Sanità a rischio nella Tuscia, costituito il comitato per la salvaguardia dell’ospedale S. Anna di Ronciglione

RONCIGLIONE (VT) – Con un Atto Aziendale la Direzione Generale della ASL, Viterbo vuole chiudere i Punti di Primo Intervento di Montefiascone e Ronciglione.

Abbiamo da queste colonne più volte stigmatizzato il fatto che la Sanità italiana fosse in mano (Lorenzin) a chi nessuna competenza potesse avere nello specifico, essendo titolare soltanto di un diploma di maturità classica, e lontana dalle competenze mediche necessarie per gestire un Ministero fondamentale come quello che riguarda la salute di milioni di cittadini.

E così, mentre a Napoli e in Sicilia le siringhe continuavano a costare tre o quattro volte il prezzo pagato al nord, si è voluto a tutti i costi, con soluzione burocratica – che trasforma i cittadini in numeretti su di un foglio – risparmiare sulle spese, adottando tagli orizzontali, e trasformando il nostro Paese in qualcosa di simile al Terzo Mondo. Anzi, peggio, visto che in Africa i nostri medici volontari vanno ad impiantare nuovi ospedali, mentre in patria si smantellano quelli esistenti, con una logica illogica, che trasforma il cittadino in suddito, cioè in un soggetto che ha solo da accettare decisioni calate dall’alto, senza diritto di replica, come in questo caso, dettate solo dalla cieca burocrazia del denaro, mentre uno dei diritti costituzionali fondamentali, come quello alla salute e alle cure, – art. 32 della Costituzione Repubblicana – viene violato a man salva. Liste d’attesa interminabili, rinuncia alle cure, accesso forzato alla sanità privata, ingolfamento dei Pronti Soccorso e delle disponibilità di ricovero, sono i primi e prevedibili effetti di queste decisioni da pallottoliere della prima elementare, che definire becere è un eufemismo.

Ma già, in Italia si sa chi comanda realmente, chi ha in mano il potere esecutivo: siamo preda e vittime di una burocrazia elefantiaca e sonnolenta, oltre che poco intelligente, dove chi non fa, non sbaglia; quella scienza che, appunto, trasforma i cittadini in numeri. Tranne quando ad aver bisogno sono i soliti noti, che dispongono , ad horas, di interi piani presso i nostri migliori ospedali, oltre che migliori medici e luminari. Pare che la loro vita sia più preziosa della nostra.

Questo si chiama discriminazione, ed anche questa condizione è al di fuori della nostra Costituzione Repubblicana, in particolare dell’art. 3, che riguarda l’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione di alcun genere. Insomma, figli e figliastri, aggiungendo al danno la beffa.

Il caso limite dell’ospedale di Ronciglione

Un caso limite riguarda l’ospedale S. Anna di Ronciglione, che, pur essendo al centro di un bacino di utenza di tredici paesi limitrofi, con una potenzialità di intervento su circa 60 o 70.000 cittadini, subisce da tempo pesanti tagli alla sua operatività, e sta per essere definitivamente declassato, pur avendo un numero effettivo di accessi che supera abbondantemente i 6.000 richiesti dalla delibera n. 70/2015. In più, dobbiamo constatare che l’ospedale più vicino – quello di Belcolle, a Viterbo – pur essendo sulla carta a breve distanza, risulta di accesso a volte molto difficoltoso, dovendosi superare la barriera dei Monti Cimini, con una strada di montagna ricca di curve e tornanti, spesso impercorribile per nebbia, neve e cattivo tempo. Un viaggio che di fatto impedisce ogni intervento salvavita che sappiamo dover essere messo in atto in pochi minuti, particolarmente in caso di affezioni cardiache; interventi che, al contrario, come testimoniano numerosi cittadini di Ronciglione, hanno potuto salvare la vita di loro congiunti, quando l’ospedale era nella sua piena funzione. Già oggi, invece, l’ospedale di Belcolle risulta intasato nel Pronto Soccorso, oltre che nei ricoveri, mentre tutti i codici dal giallo in giù subiscono attese di ore, e non per cattiva volontà degli operatori. Attese a volte oltre l’anno sono a carico dei mutuati, anche di esami cardiologici o ginecologici, per i quali si supporrebbe una corsia preferenziale, oltre che per gli oncologici, mentre il tumore ha tutto il tempo per crescere a suo piacimento. Ci auguriamo che l’azione di questo Comitato sia efficace, e riesca a farsi sentire dalla nuova amministrazione della Sanità pubblica – dottoressa Giulia Grillo, finalmente un medico – e che riesca a far ripristinare i servizi che l’ospedale S. Anna erogava una volta. Siamo infatti convinti che tutte queste chiusure e preclusione di diritti civili non abbiano portato ad un significativo risparmio nelle casse dello Stato. Quello Stato che ha già incamerato il denaro per i servizi sanitari, pur negandone l’erogazione. E sappiamo come si chiama qualcuno che incassa senza obbligo di corrispettivo. A questo proposito, trasmettiamo integralmente il comunicato stampa del Comitato per la difesa dell’ospedale S. Anna.

“Una morte annunciata, – dichiarano dal Comitato Ospedale Sant’Anna Ronciglione – si dirà, dal momento che questa chiusura era prevista grazie al Decreto Ministeriale 70/2015, secondo il quale per mantenere un PPI sono necessari almeno 6000 casi all’anno. E questo non sembra essere il caso di Ronciglione. Ma e’ questo il dato che da origine alle perplessità e riserve dei cittadini di Ronciglione che hanno assistito al lento smantellamento del terzo Ospedale della Provincia di Viterbo e centro di eccellenza medica. Questa chiusura non e’ effetto di una semplice diminuzione di accessi, ma del fatto che il servizio integrato del fu Pronto Soccorso di Ronciglione ha subito uno “spacchettamento” dei suoi servizi e la applicazione di direttive che hanno sottratto elementi e risorse al servizio.

Primo fra tutti – proseguono dal Comitato Ospedale Sant’Anna Ronciglione – il Servizio Radiologico che ha cessato di erogare i suoi servizi a partire dalle ore 13 con la conseguenza che nel comprensorio coperto dall’Ospedale di Ronciglione ci si può rompere una gamba o un braccio (o la testa) solo fino alle ore 13. Dopo, sperando e confidando nella buona sorte, si può essere attesi solo a Belcolle, a Viterbo. Questa disposizione “amministrativa” falsa il valore degli accessi al PPI. Ma non basta. La seconda disposizione riguarda il percorso delle ambulanze durante la notte, alle quali e’ stato indicato di non convergere sul PPI di Ronciglione, ma di recarsi direttamente a Belcolle con conseguente diminuzione degli accessi, da un lato, e sovraccarico del Pronto Soccorso di Belcolle che presenta sintomi chiari di difficoltà, dall’altro. Con il risultato di pochi casi che arrivano al PPI di Ronciglione durante la notte, e che rappresentano un ulteriore evidenza del dirottamento di risorse realizzato con la finalità di arrivare allo smantellamento totale della struttura. Se a questo poi aggiungiamo l’istituzione di un Punto di Assistenza Infermieristica (PAINF) ed una Guardia Medica separate dal Punto di Primo Intervento, si comprende meglio il senso di questa operazione. Essendo l’accesso al PAIN, infatti, regolato da un passaggio per il CUP, impedisce che questi movimenti siano registrati come attenzione prestata nel PPI. Lo stesso ragionamento vale per la Guardia Medica. Ma ancor di più risulta risibile il richiamo al DM 70/2015, in quanto il limite fissato da questo decreto deve necessariamente essere messo in rapporto con le caratteristiche geografiche del territorio interessato che nel nostro caso hanno, nei Monti Cimini, una barriera naturale che rende poco agevole l’accesso a Belcolle e che da novembre ad aprile risulta più complicato sia per le condizioni meteorologiche sia per lo stato di mantenimento delle strade.

Alla luce di questi elementi i cittadini che integrano il Comitato Ospedale Sant’Anna hanno deciso, in primo luogo, di rivolgersi direttamente ai Sindaci dei tredici (13) paesi che integrano il comprensorio su cui insiste l’Ospedale di Ronciglione affinché convochino in modo urgente un Consiglio Comunale straordinario per approvare una mozione o delibera in cui si richieda alla Direzione della ASL di Viterbo, l’annullamento dell’Atto Aziendale in questione. Come cittadini intendiamo infatti che da questo atto derivino gravi problemi per il rispetto del principio sancito nell’art. 32 della Costituzione e che, in ogni caso, la salute e la vita dei cittadini non possono cedere il passo davanti a “presunte” considerazioni di carattere economico. Invitiamo pertanto tutti i Primi Cittadini dei Comuni interessati – concludono dal Comitato Ospedale Sant’Anna Ronciglione – a mobilitarsi insieme ai Consigli Comunali e a tutta la cittadinanza per difendere il Diritto Fondamentale di tutti i cittadini alla Salute”.

Roberto Ragone




Appropriazione indebita di attentato terroristico: Tajani rivendica l’attacco di Strasburgo come attentato contro l’Ue

Ai tempi felici in cui ancora esisteva il reato di vilipendio a pubblico ufficiale, – quello che oggi ci consentirebbe di toglierci dai piedi parecchi ‘maleducati’, bianchi, gialli, rossi o neri, non ha importanza, e di restituire autorità ai nostri tutori dell’ordine – durante il processo intentato contro un manifestante di piazza che aveva spernacchiato un sottufficiale dei carabinieri intervenuto con altri per ristabilire l’ordine pubblico, l’avvocato difensore chiese al carabiniere come, in tanto chiasso e confusione, avesse potuto discernere che la pernacchia era rivolta proprio a lui. Alla risposta del sottufficiale, l’avvocato se ne uscì con la frase: “Allora io l’accuso di appropriazione indebita di pernacchia vagante.” L’aula del tribunale – di Bari – fu scossa da una unica, potente, irrefrenabile risata, e l’imputato fu assolto, manco a dirlo.

