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Cronaca

LAGONEGRO: DOPO 17 ANNI ARRIVA L'OSPEDALE. ECCO I DOCUMENTI

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Si attende quindi che si riunisca la direzione dei lavori e che arrivi l'annuncio istituzionale con la conferma di una data precisa per la posa della prima pietra.

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di Domenico Leccese

Lagonegro (PZ) – Lagonegro (PZ) – In Basilicata dove c'è una buona sanità, dopo ben 17 anni i lavori per il nuovo ospedale di Lagonegro, a integrazione del Piano sanitario interregionale, possono finalmente iniziare. E il prossimo passo, terminata la fase burocratica, sarà quello della cantierizzazione.

A conferma di quanto appena scritto è possibile consultare i documenti che alleghiamo:[Cliccare qui per visionare gli atti]

Si attende quindi l'annuncio, della data precisa per la posa UFFICIALE della prima pietra.

Dopo la lieta notizia preme sottolineare che ci sono personaggi che continuano a riempirsi la bocca con la parolina magica "diritto di replica". Allora una volta per tutte facciamo chiarezza: non c'è alcun articolo di qualsiasi legge che contempli il diritto di replica.
Esiste invece l'art. 8 della legge sulla stampa che contempla il diritto di rettifica.

Vediamo che dice: "Il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale”. Questo significa intanto che il diritto di rettifica è limitato agli organi di stampa.

Poi questo succede mandando all'organo di stampa la richiesta di pubblicare la rettifica che si allega.

Con l'avvento del sistema radiotelevisivo è stato introdotto il diritto di rettifica dal Corecom (comitato Regionale per le comunicazioni) relativamente allo stesso sistema radiotelevisivo.
Vediamo cos'è e come funziona.

Che cos'è? Il diritto di rettifica consiste nella facoltà, da parte dei soggetti di cui siano state diffuse immagini o ai quali siano stati attribuiti atti, pensieri, affermazioni, dichiarazioni contrari a verità da parte di una radio o una televisione di richiedere all’emittente, privata o pubblica, la diffusione di proprie dichiarazioni di replica, in condizioni paritarie rispetto all’affermazione che vi ha dato causa.

Il Corecom, verificata la fondatezza della richiesta, ordina all’emittente la rettifica; nel caso in cui essa non ottemperi, il Corecom trasmette la relativa documentazione all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, la quale può decidere l’irrogazione di sanzioni.
Le competenze del Corecom in materia di rettifica, attive dal febbraio 2004 su delega dell’Autorità, attengono esclusivamente al settore radiotelevisivo regionale. Ne deriva che tutte le istanze di rettifica riguardanti il settore della carta stampata saranno considerate inammissibili. La procedura attivata presso il Corecom è completamente gratuita e viene completata in tempi estremamente brevi, tali da assicurare la necessaria effettività ed efficacia della rettifica.

Come fare… Chi si ritenga leso nei propri interessi morali o materiali da trasmissioni contrarie a verità deve preliminarmente inoltrare la propria richiesta di rettifica all’emittente. Soltanto qualora la rettifica non sia stata accolta, l’interessato potrà inoltrare al Corecom la
relativa istanza. L’istanza al Corecom deve: contenere le generalità complete e il domicilio o la sede legale del richiedente; essere corredata di tutti gli elementi atti ad identificare con precisione le notizie di cui si chiede la rettifica; 
- essere sottoscritta con firma autenticata nelle forme di legge; 
- riportare in allegato la documentazione comprovante l’avvenuta richiesta all’emittente e l’eventuale rifiuto della stessa.

Riferimenti normativi:
• Legge 6 agosto 1990 n. 223 (art. 10 commi 3 e 4 – Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato)
• D.P.R. 27 marzo 1992 n. 255 (Regolamento di attuazione della Legge 6 agosto 1990 n. 223 sulla disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato)
• Delibera 402/03/CONS con la quale l’autorità ha delegato ai Corecom le funzioni relative all’esercizio del diritto di rettifica con riferimento al settore radiotelevisivo locale.

Come si evince il diritto di rettifica va esercitato in maniera abbastanza precisa, e non "scemo di un giornalista dammi il diritto di replica". E si riferisce al sistema radiotelevisivo, non ad un forum di quattro sfigati che passano il tempo ad insultarsi.

