le critiche di Petronio come tramandateci in Satyricon 44,13,14.

Gaio Petronio, scrittore e politico, visse tra Massilia e Cuma tra il 27 e il 66 d.C. Sono quasi 2000 anni che ci separano da allora. Quanti cambiamenti, quanti stravolgimenti! Dinastie, imperi, colonie e popoli interi scomparsi. Il mondo si è evoluto, il capitale ha defenestrato ogni equità sociale e stando al citato passaggio lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’elite è rimasto tale e quale come allora, per non dire che è peggiorato.

Ieri, scriveva Petronio, il popolo era così, leoni in casa e lepri fuori. Oggi la situazione è identica a quella dei tempi di Petronio. Anche oggi, se il popolo avesse i coglioni, l’attuale Trimalcione in carica si darebbe una calmata.

Il decreto rilancio del governo Conte e la casciaforte di Roberto Murolo

Roberto Murolo usava dire: “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore, perché è lui che ne ha bisogno più di noi per vivere” e Murolo ha donato agli appassionati grandi emozioni.
‘A Casciaforte è una delle sue canzoni più suggestive, espressione di beni di valore, anche le più venali. ‘A Casciaforte di Murolo è il forziere dei sogni, come il decreto rilancio lo è per Conte ed in una certa misura per il sindaco coglione di cui parleremo fra poco. Da quella casciaforte Murolo tira fuori “nu ritratto, formato visita d’a bonanema ‘e zi’ Sufia, nu cierro ‘e capille, nu cuorno ‘e curall ed il becco del pappagallo”.

Il presidente Giuseppe Conte come fantasia non è secondo a nessuno e dal libro dei sogni tira fuori bonus ad libitum: il bonus bebé, quello vacanza, quello ristrutturazione, l’ecobonus 110% e non solo.
Il premier PD/5s s’accorge che la “cascia” di Murolo risulta più ricca di sogni e così rincara la dose e lancia il reddito d’emergenza, il bonus autonomi, il bonus 600 euro Fondo Pensioni lavoratori dello spettacolo e per non farsi mancare nulla rafforza la cassa integrazione stanziando 25,6 miliardi di euro. La casciaforte di Murolo riservava una sorpresa e dal doppio fondo emergeva “na bambola ‘e Miccio, na lente in astuccio e una coda di cavalluccio”.

Non sono questi dettagli da mettere in difficoltà l’avvocato Conte e giusto per non essere da meno lancia due promesse ad effetto, il bonus medici e infermieri e dulcis in fundo, nel decreto, ha fatto materializzare il bonus per lenti a contatto, quest’ultimo anche per piacere e compiacere ad Anfao, Assogruppi Ottica, Assottica, Federottica e Goal.

Convinto d’avere ipnotizzato gli italiani e soddisfatto dei suoi soliloqui, si narra che si aggirava per il transatlantico ripetendo: ma che sono io, babbo natale?

La voglia di grandezza di Giuseppe Conte è incontenibile. La gente non lo regge più e si sta rivolgendo a San Casimiro martire supplicandolo: ”a Giuseppe ‘a casciaforte ll’hann’a dá”.

Due destini s’intrecciano, quello del presidente e quello del sindaco

Riepilogando, come accennato nell’introduzione, si riporta qui la disavventura del sindaco coglione che nel suo piccolo trova tanta analogia con il presidente Conte.

Si racconta che in un borgo laziale, tempo fa, nell’approssimarsi delle elezioni comunali, Giovanni si presentò come candidato sindaco e la domenica prima di Pasqua organizzò il primo comizio in piazza. Giovanni era ben conosciuto ed anche stimato e così, dalla prima mattina, tutto il paese si riversava in piazza pronto a sentire cosa aveva in serbo il candidato sindaco.

Alle undici in punto arrivò Giovanni, prese posizione, salutò i presenti e così iniziò declamando: cari concittadini, se mi eleggerete sindaco, prometto che il primo atto che firmerò sarà un bonus vacanza per tutti, un bonus contributo per i trasporti locali, un bonus spesa facile, un bonus palestra, un bonus spiaggia libera, un bonus…

A questo punto la folla andò in delirio, urla, rissa ed urrà, urrà e viva il candidato sindaco si elevavano in coro. Così dicendo lo sollevavano e, ad ogni urrà il povero Giovanni si alzava in aria e con voce sofferente supplicava: mettetemi giù, mi avete preso per un coglione… ma gli appassionati supporter in coro rispondevano nooo e lo scaraventavano nuovamente in aria urlando urrà urrà ed il sindaco supplicando nuovamente ripeteva la stessa preghiera di metterlo giù. Così per due tre volte fino a che Giovanni, esanime, si accosciò sulla pedana. I fan smarriti non capivano niente mentre due energumeni, sorridendo sornioni sotto i folti baffi, si allontanarono soddisfatti d’avere compiuto la loro opposizione fattiva ai danni dell’avversario politico ed allontanandosi bisbigliavano: voi legislatori presenti e futuri ricordate che potete ingannare tutti per qualche tempo, qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.