Molte le analogie con la situazione di oggi, nella quale il presidente Tajani vuole a tutti i costi considerare l’attacco jihadista di Strasburgo come rivolto all’Unione Europea.

Comodo pretesto per continuare a difendere un organismo traballante e ai limiti della liceità, altro che padri fondatori! Tanti incominciano a chiedersi, visti i risultati, da dove siano spuntati così numerosi obblighi e pastoie per i nostri governi, e quali vantaggi ne possano aver ricavato i cittadini. Una delle ultime: dovremo importate 70.000 tonnellate di carne bovina dal Sudamerica, senza dazi, senza controlli, e certamente con tanti ormoni via siringa. Ce lo chiede l’Europa. Come anche l’Europa ci ha ‘chiesto’ di importare arance e ortaggi dal Marocco, latte dal Nord Europa, olio dalla Tunisia, con grave pregiudizio della salute nazionale e del lavoro dei nostri produttori. E via così.

Difendere l’indifendibile è diventato l’impegno H24 di Tajani. Anche se gli chiedi che ora è. Ti risponde che l’Europa è l’unica soluzione, che è la nostra casa, che la manovra è sbagliata, che danneggia i cittadini – ma non spiega perché – che è tutto da rifare; secondo lui e i suoi compagni di partito. Scherzi a parte, da quando Berlusconi stranamente si tace, o parla solo con Bruno Vespa al suo fianco – anche lui strenuo difensore dell’UE: ma perché certi personaggi fanno politica da giornalisti? Che scelga ciò che vuol fare – è il buon Tajani che si attiva per fare la ‘voce’ dell’ex cavaliere. Senza voler essere irriverenti, un po’ come quel personaggio che veniva in tv con un corvo – Moreno – finto a cui dava voce.

Dello stesso parere di Tajani è l’attuale presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti. Che ha ricevuto – ça va sens dire – la visita proprio del presidente dell’UE. Insieme hanno convenuto, secondo i media, che è proprio così: “L’Europa è la casa comune. Se la perdiamo, non ne abbiamo un’altra di riserva” ha detto Bassetti. Dimostrando ancora una volta, ove ce ne fosse bisogno, che la vocazione politica a certi livelli è molto più forte di quella spirituale. Poi, dopo il colpo al cerchio, uno alla botte: “Se l’Europa è la casa comune come l’avevano proposta i nostri padri” ha continuato il presidente della CEI “vuol dire che noi dobbiamo ancora mettere mattone su mattone per la sua costruzione.” Il che significa chiaramente che l’Europa è ancora all’anno zero, e che non è come l’avevano prevista i padri fondatori. Bella scoperta. Insomma, l’attentato di Strasburgo se lo litigano, e anche la Bonino inzuppa il pane, lei che vorrebbe “Più Europa”.

Noi invece, come tanti, di questa Europa siamo stufi, e soprattutto delle cifre enormi che costa alla nazione e ai cittadini – sono soldi nostri – e delle prevaricazioni economiche, giuridiche e politiche che ci impone, nel nome del nulla. Non crediamo che sia corretto che il destino della nostra nazione sia appeso all’umore di un Moscovici, che magari quel giorno ha ricevuto una telefonata da chi-so-io, e che la manovra per il rilancio della nostra economia debba essere bocciata. Siamo stufi anche dell’austerità, di questo volerci mettere sotto il tallone, di questo volerci far ripiombare al livello della Grecia, sotto l’ombra non ancora spenta della Merkel; quando invece Macron – inviato di Goldman Sachs, la banca dove per caso è stato assunto a suo tempo il figlio del professor Monti – dichiara di voler arrivare a sforare il 3% e forse anche il 3,5%. Ma no, il suo sforamento sarà considerato in primavera del 2019! Allora è chiaro che tutta questa manfrina è soltanto politica, contro l’unico governo possibile che non si prostri, o non prenda i soldi, dai gruppi lobbistici paramassonici al vertice della finanza mondiale.

Le famose tredici famiglie che detengono il 90% del denaro che circola al mondo, e che ogni giorno accumulano profitti incalcolabili, soprattutto sul nostro spread. Che d’altronde possono agevolmente controllare e pilotare, come hanno già fatto quando hanno costretto alle dimissioni Silvio Berlusconi. Già. L’ex cavaliere che oggi cavalca nella direzione opposta, è diventato amico di quelli che lo hanno ‘trombato’. Tutto per l’Europa, ma sempre, pare, secondo alcuni media, in vena di shopping fra i banchi di altre coalizioni politiche. Un Berlusconi, come riporta in prima pagina Il Fatto Quotidiano, “Graviano vide Berlusconi e il suo orologio”. Giuseppe Graviano, uno dei boss della mafia palermitana, l’ordinante, assieme a suo fratello Filippo, dell’assassinio di don Pino Puglisi. A loro si attribuiscono anche le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pare che già dal 1993 Cosa Nostra avesse deciso di appoggiare Forza Italia, e che, secondo il pentito Nino Giuffrè ed altri ‘collaboratori’, i fratelli Graviano fossero gli intermediari fra B. e Cosa Nostra. Ancora dalla prima pagina del Fatto, dal verbale di Brusca: “Nel 1995 Messina Denaro mi disse che Giuseppe gli aveva raccontato i suoi vertici con B.” Il resto – sarebbe troppo lungo – lo lasciamo alla cronaca di quegli anni.

Tornando con i piedi per terra, che fine farà la nostra manovra finanziaria, l’unica, checché se ne dica, che può far ripartire l’economia in Italia? Quella manovra invisa alle sinistre, proprio per questo? Invisa alle Cassandre, ai corvi, agli avvoltoi a cui non va bene niente, neanche un po’ di etica civile e istituzionale? Tradendo il compito dell’opposizione, che deve vigilare, ma non andare contro gli interessi della nazione. Cosa che invece si fa quotidianamente, con l’avallo della tv di Stato, della quale aspettiamo ancora il ‘cambiamento’.

Roberto Ragone




Aerei civili e militari, scie chimiche ed effetti collaterali: ecco quello che non si dice. L’intervista a Rosario Marcianò

Da quando la maggior parte degli aerei, civili e militari, ha abbandonato l’elica in favore dei cosiddetti motori a reazione, siamo abituati a vedere in cielo lunghe scie bianche che seguono il volo; in special modo quelle prodotte dai grandi aerei di linea che volano oltre i 30.000 piedi – o diecimila metri. Alzi lo sguardo, e vedi un puntino argentato che lascia dietro di sé due grandi code bianche, che si fermano per lungo tempo nell’aria, quasi a volerci far seguire la strada del velivolo.

Una strada a noi invisibile, ma non ai radar che ne dirigono il traffico, come se fosse un incrocio all’ora di punta in una grande città. Da un po’ di tempo queste scie si sono dimostrate più persistenti, quasi non siano soltanto una condensa prodotta dallo scarico dei motori, ma qualcosa di diverso: qualcosa che ci fa pensare a quei film americani in cui si vedono piccoli aerei da turismo che ‘seminano’ la pioggia, rilasciando al di sopra delle nubi grandi quantità di prodotti chimici. Oppure si occupano di spargere pesticidi o fertilizzanti passando a bassa quota sui campi coltivati.

La notizia che le odierne scie non siano soltanto di condensa, e che non si comportino come tali, ha incominciato da qualche tempo a filtrare da fonti non ufficiali. Fino a che qualcuno ha deciso di occuparsene, o ci si è imbattuto casualmente, come nel caso di Rosario Marcianò, titolare del sito Tankenemy.

Di sicuro possiamo dire che è plausibile che le tecnologie militari non chiedano permesso – costrette, come sono, al segreto militare – e che tante volte potrebbero essere in contrasto con le abitudini della vita civile. Qualcuno, visti gli effetti collaterali presunti di queste scie, ha parlato di ‘guerra meteorologica’: il che, di questi tempi, sarebbe perfettamente plausibile.
Rosario Marcianò ha rilasciato in esclusiva questa intervista a l’Osservatore d’Italia, in cui parla delle scie, dei loro effetti, dei loro scopi, e di come è arrivato a fare la loro ‘scoperta’.
Oggi possiamo dire che è la persona che più di ogni altra se ne è occupato. Come in tutte le cose, ci sarà chi è d’accordo, chi è possibilista, e chi ci darà del ‘complottista’. Certo è che l’argomento, negli Stati Uniti, lo conoscono fin dagli anni ’90.

Roberto Ragone




Caso scomparsa Davide Cervia, il ministro Trenta rinuncia all’appello. Riconosciuto de facto il rapimento

Il 12 settembre del 1990 scompare a Velletri l’ex sergente della Marina Davide Cervia, a pochi minuti di strada dalla sua abitazione. A quello che è stato definitivamente riconosciuto come rapimento, assistono due inconsapevoli testimoni: un anziano vicino di casa, che prende i gesti di Cervia come un segno di saluto, a cui risponde – mentre tre persone lo caricano su di un’auto verde, che si allontana a tutta velocità – e l’autista di un pullman di linea, a cui l’auto verde taglia la strada ad un incrocio, seguita dalla Golf bianca di Cervia, guidata da uno dei rapitori.