Ma continuando a scavare alla fine esce fuori un diritto di replica.
Però , ahimè, anche questo non è una legge, ma un protocollo approvato dal Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa, con il nome di Carta dei doveri del giornalista. Cosa dice? In buona sostanza dice che in presenza di accuse che possono danneggiare reputazione o dignità del protagonista, questi ha diritto alla pari opportunità di replica.

Quando questo è impossibile il giornalista è tenuto a informarne i lettori.

E' inutile sottolineare che anche qui si parla di giornali e di accuse a persone reali tipo "Girolamo Seghetti o Ernesto Tumistufi, non certo a giornalista II o a Espulsivo, oppure Metti la cera Togli la cera. Bisogna essere su un giornale, bisogna che l'autore sia un giornalista, bisogna che il presunto danneggiato sia una persona fisica individuabile”. Se ho commesso errori od omissioni comprovabili sono disposto a prenderne atto.

Diritto di replica
L’art. 8 della legge sulla stampa 47/1948 stabilisce che “il direttore o, comunque, il responsabile è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano o nel periodico o nell'agenzia di stampa le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini od ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale”.

Il lavoro del giornalista si ispira ai principi della libertà d'informazione e di opinione, sanciti dalla Costituzione italiana, ed è regolato dall'articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963:
«E' diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e della buona fede.
 

Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori.
Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti ed editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori»

Il rapporto di fiducia tra gli organi d'informazione e i cittadini è la base del lavoro di ogni giornalista. Per promuovere e rendere più saldo tale rapporto i giornalisti italiani hanno sottoscritto la Carta dei doveri.
Rettifica e replica
Il giornalista rispetta il diritto inviolabile del cittadino alla rettifica delle notizie inesatte o ritenute ingiustamente lesive.
Rettifica quindi con tempestività e appropriato rilievo, anche in assenza di specifica richiesta, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate, soprattutto quando l'errore possa ledere o danneggiare singole persone, enti, categorie, associazioni o comunità.
Il giornalista non deve dare notizia di accuse che possano danneggiare la reputazione e la dignità di una persona senza garantire opportunità di replica all'accusato.
Nel caso in cui ciò sia impossibile (perché il diretto interessato risulta irreperibile o non intende replicare), ne informa il pubblico. In ogni caso prima di pubblicare la notizia di un avviso di garanzia deve attivarsi per controllare se sia a conoscenza dell'interessato.
Le fonti
Il giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, per accertarne l'attendibilità e per controllare l'origine di quanto viene diffuso all'opinione pubblica, salvaguardando sempre la verità sostanziale dei fatti.

Nel caso in cui le fonti chiedano di rimanere riservate, il giornalista deve rispettare il segreto professionale e avrà cura di informare il lettore di tale circostanza.

In qualunque altro caso il giornalista deve sempre rispettare il principio della massima trasparenza delle fonti d'informazione, indicandole ai lettori o agli spettatori con la massima precisione possibile.

L'obbligo alla citazione della fonte vale anche quando si usino materiali delle agenzie o di altri mezzi d'informazione, a meno che la notizia non venga corretta o ampliata con mezzi propri, o non se ne modifichi il senso e il contenuto.
In nessun caso il giornalista accetta condizionamenti dalle fonti per la pubblicazione o la soppressione di una informazione.

Il tutto, per corretto dovere di cronaca ed informazione

Cronaca

Euro2020, al via il monitoraggio sulla pubblicità del gioco online

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Con l’avvio di Uefa Euro 2020, in cui l’Italia dei record ben si sta dimenando, si sono avviati anche i monitoraggi in tema betting. Non solo la regolarità delle partite sotto monitoraggio, ma anche le relative scommesse e pubblicità ruotanti attorno al gioco online. Al punto che l’EGBA, l’European Gaming and Betting Association, organo numero uno del gioco online europeo, si è espressa a rappresentanza dei maggiori operatori di giochi e scommesse online sul territorio europeo.

Come riferito dai gambling analyst di Bonus Mania, i vertici EGBA hanno manifestato il loro impegno in prima linea per operare una pubblicità responsabile. In pieno rispetto del codice di condotta online.