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Editoriali

Anguillara Sabazia, elezioni: si pensi al bene della città. A buon intenditor…

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ANGUILLARA SABAZIA (RM) – Ore cruciali ad Anguillara Sabazia per definire gli ultimi equilibri politici dei vari schieramenti in campo per le prossime amministrative che dovranno decidere chi siederà a palazzo Orsini.

Lo schieramento di centrodestra potrebbe presentarsi unito qualora si trovasse la quadra su un candidato condiviso. Diversi i nomi che circolano e i possibili assestamenti che a seconda del candidato potrebbero inglobare o meno l’intera compagine.

Sono ore cruciali per i vari aspiranti della possibile coalizione, composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e “AnguillaraSvolta”, che avrebbe tutti i numeri per vincere a mani basse al primo turno.

Ma esiste anche la possibilità di una rottura, dovuta a personalismi e prese di posizione, che porterebbe a una frammentazione delle forze di centrodestra a beneficio degli schieramenti avversari.

La premessa che vogliamo fare è che gli aspiranti candidati sono persone valide, con competenze e esperienze e il nostro in bocca al lupo va a tutti a prescindere da chi poi sarà il leader delle rispettive coalizioni. Sebbene il nostro desiderio, per via del forte attaccamento al territorio di Anguillara Sabazia, sarebbe quello di un candidato che fosse condiviso sia dal centrodestra che dal centrosinistra, un civico non digiuno di esperienze o conoscenza della città ma al quale sia riconosciuta comunque una sorta di militanza civica e sociale. Sappiamo che si tratta perlopiù di un desiderio ambizioso ma poco realizzabile anche se sarebbe la chiave giusta per risollevare un paese martoriato e ridotto in ginocchio con le casse comunali a forte rischio dissesto.

Ma torniamo all’analisi dell’attuale compagine di centrodestra (solo di centrodestra?) che potrebbe anche vedere la possibilità di riunirsi coesa attorno al nome dell’avvocato Francesco Falconi, una persona stimata e apprezzata. Falconi, ex elettore M5s alle comunali 2016 e amministratore del gruppo Facebook “Save Anguillara” che raccoglie quasi 10mila iscritti, potrebbe raccogliere con tutta probabilità gran parte di un elettorato civico che comprende anche gli aderenti ai partiti ma che probabilmente preferisce averli come contorno. Un elettorato che vorrebbe scommettere su “Chicco” dopo la grande delusione pentastellata che ha prodotto il più profondo fallimento politico amministrativo che si ricordi a memoria d’uomo ad Anguillara Sabazia. Dunque c’è anche una seria riflessione proprio su chi in questi anni di amministrazione del gruppo social si è guadagnato la stima di tanti sostenitori.

Una scelta sulla sua figura potrebbe rappresentare una assunzione di responsabilità a seguito di una riflessione che però per avere efficacia dovrebbe quantomeno essere il più estesa possibile. Sicuramente Falconi è apprezzato anche da una fetta di centrodestra filoberlusconiana ma che guarda con grande entusiasmo al partito salviniano.

In pole position c’è anche la figura di Sergio Manciuria, Presidente della civica “AnguillaraSvolta” che indubbiamente insieme a Silvio Bianchini e Antonio Fioroni non ha mai mollato l’osso in questi lunghi anni facendo una opposizione attenta e serrata, condividendo tutti i passi con il suo bacino di sostenitori, molti civici e altrettanti orientati a un centrodestra dalle sfumature sociali.

La figura di Manciuria potrebbe trovare un ampio punto di incontro, a partire da Antonio Fioroni che crede nella sua figura. Fioroni avrebbe tutte le carte in regola per fare il vicesindaco con delega al Sociale e allo Sport perché si è guadagnato la stima di tanti nella cittadinanza e anche la caratteristica di essere persona coerente. Non ultimo elemento da sottovalutare è l’apprezzamento verso Sergio Manciuria anche da parte del segretario del Pd locale Francesco Pizzorno che ha riconosciuto al presidente di AnguillaraSvolta una presenza civica importante e costante.  