Nonostante i testimoni, la scomparsa viene subito rubricata come allontanamento volontario. Un anno dopo viene ritrovata l’auto di Davide Cervia, con all’interno ancora il mazzo di fiori che aveva comprato per la moglie. L’unica ipotesi valida per il rapimento – quella che poi si rivelerà reale – è che Davide Cervia sia stato rapito per la sua competenza specifica nel campo della Guerra Elettronica e ‘venduto’ ad una potenza straniera acquirente del sistema d’arma segretissimo OTOMAT prodotto in Italia, che soltanto il Cervia e pochi altri suoi colleghi di corso sarebbero stati in grado di assemblare correttamente. Nonostante depistaggi, minacce ed intimidazioni anche gravi, la famiglia, ed in particolare la moglie, Marisa Gentile, non si rassegna al silenzio, rifiutando perfino l’offerta di un miliardo di lire per tacere e lasciar perdere.

MARISA GENTILE MOGLIE DI DAVIDE CERVIA OSPITE A OFFICINA STAMPA DEL 16/11/2017 PER PARLARE DEL CASO CHE HA RIGUARDATO IL MARITO

Nel 2012 la famiglia Cervia fa causa al Ministero della Difesa in sede civile

La causa si conclude nel gennaio del 2018 con la condanna del Ministero al risarcimento simbolico di un euro. Nelle motivazioni della sentenza viene citata la “violazione al diritto alla verità” subita dalla famiglia, cioè il diritto a “chiedere e ad ottenere, dai soggetti che le detenevano, ogni notizia ed ogni informazione relativa al proprio congiunto, al fine della individuazione delle ragioni della scomparsa”. Secondo il tribunale, il Ministero avrebbe omesso di fornire informazioni complete ed esatte sul rapimento, impedendo, secondo l’avvocato della famiglia, ove rese note, di giungere al ritrovamento del congiunto. Contro la sentenza il governo precedente aveva interposto appello. La notizia di oggi ci dice che il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha deciso di desistere e rinunziare all’ennesima udienza in merito, riconoscendo, de facto, il rapimento.

Abbiamo raggiunto al telefono la signora Marisa Gentile, moglie di Davide Cervia

Signora Marisa, certamente questa notizia premia l’impegno suo e dei suoi figli nella ricerca della verità. Se lo aspettava, oppure le è giunta inattesa?
Bè, per l’impegno che alcuni parlamentari avevano messo in questa faccenda, anche prima di essere al governo, mi aspettavo un aiuto concreto. Non mi aspettavo però questa grande umanità da parte del ministro, perché il ministro Trenta mi ha telefonato personalmente, e questo non accade così di frequente. Mi ha chiamata al telefono e mi ha detto della sua decisione, dopodiché ci siamo incontrati durante un evento assolutamente informale, una cena ai Castelli, durante la quale il ministro ha spiegato a me e ai miei figli i motivi per cui aveva deciso di rinunciare all’appello. Oggi poi è apparso sulla stampa questo comunicato, che ci rende molto felici, soprattutto per una cosa: noi siamo sempre stati bistrattati, snobbati, umiliati, minacciati, intimiditi, per ventotto anni. Oggi le scuse del ministro hanno per noi un significato veramente importante. Questo momento è per noi molto particolare, soprattutto, lo ripeto, per l’umanità dimostrata da un membro del governo, cosa che di sicuro non è così frequente. Ho chiesto che l’impegno del governo non si fermi qui; riceviamo le scuse dello Stato, va benissimo, ma l’impegno politico deve continuare, perché a questo punto, come nel caso di Stefano Cucchi, bisogna arrivare in fondo e fare chiarezza.

C’è una promessa formale da parte del ministro di continuare, se mai le avessero effettivamente iniziate, le indagini sulla sparizione di suo marito?
Nessuna promessa ufficiale. C’è stata però, e l’ho letto anche sul suo post ufficiale – e l’ho letto anche sul post del sottosegretario Angelo Tofalo – la notizia della volontà di andare avanti. Ora vedremo in quale modo. Oggi parlavo con un giornalista che mi consigliava di fare un appello alla magistratura. Io l’appello alla magistratura non ho intenzione di farlo, lo faccio invece alla politica. È inutile fare appello alla magistratura, perchè quando la magistratura va a chiedere atti e documenti ufficiali, se non c’è la collaborazione delle istituzioni, la cosa non va avanti, come è successo per Davide. Quindi ci vuole volontà politica di risolvere e di fare chiarezza. Non so se si potrà risolvere, ma fare chiarezza sicuramente. A questo punto è la politica, e quindi il governo, che ci deve dare una mano.

Allora questo avvenimento e questa notizia rilanciano tutta la questione del rapimento, che sembrava ormai messa da parte.
Sì, perché bisogna considerare che il 19 dicembre avremmo avuto l’udienza di appello. Quindi, dato che l’appello è stato proposto dal governo precedente, quando si sono resi conto che ci saremmo presentati in giudizio contro chi ci aveva aiutato già in precedenza, per loro è stato imbarazzante. Hanno poi letto le carte e sui sono resi conto che quello che noi chiedevamo era legittimo.

Comunque, imbarazzanti, nel prosieguo, saranno forse anche alcune ipotesi che sia voi che altri avevate considerato, nel merito del sequestro. Ora, senza entrare nei particolari, come lei pensa che potrebbe evolversi la cosa?
Non lo so, onestamente non lo so. Mi viene in mente forse magari la costituzione di una commissione parlamentare? Non lo so. Spero solo che loro in qualche maniera abbiano interesse e soprattutto intenzione di fare chiarezza.

Roberto Ragone




Omicidio Serena Mollicone, torna in scena il criminologo Carmelo Lavorino: si preannuncia lo scontro con il Ris dei carabinieri

Carmelo Lavorino, il noto criminologo che già ad Arce, con la sua squadra, condusse le indagini criminologiche che portarono all’assoluzione in tre gradi di giudizio dell’unico indiziato per la morte di Serena Mollicone, il carrozziere Carmine Belli, scarcerato dopo 18 mesi di detenzione, in quel lontano giugno del 2001, ritorna ad indagare sullo stesso delitto irrisolto, ma questa volta come consulente per la famiglia dell’ex comandante della caserma dei carabinieri di Arce, Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco, tutti e tre indiziati di omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Omicidio Serena Mollicone, l’ipotesi: picchiata brutalmente e poi soffocata nella caserma dei carabinieri di Arce

L’incarico al prof Carmelo Lavorino

Infatti il 2 di novembre 2018 l’avvocato di fiducia della famiglia Mottola, Francesco Germani, ha depositato alla Procura di Cassino la richiesta di incarico del prof. Lavorino, che ha accettato, quale consulente, con il mandato di stilare una relazione criminale, criminalistica, criminologica e investigativa a favore degli indagati.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla consulenza firmata dalla dottoressa Cristina Cattaneo, la stessa che si occupò del caso Gambirasio, Lavorino non considera la porta interna della caserma quale arma del delitto, nonostante siano state repertate dal RIS dei carabinieri tracce lignee sul corpo di Serena Mollicone, dopo l’esumazione.

Già una volta il criminologo – noto per la sua avversione a quello che lui chiama ‘innamoramento della tesi accusatoria’- si scontrò, nel caso di Carmine Belli, con le conclusioni dell’UACV della Polizia, Unità Analisi Crimine Violento – la task force voluta da Gianni De Gennaro quand’era capo della polizia di Stato, per contrastare l’aumento dei crimini violenti in Italia – demolendole al punto di portare all’assoluzione del Belli.

Stavolta si profila l’ennesimo scontro nei confronti del RIS dei carabinieri e delle loro conclusioni in ordine alla repertazione e analisi di vario materiale sul corpo di Serena Mollicone. Assisteremo probabilmente alla confutazione della relazione della dottoressa Cattaneo, quella che è stata consegnata al procuratore capo di Cassino dottor Luciano D’Emanuele, che, insieme al sostituto procuratore dottoressa Maria Beatrice Siravo, cercano di far luce su questa morte per la quale ancora oggi nessuno ha pagato. L’ingresso di Lavorino e della sua equipe nelle indagini certamente segnerà un livello più alto di indagine e di confronto nella ricerca della verità.

Le ombre sulla morte del brigadiere Santino Tuzi

Omicidio Serena Mollicone e morte del brigadiere Tuzi: il video messaggio della figlia Maria

Sulla vicenda, tuttavia, si allunga l’ombra di un’altra morte, quella del brigadiere Santino Tuzi, archiviata come suicidio, ma in realtà mai accettata come tale dalla famiglia.

Santino Tuzi doveva essere ascoltato in tribunale a proposito della visita di Serena Mollicone alla caserma di Arce, proprio il giorno successivo a quello della sua morte. Il brigadiere infatti testimoniò di aver visto Serena, alle 11,00 del 1 giugno del 2001, entrare nella caserma della quale era comandante il maresciallo Mottola, il che aveva anche l’abitazione al piano superiore, e di non averla più vista uscire fino alle 14,00, orario in cui smontò dal turno di servizio.

Santino Tuzi fu trovato l’11 aprile del 2008 in una Fiat Marea nei pressi della diga di Arce in località S. Eleuterio, ucciso da un colpo di pistola sparato al petto, in circostanze poco chiare, sulle quali non fu mai indagato. La mancanza di una situazione conclamata e pregressa di disagio che fornissero una motivazione al gesto estremo, il fatto che alcuni riscontri non furono approfonditi e che non furono neanche fatte foto del corpo nell’auto, le modalità stesse del suicidio, portano la famiglia a pensare che di suicidio non si trattò.

Il professor Lavorino tiene a precisare che attualmente sta studiando il fascicolo che l’avvocato Germani gli ha consegnato, e che non rilascerà dichiarazioni in merito al caso se non dopo le decisioni della Procura di Cassino relative alla chiusura delle indagini. Il professore ha dunque rimarcato il fatto che collabora e collaborerà per la verità dei fatti, per la giustizia e per la soluzione del caso, come fece per Carmine Belli, e si augura che tutti coloro che sono impegnati nelle indagini facciano altrettanto.