Il codice stesso verrà monitorato, nel corso dell’Europeo, da un organismo indipendente. Il monitoraggio sarà condotto dall’EGBA stessa. Affiancata dalla Nielsen, società che si occupa di analisi, deputata al controllo del materiale pubblicitario dei membri EGBA su tutti i media di informazione digitale e non in ben quattro paesi dell’UE: sono Grecia, Romania, Svezia e Irlanda. L’EGBA riceverà un’analisi con tutti i risultati del monitoraggio, cosa che permetterà all’EASA di avanzare raccomandazioni specifiche.

Il segretario dell’EGBA, Maarten Haijer, ha sottolineato ancora una volta l’impegno dei membri dell’organo per una pubblicità responsabile, in maggiore misura nel corso di eventi importanti.

Il codice di condotta sulla pubblicità responsabile è pensato in questo caso. “Il monitoraggio del codice da parte di terzi sosterrà la conformità e la fiducia stessa nel codice” – ha dichiarato in un recente comunicato. Tema scottante, quello pubblicitario, nel settore del gioco. Le responsabilità da assumersi sono troppe. Le autorità del gioco in Europa, dal loro punto di vista, dovranno riconoscere gli sforzi di EGBA per migliorare gli standard pubblicitari responsabili.

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Smantellato cartello della droga: arrestate 15 persone tra Roma, Milano e Viterbo

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ROMA – Dalle prime luci dell’alba, nelle province di Roma, Milano e Viterbo, i Carabinieri del Comando Provinciale di Roma unitamente ai Comandi Arma territorialmente competenti, hanno eseguito l’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 15 persone, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti con l’aggravante della transnazionalità, cessione e detenzione ai fini di spaccio.

Il provvedimento restrittivo si basa sulle risultanze acquisite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di “Via in Selci” nell’ambito dell’indagine convenzionalmente denominata “SANTIAGO”, condotta mediante complesse attività tecniche e di riscontro sul campo negli anni 2018 e 2019.

Le indagini prendono il via da una nota informativa delle Direzione Centrale dei Servizi Antidroga relativa all’arresto, operato in Cile dalla locale polizia, nei confronti di una donna poco più che ventenne del posto, la quale era stata bloccata mentre stava trasportando circa 10 kg di sostanza del tipo cocaina che, da accertamenti esperiti, sarebbe dovuta giungere a Roma mediante l’utilizzo del vettore aereo.

Dai successivi approfondimenti investigativi eseguiti dai Carabinieri è stato individuato il destinatario del carico di narcotico, identificato in un soggetto di nazionalità cilena dimorante nella Capitale, considerato uno dei referenti del sodalizio criminale attivo nello specifico settore.

Le complesse investigazioni hanno consentito, dunque, di delineare l’esistenza di una strutturata associazione operante tra più Stati e composta principalmente da soggetti sudamericani che, da quanto ricostruito, gestivano i contatti con fornitori esteri del Perù attraverso utenze telefoniche intestate a soggetti fittizi, ovvero intrattenevano rapporti con acquirenti in territorio italiano, ai quali facevano pervenire le partite di droga ordinate tramite l’uso di corrieri.

I soggetti incaricati del delicato e rischioso compito del trasporto del narcotico, perlopiù di sesso femminile, occultavano la sostanza in bottiglie di bevande e di prodotti fito-terapici, oppure all’interno di ovuli ingeriti prima di salire a bordo di aerei di linea delle tratte Santiago del Cile – Lima – Roma.

Tra i destinatari delle partite di stupefacente importate dal gruppo di sudamericani, emerge anche la figura di un italiano residente in provincia di Crotone, il quale nel mese di marzo dell’anno 2019, avrebbe dovuto ricevere a domicilio il campione di una fornitura di stupefacente al fine di testarne le qualità.

Uno dei promotori dell’attività di narcotraffico si identifica in YBANEZ NINAMANGO classe 1995, il quale si occupava di reperire lo stupefacente in Perù per poi affidarlo, per il trasporto, a soggetti reperiti in Sudamerica che giungevano nella Capitale.

Nell’ambito delle investigazioni è stato accertato il pieno coinvolgimento di diverse donne sudamericane, le quali collaboravano con i vertici dell’organizzazione criminale nelle seguenti attività:

  • preparazione della documentazione amministrativa di soggiorno o per motivi di turismo, necessaria ai corrieri per entrare in Italia e superare i controlli alla frontiera;
  • individuazione nella città di Roma delle strutture ricettive presso le quali accogliere i corrieri per consentirgli l’espulsione degli ovuli di stupefacenti;
  • vendita al dettaglio delle partite di cocaina che giungevano in territorio nazionale;
  • custodia del denaro provento dell’attività illecita che, in parte, inviavano nel loro paese di origine attraverso operazioni di money transfer.