Enrico Serami si è messo in gioco, anche lui sempre coerente al suo posto alla guida di Fratelli d’Italia locale. Un giovane con un gran bel spaccato d’esperienza e militanza che potrebbe contribuire a portare una ventata nuova a palazzo.

Antonio Pizzigallo, con l’aplomb e la figura del sindaco già incorporati nella sua statura. Forse il sindaco giusto ma con una serie oggettiva di mancate opportunità nel curriculum, la più grande fra tutte è la perdita delle ultime elezioni al ballottaggio con Sabrina Anselmo. E se da medico ha il polso della situazione, da politico navigato e di lunga esperienza è consapevole anche che un cambiamento generazionale è necessario e forse è proprio per questo motivo che in queste ore si fa sempre più avanti la proposta di candidatura del giovane Angelo Pizzigallo, un passaggio di testimone a casa del dottore che sicuramente è valida e plausibile ma non troverebbe forse un largo consenso all’interno del centrodestra sebbene potrebbe guadagnare un’ottima posizione all’interno di una ampia coalizione con vocazione più civica… almeno a questo giro, come si dice nei  migliori salotti politici. 

Dopo questo primo escursus, le considerazioni che non vogliamo omettere di fare sono che una squadra coesa con una figura civica e condivisa alla guida potrebbe portare un contributo importante e necessario per dare una inversione di marcia positiva alla città di Anguillara Sabazia. Ma i personalismi vanno assolutamente messi da parte per il bene e il futuro di Anguillara. 

Una coalizione compatta di questa stesura potrebbe addirittura vincere le elezioni al primo turno.

Il centrosinistra si presenta già unito e la scelta del proprio candidato potrebbe ricadere su una donna anche se a tenere banco è stata la possibile candidatura dell’ex comandante della polizia municipale Francesco Guidi conosciuto con il nome di Orgone. Una idea che però troverebbe qualche freno personale e con tutta probabilità si sta dirigendo verso il naufragio.

Non è esclusa una figura femminile alla guida del centrosinistra come la stimata Lucia Bianchini ma anche un Michele Cardone o Stefano Mondati per non escludere la possibilità di una scesa in campo in prima persona di Enrico Stronati il quale però, e attenzione perchè questo è un dato interessante, guarda di buon occhio alla figura di Falconi per la cui causa, riteniamo, possa portare un contributo. Tutto sta a capire in che maniera e posizione visto che molto difficilmente Falconi sposterebbe l’attenzione verso il centrosinistra. 

I pentastellati tentano il bis, anche se ormai i sostenitori M5s ad Anguillara Sabazia, dopo i tanti fallimenti e mal di pancia susseguitesi nel corso della consiliatura Anselmo, si possono contare con il pallottoliere.

Insomma il clima si fa rovente e probabilmente ascoltare i protagonisti sulla loro visione “piano regolatore” di Anguillara Sabazia potrebbe accelerare un corso naturale e non lontano verso una quadra che auspichiamo non sia troppo squadrata. A buon intenditor…

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Economia e Finanza

Stati generali dell’Economia: la politica che, nell’emergenza, cerca il punto di emersione. Costituzione permettendo

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di Angelo Lucarella*

Una recente affermazione del Presidente Mattarella è il punto da cui partire: “la Magistratura recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza del diritto”. Mi si dirà, condivisibilmente, cosa mai c’entri la questione toghe con gli Stati generali dell’Economia. C’entra eccome. Il mondo “Giustizia” vale, stime 2019, circa 18 miliardi di euro e costituisce pressappoco il 3% di Pil; la lentezza del sistema, nel suo complesso, costa invece circa il 2% di esso.

Allora come si fa a non tenere conto del fatto che il diritto, in altri termini, non è che l’economia stessa di un paese? D’altronde il diritto non altro delimita il confine in cui il mondo del “pubblico” ed il mondo del “privato” cercano la rispettiva dignità in un rapporto di auspicato equilibrio che, il più delle volte, vede il primo sopraffare l’altro e, sporadicamente, accadendo il contrario.  

Chi dovrebbe essere l’arbitro? Un soggetto terzo, imparziale (non immacolato, ma quasi) chiamato Giudice

Nella nostra Costituzione c’è l’art. 111 il quale, splendidamente, afferma un principio sacrosanto chiamato “Giusto Processo”; un principio che fonda le radici nella parità di trattamento (meglio detta eguaglianza), nel diritto di difesa (pieno ed effettivo), nell’equilibrio dell’arbitro, per l’appunto, presumibilmente terzo ed imparziale.