Roberto Ragone




Duevirgolaquattro, tutti pazzi per l’economia: tre settimane per riflettere… in ginocchio sui ceci

Col tempo viene a galla la verità, che è sotto gli occhi di tutti, mentre tutte le Cassandre continuano fino allo sfinimento a ripetere gli stessi ritornelli, ormai scaduti come lo yogurth: il punto di partenza del livello deficit/PI è quello ereditato dal PD, cioè il 2 per cento. Uno sforamento controllato di un ulteriore 4% non dovrebbe, in una condizione obiettiva, suscitare scandalo, quando altri paesi – leggi Francia – sono arrivati ben oltre, al 3%, senza colpo ferire.

E non è reale il fatto che l’economia francese sia più solida della nostra:

si vede ciò che si vuole vedere. Mentre le banche tedesche sono indagate per un’evasione fiscale di decine di miliardi di euro, il che ha danneggiato anche l’Italia. Ma no, i cattivi siamo noi, e tutti gli altri i buoni, compresa quella Merkel che contro le sue abitudini tiene un profilo stranamente basso.
Il rifiuto della manovra economica di questo governo non è dettato da una reale capacità tecnica di comprendere, ma da un fatto politico. Fin dal suo annunzio sia la UE, in tutti i suoi componenti e tutte le sue sfumature – in realtà sembra una banda di paese, dove ognuno suona uno strumento e si esibisce, a turno, dietro a quel pulpito, suonando il suo ‘assolo’, con note diverse, ma la musica è sempre quella – che l’opposizione tutta si sono scagliati contro il provvedimento. Che, a nostro parere, è di una grande apertura.
Non siamo economisti, ma persone con senso comune. Se si vogliono risollevare le sorti di un’azienda, servono capitali da investire, per creare un circolo virtuoso che porti al recupero del reddito e al riavvio dell’economia in positivo. Questo è ciò che i nostri stanno facendo, e però sembra che sia in UE che in Italia questo principio elementare non sia compreso. Dobbiamo sospettare, quindi, che alla base ci sia malafede, e che ciò che si dice non sia la realtà dei fatti, ma una critica a prescindere. Diciamo anche un’altra cosa: se la UE dovesse soccombere alle richieste degli Italiani, questo creerebbe un pericoloso precedente. Come, ad esempio, quello della Brexit. O dell’Islanda, scivolata fuori dall’euro e dalla UE senza colpo ferire, alla chetichella.

E a nessuno, a Strasburgo, fa comodo parlarne

Il muro eretto contro il governo gialloverde, più che contro la manovra, dimostra ampiamente che la strada intrapresa da Salvini e Di Maio porta ad uscire dalla situazione ‘lacrime e sangue’ di Monti, ciò che da una certa parte nessuno vuole. L’intenzione della UE e dei suoi mentori internazionali – ormai allo scoperto – è quella di tenere sempre l’Italia sotto il tallone. L’Italia è un paese estremamente affidabile, ma si vuol fare finta che non lo sia, per speculare in sicurezza sui suoi titoli di Stato. Non sappiamo bene perché, anche se molti economisti ce lo dicono, la Germania in particolare, e l’Unione Europea in generale, hanno tanta paura di una Italia con la briglia sul collo. Dietro le reprimende variamente targate in Europa, in realtà c’è la paura che l’Italia esca da questa gabbia, che si è dimostrata tale fin dall’inizio, nonostante le propaganda di chi è stato in malafede fin dall’inizio, e ce l’ha presentata con uno spot pubblicitario di grande progresso.
Sentire in televisione tuonare Berlusconi, Martina, il solito Renzi, Tajani, più le comparse di Forza Italia e PD, contro una manovra che nessuno ancora conosce nei particolari, non è solo sospetto, è rivelatore: l’intenzione è quella di far cadere questo governo e di prenderne il posto, e questo si realizza in maniera assolutamente scorretta. Già le prime avvisaglie s’erano manifestate ante litteram, in fase di gestazione. Questo dimostra che l’opposizione alla manovra non è tecnica, ma politica. Cioè, che tutto ciò che questo governo fa, è da buttare, senza guardare se vada bene o no, senza un contraddittorio, che sarebbe poi la ragion d’essere di una opposizione che facesse il suo mestiere onestamente. Senza essere schierata pro UE e suoi accoliti – leggi lobby e Bilderberg – e contro l’unico governo eletto dopo le dimissioni di Berlusconi nel 2011, e senza alcun rispetto per gli Italiani e le loro scelte, ma soltanto per la riconquista di un potere che qualcuno ritiene di sua esclusiva proprietà. Già Martina in questi giorni ha parlato di ‘alternanza nella democrazia’: proprio quell’alternanza che ‘loro’ non vogliono riconoscere ed accettare.

Ora ci hanno dato tre settimane di tempo per riflettere

in ginocchio sui ceci, come si faceva una volta, e qui si concretizza il braccio di ferro fra governo italiano e governo europeo. Sullo sfondo il commissariamento dell’Italia, che ci porterebbe ad un governo tecnico che, come Monti, rimetterebbe a posto i conti con l’Europa delle banche; oppure ad una espulsione dall’Unione che certamente a Strasburgo non vogliono considerare. Alla luce di uno spread che già è stato utilizzato come piede di porco per scalzare il governo del Cavaliere. Lo spread, le agenzie di rating e le loro classifiche sono tutti strumenti per costringere l’acqua del fiume ad andare nella direzione voluta. La realtà è che lo spread non c’entra con la manovra del governo, se non nella misura in cui il parlamento europeo ne dice male.
Quindi non è la manovra colpevole, né chi l’ha messa sulla carta, ma soltanto chi ne maldice, provocando piccoli e redditizi terremoti finanziari sui ‘mercati’, a vantaggio dei soliti investitori.
Sentiamo Tajani parlare di ‘danno per le banche’, ma più raramente, e con minore sincerità, di ‘danno per gi Italiani’, anche se le sue parole adombrano un minaccioso ‘danno’, senza altre spiegazioni, per gli italici risparmi. I quali, senza dubbio, sono distribuiti su Fondi d’Investimento e non su solo titoli italiani a lungo termine – BTP a trent’anni – tanto cari alla finanza internazionale. Titoli dei quali, all’asta, possono essi stessi, acquirenti, stabilire la rendita che potrebbero avere, qualora – ma non è così, perché presto si trasformano in qualcosa di molto simile a titoli azionari – li tenessero in portafogli fino a scadenza. Ma rende molto di più ‘giocare’ con i nostri BTP, facendo salire e scendere lo spread e rendendoli oggetto di compravendita. Il nostro governo, vivaddio, tiene duro.

Finalmente qualcuno con la schiena dritta che vuole realmente sanare i guasti europei, e non solo.

Ci viene da chiedere perché, fino ad ora, non si è cercato nel risparmio privato, che la statistiche ci dicono sostanzioso, una fonte di denaro che ci consentirebbe di uscire dalla tagliola delle grandi banche internazionali, o, come si dice, i ‘mercati’, che a nulla pensano se non al loro profitto, e sono proprietà dei soliti noti che vogliono piallare l’umanità intera a basso reddito, senza più nazionalità e di etnia indefinita, come vuole il ‘filantropo’ George Soros: il Nuovo Ordine Mondiale. Quello per il quale tutti avremo un microchip sottopelle e saremo controllati più che nel libro profetico di Orwell, “1984”. Basterà spegnere il microchip e tutti saremo spariti dalla circolazione, senza più identità, conto corrente, tessera sanitaria, documenti, e praticamente non esisteremo più. Tranne quelli al posto di comando. Tornando alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, si potrebbero emettere titoli a breve scadenza – tre mesi, sei mesi, un anno, tre anni – con un interesse positivo anche basso, dallo 0,50 al 2 o 3 per cento, e così ci autofinanzieremmo, e diremmo addio alla BCE e compagni. Non è nostra questa teoria, l’abbiamo copiata da chi se ne intende: vedremo come andrà a finire questa prova di forza. Noi, da bravi populisti e sovranisti, propugnatori della costituzionale sovranità del popolo italiano, facciamo il tifo per Conte, Salvini, Di Maio, Tria e Savona. Alle prossime elezioni europee avremo uno screening più preciso della situazione, con forze che emergeranno e altre, come già accade in altri ambiti, che sprofonderanno; e secondo noi queste ultime saranno quelle che meno pensano al bene del cittadino, e molto di più a quello di una Unione Europea che nessun medico ci ha prescritto e che in tanti, finalmente, incominciano a sentire come un cappio al collo. E a capire che il tabù è infranto, il re è nudo, e l’uscita dal recinto europeo e da questo simulacro di moneta unica non è più uno spauracchio, anzi: molti di noi se lo augurano, e presto.

Roberto Ragone




Sfascisti, faranno fuori Salvini come Berlusconi?

Già il 28 di agosto l’editorialista de Il Tempo Marcello Veneziani scriveva così: “Faranno fuori Salvini e so chi metteranno al suo posto”. Una nefasta profezia, che però trova cassa di risonanza in ciò che sta accadendo in queste settimane. Abbandonato ormai l’argomento dei migranti, ora il governo che gli Italiani hanno votato e che l’opposizione compatta – da centrodestra a centrosinistra e sinistra, cosa epocale – sta cercando di scalzare, ognuno per i propri interessi politici, è sotto un attacco mai accaduto nella storia della nostra repubblica.