Le cessioni al dettaglio, da parte di alcuni sodali, venivano effettuate nei quartieri “Alessandrino” e “Centocelle” di Roma e si svolgevano mediante conferma telefonica, durante le cui conversazioni si utilizzavano espressioni criptiche (la sostanza, ad esempio, veniva indicata con la parola “panino”).

Le prolungate e meticolose attività di riscontro dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno consentito di:

  • arrestare in flagranza di reato 11 persone per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti;
  • sequestrare complessivamente kg. 12,600 di sostanza del tipo cocaina.

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DDL Zan, il Vaticano avverte: “l’Italia viola il Concordato”

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Il Vaticano si schiera contro il ddl Zan. E lo fa nel modo più clamoroso. Ovvero attraverso una nota ufficiale della Segreteria di Stato in cui sostiene che la proposta contro l’omotransfobia che si trova all’esame in commissione Giustizia al Senato violerebbe in alcuni contenuti l’accordo di revisione del Concordato tra Stato e Chiesa. E si tratta di un atto senza precedenti perché mai, finora, il Vaticano era intervenuto per contestare una legge ancora da approvare esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi.

A comunicare la nota all’ambasciata italiana presso la Santa Sede è stato Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati della Segreteria, di fatto il “ministro degli esteri” di Papa Francesco. Tecnicamente si tratta di una “nota verbale”, ovvero di una comunicazione formale non firmata. E nel testo si sostiene che «Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato».

Si tratta dei commi che si trovano nell’Accordo di Villa Madama del 1984, firmato da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli. E che assicurano alla Chiesa «libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale» ( comma 1). Mentre garantiscono «ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (comma 2).

Secondo il Vaticano il Ddl Zan viola la libertà di organizzazione perché non esenta le scuole private dall’organizzare attività in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, che viene istituita con la legge. E, più in generale, minerebbe la libertà di pensiero dei cattolici. La nota è stata consegnata al gabinetto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio lo scorso 17 giugno. Ma, secondo il quotidiano, non è stata ancora portata all’attenzione del presidente del Consiglio Mario Draghi e del Parlamento.

In teoria, le regole prevedono che di fronte a una presunta violazione del Concordato e a un problema che riguarda la sua corretta applicazione si attivi la “commissione paritetica” – disciplinata dall’articolo 14 – che è deputata a ricercare un’”amichevole soluzione”. Ma la Conferenza Episcopale Italiana si era già fatta sentire contro la legge. Una volta nel giugno 2020, quando aveva sostenuto che «Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio». E la seconda volta con una nota del presidente Gualtieri Bassetti: « Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza».

Approvato dalla Camera il 4 novembre 2020, il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia si intitola «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità». Prende il nome da relatore, il Dem Alessandro Zan. Il testo prevede la reclusione fino a 18 mesi o una multa fino a 6.000 euro nei confronti di chi commette o istiga ad atti di discriminazione. E prevede anche il carcere da 6 mesi a 4 anni nei confronti di chi istiga o commette violenza, o per chi partecipa a organizzazioni che incitano a discriminazione o violenza.

Il testo, che si compone di 10 articoli, prevede l’estensione dei cosiddetti reati d’odio per discriminazione razziale, etnica o religiosa a chi compia discriminazioni verso omosessuali, donne, disabili. E porta quattro modifiche nella normativa già esistente: la prima (articoli 2 e 3) riguarda l’aggiunta dei reati di discriminazione basati «sul sesso, genere, orientamento sessuale o identità di genere o disabilità» all’articolo 604-bis e 604-ter del codice penale. La seconda (articolo 6) tocca l’articolo 90-quater del codice di procedura penale: viene definita la «condizione di particolare vulnerabilità della persona offesa» (ora c’è solo la specifica relativa all’odio razziale). La terza (articolo 8) riguarda il dl 215/2003 sulla parità del trattamento degli individui indipendentemente dal colore o dalla provenienza etnica. La quarta (articolo 5) riguarda la legge Mancino.

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