Per garantire tutto ciò, nel lontano dopoguerra, si era pensato di dotare la magistratura di c.d. “indipendenza”. A poco a poco, tuttavia, la politica succedutasi nei decenni ha quasi del tutto abrogato (mi si faccia passare il termine) se stessa al punto tale di essersi spogliata di un ruolo fondamentale quale diretto interposto tra Popolo e Potere.

La magistratura ha dovuto, da una parte, “sostituire” la politica e, dall’altra, “arrestare” la politica medesima in qualche occasione. Certamente non si può fare una colpa ai giudici per avere cercato di combattere il malaffare.

Anzi quei Giudici coraggiosi, dediti al lavoro e che, talvolta, ci hanno rimesso affetti e, disperatamente aggiungerei, anche la vita andrebbero non solo riconosciuti a futura memoria (quanto a valor massimo repubblicano esistente), ma soprattutto studiati!

Penso sia questo il fulcro principale su cui si dovrebbe instradare una riforma seria del mondo “Giustizia”: chi ha competenza, nei ruoli per cui serve competenza (partendo anche dalla questione universitaria).

Oggi il mondo cambia velocemente. Vero. La mole di norme è ancor più aumentata negli ultimi 20 anni rispetto alla prima Repubblica. Il contenzioso italiano, quindi, è sempre più tecnico anche tenuto conto delle numerosissime disposizioni normative di matrice europea ed internazionale.

Non si può più fondare un sistema ispirato al “Giusto Processo” se vige, ancora, l’idea che il magistrato si differenzia per funzione e non per carriera. È pur vero che la separazione delle carriere di per sé sola non basterebbe a rendere migliore l’affermazione del principio di certezza del diritto legato ad una credibilità complessiva del sistema.

Occorrerebbe che si riscoprisse una sensibilità maggiore rispetto ai tempi che corrono: ma questo potrà riaffermarsi solo se alle spalle della magistratura vi ci sarà una politica tornata consapevole e studiosa dei fenomeni.

Non trascurandosi il fatto, poi, che la formazione continua obbligatoria non serve a granché se ad essa non si accompagna una funzionale responsabilizzazione del giudice (a prescindere dalle norme generali esistenti) rispetto a ciò che fa; ciò per rendere tale figura più uguale, nel bene o nel male, a tutti gli altri cittadini.

Le parole del Presidente Mattarella, quindi, non sono peregrine. La credibilità del terzo potere dello Stato passa dalla certezza del diritto: principio che nella reale vita del “sistema giustizia” diventa realtà solo mediante il fare dei magistrati contraddistinto da approccio solenne, imparziale, terzo, equilibrato, fermo, colmo di rettitudine e (soprattutto) alimentato di competenza.

Parole, comunque, che se per un attimo affibbiate alla politica diventerebbero, quasi identicamente, così elaborate: “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si diano leggi certe”.

Ecco come, cambiando l’ordine degli addendi, può percepirsi una portata immensa nel significato di poche parole ben ordinate in modo sistematico; già, perché, in ipotesi contraria il risultato sarebbe altro e cioè il seguente “il Legislatore recuperi credibilità, ai cittadini si dia certezza delle leggi”.

Non è un caso. Le parole hanno un senso specifico per come ordinate. Nel caso della politica dare “certezza di leggi” è cosa diametralmente opposta rispetto al partorire “leggi certe”.

Perché nelle leggi certe non si nasconderà alcuna possibilità di interpretazione discrezionale da parte del Giudice e, così facendo, sarà più facile e semplice (tanto per le imprese che per i lavoratori, ad esempio, dato che si è nel pieno degli Stati generali dell’Economia) capire qual è la portata “giusta” di una disciplina legata all’attività economica, all’investimento, al lavoro, ecc.

Allora, se proprio una stortura del sistema giudiziario si può evincere, non è nella separazione delle carriere il nocciolo della questione (semmai ne è il derivato), ma nel divieto di carriere e laddove, con quest’ultimo termine, si vuole riferirsi più che altro alla duplice diversità di formazione tra accusatore e giudicante che si forgia durante l’espletamento della funzione magistratuale (e mai prima durante il percorso universitario o pre-concorso pubblico).

Recentemente l’ex Presidente della Camera On.le Luciano Violante ha ricordato che difficilmente, nel nostro sistema, chi inizia come indagatore finisce, poi, per essere l’arbitro della contesa e viceversa.