S’è scomodato perfino Tajani, dichiarando in televisione che: “Questo governo va fermato, perché fa male all’Italia”

Accenti da marcia su Roma, e speriamo che nessuno sia così idiota da raccogliere questa istigazione all’insurrezione. Di fessi, purtroppo, siamo pieni e qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a compiere atti che, se fossero visti dall’altra parte, andrebbero classificati come ‘fascisti’. Mentre quelli che tuonano su media scritti e parlati sono ‘sfascisti’, o ‘disfattisti’, se qualcuno gradisce un termine caro al ventennio. Perché di questo si tratta. Salvini e il suo governo, in tandem con Di Maio, è sottoposto ad un bombardamento becero e cieco. Assistiamo alle riserve del PD, ancora rivitalizzate da un fertilizzante renziano, che in televisione recitano a memoria la lezioncina piena di bugie, facendo terrorismo politico e psicologico, senza nessuna attinenza con la realtà.

Accusare l’attuale governo di immobilismo, di inconcludenza e di incompetenza è davvero una menzogna

Come lo è accusarlo di continue liti e fratture. La verità è sotto gli occhi di tutti: i programmi trovano attuazione, i contrasti momentanei – ove ce ne fossero – servono ad aggiustare il tiro, nell’interesse del cittadino. Le accuse di populismo e sovranismo sono state respinte al mittente da un intervento sacrosanto del premier Conte: in realtà la sovranità del popolo è nell’articolo 1 della nostra sempre citata e ancor più disattesa Costituzione – proprio da coloro che accusano altri di violarla. Siamo all’assurdo. Attaccare un governo finalmente eletto – dopo quattro imposti – tramite regolari consultazioni, dimostra quello che da tempo sosteniamo su queste colonne. Cioè che chi comanda è l’Europa, con i suoi ‘poteri forti’; quei poteri che si sono opposti alla Brexit e che hanno paura di una eventuale Italexit, che soltanto vantaggi porterebbe alla nostra nazione. Chi teme quest’ultima soluzione è in realtà la Germania, che ne uscirebbe – lei sì – con le ossa rotte. Prova ne sia l’uscita che a suo tempo ci fu dell’Italia dal ‘Serpente monetario’: il Paese riprese vigore, le esportazioni aumentarono e ci fu un’ondata di benessere. Aggiunge Marcello Veneziani, nel suo editoriale su Il Tempo del 28 di agosto, che tutte le persone con cui ha parlato sono contente di questo nuovo governo, che finalmente fa ciò che piace ai cittadini. Di converso, tutti i media lo attaccano ferocemente. Allora noi ci chiediamo: che fiducia possiamo dare ai tiggì che mostrano soltanto aspre critiche al governo e alle sue iniziative, e anche, che fiducia possiamo dare ad alcuni ‘giornaloni’ che in prima pagina pubblicano non notizie, ma valutazioni faziose dell’azione di governo? È chiaro che anche questi ultimi sono di parte, magari legati ai finanziamenti pubblici. Quello che Renzi si è preoccupato di fare, quand’era al potere, è stato di infiltrare suoi fedelissimi nei gangli vitali dell’Amministrazione pubblica, e ora questa sua accortezza – che qualcuno potrebbe definire ‘totalitarista’ – gli torna utile.

Renzi non è morto – politicamente – , i traffici del cognato con i milioni di dollari dell’UNICEF non sono perseguibili, come riportano alcuni giornali in prima pagina

Salvato, il cognato, da una legge definita ‘ad personam’. Se manca una denunzia, nessuno potrà perseguire l’autore – presunto – dell’ammanco di 6 milioni e 600.000 dollari raccolti per i bambini meno fortunati, e dirottati – secondo alcune fonti ufficiali – verso le aziende di casa Renzi. Il giglio magico esiste ancora, ed è infiltrato nei gangli più profondi della nostra amministrazione pubblica: prova ne sia che Ermini – un avvocato di provincia fedelissimo di don Matteo – è stato eletto, con l’appoggio del centrodestra, alla presidenza del CSM, e sappiamo quale sia la potenza anche politica di questo organismo. E Berlusconi ne sa qualcosa. Tutti condannano lo sforamento programmato al 2,4% – mentre pare che l’Italia sia addirittura in avanzo primario – al contrario di ciò che accade alla Francia di Macron, la quale, lungi dall’essere criticata dai soliti buonisti per aver chiuso le frontiere ai migranti, si permette un 2,8%, con il beneplacito dell’establishment internazionale, a cui lui tiene bordone. L’impressione è che tutti temano che le misure adottate sortiscano l’effetto voluto, e che questo sia la fine della sinistra e della sua politica. Chi critica questo governo e le sue iniziative non ricorda che quando era al potere il PD l’Italia non aveva la benchè minima possibilità di crescita, sempre proclamata ma mai avvenuta, nella linea menzognera adottata anche oggi. Il reddito di cittadinanza, o di inclusione, o ciò che si vuole, porterà non soldi ai fannulloni, ma eliminerà sacche di povertà oggi irraggiungibili – perché il PD al potere per almeno cinque anni non ha fatto nulla? – e rimetterà in circolazione il denaro erogato. Anche le pensioni, se fossero aumentate, potrebbero portare vantaggio al mercato interno. Il pensionato, quello al di sotto dei mille euro, – che oggi è la maggioranza – si deve privare di tante cose, e per lo più non arriva a fine mese. Auspicando che i tagli ai ‘diritti acquisiti’ siano effettuati presto: un diritto, non ‘acquisito’, ma sancito dalla nostra Costituzione – sempre lei – è fra l’altro quello alla salute e al benessere del cittadino, senza discriminazioni di alcun genere. Soprattutto di emolumenti assurdi in un paese che si picca d’essere civile e democratico. L’aumento rimetterebbe in circolo buona parte delle somme, dando impulso all’economia interna. Insomma, le pensioni tornerebbero all’ovile sotto forma di impulso al commercio e aumento del gettito fiscale. La crescita non si stabilisce per decreto. Va preparata con misure strutturali, ciò che questo governo sta facendo, con grande capacità, nonostante l’opposizione dica il contrario – e il ministro Savona ne testimonia. Contro questo governo si è scatenato l’inferno. Speriamo che gli Italiani siano più intelligenti di quelli che lo vogliono affossare, e si regolino di conseguenza.

Roberto Ragone




“Chi sparò ad Acca Larenzia? Maurizio Lupini e Valerio Cutonilli ospiti della prossima puntata di Officina Stampa

Giovedì 27 settembre 2018 l’avvocato e scrittore Valerio Cutonilli sarà ospite del programma Officina Stampa condotto da Chiara Rai, insieme a Maurizio Lupini, sopravvissuto alla strage di Acca Larenzia, per parlare dei tanti lati oscuri, rimasti ancora oggi, dopo quarant’anni irrisolti.  Cutonilli ritorna sull’argomento, pubblicando un corposo e interessante volume dal titolo “Chi sparò ad Acca Larenzia?

I fatti:

Sono le 18,23 del 7 gennaio del 1978. Via Acca Larenzia, nel quartiere romano del Tuscolano, è, più che una via, una piazzetta. Uno slargo non percorribile dalle auto, fra due strade. Un piazzale dove i ragazzini amano andare a fare due tiri al pallone. Un’area su cui affaccia l’ingresso della sezione del Tuscolano.

Cinque ragazzi, appartenenti a quella sezione, stanno per andare a raggiungere altri camerati per un volantinaggio. Appena escono dalla porta blindata, vengono investiti da una scarica di piombo. Gli assassini – cinque o sei, questo non si saprà mai con certezza – sono appostati dietro alcune colonnine di pietra che impediscono l’accesso alle auto, in basso. In alto c’è la scalinata su cui cadrà, colpito a morte, Francesco Ciavatta. Il primo ad uscire, Franco Bigonzetti, il più visibile dei cinque, data la sua mole, ma soprattutto per il bianco dell’impermeabile che era solito indossare, viene colpito ad un occhio. L’arma, verrà poi stabilito in sede autoptica, è di grosso calibro, almeno una 38 special. Il suo corpo si alza da terra, all’impatto, e lui cade, già senza vita, con le braccia aperte e il viso rivolto verso il cielo. Il secondo, Francesco Ciavatta, tenta una fuga disperata su per la scalinata, ma verrà anche lui raggiunto alla schiena da un colpo di 38. Morirà in ospedale il giorno dopo.

Gli altri tre, Giuseppe D’Audino, Vincenzo Segnieri – rimasto ferito ad un braccio – e Maurizio Lupini, riescono a chiudersi dentro.

Inutilmente gli aggressori si scagliano contro quella porta, scaricando la loro rabbia e le loro bestemmie sul corpo inerte di Bigonzetti, su cui sparano anche una raffica dalla mitraglietta Skorpion cal. 7,65 – una delle armi utilizzate nell’agguato. Dopo quarant’anni, gli autori di questo attentato non sono stati individuati, nonostante fossero – e siano tuttora – evidenti molti elementi per le indagini, molte ‘piste’, che non si sono volute seguire. Ma che, se si fosse indagato, avrebbero portato certamente all’arresto degli assassini. Cè pero anche una terza vittima: il giovane Stefano Recchioni, accorso, il giorno dopo, con altri amici sul luogo dell’eccidio, colpito al capo, nei disordini seguiti alla strage, da un proiettile cal. 7.65, partito non s’è mai saputo da quale arma in pugno a chi. Del fatto fu incolpato all’inizio un capitano dei carabinieri, poi scagionato.