Della serie se nasci tondo, non puoi morire quadrato

Al Senato, nel maggio 2019, il Pres. Casellati ha ricordato anche i risultati degli ultimi monitoraggi sulla durata dei processi fatti dal Ministero della Giustizia: circa il 20 per cento dei procedimenti incardinati nei tribunali e oltre il 40 per cento di quelli presso le Corti di Appello sono a rischio di “legge Pinto” (trattasi della norma che prevede l’equa riparazione per il cittadino per danni causati dall’irragionevole durata di un processo).

Ad ogni buon conto anomalie ve ne sono parecchie: come certificato dal “quadro di valutazione sullo stato della giustizia 2018”, pubblicato dalla Commissione europea, esse hanno prodotto in questi anni costi enormi a carico dei bilanci dello Stato facendo sprofondare lo stivale tra gli ultimi in Europa quanto ad efficienza del “sistema giustizia”.

Un esempio su tutti? Una primeggia nel ruvido contrasto di ruoli di cui innanzi.

Si consideri come il sistema di giustizia tributaria, tutt’oggi, sia l’emblema del dualismo di mentalità giurisdizionale derivato dal fatto che in quasi tutte le Commissioni Tributarie italiane ci sono Procuratori degli uffici di Pubblico Ministero a decidere le sorti dei contribuenti.

Magistrati i quali, pertanto, ricoprono contemporaneamente due uffici d’incarico pubblico: inquirenti nel penale, giudicanti nel tributario.

La questione anomala appena rappresentata, però, non va risolta semplicisticamente così: un buon inquirente potrebbe essere anche un ottimo giudicante e saper discernere i rispettivi ruoli a seconda della funzione di giustizia da svolgere ed a cui è chiamato.

È proprio qui che si inciampa perché il Giudice del Pubblico Ministero dipende dal CSM, mentre il Giudice tributario dipende dal sistema di Giustizia tributaria organizzato e controllato dal Ministero dell’Economia (detto MEF) in tutto e per tutto.

Si badi bene che il MEF non solo è il controllore del cittadino tramite gli Enti delle entrate, non solo è la controparte naturale del giudizio tributario, ma è anche il soggetto a cui fa riferimento il giudice del tributario ed a cui deve dare conto del suo operato di decidente.

Quanto innanzi non è che uno degli innumerevoli incidenti di percorso; il nostro legislatore da anni non riesce a decifrarne politicamente la portata negativa (in termini generali) ed a risolvere la sovrapposizione di interessi in gioco (costituzionalmente parlando).

Ne va certamente di quella famosa “parvenza di imparzialità e terzietà” a cui i fruitori di giustizia vorrebbero affidarsi: proprio perché ne va della credibilità del sistema oltreché del paese.

Questo è un nodo cruciale del corretto rapporto tra Popolo e Potere e, di contro, del quanto più ottimale bilanciamento tra i poteri stessi dello Stato.

Se c’è qualcosa, con priorità tra le priorità, da cui si potrebbe partire agli Stati generali dell’Economia insediati dal Pres. Giuseppe Conte è proprio questo: il ruolo della politica dinanzi alla crisi della magistratura (e non il contrario) che, a conti fatti, deriva a sua volta dal troppo onere caricato sul giurisdizionale nonché dal troppo potere dato negli anni dalla politica stessa (così da implicarne diversi riflessi d’interferenza, assolutamente non funzionale, con il legislatore e l’esecutivo).

Sulla questione “giustizia” ne va, eccome, dello sviluppo del paese.

Mettendoci per un secondo nei panni di un investitore straniero, pur con la Costituzione più bella al mondo, quest’ultimo si troverebbe dinanzi ad un sistema quasi “infernale”; per non parlare del costo sociale che, specie aggravata dall’ultima riforma sulla prescrizione, si appresta, per certi versi, a vestirsi di “diabolico”.

La sopraffazione di un potere rispetto all’altro rischierebbe e, cogentemente, rischia di portare il paese (e la storia ce lo insegna) ad un processo “democraticamente irreversibile” in cui la iniziativa privata, pur costituzionalmente tutelata ed in qualsiasi forma, rimarrebbe lettera morta sino ad arrivare, man mano, ad una economia Generale dello Stato.

Il cambio di rotta ci può essere purché fatto con competenza; perché di “certezza della politica” ne abbiamo da vendere, ma è di “certa politica” di cui il paese avrebbe bisogno.

La Magistratura non ha tutte le colpe, ma alcuni giudici si

Tutto il contrario della Politica: a cui, in tempi di emergenza, tocca rimanere a galla cercando al più presto un punto di emersione. Al Popolo, per ora, non rimane che l’assoluzione dai peccati. Costituzione permettendo.

*Avvocato tributarista, Presidente CLN AssoConsum, membro Commissione Giustizia MISE

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