“Chi sparò ad Acca Larenzia? L’ultimo libro dell’avvocato Valerio Cutonilli

Valerio Cutonilli, brillante avvocato del foro di Roma, già autore di numerose inchieste sui misteri d’Italia, aveva già pubblicato un libro-denuncia a proposito di questo episodio, – passato alla storia come ‘la strage di Acca Larenzia – , dal titolo: “Acca Larenzia, tutto ciò che non è mai stato detto”. Ora ritorna sull’argomento, pubblicando un corposo e interessante volume dal titolo “Chi sparò ad Acca Larenzia? – Il settantotto prima dell’omicidio Moro”, nel quale amplia la visione dell’episodio, inquadrandolo nel momento storico e politico dell’Italia in quegli anni, propedeutici ai più duri e sanguinosi ‘anni di piombo’, che costituirono il palcoscenico delle Brigate Rosse e delle loro imprese, anch’esse mai chiarite fino in fondo. Come, ad esempio, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, avvenuto circa due mesi dopo. Fatti che causarono l’insorgere dello spontaneismo armato di destra, da parte di ragazzi che vollero rendere la cortesia ai loro antagonisti, quasi una difesa personale. E che finirono per innescare una spirale in cui rimasero invischiati. Proprio quest’anno ambedue gli avvenimenti hanno la celebrazione del loro quarantennale. Più solenne quella del sequestro dello statista leccese; meno, anche se più ‘rumorosa’ e intensa – con il rito del ‘Presente’ – quella dei tre ragazzi.

Perchè ‘strage di serie B’?

In realtà, a quei tempi, in cui sui muri comparivano scritte come ‘uccidere un fascista non è reato’, non furono svolte vere e approfondite indagini per scoprire i componenti del commando assassino. Ad oggi nessun colpevole è stato individuato, nessuna condanna comminata, nella più totale inanità che ha lasciato ancora molte domande senza risposta. Non ultima quella cruciale, relativa ad una mitraglietta Skorpion cal. 7.65 – una delle armi utilizzate poi in seguito anche dalle BR – nella disponibilità della quale furono coinvolti anche un funzionario di polizia ed un famoso cantante. Un libro ed una narrazione che mette il dito su parecchie piaghe; un documento di cui si sentiva il bisogno; un fascio di luce per chi quei tempi ha vissuto in prima persona, accontentandosi di ciò che leggeva sui giornali o seguiva nei TG. Qualcosa che servirà anche ai ragazzi di oggi, per meglio comprendere quella che è stata la nostra storia più recente. Una visione obiettiva, e non di parte, degli avvenimenti, raccontata con il massimo equilibrio. Abbiamo voluto riportare una breve intervista con l’autore.

Avvocato Cutonilli, quanti libri ha scritto e pubblicato?
Quattro, compreso l’ultimo dedicato all’eccidio di via Acca Larenzia.

Lei si ritiene più scrittore o più avvocato?
Come avvocato mi occupo di questioni completamente diverse da quelle trattate nei libri. Quindi è difficile rispondere alla domanda. Sicuramente non sono uno storico.

Lei scrive sempre qualcosa a proposito dei misteri d’Italia, che sono tanti. Lo fa perché la interessano particolarmente, o per la ricerca di una verità non detta, alla fine perché le ingiustizie la stimolano?
Le ingiustizie mi danno fastidio. Non voglio accettarle passivamente.

Il tema dei ragazzi di destra negli anni 70 vediamo che le è particolarmente caro. Per un’idea politica?
Inizialmente il motivo delle ricerche era legato alla mia appartenenza politica. Oggi ritengo che fatti come quelli di via Acca Larenzia, per fare un esempio, riguardino non solo la parte in cui mi identifico ma tutta la comunità nazionale.

Quando si scrive, si sente il libro, o l’articolo, o il romanzo, come una propria creatura. Alcune ci piacciono di più, perché riteniamo che siano venute meglio. A lei, di tutti i libri che ha pubblicato, quale piace di più, qual è il libro – o il tema – che lei ritiene sia venuto meglio?
Il libro migliore è sempre quello che non hai ancora scritto. I miei libri hanno difetti e limiti, nessuno escluso. I pregi li rimetto alla valutazione dei lettori.

La sua posizione di uomo di legge, lei ritiene che lo abbia avvantaggiato per la prossimità e la familiarità con atti ufficiali da consultare, magari negli archivi dei tribunali?
Sono una figura ibrida, in realtà. A differenza dei miei colleghi, giustamente concentrati sugli atti giudiziari, ho studiato questi ultimi considerando però problematiche molto più ampie. Impossibile capire la strage di Bologna, per esempio, senza studiare a fondo la politica internazionale dell’epoca. A differenza degli storici, tuttavia, ho compulsato gli atti giudiziari con la deformazione professionale e il disincanto dell’avvocato.

La domanda d’obbligo, in chiusura è: ormai i suoi fans aspettano di leggere ancora le sue inchieste, oltretutto molto ben scritte e articolate. Ci può dire quale sarà il tema del suo prossimo lavoro?
La ringrazio per la stima ma non ho mai cercato e a dire il vero trovato fans. I primi due libri erano stati pubblicati da una piccola casa editrice, oggi chiusa, di cui ero peraltro socio. L’ultimo è una pubblicazione indipendente di Amazon. Solo il terzo ha viaggiato nella grande editoria. Ma ero un coautore assieme a un magistrato di fama internazionale come Rosario Priore. La mia intenzione oggi sarebbe quella di non scrivere più libri sul terrorismo. Se arrivasse il quinto, riguarderebbe un argomento molto personale e completamente diverso da quelli trattati sinora.

Roberto Ragone




Dacci oggi il nostro stupro quotidiano: dall’imam Martina all’alto commissario Onu, tutti pazzi per Salvini

Arriva il team dell’ONU, inviato dall’Alto Commissario dell’ONU Michelle Bachelet, già per due mandati non consecutivi presidente del Cile. Non tanto per indagare su inesistenti – o quasi – casi di violenza e di razzismo, ma soprattutto per combattere il nostro governo, e in particolare colui che più di tutti ha dato voce a quegli Italiani – e sono la maggioranza – che volevano un cambiamento nella conduzione politica. Proprio quei populisti e sovranisti che sono tanto odiati e disprezzati da una certa parte politica che si professa ‘democratica’, e che evidentemente ha dimenticato che democrazia vuol dire mettere in atto la volontà del popolo, che sia o no dettata dalla ‘pancia’.

Per contrastare la politica di Salvini sono stati scomodati i piani alti

in ossequio ai diktat dei poteri forti di oltreoceano, che comunque qui in Italia trovano cassa di risonanza in alcune fazioni. Oppure addirittura in una Cecile Kienge che speravamo politicamente defunta, ma che invece spunta fuori quando c’è da screditare la nazione che l’ha accolta, e che le ha dato un ruolo certamente immeritato.

Razzismo al contrario

Se vogliamo considerare violenza e razzismo gli episodi sporadici contro i sacri e intoccabili migranti, dobbiamo anche considerare il razzismo al contrario, quello che si esprime contro i bianchi italiani con arroganza – nella certezza dell’impunità – nella delinquenza, leggi spaccio e rapine, negli stupri di donne che al loro paese sono considerate res nullius, quindi alla mercè del primo maschio che abbia accumulato abbastanza testosterone – quelli che vengono sono tutti giovani aitanti e in età da lavoro – da volersene liberare. Che sia su di una spiaggia, o dietro un cespuglio nei giardini pubblici, queste manifestazioni di disprezzo, di violenza e di machismo avvengono quasi quotidianamente; come quasi quotidianamente sono sottaciute dai media, ormai stufi, ed anche orientati a tacere certe verità. Al contrario, basta che un giovanotto italiano, per un motivo qualsiasi dia una spinta e magari risponda ad una provocazione, per montare un caso di violenza e razzismo. A senso unico. Per ciò che riguarda gli idioti che hanno colpito qualche straniero con pallini di piombo da baraccone di tiro a segno, sono degli idioti, e come tali vanno considerati e puniti. Ma, consentite, puniamo anche chi fa in modo che una donna non possa più camminare da sola per strada. Assistiamo all’assurdo di un Salvini che ha aumentato il suo indice di gradimento fra gli elettori, e che viene attaccato da più parti, per farlo cadere.

Il vecchio partito che ha mal governato, il PD, ogni giorno sputa veleno e falsità; la magistratura – bontà sua – mette giù il carico da dodici per il caso Diciotti: già risolto dagli stessi profughi che si sono abilmente dileguati, in modo indolore. La stessa magistratura poi condanna la Lega a reperire 49 milioni di euro da rendere allo Stato, senza guardare dalla parte di un PD che ben altre somme dovrebbe rendere o far resuscitare.

Quarto e, speriamo, ultimo attacco, quello della commissaria Bachelet

Ora i detrattori del ministro dell’Interno dovranno mangiarsi la testa per trovare qualche altro fronte di attacco – perché di tale si tratta – non solo contro Salvini, ma contro tutto il popolo italiano che ha scelto faticosamente di cambiare le cose. Mentre rileviamo che ormai l’imam Martina non va più all’ingresso dell’ILVA al mattino presto – chissà perché! – vogliamo segnalarvi un caso autentico di violazione di diritti umani, in Nigeria, proprio da parte degli appartenenti a quella religione che si professa ‘di pace’, i musulmani. Riportiamo qui di seguito parte di un comunicato della organizzazione onlus ‘Porte Aperte’, che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo. “Il 28 agosto scorso, la comunità cristiana della città di Barkin Ladi (villaggi di Wereh, Abonong, Ziyat, Bek, Nafan, Sagas, Rawuru e Rambuh – stato di Plateau) è stata oggetto di pesanti attacchi da parte degli allevatori musulmani Fulani, che continuano a perseguitare i cristiani e a devastare le loro proprietà in questa parte della Nigeria. Tra le vittime si contano un pastore e 4 membri della sua famiglia. Il pastore Adamu Wurim Gyang, 50 anni, è stato dato alle fiamme insieme ai suoi 3 figli mentre la moglie Jummai, 45 anni, è stata colpita a morte. Più di 14 persone hanno perso la vita nell’attacco con 95 case bruciate e 225 campi coltivati distrutti. Fonti di Abonong riferiscono che nella sera di martedì i Fulani sono arrivati al villaggio, iniziando a sparare e provocando il panico tra la gente. Tutti correvano per cercare riparo. Il pastore Gyang, che viveva nei locali della chiesa, si è barricato in una stanza insieme ai suoi 3 figli, mentre la moglie Jummai ha trovato rifugio nel bagno. Gli assalitori hanno sparato a Jummai e dato fuoco alla stanza dove si nascondevano il pastore con i figli. Il figlio maggiore, Adamu, 27 anni, studente all’università di Jos è scampato al massacro e racconta: “Ero all’università quando ho visto un post su Facebook che parlava dell’attacco. Ho chiamato subito mio padre, il suo telefono era spento. Ho chiamato mia madre, ma anche lei non era raggiungibile. Dopo aver saputo ciò che era accaduto non sono riuscito a dormire. Mio padre era sempre stato la forza della nostra famiglia. Non so come sarà la mia vita senza di lui ora.” Questo non è altro che l’ultimo di una serie di episodi avvenuti alla fine del mese di agosto, eventi che hanno provocato la morte di almeno 20 persone e demolito gli sforzi di pace tra i leader religiosi e politici di questa parte della Nigeria. Nonostante il presidente Buhari, criticato per il suo atteggiamento “tiepido” nei confronti della violenza Fulani, abbia visitato la città di Jos per annunciare un dispiegamento senza precedenti di forze di sicurezza, la violenza non sembra diminuire.” Consigliamo all’Alto Commissario dell’ONU Michelle Bachelet di lasciar perdere i pettegolezzi di pollaio che a quanto sembra preferisce alle notizie vere – soprattutto se tali pettegolezzi sono politicamente interessati – allo scopo di non disprezzare la volontà popolare che ha portato al governo quelli che oggi, bene o male, ci sono. Anche se nessuno è perfetto, e nessuno ha la bacchetta magica. Ma questo governo sta andando nella direzione giusta, specialmente quella dell’ordine pubblico, e i sondaggi lo dimostrano.

L’Italia non è un paese razzista

Quindi, caro Alto Commissario, forse dalla sua altezza non riesce a vedere la realtà. Abbassi lo sguardo, e si renda conto di necessità reali. L’Italia non è un paese razzista. Come sempre, il troppo storpia, e le troppe attenzioni verso i profughi li hanno resi invisi agli Italiani che dormono in auto o sotto i ponti; e in più arroganti perché troppo protetti. A Maurizio Landini, che in televisione ha dichiarato che i cinque milioni di stranieri presenti i Italia ci pagano le pensioni con il loro lavoro, facciamo presente che ben di più sono gli Italiani che con il loro lavoro pagano le pensioni di quelli che dopo aver avuto la pensione, facendo finta di essere ancora in Italia, tornano al loro paese, dove vivono alla faccia nostra senza più dover lavorare; e vivono bene, visto che in quei paesi la vita costa pochissimo. Gli facciamo anche presente che i migranti accolti in Italia sono solo 700.000, e quindi non sono quelli a cui lui si vorrebbe riferire. Non giochiamo sull’equivoco, caro Landini. Questa favola dei migranti che ci pagano le pensioni ormai è scaduta. Cinque milioni si stranieri evidentemente sono qui da quel dì, e si sono integrati: e lavorano onestamente, come chiunque.

Roberto Ragone




Certi italiani brava gente? Ciò che si fa all’ombra di un partito che si autodefinisce ‘democratico’

Fin da piccoli ci hanno inculcato questo sano concetto: che gli Italiani sono ‘brava gente’, che non fanno male ad altri popoli, che non sono come i nazisti di Hitler o i comunisti di Stalin.
Che, insomma, la storia ci assolve sia per le conquiste dell’Africa che per la guerra persa, la Seconda. Perché la prima pare che l’abbiamo vinta… Ci assolve anche per altri fatti, di cui nessuno parla, ma si sa, la guerra è guerra. E ci fermiamo qui. Dopo l’ultima guerra tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo, rialzato la testa, medicato le ferite e cercato di riprendere a vivere, dopo essere sopravvissuti – quelli che ci sono riusciti. I cattivi erano i fascisti, Mussolini è stato falsamente fucilato, e poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto (ma non eravamo ‘brava gente’?) e così via. L’oro di Dongo è sparito nelle casse di chissà chi – qualcuno dice del PC. Insomma, tutto normale. Abbiamo goduto qualche decennio di democrazia, anzi, di Democrazia Cristiana, fino a Mani Pulite.

Mani Pulite? Ma non eravamo ‘brava gente’?

Insomma, qualcuno dice che siamo in democrazia, specialmente se nel suo logo esiste l’appellativo ‘democratico’, riferito al suo partito. Cioè, tutto ciò che si fa all’ombra di un partito che si autodefinisce ‘democratico’, secondo alcuni va bene. Secondo altri, no. Specialmente secondo chi vuol vedere chiaro – impresa improba – nella politica odierna, dove alte nubi di fumo-geni si alzano appena si cerca di farlo. Se è vero – come dovrebbe essere vero – che in democrazia è prevista l’alternanza, questo significa che ogni tanto i governi vanno cambiati, secondo come il precedente esecutivo ha gestito la cosa pubblica, e secondo come esso è stato giudicato dai cittadini che, ricordiamolo, in democrazia, sono quelli che comandano – o almeno, dovrebbero.
Il governo di Gentiloni, Renzi, e prima di lui di Letta, Monti eccetera non sembra aver soddisfatto gli Italiani; quel governo, cioè, propiziato da Re Giorgio ed espresso sotto il simbolo PD. Democratico, appunto.

L’attuale compagine governativa è stata scelta a furor di popolo e con tante difficoltà proprio dai cittadini

Ma chi non rispetta le italiche scelte sono proprio gli appartenenti a quel Partito che Democratico vorrebbe apparire. Quotidianamente insulti, menzogne e falsità vengono propinate ai cittadini meno provveduti e meno propensi all’approfondimento, da parte di un esecutivo che i cittadini stessi hanno mandato a casa. Senza guardare la trave nel proprio occhio, denunciano la pagliuzza nell’occhio altrui. Nessun quotidiano, o quasi, ma in tono sommesso, parla del caso Tiziano Renzi, e dei soldi dell’Unicef, né i tiggì ne fanno menzione. Mentre l’imam Martina a tutto campo imperversa in televisione con le sue verità, piuttosto opinabili. Tutti i telegiornali parlano dei 49 milioni della Lega, mentre nessuno parla dei 6 mln e 600.000 dollari dell’UNICEF che sono spariti, qualcuno ipotizza, nelle società della famiglia Renzi. Nessuno parla delle nove auto di lusso che costituivano la scorta del presidente del Consiglio Matteo Renzi, pagate dallo Stato, cioè da noi, mentre c’è gente che non può permettersi una utilitaria. O dell’aereo in leasing che è stato – pare – reso a chi lo aveva noleggiato alla presidenza del Consiglio – leggi ancora Matteo Renzi.
I social denunciano altre cifre: 600 mln di euro spariti di Banca Etruria; 49 milioni dal Montepaschi; 419 mln per la ricerca; e così via. Tutte voci da controllare, ma probabilmente veritiere. Attendiamo smentite. Unitamente ai – pare – 30 mln di euro per i terremotati.

Detto questo, certi Italiani non sembrano tanto ‘brava gente’, a meno che tutta questa mostarda non la si voglia attribuire ad una forza estranea all’Italia.

Sempre tenendo presente che i fascisti ‘sono cattivi’. Asserzione sulla quale certamente troveremo un ampio consenso. Questo è il motivo per cui Mussolini, la Petacci e i vari gerarchi, defunti, furono appesi a testa in giù a Piazzale Loreto. Ma la ‘brava gente’ non fa queste cose. Sputare su di un cadavere, pisciargli addosso e prenderlo a calci non denota una persona buona. Allora potremmo dire: ‘Certi italiani non brava gente’. Questo è il motivo per cui condanniamo senza riserve l’autore, o gli autori, del murales apparso – telecamere di sorveglianza niente? – su di un muro a Torino, che rappresenta Salvini a testa in giù. Come Mussolini. Che era cattivo in quanto fascista. Ma quelli che hanno dipinto questa ignobile figura, sono buoni, pur non essendo fascisti, o, per il gioco delle parti e degli opposti, comunisti? I comunisti sono cattivi? Se fanno queste cose, senz’altro sì. Se fanno queste cose, non rispettando la volontà popolare, liberamente espressa con il voto, certamente non sono buoni. Anzi. Diventano peggio di coloro che vogliono censurare. Sono peggio di coloro che odiano, fino al punto di raffigurarli a testa in giù, come Mussolini, la Petacci e i gerarchi fucilati a Dongo, in riva al lago, dove ancora la ringhiera sull’acqua conserva i segni delle pallottole. Democrazia a senso unico? È quella che vorrebbero l’imam Martina e i suoi compari. Sono peggio dei fascisti? Certamente sì, se si comportano in modo tale da fomentare e giustificare queste azioni idiote e ripugnanti. Italiani ‘brava gente’? Ahimè, non più.

Roberto Ragone




Caso Diciotti: non si può inquisire un ministro che sta facendo il bene dell’Italia

Molto, e anche a sproposito, si parla da alcuni giorni della vicenda Diciotti, quella nave su cui, secondo il magistrato di Agrigento, sarebbero stati sequestrati e indebitamente arrestati, 137 migranti e 40 uomini d’equipaggio.

Poco si parla del comandante della nave Diciotti Massimo Kothmeier, comandante della Guardia Costiera

Quel comandante che è andato in acque maltesi a recuperare i naufraghi e a portarli in acque italiane. Dal suo profilo Facebook emerge una intenzione molto chiara, raffigurata da un barcone colmo di disperati sostenuto da due grandi mani che lo sollevano al di sopra delle acque, come tanti Mosè. Non si vuole accusare nessuno. Ma certamente questa procedura, a chi volesse pensar male, può sembrare per lo meno bizzarra. Raccogliere migranti in mare, forzando la mano per portarli in un ‘porto sicuro’, che certamente è l’Italia, vuol dire, a giudizio dei soliti complottisti, fare il gioco delle sinistre.

Tutti sapevano che questa operazione sarebbe stata una provocazione a carico del ministro Salvini

Come in effetti si è realizzato. E tutte le parti politiche, che si fregiano del nome di ‘sinistra’ – indebitamente, perché neanche loro sanno più cosa sono – si sono affrettate a soffiare sul fuoco, convocando organizzazioni ‘umanitarie’ e simili sottobordo alla nave, finalmente ormeggiata a Catania, per forzare la mano al ministro dell’Interno. Al punto che oggi Salvini insieme al suo capo di Gabinetto, risulta indagato per sequestro di persona, abuso d’ufficio, arresto illegale.

Siamo in Italia, e un’indagine, strombazzata sui giornali a nove colonne, è già una condanna

Salvo poi, a indagini concluse, pubblicare un trafiletto di smentita in quarta pagina. In questo, purtroppo, i media e la TV hanno una grossa responsabilità, come più volte abbiamo denunciato. Ci stupiscono alcuni aspetti di ciò che è capitato in questi giorni, come, ad esempio, l’intervento ad horas della CONSOB nel momento in cui Salvini e Di Maio hanno dichiarato, corroborati dal Presidente Conte, che ad Autostrade sarebbe stata revocata la concessione, facendo precipitare il titolo in borsa. Si temeva evidentemente una operazione poco trasparente di insider trading. Stessa cosa non è stata fatta nei recenti accadimenti relativi a banche tristemente note, come Antonveneta ed Etruria o Montepaschi, destinatario del quarto mutuo di Renzi per l’acquisto di una megavilla. Mutui attualmente tutti in essere. Nei quali frangenti i risparmiatori di una vita hanno perso qualsiasi speranza di una vecchiaia meritatamente serena. E qualcuno ha anche troncato i suoi giorni volontariamente.

Questo denota una volontà politica che ancora ‘fa carte’, quella del governo Renzi

Suscita anche curiosità il fatto che la magistratura – per carità, assolutamente imparziale! – si sia mossa nei confronti di Salvini con grande strepito di quotidiani e TV, piuttosto che nei confronti della famiglia di Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e padre padrone di un partito distrutto, il PD, che vanamente Martina & C. stanno cercando di rianimare. Un’indagine forse sottovoce, nei confronti della famiglia di Matteo Renzi, che pare, secondo alcuni giornali, che abbia beneficiato, nelle sue aziende, di denaro che Conticini, genero di don Matteo, avrebbe sottratto ai fondi Unicef, quella stessa organizzazione che, insieme ad altre, è sotto la nave a protestare per l’indebita prigionia degli africani. Pare che si tratti di 6 milioni e 600.mila dollari, cifra del tutto rispettabile.
Ma, si sa, in Italia la magistratura è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale. E quindi, nell’incrocio, i pareri possono discordare. Fatta salva sempre l’indipendenza dell’Organismo. Come sempre, si attribuisce al tutto, ciò che invece dipende dal singolo.

E ci fermiamo qui. intanto, a riprova della sua capacità, Matteo Salvini ha risolto il problema della destinazione degli sventurati

Alcuni andranno in Albania, nazione che pur non facendo parte dell’UE – o forse proprio per quello – ha accettato di accollarsi una ventina di persone. Altri, un centinaio, saranno ospitati dalla CEI, dato che i vescovi hanno aperto le porte. L’Irlanda è l’altro paese che si è fatto carico dell’accoglienza. Su tutto questo campeggia grande quanto una casa l’esito negativo della riunione della Commissione Europea dei 250 sherpa – una volta erano quelli che guidavano gli alpinisti sull’Himalaia, è ancora così? – e del suo ennesimo fallimento. A spese dell’Italia. Dalla quale però aspettano versamenti miliardari, molto superiori a quelli che ci elargiscono annualmente. Ci chiediamo a che serva l’Europa, se poi in un caso come questo non funziona, nonostante fosse stato dichiarato, non molto tempo fa, che ‘chi sbarca in Italia sbarca in Europa’. Invece ognuno ha fatto come la chiocciola ritirandosi nel suo proprio guscio. Ma sul tema di ‘A che (non) serve l’Europa’ rimandiamo il lettore ad altra occasione, visto che sarebbe troppo lungo e inadeguato spiegarlo qui. Concludendo, vogliamo soltanto dire che i soliti buonisti ‘di sinistra’ – ormai Biancaneve è più reale di loro – hanno avuto dall’attracco della Diciotti, e dal suo comandante un assist di cui hanno approfittato in lungo e in largo. Tutto è lecito in amore e in guerra, recita un detto. Anche in politica, aggiungiamo noi, nonostante una volta in politica si accogliessero solo persone integerrime. Oggi non è più così.

La politica è intrecciata con interessi economici

I giornali scrivono quello che gli inserzionisti vogliono – è di dominio pubblico la notizia che Il Sole 24 Ore, Il Corriere e un grosso editore con i suoi giornali, incassino 60 milioni di euro all’anno di pubblicità da Autostrade – e quindi anche l’informazione va vista con un filtro solare. Indagare Salvini, che ha finalmente risolto il problema delle presenze indesiderate e incontrollate sul nostro territorio; e invece non investigare su chi favorisce l’immigrazione clandestina, reato palese e riconosciuto, sa tanto di parzialità.

In due giorni abbiamo avuto notizia di tre stupri compiuti da extracomunitari di colore, uno di una bambina di quindici anni

Secondo la legge, il senegalese riconosciuto e arrestato non può più essere espulso, dato che è sposato ad una italiana e padre di una bambina. Questo nonostante sia recidivo, già condannato per droga e altri reati, e abbia già avuto un decreto di espulsione, di quelli che si piegano e si mettono in tasca: non si sa mai, in caso di bisogno possono essere utili. Come la ‘carta bianca’ di Totò in un famoso film. Sono azioni compiute da chi è abituato a comportarsi così al suo paese. Solo che al suo paese lo mettono in galera, ciò che qui è molto meno certo. Anzi. E poi abbiamo la testimonianza di Carmen Di Genio, avvocato donna, membro del Comitato Pari Opportunità della Corte d’Appello di Salerno, che ha dichiarato tempo fa che chi arriva dall’Africa non può sapere che non si violentano le ragazze sulla spiaggia, e bisogna informarlo. Con tatto e gentilezza, per carità, altrimenti potrebbe riceverne un danno psicologico, e vedere conculcata la sua propria volontà e libertà d’agire. Non possiamo che ringraziare chi vuol liberare l’Italia dalla possibilità che certa gente continui ad invaderci, per l’80% dei casi senza averne diritto.
La Convenzione di Ginevra è chiara. Ed è chiaro anche il dovere degli altri paesi europei, puntualmente disatteso. L’Italia non deve diventare un immenso campo profughi, a tutto scapito di chi ci è nato e non ha alternative: forse solo quella di mettersi su di un barcone e cercare fortuna in Marocco, o in Tunisia. Al contrario, insomma. Non si può inquisire un ministro che sta facendo il bene dell’Italia, finalmente: si rischia di essere giudicati in malafede e magari collusi con certi poteri forti che non volevano e non vogliono questo governo, e che stanno cercando di tutto per farlo cadere. Qualcuno accusa Salvini e chi lo sostiene, di razzismo: non è così. L’Italia è patria di tanti stranieri che sono qui da anni e che contribuiscono al buon andamento della nazione, e benvenuti sono tutti coloro che verranno per lavorare onestamente e costruirsi un futuro, per sé e per la propria famiglia.

Non è per razzismo che la nave Diciotti è stata bloccata, ma per metter fine all’abuso creato da Matteo Renzi quando ha convogliato da noi tutti gli sbarchi

Altra soluzione non esiste, se non quella di operare un blocco navale, come in effetti si sarebbe potuto fare. E che sarebbe stato molto più efficace, anche se meno umanitario. Si sta creando, invece – anzi s’è già creato, per una diffusa e becera ideologia perbenista – un razzismo al contrario, verso gli Italiani. Tutti coloro che definiscono Salvini e i suoi sostenitori ‘sovranisti, populisti, fascisti’ sono razzisti al contrario. Senza voler entrare nel merito dell’appellativo ‘fascista’, che evoca un periodo ormai affidato alla storia, oggi i termini populista e sovranista sono usati al pari di insulti, esattamente come quelli che alcuni imbecilli rivolgono ai migranti incontrati per strada. Stiamo attenti a non diventare nemici di noi stessi e della nostra nazione, della nostra storia, delle nostre tradizioni che a tutti i costi, nonostante la globalizzazione e l’Europa, vogliamo conservare quale manifestazione della nostra identità nazionale. Della nostra Patria: anche se ad alcuni questo termine risulterà desueto o sconosciuto, o inopportuno. A margine sottolineiamo un intervento del ministro Savona, che avrebbe già pronto il famoso ‘piano B’ per l’Italexit: “Attenzione, faranno con Salvini e questo governo come hanno fatto con Berlusconi.”

Roberto Ragone